Le emozioni della mostra multimediale “Da Vinci Experience and his real machines”

500 anni di Leonardo da Vinci ma non se ne ha mai abbastanza!

Abbiamo visitato la mostra multimediale “Da Vinci Experience and his realmachines” a Firenze dal 23 maggio al 3 novembre 2019 in occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo, e siamo rimaste folgorate ancora una volta. 

Leonardo Da Vinci, uno degli uomini più eclettici e geniali che il mondo abbia avuto. 

E’ una mostra multimediale. Con un piccolo sovraprezzo si può iniziare la visita dalle postazioni “Oculus VR” che in realtà virtuale mostrano le principali invenzioni di Leonardo quali il carrarmato, il cannone, ed altre macchine da guerra tutte visibili a dimensioni naturali. Con lo sguardo, focalizzandosi su una macchina, si può penetrare all’interno e vederne i particolari e i meccanismi di azione. 

Già questa prima parte è una esperienza incredibilmente coinvolgente, stimolante e affascinante, si ha l’impressione di potersi rimpicciolire a piacere e penetrare all’interno delle macchine.

Si passa poi alla mostra multimediale dei quadri, che viene presentata nella chiesa sconsacrata, dove si possono vedere immagini intere e i particolari di ogni immagine proiettati in continuazione su tutte le 4 pareti della chiesa (e anche sul pavimento) per una durata di 35 minuti. 

L’atmosfera è veramente particolare, la sensazione è una immersione in una realtà di altri tempi e la musica di sottofondo sapientemente selezionata, diffusa a 360° in “Dolby surround”, aumenta il fascino delle immagini proiettate.

Lo spazio è ampio per cui ci si sente come un granello di sabbia nell’infinito. 

Si può stare in piedi o seduti a guardare le immagini proiettate di cui si possono apprezzare particolari diversi spostandosi in vari punti. Si ascolta la musica di sottofondo in una penombra e un’atmosfera estremamente piacevole e rilassante, talmente piacevole che si può rimanere li per ore e risentire e vedere più volte la proiezione perché ogni volta si notano particolari diversi ed ogni volta si apprezzano parti diverse dei brani musicali.

Le immagini proiettate sono tratte da quadri o disegni preparatori con figure religiose, di donne, di uomini, animali, immagini delle macchine da lui inventate e loro schizzi preparatori. Colpisce anche la tridimensionalità delle figure che sembra fuoriescano dai quadri: i volti dei bambini sono molto più maturi della loro età (quasi vecchieggianti) ma tutti molto espressivi. 

Altra cosa che emoziona è che Leonardo fonde in quei volti le sue conoscenze anatomico-mediche e alcuni diventano ancora più intensi e affascinanti per le imperfezioni fisiche che il genio compulsivo di Leonardo vi inserisce.

Ad esempio, gli esperti dicono che quel leggero difetto delle labbra della Gioconda è dovuto quasi sicuramente a una paralisi di Bell, che consiste in una disfunzione del VII nervo cranico (nervo faciale) che causa l’abbassamento o l’innalzamento dell’angolo della bocca. Eppure questo rende quel sorriso ancora più affascinante. Anche gli abiti e i drappi sono molto curati ed avvolgenti in questi quadri.

Ma non ci si deve fermare lasciandosi ipnotizzare dalle proiezioni. Consigliamo a tutti di fare un giro dell’intera chiesa per osservarne la bellezza dei particolari e per scoprire altre cose interessanti che nessuno vi dice all’ingresso né ve lo indica sul depliant perché una mostra multimediale ci invita anche al “fai da te” e cioè ad esplorare gli spazi alla ricerca di “tesori nascosti”.  

Se lo farete scoprirete qualcosa di bello ed entusiasmante.

La mostra evidenzia non solo l’ecletticità di questo ‘uomo geniale’, molto più di quanto si può vedere nella mostra stessa, ma anche la sua vastissima conoscenza come ad esempio quella dell’anatomia che si riscontra in tutti i disegni preparatori al quadro finale. 

Leonardo, nato ad Anchiano il 15 aprile 1452 e deceduto il 2 maggio 1519 ad Amboise (all’età di 67 anni molto avanzata per quei tempi), aveva molteplici interessi che spaziavano dalle scienze umane (fu anatomista e botanico) alle arti (disegnatore, trattatista, scenografo, architetto pittore, scultore musicista), alle tecniche (ingegnere civile e militare, progettista). È impressionante la profondità delle sue conoscenze e la genialità delle sue osservazioni, scoperte e applicazioni.

La bellezza artistica, la musica, le arti in generale rappresentano una terapia dell’anima e del corpo, e le presentazioni multimediali messe su da squadre di esperti multidisciplinari hanno potenziato questa positività dell’arte che abbiamo potuto provare. 

