L’Abate Desiderio e il ‘periodo d’oro’ di Montecassino

Il lavoro dell’intelletto è sempre stato considerato dalla Regola Benedettina e nella copiatura dei testi del passato, gli amanuensi ornavano i testi con raffinate miniature. San Benedetto pretendeva che i monaci sapessero leggere e scrivere per comprendere la parola di Dio e per aiutare la comunità nella sua crescita.

Con il passare dei secoli questa attività diventò una vera arte e l’abbazia di Montecassino era uno dei maggiori centri di diffusione dei manoscritti e vennero create nuove iniziali e nuove miniature.

Ma il culmine artistico si ha avuto poco dopo il mille con l’arrivo dell’abate Desiderio e la nomina di Leone Marsicano a capo dello scriptorium.

Desiderio era di nobili origini longobarde, suo padre era il Duca di Benevento, e questa sua conoscenza di tante culture diverse gli aprirà gli orizzonti e lo guiderà in scelte sempre considerate sagge.

Scappò di casa all’età di 20 anni rifugiandosi dai principi di Salerno e a lungo visse come eremita fra le isole Tremiti e la montagna della Maiella in Abruzzo. Nel 1055 incontrò papa Vittore II che lo fece entrare nell’Abbazia di Montecassino e lo nominò cardinale a Roma.

Tra il 1058 venne eletto Abate e restò in carica fino al 1087 quando poi sarà eletto papa con il nome di Vittore III. Con lui si ha la cosiddetta "età dell'oro” con il crescere della chiesa e il fiorire delle arti.

Nel suo ruolo ha sempre cercato di favorire la pace con i Normanni e di mantenere dei legami con Costantinopoli anche durante lo scisma. Proprio per questi suoi legami, fece arrivare da Costantinopoli gli artisti che lavoreranno alla costruzione della nuova chiesa di Montecassino.

Infatti Desiderio decise di buttare giù la precedente costruzione e di realizzarne una più grande e adornata con pitture, mosaici e pavimenti lavorati.

Si interessò direttamente dei lavori e si raccontano le storie di come si recasse a Roma per prendere marmi e colonne per la sua costruzione. A quel tempo i resti delle costruzioni imperiali erano come delle cave da cui prelevare opere e in un certo senso era un grande privilegio avere pietre che provenivano dalla ‘città sacra’, quella della tomba dell’apostolo Pietro.

La modernità di Desidero è stata anche quella di aver creato una sorta di scuola delle arti in cui gli artisti bizantini insegnavano ai monaci e ad aiutanti la loro arte. In un certo senso gli artisti che erano gli eredi delle arti romane e paleocristiane continuate nell’Impero Romano d’Oriente erano tornati a Roma ad insegnare ai suoi figli quello che avevano perduto.

Grazie a questa scuola e alla grande influenza dell’Abbazia di Montecassino nella storia di tutta l’Italia Meridionale, l’arte bizantina si diffuse rapidamente dando origine a un importante periodo artistico.

La consacrazione della chiesa avvenne nel 1071 con uno degli eventi più spettacolari dell'XI secolo a cui parteciparono vescovi, reali Normanni, arcivescovi e ovviamente monaci. La chiesa è stata poi distrutta dal terremoto del 1349.

Nel 1086 Desiderio si ritrovò papa quasi per caso, era stato nominato da papa Gregorio VII, di cui era consigliere, sul letto di morte. Impiegò molto tempo ad accettare e venne consacrato solo nel 1087 con il nome di Vittore III e si ritirò subito a Montecassino.

Su sollecitazione di Matilde di Canossa tornò a Roma dove doveva contrastare l’antipapa Clemente III che scomunicò con un sinodo che tenne a Benevento. Durante il sinodo si ammalò e scelse di morire a Montecassino dove è stato sepolto dopo soli 16 mesi di pontificato.

