L’alleanza fra l’albero della vita e l’albero d’ulivo

Si narra che l’albero d’ulivo e l’albero della vita vivessero alimentati dalla stessa energia e forza, ma che per essere immortali nei loro valori avrebbero dovuto incontrarsi ed unirsi in un legame di pace e fratellanza.

L’albero d’ulivo porta con sé una lunga storia che lo inserisce in un contesto di valori quali la pace e la fede, la vittoria e l’onore.

L’olivo veniva infatti dato come omaggio nell’antica Grecia ai vincitori delle Olimpiadi, assieme ad un’ampolla d’olio. Nell’antica Roma era intrecciato sulle teste dei cittadini più degni di riconoscimento, e si narra che gli stessi Romolo e Remo nacquero sotto un albero d’ulivo.

L’albero era parte di tradizioni e valori particolari che venivano tenute nascoste. In Italia veniva usato ma non capito.

Venne il giorno in cui si mostrò uno spirito benefico e veggente che predisse all’albero la sua decadenza e morte, e con questa tutti gli insegnamenti e i valori portati agli umani.

Vi era tuttavia un unico modo per impedirlo, quello di incontrare la notte seguente l’albero della vita, anch’esso costretto allo stesso terribile fato, perché non accolto dagli uomini mossi all’odio per il prossimo e all’egoismo.

L’albero della vita ha anch’esso una lunga storia. È definito infatti come l’albero che dà la vita e le sue componenti, le radici, il tronco, le foglie e i frutti, rappresentano un aspetto diverso della stessa. Nella mitologia cinese è presente un albero della vita che produce frutti preziosi in grado di donare l’immortalità.

Dalla Cina perciò partì l’albero della vita per incontrare quella notte stessa l’albero d’ulivo, esattamente all’entrata della Porta Palermo, una delle 5 porte di Sciacca che rappresenta l'ingresso della città storica per chi arrivava da Palermo.

Al loro incontro si saldò un patto di alleanza, un patto basato sull’accoglienza e sullo scambio reciproco di bellezza e virtù.

L’albero della vita offrì i suoi frutti dell’immortalità alla popolazione di Sciacca, ma fu l’albero d’ulivo che li custodì, perché l’immortalità doveva appartenere ai valori quali la pace, l’altruismo, l’accoglienza e l’elevazione di ogni cultura come fosse la propria. La cultura perché porta arricchimento e autopromozione.

La maledizione fu sventata, e vinse l’unione fra due culture, unite dagli stessi ideali di bellezza e tradizione.

La storia è stata rappresentata con un’opera emozionale dall’artista Giuseppe Ciaccio.

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Il teatro popolare della Zeza di Bellizzi

La ‘Zeza di Bellizzi’ è una forma di teatro popolare di piazza di origini antichissime e prende il nome da uno dei personaggi, Zeza, e dal borgo di Berlizzi, una frazione di Avellino.

La rappresentazione è incentrata su balli e canti popolari che avvengono lungo le strade della città ed ha origini napoletane ma ha avuto il suo vero splendore in Irpinia.

Le prime rappresentazioni risalgono al ‘600 proprio a Bellizzi che era una splendida residenza estiva di caccia dei Caracciolo, i regnanti di Avellino, tanto da essere chiamata il ‘Casato delle Bellezze.

La manifestazione aveva lo scopo di allietare il soggiorno dei nobili che, avendo gradito la prima manifestazione popolare, favorirono la loro replica e quindi la nascita di una vera tradizione locale. Potrebbe essere considerata una antenata della ‘sceneggiata napoletana’.

I personaggi della commedia sono Zeza (Lucrezia) e Pulcinella, entrambi interpretati da attori maschi perché al tempo era proibito alle donne partecipare alle rappresentazioni sia in teatro che per strada.

La storia è sempre la stessa e racconta di Pulcinella, della moglie Zeza e della loro figlia Porzia che intraprende una “love story” con lo studente di medicina “Don Zenobio”.

Pulcinella mal sopporta l’indipendenza della figlia e vuole ‘tutelare il suo onore’. Invece Zeza, la madre della ragazza, supporta la figlia ma tra Pulcinella e Don Zenobio scoppia una lite. Pulcinella viene prima ferito e poi curato dal medico in cambio della mano di Porzia.