È una mostra vissuta in tridimensionale e in dinamismo dove l’arte diventa avvolgente, ci circonda, la sentiamo, la respiriamo, la palpiamo. Penetra in noi e questo procura forti sensazioni ed emozioni. 

Il tempo si ferma, non siamo più a Firenze nel 2019 ma nemmeno all’epoca di Leonardo. 

Siamo in uno spazio tempo in cui il corpo vibra, ascolta, gioisce. Ogni spettatore diventa, che lo voglia o no, parte integrante ed interagente con le immagini virtuali che avvolgono. Immagini che con la loro virtualità, la loro immaterialità, avvolgono e ti trapassano, appaiono inaspettate, frammentate, in movimento, in fusione, in particolarità. 

A noi la sintesi, a noi l’ascolto attivo del messaggio non detto di Leonardo: esplorare senza porsi confini, superare gli ostacoli materiali ed avere il coraggio, ancor prima della curiosità, di guardare oltre il visibile. 

Una esperienza che rimane ben oltre il tempo trascorso dentro la splendida chiesa sconsacrata, una esperienza che riaffiora anche involontariamente durante i gesti della quotidianità che poi ritorna.  

La mostra è stata organizzata nella chiesa sconsacrata del 1100 di Santo Stefano al Ponte in Piazza di Santo Stefano 5, proprio nel centro di Firenze (www.davinciexperience.it). 

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Che compleanno!

Il Museo del Rugby Fango e Sudore di Artena festeggia il suo decennale con una mostra unica al mondo: una esposizione della prima maglia degli All Blacks a giocare in Europa nel 1905.

Una maglia che è arrivata direttamente dal museo di Palmerston North (Nuova Zelanda) portata dal direttore del museo Stephen Berg che inaugura la mostra e che ha dovuto avere un permesso speciale dal governo neozelandese per poterla portare ad Artena in Europa.

La maglia ha un significato speciale ed è stata indossata nella prima Tournée degli All Blacks in Europa.

Era il 1905 e la nazionale neozelandese, che a quel tempo si chiamava ancora con il nome ‘The Originals’, aveva percorso 40 giorni su una nave per poter raggiungere l’Europa e giocare nell’emisfero settentrionale.

La partita di esordio era stata in Inghilterra con una selezione del Devon e dal momento della loro entrata in campo tutti restarono stupiti. Nelle loro divise nere decorate con una falce d’argento i giocatori iniziarono la tradizionale Haka con la quale lanciavano la sfida e si presentavano come un gruppo compatto, con un solo spirito.

Il risultato di quella partita fu di 55 a 4 per i neozelandesi e quel giorno il loro nome cambiò in All Blacks grazie ad un articolo di John Buttery, un giornalista del Daily Mail. Si dice che il titolo originale fosse All Backs, dedicato alle loro posizioni in campo, ma il tipografo che realizzava la stampa del giornale pensò che fosse un errore e che il giornalista intendesse fare un riferimento al colore della maglia.

Da quel momento in poi per tutto il mondo la squadra neozelandese è universalmente conosciuta come gli ‘All Blacks’.

La maglia che è arrivata al museo di Artena apparteneva a Jimmy Hunter, il giocatore più basso della squadra ma capace di realizzare 44 mete e con i suoi compagni di vincere 35 incontri su 36. Solo il Galles riuscì a vincere contro gli All Blacks.

Questa maglia era stata poi acquistata dal NZRM - New Zealand Rugby Museum degli All Blacks 15 anni fa per 5.000 dollari neozelandesi e da allora è diventata uno dei miti della nazione. Il museo stesso è il custode di quella che forse è la più antica tradizione neozelandese, quella per cui tutto il mondo conosce e apprezza questo paese lontano da tutti e da tutto.

Ma la storia dell’arrivo di questa speciale maglia degli All Blacks ad Artena parte da molto lontano quando qualche anno fa Corrado Mattoccia, il direttore del museo di Artena che oggi è riconosciuto ufficialmente dalla Federazione Italiana Rugby, si reca in Nuova Zelanda per seguire le partite e decide di andare a conoscere di persona il museo degli All Blacks.

Con un suo amico guidano per 14 ore per arrivare al museo e stabiliscono un contatto umano e inizia una collaborazione

Da vero collezionista, con oltre 1.800 maglie e 15.000 oggetti da tutto il mondo nel museo di Artena, in questi 10 anni Corrado è diventato uno dei massimi esperti mondiali di contraffazione. La collezione di Artena è diventata un punto di riferimento per sapere il tipo di tessuto, di filo, di impuntatura che si usavano per le maglie di ogni periodo e di ogni paese e Corrado viene chiamato per verificare i falsi.