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Sora, il crocifisso ligneo di San Bartolomeo

Nella chiesa di San Bartolomeo nella città di Sora, si trova una delle opere di maggior rilievo storico e artistico del territorio: il crocifisso ligneo di Sora.
Il crocifisso di Sora (Guida di Sora) è stato realizzato a Roma e donato dal cardinale Cesare Baronio, originario di Sora, ad una Confraternita del posto nel 1564. Il 1564 è una data tristemente importante per la storia dell’arte mondiale, perché venne a mancare un uomo considerato tra i più grandi artisti di tutti i tempi: Michelangelo Buonarroti.
Il crocifisso di Sora è un’opera fortemente legata all’ambito michelangiolesco, ed è stato realizzata poco prima che Buonarroti morisse probabilmente da uno dei suoi più stretti collaboratori. Tra i vari nomi proposti per l’attribuzione, due in particolare sono stati presi in considerazione dai recenti studi storico artistici: gli allievi Daniele da Volterra e, in minor misura, Tiberio Calcagni.
L’opera raffigura Cristo crocifisso appena morto sulla croce. Il viso chinato sul petto ha perso ogni espressione di dolore umano, il corpo e le braccia tornite formano una “Y” quasi perfetta. La scultura è un’immagine di grande realismo, ha dimensioni pari al vero e sembra essere a tutti gli effetti un corpo di un uomo in carne ed ossa.
L’accurata resa anatomica della muscolatura dell’addome, del torace e delle gambe, associata all’asciuttezza e alla leggera spigolosità, fanno del crocifisso di Sora un’opera di grande valore che il tempo aveva rovinato e che è tornata a vivere nel suo splendore grazie ad un attento intervento di restauro.
La peculiarità di questo restauro, eseguito da Chiara Munzi nel 2009 (www.keorestauro.com ), è quella di aver recuperato i danni eseguiti da un precedente intervento che aveva compromesso l’opera.
Infatti il crocifisso era stato pulito con sverniciatori aggressivi e strumenti abrasivi grossolani che avevano causato la perdita della pellicola pittorica originale di cui rimanevano poche tracce. Uno spesso strato di un materiale plastico ricopriva inoltre ciò che rimaneva dell’incarnato, scurendo la superficie.
Per capire in che modo intervenire, sul crocifisso sono state eseguite delle indagini radiografiche mirate alla comprensione della tecnica esecutiva. Da queste indagini è emerso che la scultura era stata realizzata con un unico tronco di tiglio principale che includeva anche la testa del Cristo realizzata sfruttando una biforcazione del tronco. A questo corpo principale erano poi state aggiunte le parti sporgenti: le braccia, i glutei, i polpacci ed i piedi.
Il lavoro di restauro è consistito nella rimozione dalla superficie del materiale plastico (polibutilmetacrilato) tramite impacchi di miste di solventi a diverse percentuali e trattamento antitarlo.
Contemporaneamente si è agito sul legno consolidandolo, rimuovendo le vecchie stuccature e facendone di nuove con materiali appositamente formulati per il restauro di opere d’arte. Il lavoro si è concluso con una reintegrazione pittorica che ha portato alla valorizzazione dell’originario aspetto del crocifisso di Sora.
Il restauro è stato eseguito anche nella parte non lignea del perizoma del Cristo, che era realizzato in tessuto di lino ingessato e dipinto. Il perizoma è stato smontato e dopo essere stato pulito e consolidato, è stato ricollocato nella posizione corretta, seguendo le immagini d’archivio antecedenti all’intervento sconsiderato del 2007.
Se capitate a Sora non perdete l’occasione di lasciarvi emozionare dall’espressività di questa scultura lignea del Cristo Crocifisso.
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“Museikè”, il museo degli strumenti musicali di Artena

