Il parco di villa Torlonia si trova all’interno della città di Frascati ed ha una grande estensione e una particolare bellezza naturalistica.

Il parco è un giardino su due livelli con un terrazzamento superiore che accoglie boschi di elce e la peschiera.

La peschiera è il punto iniziale dello spettacolare gioco di acque: da qui una cascata d’acqua scende in vasche degradanti fino a concludersi nel fronte disegnato dal Maderno, l’architetto della facciata di San Pietro.

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Lo strano caso di Eiffel e di Labico e le strutture di un padiglione di Lima

C’è un particolare legame che unisce il grande ingegnere Eiffel e Labico, un piccolo paese a sud di Roma. Ma chi era Eiffel e come si intrecciano le due storie?

Alexandre-Gustave Eiffel è stato uno dei più grandi ingegneri di sempre, noto in tutto il mondo per uno dei suoi capolavori: la famosa Torre Eiffel di Parigi. Era nato in Francia a Digione il 15 dicembre 1832 da una famiglia di origine tedesca. Il loro cognome originario era Bönickhausen e lo cambiarono in Eiffel in onore delle montagne Eifel.

Diventato ingegnere, uno dei suoi primi incarichi è stato quello di costruire un ponte nelle ferrovie francesi e si dimostrò da subito un ardito progettista. Un artista delle strutture capace di unire due discipline: l’architettura e l’ingegneria.

Il suo capolavoro assoluto è stata però una struttura realizzata per l’Esposizione Universale di Parigi del 1889, una torre che doveva essere il simbolo della manifestazione. Una torre talmente intrigante, moderna nelle sue linee sinuose e nell’uso dell’acciaio strutturale che si decise di non smontarla e che da allora prese il nome del suo progettista: la torre Eiffel.

Un capolavoro di ingegneria al punto che con i suoi 312 metri è stata la costruzione più alta realizzata dall’uomo fino al 1930 quando a New York venne costruito il Chrysler Building.

Da allora l’idea di modernità e di sfida dell’uomo alla natura si sposta negli Stati Uniti ma a Parigi la Torre Eiffel si trasforma sempre di più in un elemento identitario poetico grazie alla sua sinuosità.

E se ancora oggi Parigi si riconosce immediatamente a colpo d’occhio è anche grazie alle forme della sua torre che sono note a tutti gli abitanti del pianeta terra.

Ma Eiffel ha realizzato tantissime altre strutture tra cui la parte interna della Statua della Libertà in America e parte dei lavori del Canale di Panama. Aprì poi una sua impresa di costruzione che realizzò ponti, viadotti e tante grandi infrastrutture e si occupò di aerodinamica di aeroplani e di dirigibili grazie ad una sua galleria del vento.

Ma accanto a queste grandi opere, l’impresa di Eiffel realizzò tante piccole costruzioni sempre caratterizzate da un uso artistico del ferro secondo uno stile che in quel tempo venne chiamato l’architettura degli ingegneri.

Queste costruzioni furono costruite in tante parti del mondo come due padiglioni espositivi in Sudamerica: uno a Lima in Perù e l’altro a Quayaquil in Equador. Questi padiglioni furono costruiti dal 1905 al 1907 ed in seguito hanno ospitato due mercati.

Il padiglione che si trovava a Lima in seguito a incredibili e fortuite vicende venne smontato per far posto ad una struttura in cemento armato.

I pezzi vennero venduti ed acquistati da un imprenditore italiano ed ora queste parti smontate si trovano in un agriturismo a Labico.

La struttura in ghisa ed acciaio ha una dimensione di 150 metri di lunghezza per 15 di larghezza ed è alta 8 metri e di lei si hanno solo poche foto originali dell’epoca.

Per un certo periodo al suo arrivo, questa struttura ha attirato l’attenzione di tanti amministratori locali, compreso l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni, ma ora è ancora in attesa di una sua collocazione definitiva.