La sua bravura è tale da essersi meritato una lettera di ringraziamento dagli All Blacks e questa mostra per i 10 anni del museo è il ringraziamento a quello che il museo sta facendo per questo sport.

La mostra della Maglia del 1905

In occasione della mostra sono state fatte alcune richieste al museo di Artena sul tipo di luci e di microclima che doveva avere la sala ma questo non è tutto.

La maglia viene esposta nella sala dedicata agli All Blacks e per ospitarla è stato chiamato l’architetto Roberto Felici che ha creato una vera installazione artistica.

La maglia è poggiata su un mondo stilizzato come una gabbia in acciaio inox sospesa nel cielo, mentre sul pavimento è stato poggiato un grande disco in acciaio Cor-ten, ossia coperto da una patina (ossidazione) che lo fa sembrare arrugginito.  

L’architetto ha voluto dare diverse chiavi di lettura alla sua opera: da una parte gli All Blacks come centro del mondo del rugby e la maglia posta al centro di questo mondo.

Questo mondo elegante che custodisce la storia è poi riflesso nel mondo comune sulla terra, dove ci siamo tutti noi. Dove ci sono le partite che si giocano ogni giorno in varie parti del mondo, il sudore dei bambini e dei grandi, le grida dei tifosi e le birre del terzo tempo.

Un’altra chiave di lettura è quella per cui il mondo sospeso nello spazio richiama anche la vicina industria aerospaziale italiana, l’Avio, che è uno dei fiori all’occhiello di questo territorio. Qui vengono costruite alcune parti dell’Arianne, il vettore Europeo che porta i satelliti nello spazio.

‘Mi sono divertito a creare qualcosa che creasse ponti fra i nostri paesi. Sono orgoglioso di essere stato chiamato e per me questo museo dentro palazzo Traietti nel centro storico di Artena rappresenta uno dei migliori esempi di rigenerazione urbana. Il centro storico di Artena è tornato a fiorire e a vivere’- ci dice Roberto Felici.

Ora non è più insolito sentire parlare lingue straniere e avere nuovi visitatori fra le vie del centro pedonale più grande d’Europa, magari a dorso di un asino con cui dal museo si possono prenotare visite al borgo antico.

Il museo del rugby di Artena

Ma come nasce questo museo e come arriva a riempire 600 metri quadri di un palazzo storico di Artena?

Tutto inizia 10 anni fa nel garage di Corrado Mattoccia: c’è sempre un ‘numero uno’ in ogni collezione. Corrado riporta una maglia di Mirco Bergamasco al figlio e decide di esporla per farla vedere ai suoi amici.

Amici particolarmente appassionati che a poco a poco si fanno coinvolgere dalla passione di Corrado e iniziano a seguirlo nelle sue ‘follie’. Sono loro a costruire le prime cornici e sono loro che iniziano a organizzare cene per sostenere il museo.

Si vedono ogni settimana e per anni si sono tassati per poter far crescere il loro sogno. Le cene del venerdi sono diventate un appuntamento per molti e lo stand del ‘terzo tempo’ del museo del rugby è praticamente presente in ogni manifestazione locale per raccogliere fondi del museo.

Una menzione particolare va al cuoco Ubaldo Mattozzi che è anche il falegname che ha realizzato quasi tutti gli arredi. Ormai è talmente bravo che è praticamente diventato uno chef mentre coinvolge la moglie nelle serate perché tra il suo lavoro e quello volontario per il museo non riuscirebbe a vederla. Ma a tavola servono tutti: da Corrado ai suoi figli e alla compagna Simona.

Senza questo impegno non sarebbero riusciti a passare da un garage al museo più grande al mondo dedicato al rugby.

Ed oggi circa mille persone al mese visitano il museo e qui sono venuti in visita giocatori delle nazionali della Nuova Zelanda, Argentina, Sud Africa, Inghilterra e Galles.

I maggiori quotidiani come Repubblica o riviste patinate come Glamour gli dedicano inserti mentre alla radio raccontano la storia di Corrado Mattoccia e del suo sogno.

Ma non finisce qui, e mentre sono al museo gli scrive il segretario del sindaco di Tokyo che gli ha già riservato uno stand a Toyota e uno a Tokyo in occasione dei prossimi mondiali di rugby del 2019.

Festeggiamo insieme a tutto il gruppo degli amici del museo, mandiamogli qualcosa per continuare a crescere e far arrivare sempre più turisti ad Artena e se avete una vecchia maglia di un giocatore di rugby potete spedirla.

Noi continueremo a partecipare alle cene del venerdì.

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L’orologio a sei ore di Canepina e la storia dell’ora italica o romana

L’orologio a sei ore di Canepina è sempre lì, da anni, da secoli! E nessuno più se ne accorge.