L’edificio dell'ex Granaio Borghese di Artena si arricchisce di un nuovo museo degli strumenti e un luogo dedicato alla cultura musicale: Museikè.
Artena ha una grande tradizione musicale fatta di poeti (Un tesoro di poesia ad Artena) mentre la vicina Giulianello ha una delle tradizioni più particolari da conoscere: il Canto delle Donne di Giulianello.
Il giorno del Venerdì Santo un gruppo di donne sfila con la processione per le vie del paese intonando dei canti che sono stati tramandati loro da generazioni e che probabilmente risalgono intorno all’anno 1000. A testimonianza del valore musicale, culturale ed emozionale di questo canto, una sua registrazione è conservata al Centre Pompidou di Parigi.
Museikè ospita un museo di strumenti musicali della tradizione popolare, con particolare riferimento alla Campagna Romana, che provengono da collezioni private e comprendono tutte le categorie organologiche, ossia sono rappresentate tutte le tipologie di strumenti musicali come strumenti a corda, a fiato, a percussione (aerofoni, cordofononi, membranofoni e idiofoni). L’organologia è la scienza che studia gli strumenti musicali.
Gli strumenti sono disposti in un percorso espositivo che parte dal “Lazio Arcaico” dove sono esposte ricostruzioni filologiche di strumenti musicali in uso nel Lazio antico.
La seconda sezione si chiama “La Campagna Romana” dove sono esposti strumenti tradizionali in uso nelle comunità pastorali, agricole e artigiane del territorio. Tra gli altri si notano gli strumenti appartenuti a ‘Federicuccio’ Talone e a suo figlio Pasquale, famosi musicisti di Artena.
In questa area si trovano alcuni strumenti dell’area della Valle dell’Aniene, donati da Ettore De Carolis importante musicista e studioso di tradizioni del Lazio, e strumenti da banda. Fra questi ci sono alcuni esemplari provenienti dalla banda di Giulianello diretta dal Maestro Salvatore Marchetti che risalgono al primo dopo guerra e spartiti originali della Banda di Artena dei primi anni del Novecento.
Completa questa parte di esposizione un settore dedicato al canto in ottava rima improvvisato. Nell’area di Artena si possono ancora ascoltare queste antiche forme di poesia e artisti che si sfidano in competizioni basate sulla contrapposizione dei ruoli e sulla rima dei versi.
Il museo si allarga poi agli altri territori nella sezione “Verso sud” dedicata alla musica e ai riti dell’Italia meridionale, nella sezione “Tra oriente e occidente” dove sono esposti una serie di strumenti musicali in uso nel periodo rinascimentale e barocco.
L’esperienza di visita si chiude con “La musica in viaggio”, l’area è dedicata alle migrazioni con una esposizione di strumenti provenienti da diverse parti del mondo. Un’area caratterizzata da contaminazioni e prestiti, una riflessione sul ruolo della musica come uno dei principali canali di integrazione tra le diverse culture.
Museikè è quindi un centro culturale multidisciplinare dove simboli, ritualità e mito nella musica sono conservati sia come tutela che per trasmettere il patrimonio musicale tradizionale di questa area a confine fra Roma e la Ciociaria.
Non solo un luogo di suggestioni legato al passato ma un posto per far incontrare e socializzare tutti gli appassionati di musica e poesia che vogliono condividere le loro esperienze con gli altri.
Il museo è dedicato al ricordo del musico artenese Pasquale Talone e dello studioso Raffaele Marchetti, profondo conoscitore delle tradizioni popolari locali, compagno di tante iniziative per la tutela e la diffusione del canto popolare.
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Alla scoperta di Torre Baccelli sul Farfa a Fara in Sabina

In Sabina alla scoperta del Farfa, un fiume suggestivo e molto celebre il cui corso offre continue sorprese e della Torre Baccelli nel comune di Fara in Sabina.

D’estate, quando fa caldo, si può risalire il Farfa partendo dal suggestivo laghetto che si forma nella località di Granica, a Montopoli di Sabina. Si può camminare con scarpe da scoglio dentro l’acqua pulitissima e fredda, grazie al fondo ricoperto di ciottoli e al regime torrentizio: è un piacere con il caldo estivo. Lungo il percorso si incontrano in continuazione deliziose anse balneabili.

Sempre d’estate ci si può inoltrare (magari in MTB arrivando con il treno alla stazione di Poggio Mirteto) all’interno della Riserva del Tevere-Farfa, e nuotare in unansa che si forma fra le rapide sotto l’altissimo e suggestivo viadotto della ferrovia “lenta” Roma-Orte.

Oppure si può costeggiare il Farfa lungo solitarie strade campestri, sempre in MTB.

O ancora, e questo è il top, si può scendere da Castelnuovo di Farfa, o da Mompeo, all’interno delle sue famose e spumeggianti gole.

Dicevamo della località del laghetto Granica, dove la presenza di una grande spiaggia con bellissimi ciottoli levigati e lacqua effervescente del fiume attirano in estate numerosi bagnanti, che picniccano e nuotano. L’irruenza del fiume lo rende bianco per la schiuma che producono le limpide acque.

Da questa spiaggia, però, pochissimi si avventurano lungo il letto del fiume. E nessuno di loro si mette in cerca della vicinissima Torre Baccelli.

Ma andiamo per ordine. Siamo vicini alla celebre Abbazia di Farfa, i cui abati divennero potentissimi nel corso del Medioevo e possedevano centinaia di chiese, comunità monastiche, castelli e poi città, porti, fortezze, miniere, mulini.