A questo punto grande pace e canti e balli di allegria.

La rappresentazione veniva imparata dai contadini e poi ripetuta per il divertimento del popolo che nel tempo la ha fatta sua. Si sono così conservati fedelmente costumi e le scene che sono diventati un patrimonio e una tradizione locale mentre il linguaggio, inizialmente piuttosto colorito, è stato stemperato negli anni.

La ‘Zeza di Bellizzi’ ha ricevuto numerosi riconoscimenti dalla critica ed è stata rappresentata in vari teatri italiani, tra cui il Mercadante di Napoli, al Carnevale di Venezia, di Pisa ecc.,

Il testo è stato però scritto solo qualche decennio fa dal maestro Roberto De Simone, che lo inserì nella famosa “Gatta Cenerentola” vincendo il Festival dei Due Mondi di Spoleto.

La Zeza di Bellizzi è annoverata nei Beni Immateriali della Regione Campania.

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L’incantevole Root Art del maestro Bishwomver Lamichhane dal Nepal

L'arte è un linguaggio mondiale ed esprime i nostri sentimenti in un modo bello e attraente. Deve avere emozioni e dovrebbe essere vicino alla verità dell'umanità. Quindi, l'arte senza bellezza è senza peso, emozione e creazione.

Tra le arti concettuali, ce ne è una rara pratica che si chiama Root Art o Arte dalle Radici.

In un remoto distretto in Nepal chiamato Sindhuli, c'è il villaggio di Dhakalgaun e qui si trova un raro museo di Root Art che delizia i turisti locali.

Le opere d'arte sono state realizzate dal signor Bishwomver Lamichhane, un uomo di 58 anni, e sono esposte nella sua casa che raccoglie quasi 3 decenni di lavori, cioè da quando ha iniziato a realizzarle.

Cos'è la Root Art? Perché si chiama Root Art? Come è cominciato il tutto?

Anche se è una nuova forma d’arte a, è un tipo di arte che esisteva da secoli. Ma è sempre stata effettivamente ‘sotterranea’, sia metaforicamente che letteralmente.

Le radici sono le parti degli alberi che giacciono sotto terra invisibili agli esseri umani.

Puoi trovarle quando abbatti un albero - che è contro natura in ogni modo - o quando ti addentri nei boschi o nei fiumi o nelle aree franose alla ricerca di alberi morti con radici non ancora decomposte.

Bishwomver Lamichhane lo fa da anni ormai. Va fuori cercando di trovare radici e viene aiutato dalla famiglia e dagli amici. Quindi cerca di vedere cosa la singola radice può simboleggiare e la porta a casa.

L'artista è un avvocato di professione ma la sua passione è trovare le radici morte e dare loro un significato in armonia con ciò che ha visto. Dice che la bellezza dei nodi delle radici che erano rimasti inutili - o probabilmente aspettavano di essere trovati - lo aveva attratto.

In queste radici ha visto un mezzo per esprimere i suoi sentimenti e desideri ed è così che tutto è iniziato. Senza alcuna conoscenza e studio preliminare di arte delle radici, è come un miracolo del Signore Buddha che illumina la vita senza un guru.

La sua prima arte si chiamava corna e assomigliava alla testa di un cervo, la seconda era una montagna bianca con l'interno nero che significava l'effetto del riscaldamento globale sulla bellissima natura.

Dopo poche altre opere d'arte, è stato spinto dalla sua famiglia e dai suoi amici ad approfondire e voleva sapere di più sulla storia dell’origine di questa arte.

In quel luogo remoto senza Internet e pochissimi libri, tutto ciò che riuscì a trovare era che l'arte delle radici era una pratica antica in paesi come la Germania e la Cina per secoli.

Le radici sono state utilizzate anche come mobili e alcune come arte, ma non è riuscito a trovare alcun museo che raccogliesse tali opere d'arte. Non ci sono artisti famosi conosciuti e questo gli ha dato più motivazioni come se fosse l'unico che avesse iniziato a creare arte fatta solo dalle radici.

Le radici sono semplicemente intagliate, per lo più viene dato loro solo il tocco finale.