Da quando non funziona, nessuno più lo degna di uno sguardo, nessuno più lo nota! Qualcuno, pur passandogli sotto da anni, non sa neppure della sua esistenza! Eppure è lì, sopra la porta d’ingresso del Salone Del Quarto Stato, all’interno del Museo Delle Tradizioni Popolari di Canepina, un tempo, già dal 1600, Convento dei Carmelitani.

È un tondo in gesso, credo, incollato sulla parete come un rosone, al centro di esso un piccolo mascherone con le guance gonfie, la bocca semiaperta, da dove entravano, probabilmente, i collegamenti delle lancette con il meccanismo interno (lancette che non ho mai visto) e intorno dei numeri romani intervallati da segni di piccole croci.

Tutto ciò, non ha mai suscitato la curiosità di nessuno; i numeri poi, figuriamoci! Non c’è orologio al mondo in cui i numeri non esprimano le più strane fantasie!

Si è arrivati a mettere anche solo dei puntini al posto loro, tanta è l’abitudine di conoscere l’ora dalla sola posizione delle lancette. Così, anche se ogni tanto qualche sguardo lo sorvola, non ci si fa più caso, fa parte dell’arredo.

È capitato, però, che un amico, un giorno, mi ha portato lì sotto e indicandomi sopra la porta mi ha chiesto: “sai cos’è?”. Un orologio!” ho risposto io con la naturalezza di chi lo ha sempre saputo. “No! - dice lui- è la rosa dei venti!”. Rimango un po’ perplesso. L’amico tenta di convincermi, dicendo:

“io ero presente quando hanno fatto i lavori di ristrutturazione, quando hanno rifatto anche il tetto. Dietro la parete, incassata nel muro, c’era la cassetta con il meccanismo, tutto di legno, anche le ruote dentate erano di legno ed un tubo partiva dal meccanismo ed arrivava sopra al tetto, dove, - lui dice - ci doveva essere una banderuola che segnalava la direzione dei venti”.

Questo meccanismo ora dov’è?” gli chiedo io.

Dovevi vederlo, era tutto tarlato, come lo hanno toccato è andato tutto in frantumi!” – mi risponde. Poi, come per volermi meglio convincere, l’amico continua: “Hai visto i numeri nel tondo? Sono solo fino a sei!”

Accidenti, non me ne ero mai accorto! E se era un orologio i numeri, almeno, dovevano essere al posto loro! Invece, al posto del dodici c’è il sei e al posto del sei c’è il tre, ma allora?

Per un momento mi metto a pensare, poi afferro un’idea e dico all’amico: “Senti vorrei darti ragione, ma ciò che non mi convince sono proprio i numeri: se fosse veramente la rosa dei venti, per quel che so, dovrebbe avere un multiplo di quattro e dunque il sei non comparirebbe mai”.

Questa mia osservazione deve aver fatto breccia nelle sue convinzioni e per un po’ siamo rimasti senza parole, poi sono stato io a rompere gli indugi dicendo: “va bene, farò una ricerca, mi documenterò e ti farò sapere”.

Incomincio la ricerca sulla rosa dei venti, visto che per natura, per struttura mentale vorrei dire, cerco sempre prima la ragione dell’altro e poi la mia. Mi accorgo subito che non è quella la strada da seguire e allora, come fanno adesso tanti, chiusi fra le mura di casa (che si mettono a scrivere delle stupidaggini su un motore di ricerca del computer per vedere cosa succede) anch’io mi sono guardato intorno, perché nessuno mi vedesse, e ho scritto su Google, “orologio a sei ore”.

Perbacco! Devo avere azzeccato le parole giuste! Perché mi si sono aperte tante di quelle pagine, che non sapevo da quale incominciare. Alla fine tutto mi si è chiarito!

Si tratta effettivamente dell’orologio a sei ore, meglio conosciuto come orologio, ore italiche – ore romane: romane perché diffuso soprattutto a Roma e nell’ambito religioso del Lazio.

La sua funzione era quella di indicare, con il suono delle campane (ecco perché il tubo che portava al tetto) le antiche ore italiche, adottate soprattutto dalla Chiesa verso la fine del XIII secolo.

Nelle ore italiche (dal 1200 al 1800) la misurazione del tempo iniziava, anziché dalla mezzanotte come ora, dall’Ave Maria della sera alla fine del crepuscolo, cioè circa mezz’ora dopo il tramonto del sole.

Al tramonto di ogni giorno iniziava il conteggio e il compimento della ventiquattresima ora avveniva al tramonto del giorno successivo, secondo un’antica tradizione biblica. Con il tramonto finiva un giorno e ne iniziava un altro, la notte apparteneva interamente al giorno successivo.