L’abbazia era protetta da vari sistemi di sicurezza, come la rete di fortificazioni lungo il Treja con almeno 10 castelli in linea (di cui i tre più segreti sono il Castello d’Ischia, di Pizzo Jella e di Filissano), era protetta anche da una Torre chiamata Baccelli

Allora le acque del Farfa non erano ancora captate da acquedotti per portare acqua a Roma e il livello del fiume era più alto. Per questo era navigabile e l’abate usava la barca per arrivare a Roma. Forse fu proprio per la sua navigabilità che i saraceni nel IX secolo penetrarono facilmente in Sabina e arrivarono a distruggere anche l’abbazia di Farfa.

Torre Baccelli ora domina il piccolo e suggestivo lago artificiale di Baccelli, realizzato negli anni ’30 e che raccoglie le acque del Farfa per la produzione di energia. Purtroppo la torre non è più fruibile dal momento che l’ENEL ha chiuso con un cancello l’accesso al sito.

 

Ad ogni modo anche prima non era semplice arrivare alla torre per via del ripido sentiero imboscato e delle vertiginose cavità che si aprono improvvise nel terreno, a mostrare i sotterranei dell’insediamento. 

Grotte si aprono tutto intorno a Torre Baccelli e le imponenti rovine e l’impressionante vista dei sotterranei dall’alto lasciano immaginare l’importanza di questo luogo fortificato.

La vista del lago sottostante offre poi ulteriori suggestioni e ispirazione per chi vuole immergersi nel sorprendente intreccio tra la storia misteriosa e la natura lussureggiante.

Per maggiori informazioni, vi invitiamo a visitare il sito web dell'autore all'indirizzo www.luigiplos.it

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La storia attraverso chiavi, lucchetti e serrature nell'antichità

Una visita al Museo Archeologico di Albano Laziale rivela molte piccole sorprese ad uno sguardo attento a particolari insoliti come quello delle antiche chiavi, lucchetti e serrature nell’antichità.

Nell'antica Roma non esistevano le banche e il denaro, in oro e argento, era abitualmente conservato in casa in vere e proprie casseforti. Si trattava di casse estremamente robuste e capienti, che potevano contenere sia monete che oggetti preziosi. 

Abitualmente le casse erano sistemate negli atri, in piena vista, in modo da rimandare all'opulenza economica del proprietario della domus.

L'inviolabilità di queste antesignane delle moderne casseforti era assicurata da una o più complesse serrature con tanto di chiavi, dalle quali il proprietario raramente si separava per affidarle, nel caso, ad un ‘portiarius’, incaricato di trasportarle al seguito del suo padrone.

Per agevolare il trasporto, le chiavi vennero realizzate, con il tempo, in bronzo e sagomate in maniera elaborata e dette sigilli, perché utilizzate anche come timbro a caldo sulla cera. Erano simili ad un anello, con una piccola sporgenza sagomata e un'incisione che fungeva da sigillo e che serviva ad autenticare i documenti importanti.

Nelle famiglie più importanti e più ricche, al momento delle nozze il marito invitava la sposa a condividere sia le chiavi che il sigillo. Questo gesto rappresentava un simbolo della fiducia che lo sposo riponeva nelle capacità amministrative della consorte.

I congegni di bloccaggio, in realtà, nacquero in Mesopotamia nel II millennio a.C., come testimoniano i ritrovamenti in tal senso nel tempio di Sargon a Khorsabad. Nello stesso periodo la medesima serratura comparve in Egitto e da qui si diffusero in tutto il Mediterraneo.

Questa serratura era composta di due parti, una fissata alla mostra e l'altra alla porta. Quando quest'ultima si serrava, le due parti si incastravano tra loro ed i perni verticali impedivano la riapertura. Lo sblocco si otteneva infilando in una fessura della serratura una leva munita di perni fissi con la stessa disposizione dei calanti.

Questa serratura fu perfezionata, un millennio dopo, in Grecia. Si realizzò un dispositivo interamente in metallo con un catenaccio mobile che recava numerosi fori al centro che seguivano una precisa geometria. Al di sopra del catenaccio erano allineati perni cadenti disposti con la medesima geometria.

Quando il catenaccio, spostandosi, faceva coincidere i primi con i secondi, questi scendevano nei suoi fori bloccandolo. Per aprire la serratura si faceva uso di una chiave simile ad un pettine, con i perni verso l'alto, uguali ai precedenti per numero e geometria.