Possiamo vedere forme di vita sociale nelle sue forme d’arte, è stato un modo per riflettere gli svantaggi e gli ostacoli che si soffrono nell'arte, nella cultura, nella politica così come la bellezza dell'amore e della bontà religiosa.

In questo tipo di arte, la forma spirituale della materia viene mostrata al posto di disegnare la forma fisica visiva della materia secondo la nostra esperienza.

Ciò che rende uniche le opere di Root Art è che un artista del legno o un pittore può duplicare le sue arti quanto vuole, ma ogni pezzo di Root Art ha una forma particolare proprio come l'impronta del pollice che non può essere abbinata a un'altra.

Il museo è un museo semplice in quanto l'artista ha sistemato due stanze della sua residenza per esporre la sua arte ed è gratuito per gli amanti dell'arte in qualsiasi momento della giornata.

Le sue opere d'arte non sono in vendita perché crede che un'eredità che vuole lasciarsi alle spalle è che ha contribuito in qualche modo a promuovere l'Arte delle Radici nel mondo.

Se dovesse vendere la sua arte, quei pezzi potrebbero dargli dei bei soldi ma finiranno per essere l'arredamento di una stanza. In futuro, se qualcuno vuole studiare quel pezzo di Root Art, sarà impossibile.

L'appello dell'artista è per una donazione per creare un vero museo per queste oltre 300 opere che le persone possono venire a visitare. Un museo che promuova la Root Art e il turismo. E per questo credo che un'arte così rara debba essere promossa inizialmente e possibilmente aiutata dagli appassionati d'arte.

La sua root art può essere vista anche su Instagram su ID: Rootartgallery

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Daniele Paris, musicista e fondatore del Conservatorio di Frosinone

Curiosando in internet tra i siti dei comuni o su wikipedia si trovano sempre parti dedicate ai personaggi illustri di certi luoghi. E a Torre Cajetani? A parte Fra Marcello da Torre, una delle figure di spicco della musica nella seconda metà del ‘900 è Daniele Paris.

Per avere maggiori notizie sulle sue radici, ho chiesto informazioni a suo cugino Luciano Scarsella, che lo ricorda in questo modo:

I suoi genitori erano tutti di Torre Cajetani, tranne nonna Santina che era di Filettino dove mastro Cesare la conobbe, la sposò e la portò “in cima” alla Torre (Torre Cajetani) a cavallo di mulo.

Daniele era nato nel 1921 da famiglia molto umile e da subito tutti hanno capito che era portato per la musica, il padre Nazareno per farlo studiare fece fare a tutta la famiglia sacrifici inauditi. All’inizio fu seguito dall’organista Germani e poi da tanti altri maestri fino a diventare una figura fondamentale e rilevante per la nuova musica italiana e internazionale.

I sacrifici dei genitori sono stati ripagati però dalla buona riuscita e dalla prestigiosa carriera artistica musicale che ha portato Daniele ad essere tra i fondatori del prestigioso Conservatorio Licinio Refice di Frosinone nel 1972 ed a dirigerlo dal 1974 al 1989.

Daniele è stato un eccellente pianista, se la batteva con Arturo Benedetti Michelangeli, ma preferì la composizione e la Direzione d’Orchestra. Aveva un carattere molto schivo e qualche volta artisticamente ‘furastico’.

Durante le Settimane Internazionali di Nuova Musica, una importante kermesse internazionale dedicata alla musica sperimentale che si tenne a Palermo dal 1960 al 1968, sotto la sua direzione si esibirono per la prima volta vari compositori che poi divennero figure di spicco per la musica della seconda metà del ‘900.

Stiamo parlando di artisti come Guaccero, Bussotti, Cage e Stockhausen.

Inoltre fu uno dei soci fondatori dell’associazione Nuova Consonanza e fu uno dei promotori della nascita della scuola di musica di Frosinone, l’attuale conservatorio. Non a caso l’auditorium del Conservatorio è intitolato proprio a lui.

È stato anche autore-compositore di colonne sonore per film come Al di là del bene e del male, di Liliana Cavani, di documentari e di sceneggiati televisivi come la Vita di Dante con Giorgio Albertazzi.