L'unica lancetta presente nell'orologio a sei ore percorre quattro giri completi per coprire le 24 ore, dunque ogni numero cambia quattro volte la sua valenza. A tale proposito vi propongo un quiz: alle attuali 22 che ora era? io dico le quattro e Voi? e le 15 che ora era?

Il modo di dire "portare il cappello sulle ventitrè" trae origine proprio dalle ore italiche: di solito si mette il cappello con la visiera inclinata sulla fronte, al tramonto, per riparare gli occhi dai raggi del sole basso sull'orizzonte, quando appunto questo orologio segna le ventitrè.

Parallelamente alle ore italiche, nel resto d’Europa le ore equinoziali venivano suddivise, come ai nostri giorni, in due gruppi di 12, facendo partire il conteggio dalla mezzanotte. In Italia questo metodo prese il nome di ora oltremontana (o Francese, o Tedesca), cioè delle genti che abitano aldilà dei monti (le Alpi).

Alla fine del 1700, nei territori italiani occupati da Napoleone Bonaparte, venne imposto l’uso dell’Ora Francese.

Lo Stato Pontificio, una volta allontanati i francesi, tentò di ripristinare l’antica misurazione del tempo, secondo le ore italiche, ma fu costretto a rinunciarvi, adottando a sua volta quello che era ormai divenuto un metodo di conteggio universale. In alcuni casi, si conservò il quadrante alla romana generando ulteriore confusione nella popolazione.

Tra i più famosi, l’orologio della torre in Piazza S. Marco a Venezia.

Dunque, si è scoperto così di avere testimonianza a Canepina dell’antico orologio a sei ore, (ore italiche o romane).

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“Museikè”, il museo degli strumenti musicali di Artena

L’edificio dell'ex Granaio Borghese di Artena si arricchisce di un nuovo museo degli strumenti e un luogo dedicato alla cultura musicale: Museikè.
Artena ha una grande tradizione musicale fatta di poeti (Un tesoro di poesia ad Artena) mentre la vicina Giulianello ha una delle tradizioni più particolari da conoscere: il Canto delle Donne di Giulianello.
Il giorno del Venerdì Santo un gruppo di donne sfila con la processione per le vie del paese intonando dei canti che sono stati tramandati loro da generazioni e che probabilmente risalgono intorno all’anno 1000. A testimonianza del valore musicale, culturale ed emozionale di questo canto, una sua registrazione è conservata al Centre Pompidou di Parigi.
Museikè ospita un museo di strumenti musicali della tradizione popolare, con particolare riferimento alla Campagna Romana, che provengono da collezioni private e comprendono tutte le categorie organologiche, ossia sono rappresentate tutte le tipologie di strumenti musicali come strumenti a corda, a fiato, a percussione (aerofoni, cordofononi, membranofoni e idiofoni). L’organologia è la scienza che studia gli strumenti musicali.
Gli strumenti sono disposti in un percorso espositivo che parte dal “Lazio Arcaico” dove sono esposte ricostruzioni filologiche di strumenti musicali in uso nel Lazio antico.
La seconda sezione si chiama “La Campagna Romana” dove sono esposti strumenti tradizionali in uso nelle comunità pastorali, agricole e artigiane del territorio. Tra gli altri si notano gli strumenti appartenuti a ‘Federicuccio’ Talone e a suo figlio Pasquale, famosi musicisti di Artena.
In questa area si trovano alcuni strumenti dell’area della Valle dell’Aniene, donati da Ettore De Carolis importante musicista e studioso di tradizioni del Lazio, e strumenti da banda. Fra questi ci sono alcuni esemplari provenienti dalla banda di Giulianello diretta dal Maestro Salvatore Marchetti che risalgono al primo dopo guerra e spartiti originali della Banda di Artena dei primi anni del Novecento.
Completa questa parte di esposizione un settore dedicato al canto in ottava rima improvvisato. Nell’area di Artena si possono ancora ascoltare queste antiche forme di poesia e artisti che si sfidano in competizioni basate sulla contrapposizione dei ruoli e sulla rima dei versi.
Il museo si allarga poi agli altri territori nella sezione “Verso sud” dedicata alla musica e ai riti dell’Italia meridionale, nella sezione “Tra oriente e occidente” dove sono esposti una serie di strumenti musicali in uso nel periodo rinascimentale e barocco.
L’esperienza di visita si chiude con “La musica in viaggio”, l’area è dedicata alle migrazioni con una esposizione di strumenti provenienti da diverse parti del mondo. Un’area caratterizzata da contaminazioni e prestiti, una riflessione sul ruolo della musica come uno dei principali canali di integrazione tra le diverse culture.
Museikè è quindi un centro culturale multidisciplinare dove simboli, ritualità e mito nella musica sono conservati sia come tutela che per trasmettere il patrimonio musicale tradizionale di questa area a confine fra Roma e la Ciociaria.
Non solo un luogo di suggestioni legato al passato ma un posto per far incontrare e socializzare tutti gli appassionati di musica e poesia che vogliono condividere le loro esperienze con gli altri.
Il museo è dedicato al ricordo del musico artenese Pasquale Talone e dello studioso Raffaele Marchetti, profondo conoscitore delle tradizioni popolari locali, compagno di tante iniziative per la tutela e la diffusione del canto popolare.
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La storia attraverso chiavi, lucchetti e serrature nell'antichità