Nel frattempo anche noi continuiamo a sognare di veder ricostruito un capannone coperto di Eiffel e, perché no, sognare un gemellaggio tra Labico e Parigi.

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Che compleanno!

Il Museo del Rugby Fango e Sudore di Artena festeggia il suo decennale con una mostra unica al mondo: una esposizione della prima maglia degli All Blacks a giocare in Europa nel 1905.

Una maglia che è arrivata direttamente dal museo di Palmerston North (Nuova Zelanda) portata dal direttore del museo Stephen Berg che inaugura la mostra e che ha dovuto avere un permesso speciale dal governo neozelandese per poterla portare ad Artena in Europa.

La maglia ha un significato speciale ed è stata indossata nella prima Tournée degli All Blacks in Europa.

Era il 1905 e la nazionale neozelandese, che a quel tempo si chiamava ancora con il nome ‘The Originals’, aveva percorso 40 giorni su una nave per poter raggiungere l’Europa e giocare nell’emisfero settentrionale.

La partita di esordio era stata in Inghilterra con una selezione del Devon e dal momento della loro entrata in campo tutti restarono stupiti. Nelle loro divise nere decorate con una falce d’argento i giocatori iniziarono la tradizionale Haka con la quale lanciavano la sfida e si presentavano come un gruppo compatto, con un solo spirito.

Il risultato di quella partita fu di 55 a 4 per i neozelandesi e quel giorno il loro nome cambiò in All Blacks grazie ad un articolo di John Buttery, un giornalista del Daily Mail. Si dice che il titolo originale fosse All Backs, dedicato alle loro posizioni in campo, ma il tipografo che realizzava la stampa del giornale pensò che fosse un errore e che il giornalista intendesse fare un riferimento al colore della maglia.

Da quel momento in poi per tutto il mondo la squadra neozelandese è universalmente conosciuta come gli ‘All Blacks’.

La maglia che è arrivata al museo di Artena apparteneva a Jimmy Hunter, il giocatore più basso della squadra ma capace di realizzare 44 mete e con i suoi compagni di vincere 35 incontri su 36. Solo il Galles riuscì a vincere contro gli All Blacks.

Questa maglia era stata poi acquistata dal NZRM - New Zealand Rugby Museum degli All Blacks 15 anni fa per 5.000 dollari neozelandesi e da allora è diventata uno dei miti della nazione. Il museo stesso è il custode di quella che forse è la più antica tradizione neozelandese, quella per cui tutto il mondo conosce e apprezza questo paese lontano da tutti e da tutto.

Ma la storia dell’arrivo di questa speciale maglia degli All Blacks ad Artena parte da molto lontano quando qualche anno fa Corrado Mattoccia, il direttore del museo di Artena che oggi è riconosciuto ufficialmente dalla Federazione Italiana Rugby, si reca in Nuova Zelanda per seguire le partite e decide di andare a conoscere di persona il museo degli All Blacks.

Con un suo amico guidano per 14 ore per arrivare al museo e stabiliscono un contatto umano e inizia una collaborazione

Da vero collezionista, con oltre 1.800 maglie e 15.000 oggetti da tutto il mondo nel museo di Artena, in questi 10 anni Corrado è diventato uno dei massimi esperti mondiali di contraffazione. La collezione di Artena è diventata un punto di riferimento per sapere il tipo di tessuto, di filo, di impuntatura che si usavano per le maglie di ogni periodo e di ogni paese e Corrado viene chiamato per verificare i falsi.

La sua bravura è tale da essersi meritato una lettera di ringraziamento dagli All Blacks e questa mostra per i 10 anni del museo è il ringraziamento a quello che il museo sta facendo per questo sport.

La mostra della Maglia del 1905

In occasione della mostra sono state fatte alcune richieste al museo di Artena sul tipo di luci e di microclima che doveva avere la sala ma questo non è tutto.