La serratura romana, invece, cominciò a diffondersi qualche secolo prima della nostra era e la chiave che la apriva e chiudeva era simile a quella delle vecchie dimore. Come questa, funzionava per rotazione grazie a una molla antagonista di acciaio di elevata elasticità.

Questa serratura era realizzata da un vero e proprio specialista: il ‘magister clavarius’. 

Forse fu proprio quest'ultimo ad inventare la molla che definì la chiave a doppia spinta e che svincolò le serrature dal montaggio verticale facendo in modo che potessero adattarsi anche ai forzieri ed alle casseforti, vere e proprie antesignane dei nostri lucchetti.

La serratura romana di età imperiale per antonomasia è quella detta con chiave a traslazione, con toppa a forma di lettera "gamma". Di questa serratura sono stati rinvenuti numerosi esemplari sia a Pompei che ad Ercolano.

Ma i Romani, che viaggiavano spesso, utilizzavano anche un gran numero di minuscole serrature portatili, note come lucchetti, la cui produzione giunse fino ai nostri giorni. Anche il lucchetto era azionato - come oggi - da una chiave con il concorso di una molla.

Le chiavi in bronzo erano estremamente belle. Per la fusione veniva utilizzato bronzo nella percentuale di 85 per cento di rame e 15 per cento di stagno. La tecnologia impiegata era quella della fusione a cera persa.

Le impugnature erano solitamente di forma geometrica, zoomorfa o a volute. I pettini erano spesso più elaborati rispetto a quelli delle chiavi in ferro ed erano composti da molti denti con l'aggiunta, spesso, di una o due complicazioni laterali.

C'è da aggiungere che le stanze interne delle case romane non avevano porte. Vi era una robusta porta di ferro che proteggeva la cassaforte, ma null'altro.

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Lungo il Cremera e il fosso della Torraccia a Formello

Siamo nel Parco di Vejo lungo il corso del Cremera, il magico affluente del Tevere che percorreremo partendo dalle sorgenti per poi risalire su un ramo laterale andando alla scoperta della misteriosa Cascata dell’Inferno.

Poi discenderemo il suo corso per entrare nell’intima grotta Franca e infine andremo con il fiume verso il Tevere alla ricerca Ponte Sodo.

La caratteristica straordinaria del Parco di Vejo è l’incredibile commistione fra la “selvaticità” (la cosiddetta Wilderness) e l’opera dell’uomo. Il paesaggio a ovest e a nord di Roma pur avendo un’orografia e una morfologia complessa, e quindi disagevole, è stato frequentato per millenni dall’uomo. E gli innumerevoli resti in particolare falisci, etruschi e medievali lo testimoniano.

La sorgente del Cremera è considerata la parete di roccia dalla quale scende la cascata che raccoglie i rivoli dell’impluvio superiore, situato nell’avvallamento fra Campagnano, Formello e Sacrofano. Si arriva passando attraversando una fantastica galleria vegetale che si è formata naturalmente ad un certo punto della forra, in un ambiente estremamente suggestivo.

Fin dalla partenza, con la visione dal basso del santuario della Madonna del Sorbo alto sulla rupe a picco sul fiume, è un’immersione sempre più profonda nella natura. Non ci sono sentieri e bisogna risalire il fiume a vista, guadando continuamente dove le pareti della gola costringono a transitare dall’una all’altra riva.

Splendido è poi il paesaggio alla confluenza con il fosso che arriva dalla Cascata dell’Inferno: con cascatelle dappertutto. Un luogo segreto a 2 passi da Roma che prende il nome dal fatto che le mucche che si abbeveravano al fosso cadevano dalla cascata e morivano.

Ma la “sorgente” del Cremera cambia la sua posizione a seconda delle piogge e della stagione. Durante la stagione secca si forma partendo da un insieme di gocce che cadono dalle pareti mentre nella stagione piovosa si riconosce il torrente che alimenta il fiume e anche il fontanile di Sacrofano, nel bivio fra Formello, Campagnano, e Sacrofano.

Seguendo uno di questi torrenti che alimentano il fiume si ha una vera sorpresa e si incontra il fosso della Torraccia, proprio sotto il paese di Formello, scendendo per una ripida mulattiera nel bosco fino alla Valle del Sorbo. 