Una visita al Museo Archeologico di Albano Laziale rivela molte piccole sorprese ad uno sguardo attento a particolari insoliti come quello delle antiche chiavi, lucchetti e serrature nell’antichità.

Nell'antica Roma non esistevano le banche e il denaro, in oro e argento, era abitualmente conservato in casa in vere e proprie casseforti. Si trattava di casse estremamente robuste e capienti, che potevano contenere sia monete che oggetti preziosi. 

Abitualmente le casse erano sistemate negli atri, in piena vista, in modo da rimandare all'opulenza economica del proprietario della domus.

L'inviolabilità di queste antesignane delle moderne casseforti era assicurata da una o più complesse serrature con tanto di chiavi, dalle quali il proprietario raramente si separava per affidarle, nel caso, ad un ‘portiarius’, incaricato di trasportarle al seguito del suo padrone.

Per agevolare il trasporto, le chiavi vennero realizzate, con il tempo, in bronzo e sagomate in maniera elaborata e dette sigilli, perché utilizzate anche come timbro a caldo sulla cera. Erano simili ad un anello, con una piccola sporgenza sagomata e un'incisione che fungeva da sigillo e che serviva ad autenticare i documenti importanti.

Nelle famiglie più importanti e più ricche, al momento delle nozze il marito invitava la sposa a condividere sia le chiavi che il sigillo. Questo gesto rappresentava un simbolo della fiducia che lo sposo riponeva nelle capacità amministrative della consorte.

I congegni di bloccaggio, in realtà, nacquero in Mesopotamia nel II millennio a.C., come testimoniano i ritrovamenti in tal senso nel tempio di Sargon a Khorsabad. Nello stesso periodo la medesima serratura comparve in Egitto e da qui si diffusero in tutto il Mediterraneo.

Questa serratura era composta di due parti, una fissata alla mostra e l'altra alla porta. Quando quest'ultima si serrava, le due parti si incastravano tra loro ed i perni verticali impedivano la riapertura. Lo sblocco si otteneva infilando in una fessura della serratura una leva munita di perni fissi con la stessa disposizione dei calanti.

Questa serratura fu perfezionata, un millennio dopo, in Grecia. Si realizzò un dispositivo interamente in metallo con un catenaccio mobile che recava numerosi fori al centro che seguivano una precisa geometria. Al di sopra del catenaccio erano allineati perni cadenti disposti con la medesima geometria.

Quando il catenaccio, spostandosi, faceva coincidere i primi con i secondi, questi scendevano nei suoi fori bloccandolo. Per aprire la serratura si faceva uso di una chiave simile ad un pettine, con i perni verso l'alto, uguali ai precedenti per numero e geometria.

La serratura romana, invece, cominciò a diffondersi qualche secolo prima della nostra era e la chiave che la apriva e chiudeva era simile a quella delle vecchie dimore. Come questa, funzionava per rotazione grazie a una molla antagonista di acciaio di elevata elasticità.

Questa serratura era realizzata da un vero e proprio specialista: il ‘magister clavarius’. 

Forse fu proprio quest'ultimo ad inventare la molla che definì la chiave a doppia spinta e che svincolò le serrature dal montaggio verticale facendo in modo che potessero adattarsi anche ai forzieri ed alle casseforti, vere e proprie antesignane dei nostri lucchetti.

La serratura romana di età imperiale per antonomasia è quella detta con chiave a traslazione, con toppa a forma di lettera "gamma". Di questa serratura sono stati rinvenuti numerosi esemplari sia a Pompei che ad Ercolano.

Ma i Romani, che viaggiavano spesso, utilizzavano anche un gran numero di minuscole serrature portatili, note come lucchetti, la cui produzione giunse fino ai nostri giorni. Anche il lucchetto era azionato - come oggi - da una chiave con il concorso di una molla.

Le chiavi in bronzo erano estremamente belle. Per la fusione veniva utilizzato bronzo nella percentuale di 85 per cento di rame e 15 per cento di stagno. La tecnologia impiegata era quella della fusione a cera persa.