La maglia viene esposta nella sala dedicata agli All Blacks e per ospitarla è stato chiamato l’architetto Roberto Felici che ha creato una vera installazione artistica.

La maglia è poggiata su un mondo stilizzato come una gabbia in acciaio inox sospesa nel cielo, mentre sul pavimento è stato poggiato un grande disco in acciaio Cor-ten, ossia coperto da una patina (ossidazione) che lo fa sembrare arrugginito.  

L’architetto ha voluto dare diverse chiavi di lettura alla sua opera: da una parte gli All Blacks come centro del mondo del rugby e la maglia posta al centro di questo mondo.

Questo mondo elegante che custodisce la storia è poi riflesso nel mondo comune sulla terra, dove ci siamo tutti noi. Dove ci sono le partite che si giocano ogni giorno in varie parti del mondo, il sudore dei bambini e dei grandi, le grida dei tifosi e le birre del terzo tempo.

Un’altra chiave di lettura è quella per cui il mondo sospeso nello spazio richiama anche la vicina industria aerospaziale italiana, l’Avio, che è uno dei fiori all’occhiello di questo territorio. Qui vengono costruite alcune parti dell’Arianne, il vettore Europeo che porta i satelliti nello spazio.

‘Mi sono divertito a creare qualcosa che creasse ponti fra i nostri paesi. Sono orgoglioso di essere stato chiamato e per me questo museo dentro palazzo Traietti nel centro storico di Artena rappresenta uno dei migliori esempi di rigenerazione urbana. Il centro storico di Artena è tornato a fiorire e a vivere’- ci dice Roberto Felici.

Ora non è più insolito sentire parlare lingue straniere e avere nuovi visitatori fra le vie del centro pedonale più grande d’Europa, magari a dorso di un asino con cui dal museo si possono prenotare visite al borgo antico.

Il museo del rugby di Artena

Ma come nasce questo museo e come arriva a riempire 600 metri quadri di un palazzo storico di Artena?

Tutto inizia 10 anni fa nel garage di Corrado Mattoccia: c’è sempre un ‘numero uno’ in ogni collezione. Corrado riporta una maglia di Mirco Bergamasco al figlio e decide di esporla per farla vedere ai suoi amici.

Amici particolarmente appassionati che a poco a poco si fanno coinvolgere dalla passione di Corrado e iniziano a seguirlo nelle sue ‘follie’. Sono loro a costruire le prime cornici e sono loro che iniziano a organizzare cene per sostenere il museo.

Si vedono ogni settimana e per anni si sono tassati per poter far crescere il loro sogno. Le cene del venerdi sono diventate un appuntamento per molti e lo stand del ‘terzo tempo’ del museo del rugby è praticamente presente in ogni manifestazione locale per raccogliere fondi del museo.

Una menzione particolare va al cuoco Ubaldo Mattozzi che è anche il falegname che ha realizzato quasi tutti gli arredi. Ormai è talmente bravo che è praticamente diventato uno chef mentre coinvolge la moglie nelle serate perché tra il suo lavoro e quello volontario per il museo non riuscirebbe a vederla. Ma a tavola servono tutti: da Corrado ai suoi figli e alla compagna Simona.

Senza questo impegno non sarebbero riusciti a passare da un garage al museo più grande al mondo dedicato al rugby.

Ed oggi circa mille persone al mese visitano il museo e qui sono venuti in visita giocatori delle nazionali della Nuova Zelanda, Argentina, Sud Africa, Inghilterra e Galles.

I maggiori quotidiani come Repubblica o riviste patinate come Glamour gli dedicano inserti mentre alla radio raccontano la storia di Corrado Mattoccia e del suo sogno.

Ma non finisce qui, e mentre sono al museo gli scrive il segretario del sindaco di Tokyo che gli ha già riservato uno stand a Toyota e uno a Tokyo in occasione dei prossimi mondiali di rugby del 2019.

