
Zia Elisabetta è la mia musa nell’arte della vita.
Zia al telefono in vestaglia e la sua casa affollata di amici sono fra i primi ricordi della mia vita. Poi vengono le palanche di un cantiere edile di mio nonno e la polenta fumante la domenica. I ricordi sono imprevedibili, vorremmo essere rappresentati da grandi storie e invece ci ritroviamo a conservare nel nostro cuore emozioni date da piccoli dettagli.
Il telefono forse è stato inventato per lei. L’effetto era mio zio Sergio che le ricordava i costi della bolletta (allora si pagava la durata delle chiamate) e una casa piena di vita. Zia si ricordava i gusti e le intolleranze di ogni persona in modo naturale, tutti dovevano provare benessere quando superavano la soglia di casa.
Molti anni dopo, quando insegnavo le intelligenze multiple di Gardner all’università di Tor Vergata, facevo sempre il suo esempio per spiegare ai ragazzi l’intelligenza emotiva (interpersonale e intrapersonale). Senza persone come lei il mondo si muove su un banale livello di meccanicismi, con lei non si può non parlare di significato della vita coinvolgendo e cercando il benessere dell’anima.
La sua casa era modernamente arredata da Roberto Felici in modo che gli ampi spazi potessero essere versatili e utilizzabili per ogni evento: dalle nostre feste da ballo di bambine ad un concerto. E questo era intrigante insieme alle porte colorate in modo diverso, e oggi la mia casa ha ogni porta diversa dall’altra.
Allora non si era ancora scoperta poetessa ma per me era già una artista, e avevo deciso che i miei anni su questa terra li volevo vivere seguendo uno stile dove colori, suoni e parole si fondessero costantemente in armonia.
Un contagio reso ancora più stretto quando abbiamo vissuto qualche mese insieme dopo la morte di zio Sergio, e zia mi ha alleviato il corpo e lo spirito durante la mia difficile gravidanza. I miei ricordi sono i Madredeus e Attenti al lupo di Lucio Dalla che ballavamo al mattino.


La presentazione del suo ultimo libro La mia tribù, il posto delle fragole, è stata la summa di questo stile di vita. Il linguaggio del libro ricorda più un dipinto che un testo, poche parole usate come un pennello per disegnare le pagine bianche con le emozioni.
Ricordo molte delle pagine che ha dipinto, alcune per le lunghe telefonate e altre per aver auto il privilegio di averle vissute con lei. Ricordo la sua rinascita quando è andata a vivere da sola a Roma. Emancipata e senza paura.
Tutto il resto è scritto nel libro. Per me, zia Elisabetta è in ogni angolo di casa mia dove ho messo un quadro o dove ho colorato una parete. È nella rassegna teatrale che abbiamo organizzato questa estate da noi all’agriturismo Donna Vittori. È nelle scelte di mia figlia che sta sempre attenta all’armonia e alla bellezza e che si chiama come lei.
E la ammiro nella capacità che ha avuto di dare fuoco al passato in un allegro falò con la sua Tribù eliminandoci l’onere di ricercarla in pezzettini di carta senza senso. Zia vive nel futuro e come dice la sua nipotina Anna: “la tribù ha bruciato i suoi ricordi per renderli immortali.”
Il senso è nell’anima e non negli oggetti.
Mi piace chiudere con la dedica che le ha fatto Renato (allora sindaco di Ferentino) ”per il tuo sguardo interiore bello quanto i tuoi occhi”. E mi dispiace solo non averla scritta di persona.
Tutti invitati il 1° febbraio a Roma al Teatro di Documenti a Roma per la presentazione ufficiale di La mia tribù, il posto delle fragole insieme ai tanti artisti che hanno costellato la via di Elis.





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