Le impugnature erano solitamente di forma geometrica, zoomorfa o a volute. I pettini erano spesso più elaborati rispetto a quelli delle chiavi in ferro ed erano composti da molti denti con l'aggiunta, spesso, di una o due complicazioni laterali.

C'è da aggiungere che le stanze interne delle case romane non avevano porte. Vi era una robusta porta di ferro che proteggeva la cassaforte, ma null'altro.

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Atina e Parigi legate da una storia particolare: il Museo Académie Vitti

Ad Atina, in provincia di Frosinone, il piccolo Museo Academie Vitti ripercorre la storia di tre innovative sorelle ciociare che aprirono a Parigi la prima scuola di disegno e pittura dedicata alle donne.
La storia inizia con la prima emigrazione in Francia alla fine dell’Ottocento quando le modelle e i modelli ciociari erano molto richiesti da pittori, fotografi e scultori. Era il periodo del Grand Tour e questi modelli con le loro vesti ciociare erano di moda tanto che molti dei ritratti di famosi pittori nei più importanti musei del mondo sono stati ispirati da modelli Ciociari.
Cesare Vitti di Casalvieri era uno di questi modelli assieme a sua moglie Maria Caira che fece arrivare a Parigi anche le altre due sorelle Giacinta ed Anna da Gallinaro. Tutti venivano dalla Val di Comino che dopo l’unità d’Italia si era ritrovata in condizioni non proprio favorevoli.
Nonostante questi modelli si esibissero nudi per i più famosi artisti, vi era una limitazione: le donne pittrici non potevano ritrarre nudi di uomini.
Le sorelle ebbero allora una intuizione che diventò una realtà grazie alla loro caparbietà e coraggio: aprire una scuola per donne in cui le artiste potevano avere a disposizione modelli e tutto quello che occorreva per poter esercitare la loro creatività.
La scuola si trova a Montparnasse nel cuore del quartiere artistico ed è stata aperta fino al 1914 quando, all’arrivo della prima guerra mondiale, le sorelle decidono di tornare in Valle di Comino e si stabiliscono ad Atina.
Poco dopo il suo inizio, la scuola ammise anche artisti maschi e nei suoi 25 anni di attività ha visto passare molti artisti tra cui il padre di Sylvia Beach, prima editrice dell’Ulysse di Joyce e animatrice della Belle Epoque a Parigi negli anni venti. Sylvia ha posato come modella nella scuola anche per Cesare Vitti, che era anche un bravo scultore.
L’Academie Vitti divenne così importante e un punto di riferimento per gli artisti che ha avuto fra i suoi insegnanti grandi nomi come Paul Gaugain e Jacques-Émile Blanche, il ritrattista di Proust.
Quando le sorelle si trasferirono ad Atina riportarono tutti i loro beni, opere d’arte e schizzi, mobili e oggetti di uso comune. Negli anni molte cose sono andate disperse ma uno dei loro eredi ha raccolto tutto quello che ha trovato ed ha allestito una suggestiva casa-museo, Museo Académie Vitti, nell’edificio dove viveva la famiglia.
Entrando si è catapultati in un mondo del passato con le parate ricoperte di grandi schizzi di ritratti di nudi eseguiti dagli allievi della scuola in cui a volte si possono notare ancora le correzioni dei maestri.

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MACA Fine Arts Academy linked to Frosinone
MACA Fine Arts Academy linked to FrosinoneMACA Fine Arts Academy linked to Frosinone

Il MACA: un Museo di Arte Contemporanea all’interno di una Accademia di Belle Arti di Frosinone!

Il primo esempio di integrazione fra musei e istituti ed ora tutte le accademie d’Italia seguono questo esempio aprendo musei e integrandosi sempre di più con il luogo dove si trovano. L’accademia diventa un luogo pulsante per gli studenti e i cittadini, un centro culturale.

Ma come nasce questa idea semplice e rivoluzionaria al tempo stesso?

Tre anni fa l’accademia si sposta in una nuova sede, un enorme edificio scolastico risorgimentale che domina una intera collina di Frosinone. Palazzo Tiravanti è imponente e luminoso e gli spazi regolari fanno venire voglia di interrompere la regolarità con idee creative.

Così la fantasia può liberarsi e su due dei lunghissimi corridoi è stato allestita una galleria d’arte con quasi 80 opere. Le opere interrompono la regolarità con forme e colori provocatori. Sono state tutte donate da artisti che hanno collaborato o avuto relazioni con l’Accademia nei suoi oltre 43 anni di attività.

Sarà la luce della valle che si riflette nelle pareti bianche dell’istituto, sarà la posizione storica o forse solo lo spirito vero dell’arte, ma da quando si sono trasferiti in questo palazzo, l’accademia è come se si fosse integrata (o forse ‘fidanzata’) con la città.