Molti sono gli aneddoti legati alla sua persona. Luciano me ne ha raccontati alcuni:

“Ti racconto un aneddoto: eravamo negli anni ’60 e una sera di estate rientravo 


D’un tratto sulla corsia d’emergenza ho visto un uomo che camminava solo e spedito e mi sono domandato che cosa facesse quel matto, viaggia di notte a piedi sull’autostrada
a Roma da Torre Cajetani con la mia famiglia sulla mia 600 intorno alla mezzanotte per viaggiare con il fresco. Sulla autostrada incontrammo un traffico bestiale e all’altezza di Monteporzio Catone si marciava a passo d’uomo.

Osservandolo meglio ho visto che era Daniele.

L’ho chiamato per dirgli cosa gli fosse successo e se avesse bisogno d’aiuto e lui, tutto incazzato, mi ha detto che aveva lasciato la macchina alla moglie, era sceso e preferiva continuare a piedi!”

Daniele era molto sensibile ed attaccato alle proprie origini, alla propria terra, alla propria gente e paesani.

Per questo il 13 agosto del 1987 organizzò una estate torrigiana, un prestigioso concerto di musica classica all’interno del Castello Teofilatto in onore di Torre e della Cittadinanza.

Tutti ammirati e silenziosi i nostri paesani hanno goduto questo fantastico evento, l’unico concesso dal Maestro Paris:

“Mi ricordo che in quella magica irripetibile serata, dopo gli infiniti e convinti applausi, ho notato molti occhi lucidi. Fu un piccolo miracolo”.

Leggendo queste poche righe ci si catapulta in un mondo che non esiste quasi più, fatto di grandi sacrifici per far realizzare i propri sogni o quelli dei propri familiari. Era un mondo più difficile in cui vivere ma dove i sogni guidavano le scelte delle persone.

Con questo vogliamo rendere omaggio a lui ma anche alla sua famiglia che con grandi rinunce ha regalato al mondo musicale una figura di grande spicco che è sempre rimasta legata al nostro paese.

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Montevago, un profumo di futuro dal Belice grazie a murales artistici

Sabato 6 gennaio 1968, ultimo giorno di vacanze natalizie.

Anche quell'anno festeggiai con la mia famiglia la Santa Epifania a Montevago. La messa al Santuario della Madonna delle Grazie, la visita ai frati, la sosta per ammirare il magnifico presepe e, per ultimo, un caldo thè a casa di amici. Amavo ed ho sempre amato quella chiesa, luogo ricco d'arte e di misticismo.

Quel giorno, durante la santa funzione, ero molto distratta e ammiravo insistentemente l'interno della chiesa, come a volere fissare nella mente a perenne memoria tutto ciò che i miei occhi vedevano.

Quella fu l'ultima messa, l'ultima visita al Santuario.

Tornai a Montevago il 3 febbraio 1968. Non più profumo di zagara. Non più i verdi e lunghi asparagi. Non più la zà Rusalia (zia Rosalia) con le uova fresche delle sue galline. Non più lu zù Caloiru (zio Calogero) con i buoni salamini e la sasizza (salsiccia) ricavata dalla macellazione dei suoi maiali.

 

Dopo il terremoto non c'era più nulla, solo pietre e fango. Intorno solo il vuoto e, tanto, tanto gelo. A stento, le mie gambe giravano tra pietre e neve, mentre con lo sguardo cercavo gente e case che non c'erano più.

Sono tornata dopo molti anni. Ho rivisto sotto un velo di lacrime, un paese nuovo e sconosciuto.

All'estrema periferia, accanto alle nuove case, vi erano alcune abitazioni molto malmesse: il vecchio centro storico. Piccole casette fatiscenti, che per mezzo secolo hanno sfidato il tempo, le intemperie ed il caldo cocente.

Prima del ‘68, quei muri sono stati i muti guardiani di una comunità felice, ma, in quella gelida notte del 15 gennaio, un boato li trasformò in fantasmi dolenti.

Sono tornata il 24 gennaio del 2021. È sempre una gioia rivedere un posto che ricorda l'infanzia. Pioviggina, non c'è gente per le strade e un silenzio nebbioso mi avvolge. Istintivamente mi dirigo verso il vecchio centro, lì, come sempre, sento il passato. Passo dopo passo raggiungo i luoghi a me cari.