Festeggiamo insieme a tutto il gruppo degli amici del museo, mandiamogli qualcosa per continuare a crescere e far arrivare sempre più turisti ad Artena e se avete una vecchia maglia di un giocatore di rugby potete spedirla.

Noi continueremo a partecipare alle cene del venerdì.

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Volete capire cosa significa patrimonio immateriale dell’UNESCO? Allora venite il 3 settembre a Viterbo per assistere alla Festa di Santa Rosa, la patrona di Viterbo.

Ci sono tante feste patronali in Italia che meritano di essere viste, quelle in Sicilia che durano 9 giorni o quelle in Campania con le luminarie che sono vere espressioni artistiche, ma quella di Viterbo va oltre.

Una ‘macchina’ (baldacchino), alta oltre 30 metri e dal peso di 5.100 kg con la statua sulla cima, che va in giro per la città portata da un centinaio di “Facchini di Santa Rosa” in una processione che è iniziata nel 1258.

Le urla e gli incitamenti della folla, l’odore della fatica che si sparge nell’aria e lo stupore quando si vede questa macchina che passa a mala pena per alcune vie del paese con le sue luci, la sua arte e il suo misticismo. Vie oscurate e illuminate solo dalle luci della macchina.

Santa Rosa è stata una santa locale morta molto giovane (1233-1251). E sin da quando era bambina si era dedicata al sollievo delle truppe del papato nella sua lotta contro l’impero e Federico II.

Si era fatta suora nell’ordine francescano ed era stata costretta all’esilio da Viterbo fino alla morte di Federico II. La sua morte è avvenuta per una malformazione congenita al cuore, come appurato da una autopsia recente sul corpo imbalsamato.

In realtà Rosa è ancora una Beata e non è stata dichiarata ufficialmente santa dal papa, ma per i viterbesi è come se fosse la santa più importante del mondo. Una santa che è molto conosciuta in Spagna e nelle Americhe latine grazie alla tappa della via Francigena a Viterbo che l’ha fatta apprezzare come la ‘Doncela’ o la ‘Santa Nina’.

Ogni anno la processione del 3 settembre rende gloria al giorno in cui il corpo della santa venne traslato dal cimitero in cui si trovava fino all’attuale santuario di Santa Croce. Era stato un sogno che aveva spinto papa Alessandro IV (nato a Jenne) ad ordinare lo spostamento della santa in un luogo più significativo.

E il trasporto della salma avvenne con una solenne processione che è quella che si ripete ogni anno: stesso percorso, persone diverse e un crescendo di emozioni.

[caption id="attachment_64774" align="center-block" width="640"] Foto di Giulia Venanzi[/caption]

Per alcuni anni la festa ha assunto un carattere simile alle altre ma da quando nel 1657 Viterbo scampò alla peste volle ringraziare la santa in modo particolare con un baldacchino. La prima testimonianza scritta con un primo disegno di una macchina risale al 1690 e la festa ha assunto un crescendo di festosità e fastosità fino ad arrivare alla magnificenza attuale.

D’altra parte siamo nel periodo delle feste barocche e non poteva essere diversamente: la gioia andava comunicata in modo sempre più appariscente per muovere le persone allo stupore. Uno stupore del mondo, della vita e anche del papa.

Uno stupore rinnovato ogni volta grazie all’arte e infatti le macchine vengono cambiate ogni 5 anni con un concorso artistico in cui possono competere tutti.

La Processione di Santa Rosa

Tutto ha inizio con i Facchini vestiti di bianco con una fascia rossa che si recano a trovare le autorità e poi compiono il rito delle sette chiese del centro per poi tornare al convento dei Cappuccini. Il bianco della veste ricorda la purezza mentre il rosso richiama i cardinali che erano presenti alla traslazione del corpo della santa.

La processione inizia alle 8 di sera e la città è illuminata solo dalle luci della macchina (alcune elettriche ma moltissime di candele) mentre la banda musicale suona l’inno di Santa Rosa.