La simbiosi culturale è iniziata con dei sottopassaggi alla stazione ferroviaria, dove sono stati realizzati dei giochi di luce con una installazione di pannelli chiamata ‘Buio a colori’, ed è continuata in superficie. Dopo la costruzione del nuovo stadio di calcio, sono gli studenti dell’accademia ad aver vinto il progetto della realizzazione del nuovo Parco urbano del Matusa.

Nel frattempo, gli ‘Appuntamenti del Giovedì’ con personaggi e artisti sono aperti ai cittadini che accorrono sempre più numerosi a sentire le storie o le lezioni sull’arte contemporanea.

La vera ‘cerimonia di fidanzamento’ con la città di Frosinone è avvenuta lo scorso giugno con l’evento dell’Open Day, che si ripeterà ogni anno trasformandolo in un Festival delle Accademie.

Il palazzo è stato lo scenario di una sfilata di moda, mostre e concerti. In serata, poi, la facciata si è trasformata in un grande schermo per una installazione di Mapping, l’arte di giocare con le luci creando suggestioni e immagini accompagnate da suoni.

Una gigantesca installazione che ha lasciato a bocca aperta per la qualità tecnica dell’esecuzione e l’intensità emozionale dell’opera.

Con questo Open Day l’accademia è entrata a pieno titolo nella vita della città, e non solo degli studenti, rendendo Frosinone sempre più viva e presente. Una città molto amata dai suoi cittadini che partecipano con entusiasmo ad ogni iniziativa culturale.

E questo è anche un segno di apertura ad un intero territorio dove l’arte ha avuto un ruolo fondamentale nel passato e può giocare ancora molto per attrarre turismo, soprattutto giovanile.

L’esperienza di soggiorni dove l’arte antica è una cornice per la creatività attuale ha un fascino particolare e l’accademia di Frosinone già ha collaborazioni attive con molte altre accademie nel mondo.

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Trivigliano- Stemma by Bettiol
Trivigliano- Stemma by Bettiol

In un momento in cui il cibo biologico prodotto secondo metodi tradizionali, che spesso erano naturalmente biodinamici, è molto ricercato, sappiamo come produrlo?

Il Museo della Civiltà contadina di Trivigliano è uno dei posti in cui si possono vedere gli attrezzi del passato e imparare gli antichi metodi di coltivazione del terreno e preparazione dei cibi.

Allestito in un signorile palazzo proprio all’ingresso del centro storico di Trivigliano con affaccio sulla piazza del Belvedere, il percorso del museo è studiato per colpire il cuore del visitatore.

Accanto agli attrezzi, infatti, sono esposti ritratti di famosi scrittori che hanno raccontato della storia della vita nei campi. Poeti e scrittori che nelle loro opere hanno sottolineato il legame profondo tra l’uomo e la terra, tra i cicli vitali dell’uomo e quelli della natura.

Gli attrezzi sono raccolti in funzione delle diverse stagioni e delle diverse lavorazioni: dall’aratura e la semina fino alla raccolta. Infine una parte è dedicata alla conservazione e lavorazione dei prodotti: produzione di farine, olio, marmellate e produzione di pane e biscotti secchi.

Gli attrezzi e gli utensili per cucinare, sia per il consumo immediato che per la loro conserva, sono mostrati in un allestimento di una cucina e alcuni nomi riportano alla mente le storie dei nostri nonni.

Conservare i prodotti dell’orto e dei frutteti significava avere cibo durante l’inverno che a Trivigliano poteva essere lungo, come nella nevicata del 2012 quando con 2 metri di neve la popolazione è stata irraggiungibile per 4 giorni.

Eppure nel passato si rispettavano i cicli della natura e le rotazioni delle produzioni, si sapeva quali erano le piante che combattevano i funghi e, ad esempio, proteggevano i frutteti ed i vigneti dagli attacchi dei parassiti.

Riavvicinarsi alla natura con rispetto e con cognizione, con amore e con professionalità, è una delle nuove professioni che qualifica l’offerta Italiana per il nuovo turismo esperenziale. Dall’altra parte la varietà delle specie ortofrutticole e vegetali che ha l’Italia grazie al suo microclima e la riscoperta da parte di agronomi e di nuovi contadini ha resto il cibo made in Italy famoso nel mondo.

Un piccolo museo come quello di Trivigliano che associa letteratura e attrezzi agricoli del passato è perfetto per far crescere le nuove generazioni di ragazzi con l’amore per la coltivazione dei campi in modo nuovo e rispettoso dell’ambiente.

Per informazioni rivolgersi alla amministrazione comunale o alla Pro Loco.
 

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