Ad un tratto mi accorgo che la vecchia strada è stata ripulita, ora è sgombra da pietre e calcinacci. I marciapiedi sono pulitissimi. Le aiuole sono riquadrate e piantumate con delle palme. Piazza Belvedere, Corso Umberto I, uno sguardo alla valle e la certezza di essere in un luogo speciale, dove il passato incontra il presente ed insieme vanno verso il futuro.

I ricordi in pochi attimi si allontanano per dare posto alla realtà del momento. Un emozionante passeggiata visiva che ridesta speranza e sogni. Le ombre della sera calano lentamente, ma ad un tratto la luce dei lampioni illumina tutto intorno.

Quei lampioni rimasti spenti per 53 lunghi anni, ora illuminano un percorso d'arte, di storia, di affetti, di tradizioni, di sapori, di profumi e di cultura popolare.

Mi accosto alle casette e mi accolgono volti sorridenti ed espressioni nostalgiche, gesti d'affetto e momenti di vita quotidiana, sono dei bellissimi Murales che narrano di un tranquillo comune del Belice, sconosciuto fino alla tragica notte del 1968.

I montevaghesi con grande forza di volontà hanno ricostruito il loro paese, hanno ripreso in mano la loro vita e mantenuto la propria identità. Lungo i muri esterni altre opere si fanno notare per la forza dirompente dei colori e delle figure. Provo un'immensa gioia nel guardare quel luogo tornato a nuova vita.

Lì, ove la furia della natura ha distrutto, ora le abili mani, la sensibile intelligenza e la capacità di giovani ispirati ha ridato nuova vita. Un museo all'aperto, dedicato al passato, a chi non c'è più, ma, anche alle giovani e future generazioni.

Lascio il museo con un grande senso di serenità, direi di gioia, perché ogni opera che si realizza è un piccolo tassello di cultura e di storia. Sento in cuor mio che la realizzazione di questo museo all'aperto è l'inizio di un più grande progetto del quale non faranno parte solo gli artisti del Belice, ma anche gli artisti del mondo.

Ogni artista che verrà darà nuova linfa e andrà via rigenerato dalla bellezza e serenità dei luoghi, idonei ad ospitare varie forme d'arte contemporanea.

Montevago è il luogo naturale dove realizzare qualsiasi iniziativa culturale. I prodotti del territorio sono di eccellente qualità e si prestano a dare vita a tanti percorsi enogastronomici.

Il turista visitando Montevago godrà delle tante sfaccettature di un luogo dove si incontrano natura, arte, cultura, buon cibo e tanta voglia di fare.

La realizzazione di questi Percorsi Visivi ha degli artefici e mi sembra doveroso ringraziare: Francesco Mauceri, l'associazione culturale “La smania addosso” con l'inesauribile Michele Giambalvo e gli artisti: Ligama, Bruno D'Arcevia, Patrick Ray Pugliese, Pascal Caterine.

Grazie all'operosissimo consiglio comunale guidato dalla tenace sindaco Margherita La Rocca Ruvolo.

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Il bellissimo borgo di Santa Maria a Monte, nel Valdarno Inferiore in provincia di Pisa, sabato 17 ottobre scorso ha reso omaggio a Vincenzo Galilei, padre di Galileo.

Vincenzo è stato un musicista di talento e un musicologo dalle impareggiabili doti.

L’occasione è stato il quinto centenario della nascita di Vincenzo, avvenuta proprio a Santa Maria a Monte nel 1520. Qui infatti Giovanni, il bisnonno di Galileo, nel 1472 aveva deciso di trasferire la famiglia da Firenze, appartenente all’antica nobiltà fiorentina, forse a seguito di un tracollo economico.

Nel centro del Valdarno Inferiore, la famiglia Galilei trovò la sua giusta dimensione inserendosi nel contesto sociale.

Michelangelo, il figlio del capostipite e nonno di Galileo, ebbe ruoli importanti nella vita civile di Santa Maria a Monte. Tra il 1532 ed il 1537 ricoprì più volte la carica di Capitano del Popolo, incarico che durava tre mesi e consisteva nell’affiancamento del Gonfaloniere nell’amministrazione del paese.