I Facchini si recano alla Chiesa di San Sisto dove il vescovo li benedice con la formula ‘in articulo mortis’ con la quale li protegge da eventuali incidenti.

[caption id="attachment_64804" align="center-block" width="960"] Foto di Bruno Pagnanelli[/caption]

La macchina si trova proprio vicino la chiesa di San Sisto, dove era stata assemblata nei mesi precedenti sotto una struttura temporanea.

Il percorso è lungo 1200 metri e prevede cinque soste durante le quali la macchina viene appoggiata su cavalletti. Termina davanti al Santuario di Santa Rosa dopo un ultimo tratto in salita in cui i Facchini vengono aiutati da corde e da leve che spingono la macchina da dietro.

Nei giorni precedenti vengono fatte 3 mini-processioni con mini-macchine destinate ai bambini che in questo modo prendono confidenza con le tradizioni del loro paese.

Forse il miracolo più grande di Santa Rosa è proprio quello di esser stata capace di suscitare un sentimento così forte che ha retto al passare dei secoli e che ancora oggi muove le emozioni delle persone.
 

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Il misterioso Cristo nel Labirinto di Alatri

Nel pieno centro storico di Alatri l’antico chiostro della chiesa di San Francesco del XIII secolo riserva la sorpresa unica del Cristo nel Labirinto.

Nei secoli il chiostro ha ospitato anche un carcere e un tribunale e solo durante il restauro del 1996 è stata fatta la scoperta di un affresco di un misterioso labirinto, al cui centro si trova una rappresentazione del Cristo, e diversi altri simboli dietro ad una intercapedine. Nessuno aveva mai parlato di questa opera

Il grande labirinto unicursale (dove esiste una sola entrata e una sola uscita al centro e per raggiungerla c'è un’unica strada) ha una dimensione di circa 140 cm ed è composto da dodici cerchi concentrici neri e bianchi. I cerchi neri rappresentano le muraglie che delimitano i corridoi e sono undici più il cerchio centrale, quello dove si trova il Cristo.

Il Cristo ha una aureola e regge un libro con la mano sinistra (posto quasi in corrispondenza con del cuore) mentre la mano destra, le cui dita sono piegate nel segno della benedizione, indica l’ingresso (o uscita) del labirinto.

La parete affrescata con il “Cristo nel Labirinto” guarda a sud. Quindi l'entrata del labirinto di Alatri si trova ad ovest (alla sinistra di chi l'osserva) e l'uscita è rivolta ad est. In pratica è orientato come la stragrande maggioranza delle chiese e delle cattedrali cristiane.

Si entra provenendo da dove tramonta il sole, dalle tenebre, e ci si avvia nella direzione in cui sorge, verso la Luce.

La grandezza dell'opera ed il fatto che sia posta in alto, lascerebbero intendere che sia stata realizzata per essere vista anche da una certa distanza. Forse decorava una vasta aula di culto o, più probabilmente la Sala Capitolare del cenobio precedente l’attuale struttura.

Non si sa quasi nulla di questa opera d’arte. Ricerche archivistiche hanno confermato che nessuno ne aveva mai parlato nella secolare storia di Alatri , sino al suo casuale rinvenimento negli anni ’90. 

Il maggior esperto del “Cristo nel labirinto” di Alatri è Giancarlo Pavat, studioso di labirinti accreditato a livello europeo e nel 2007 lo ha descritto nel suo libro “Valcento. Gli ordini monastico-cavallereschi nel Lazio meridionale” e nel 2009 Pavat si rese conto che era identico a quello che decora il pavimento della navata della cattedrale di Chartres, la “Cattedrale del Mistero” per antonomasia, in Francia.

Ovviamente si parla di identicità del percorso, non della forma e questo labirinti vengono definiti proprio “Chartres-type”, “Modello Chartres” e ne sono stati catalogati 29*. Il labirinto di Chartres dovrebbe risalire alla prima metà del XIII secolo, mentre esemplari “Chartres-type” compaiono su manoscritti e codici miniati già a partire dal X secolo. 