Se si rimane sul sentiero che passa alto sul torrente, il paesaggio è al solito molto bello, come sempre capita quando si cammina in queste zone. Ma se si prova a scendere sulle rive del fosso, cambia tutto: ci si immerge in un ambiente incantato, fatto di grandi massi caduti e di continui salti e rapide dell’acqua, fino ad arrivare al punto dove il fosso della Torraccia sfocia nel Cremera.

E qui il paesaggio diventa straniante, con la liscia lastronata su cui si adagiano le acque del Cremera, che vanno a incontrare quelle del fosso della Torraccia in un turbinio di cascatelle.

E non è finita. Il fosso della Torraccia riserva in una sua valletta laterale il suo segreto più nascosto: un fontanile di epoca medievale e il soprastante cunicolo/acquedotto etrusco entrambi ancora attivi! Il cunicolo ancora oggi drena l’acqua verso il fontanile!

Torniamo al Cremera e al suo passaggio nella valle, fra una forra e un’altra, si arriva alle suggestive rovine del purtroppo diruto mulino medievale accanto all’altrettanto suggestiva Cascata della Mola. Proprio dalla Cascata della Mola il fiume, dopo un paio di placidi chilometri in campo aperto, rientra scrosciante all’interno delle gole.

E quasi nessuno continua a camminare lungo le rive del Cremera, oltre la cascata, fino ad arrivare alla grotta detta localmente Grotta Franca e al promontorio roccioso sulla sommità, proprio sotto le ultime case di Formello.

Il problema infatti è che l’attraversamento del fiume. all’andata e al ritorno, è l’acqua sempre abbastanza alta (salvo agosto e settembre).

Ma se ci si decide di bagnarsi, salvo non indossare le scomodissime galosce da pescatore, ci si inoltrerà in un pezzo del corso del fiume dall’aspetto selvaggio, quanto quello presso la cascata dell’Inferno, con addirittura tracce di sentiero!

Tornando al Cremera e alle sue meraviglie non si può non finire con il Ponte Sodo, la galleria scavata dagli etruschi per lasciare defluire l’acqua del Cremera durante le piene, affinché non risalisse ad inondare la spianata di Vejo. Il posto, a circa 1,5 Km in linea d’aria dalla zona archeologica, è assolutamente magico.

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Il lago rosso della solforata di Pomezia

Chi conosce il lago rosso all’interno della solforata di Pomezia? Molto pochi, probabilmente.

Ebbene, esiste un lago parzialmente arrossato per via di particolari batteri che occupa parte il fondo di una cava gigantesca, all’interno della località detta ‘solforata di Pomezia’ e situata all’estremo sud del parco di Decima Malafede.

Ed è qui che giungiamo.

Attraversiamo esili lembi di terra in mezzo agli acquitrini, saltiamo sulle rocce rese gialle dallo zolfo e saliamo sulla collina più alta, da dove si apre improvvisamente la vista del lago, parzialmente arrossato. 

Tale visione è emozionante, soprattutto con il sole alto nel cielo.

Negli ultimi anni, per cause a me ignote, il fenomeno dell’arrossamento è molto attenuato. 

“Ahi!” Direte voi. “Siamo arrivati tardi? Non possiamo più vedere il lago rosso?” (Qualora il fenomeno non sia presente durante la vostra escursione).

Questo io non lo so.

Ma se scenderete dalla collina, se aggirerete le sponde di un altro lago con al centro un piccolo e suggestivo faraglione e nelle cui acque si riflettono le gialle pareti di zolfo incombenti, se vi inoltrerete nella caldera superando ruscelli di acqua cerulea e costeggiando un altro lago che sembra ghiacciato, ma che è invece un coacervo di piccoli soffioni sulfurei con le rive che sembrano imbiancate da una nevicata, giungerete all’estremità opposta della caldera.

Qui vi troverete ai piedi di un piccolo canyon, alla cui base spunta un ruscello dalle singolari tonalità verdi.

Risalirete le scoscese pareti di questa gola e avrete la visione di un ulteriore lago dall’uniforme colore vermiglio, la cui vista vi consolerà a dovere, qualora non troviate arrossato il lago grande.

Ma il problema non è tanto la perdita del fantastico colore rosso scarlatto del lago grande, quanto la siccità del 2017 che sta riducendo i laghi della caldera a delle pozze, e che rischia di annientare questo e tanti altri luoghi bellissimi vicino Roma.

Terminato questo giro in ambiente fantasy, potremo, con ancora negli occhi i panorami stranianti della solforata, tornare verso la Pontina, e raggiungere il Circeo.

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