Poco si sa dei primi anni di Vincenzo Galilei. Probabilmente avrà cantato nel corio della chiesa da ragazzo e deve aver appreso una grande abilità nel suono del liuto da insegnanti competenti. Infatti già nei suoi primi anni da adulto si era conquistato una reputazione come un abile liutista.

Intorno alla metà del Cinquecento Vincenzo si trasferì a Pisa dove svolse la professione di maestro di musica e, forse per arrotondare i guadagni, anche quella di mercante di tessuti.

Nel 1562 convolò a nozze con la giovane Giulia Ammannati, da cui ebbe sette figli, tra cui Galileo nel 1564.

Nel 1574 la famiglia Galilei fece ritorno a Firenze e Vincenzo Galilei ebbe così l’opportunità di inserirsi in quel formidabile contesto culturale.

Si impegnò specialmente per ripristinare un equilibrio tra musica e poesia proprio attraverso la musica vocale ad una sola riga. Mentre scriveva opere polifoniche, tendeva a favorire la musica per un solo cantante accompagnato dal liuto, di cui come abbiamo già detto fu grande interprete.

Con l’aiuto di Giovanni de’ Bardi, iniziò gli studi musicali a Venezia con Gioseffo Zarlino.

Nel 1568 Galilei pubblicò il suo primo importante trattato di musica teorica, il Fronimo. Circa due anni dopo produsse alcuni arrangiamenti di canzoni con accompagnamento di liuto, che modellò per i propri scopi di esecuzione. Era anche un ottimo cantante di basso.

Morì probabilmente alla fine di giugno del 1591 e la sua sepoltura avvenne quell'anno il 2 luglio a Firenze.

A riconoscere la statura musicale del “padre... del padre della scienza” è intervenuto Eugenio Giani, Governatore della Toscana. Insieme al sindaco Ilaria Parrella di Santa Maria a Monte, ha scoperto una lapide su quella che fu la casa natale di Vincenzo Galilei.

Quindi hanno inaugurato presso il Museo Casa Carducci un percorso espositivo temporaneo intitolato Commuovere sé stesso in altrui. Vincenzo Galilei e la musica degli affetti”. In questo spazio sono state accolti alcuni elementi che rimandano alle principali opere del musicista.

Tra l’altro vi possono ammirare documenti provenienti dall’Archivio Storico e che entrano per la prima volta a far parte di una mostra.

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Florences cathedral and skyline at sunset
Firenze, Brunelleschi e la madre di tutte le cupole

Un aneddoto ci rivela quale fosse la considerazione che altre grandi personalità contemporanee a Brunelleschi avessero per la sua straordinaria cupola.

Infatti, come riporta Vasari in procinto di partire per Roma dove avrebbe diretto i lavori per la realizzazione della cupola di San Pietro, Michelangelo avrebbe così commentato rivolgendosi figurativamente a quella di Brunelleschi:

"Vado a Roma a far la tua sorella, di te più grande si, ma non più bella".

C'era quindi consapevolezza, già tra gli ingegni contemporanei, non solo della straordinarietà di un'opera che è la 'summa' delle conoscenze tecniche e teoriche e che ha contribuito a rappresentare quella formidabile epopea che è stato il Rinascimento.

Un altro elemento l'ha resa modello per le generazioni successive: l'impegno e la complessità della sua realizzazione, che ha richiesto uno sforzo organizzativo fondamentale per portare a termine l'opera in tempi davvero ristretti.

Tutto questo si concretizzava proprio 600 anni fa, il 7 agosto 1420.

In quel giorno si apriva ufficialmente il cantiere che avrebbe portato alla costruzione della cupola del duomo di Santa Maria del Fiore a Firenze.

L’impresa avrebbe segnato una serie di modernità che anticipavano il futuro. A cominciare dalla scelta del progetto che avvenne, come diremmo oggi, dopo un concorso di idee.

Ad esso parteciparono, oltre a Filippo di ser Brunellesco, Manno di Benincasa, Giovanni dell’Abbaco, Andrea di Giovanni, Giovanni di Ambrogio, Matteo di Leonardo, Lorenzo Ghiberti, Piero d’Antonio, Piero di Santa Maria a Monte, Bruno di ser Lapo, Leonarduzzo di Piero, Forzore di Nicola di Luca Spinelli, Ventura di Tuccio e Matteo di Cristoforo, Bartolomeo di Jacopo e Simone d’Antonio da Siena, Michele di Nicola Dini, Giuliano d’Arrigo (Pesello).

In un secondo momento, nel 1419, saranno interessati anche Giovanni d’Antonio di Banco (Nanni di Banco) e Donato di Niccolò di Betto Bardi (Donatello).

La realizzazione della cupola fu una grande opportunità di innovazione tecnologica e di organizzazione lavorativa. Il cantiere procedette così spedito che nel 1436 la cupola era completata ed entrava a far parte dello skyline di Firenze con le sue dimensioni incredibili: 45,5 metri di diametro e 116 metri di altezza.

Ma quale furono le innovazioni che permisero questi risultati?

Ve ne furono una serie, ma due strategie costruttive in particolare meritano di essere ricordate. La prima era il vincolo di non impiegare impalcature. Per questo era necessario lavorare su una struttura autoportante. Una sfida rivoluzionaria che richiedeva solide conoscenze geometriche e di tecnologia dei materiali.

Ordire una struttura di siffatta portata senza l'impiego delle armature interne in legno fu possibile facendo ricorso alla costruzione di una doppia calotta: una interna ed una esterna.

L'altra scelta costruttiva stava nell’impiego dei mattoni angolari e, soprattutto, nel sistema murario “a spina di pesce”. Tale tecnica richiedeva l’impiego di elementi orizzontali, alternati ad altri disposti in senso verticale.

Leon Battista Alberti celebrò la cupola struttura posta “sopra è cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e popoli toscani" (sopra il cielo, grande al punto da dare ombra a tutto il popolo toscano).

Mentre Giorgio Vasari annotava: "veggendosi ella estollere in tanta altezza, che i monti intorno a Fiorenza sembrano simili a lei" (si vede cos’ alta che i monti intorno a Firenze sembrano simili a lei).

In realtà la sfida partì prima, nel 1418 quando l'opera del Duomo indisse un concorso di idee per realizzare un progetto davvero formidabile.

Una volta incaricato, Brunelleschi che non aveva proprio un bel carattere, fece perno sull'organizzazione.

Un altro aneddoto svela la sua risolutezza. 

Invitato a presentare il suo progetto, Brunelleschi si rifiutò, proponendo in alternativa una prova di abilità. Avrebbe conseguito la vittoria chi fosse stato in grado di far restare in piedi un uovo su un tavolo di marmo. Così, mentre gli altri concorrenti fallirono, Brunelleschi non fece altro che appiattire il polo inferiore del guscio picchiettandolo sul tavolo.

Poichè gli altri obiettarono recriminando per l’ovvietà della prova, dimostrò come per trovare soluzioni ai problemi bisogna pensare a quelle più ovvie.

Come ha avuto modo di dichiarare Timothy Verdon, grande conoscitore di storia dell'arte e docente all'università di Stanford, la costruzione della cupola fiorentina marcò l'inizio dell'era moderna e segnò l'inizio del concetto moderno di progresso.

Brunelleschi operò in un contesto difficile, come riferisce Vasari, tra sospetti e accuse continue.

Rivela infatti come praticamente ogni settimana giungessero all'opera del Duomo lettere anonime o firmate che attribuivano al Brunelleschi grossolani errori e mettevano in guardia dal collasso strutturale della cupola.

Quando ormai si era prossimi al completamento dell’opera, fu a tutti evidente l’infondatezza delle accuse.

Brunelleschi confidò a Buggiano, suo. figlio adottivo ed erede professionale, di aver visto nel corso di una passeggiata in collina sui colli le vele gonfie e rossastre della cattedrale sospese nel cielo di Firenze ben prima che si mettesse mano all’opera.

Brunelleschi in quell’occasione fece esperienza di quella che gli antichi greci chiamavano “theoreoin”: la capacità di vedere ciò che sarà.

Ed ancora, Brunelleschi, che era solito trascorrere tanto tempo sul cantiere, sosteneva di conoscere ogni singolo mattone impiegato per la costruzione dell’opera.

Affermava infatti che non ce ne possono essere di uguali. Ognuno di essi è fatto per essere collocato nell’unico spazio dove deve stare. La stabilità della cupola è garantita da ogni singolo elemento.
 

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