L’affresco del labirinto di Alatri è unico al mondo per la figura del “Cristo storico” al centro, un tipo di rappresentazione non attestata prima del IV secolo dC. Non si conoscono gli autori ma lo studio delle altre decorazioni (“Fiori della Vita”, “Triplici circonferenze”, “Spirali”, “Stelle” ecc.) tende ad attribuirlo all’Ordine dei “Pauperes Commilitiones Christi Templique Salomonici”, meglio noti come Cavalieri Templari.

I templari erano ben presenti ad Alatri tra il XII ed il XIV secolo e sono state individuati numerosi simboli come alcune “Croci Patenti” affrescate in diverse chiese medievali di Alatri. Come quella di colore rosso e inscritta in una circonferenza affrescata sula controfacciata della chiesa di San Francesco, vicina al chiostro con il Labirinto, oppure quella sempre di colore rosso visibile nella chiesa di San Silvestro, dipinta sulla barba di un misterioso e ieratico personaggio aureolato. Inoltre presso la Porta di San Sebastiano, sorgeva un ospizio per i pellegrini che la tradizione locale identifica come un “Hospitales” dell’Ordine.

Ma è pur vero che anche altri ordini monastici come Cistercensi e Francescani utilizzavano questi simboli.
Labirinti "unicursali"

I labirinti unicursali sono quelli dove esiste una sola entrata e una sola uscita al centro e per raggiungerla c'è un’unica strada e il loro scopo non è districarsi tra vari incroci bensì di far percorrere una volta soltanto tutti i vari meandri. 

Voluta dopo voluta, il tracciato si avvicina e si allontana dal centro. Ritmicamente, quasi si trattasse davvero di una danza, il sinuoso, armonico percorso conduce il viandante che vi entra, lungo un sentiero che potrebbe rappresentare l’allegoria del cammino della vita di tutti i giorni, ma pure dell’ardua e complessa ricerca della Verità con la lettera iniziale maiuscola.

In questo labirinto non c’è il timore di sbagliare strada, di confondersi, chi lo affronta ha solo due possibilità: seguire i suoi meandri sino alla fine, fiducioso che giungerà al centro (dove, in questo caso, lo attende Cristo in persona) oppure fare dietrofront. 

Tornare indietro rinunciando deliberatamente a raggiungere il centro: “Vuol dire scegliere il Male. Senza nemmeno l’alibi del dubbio su quale via prendere, che esiste nel labirinto “multicursale”, si sceglie quindi la Perdizione, si rifiuta la Salvezza indicataci dallo stesso Salvatore.  

L’abbandonarsi fiduciosi al percorso del labirinto “unicursale” testimonia una professione di Fede, basata sul totale e sereno abbandono ad una Volontà Superiore. Certi, non soltanto della Sua infallibilità, ma pure della Sua infinita bontà e misericordia nel prendersi cura delle proprie creature. Convinzioni granitiche, tipiche proprio dei membri degli Ordini Monastici Regolari e di quelli Ospitalieri e Cavallereschi. 

 

L’opera d’arte del chiostro di San Francesco ci parla di un Cristianesimo peculiarmente medievale, basato su determinate simbologie che vennero ritenute non più opportune con la controriforma. 

L’affresco e il labirinto non furono distrutti probabilmente perché al centro c’era Cristo stesso, ma, comunque, vennero prudentemente coperti dall’intonaco e, per stare tranquilli, vi eressero un muro davanti.

Il messaggio dell’affresco alatrense del “Cristo nel Labirinto” è un messaggio di speranza che trascende il valore puramente artistico e i contenuti dottrinali cattolici dell'opera.

L'affresco ci fa comprendere che per quanto lunga, tortuosa, difficile, sia la strada della Vita, alla fine troveremo sempre chi ci allungherà la mano per aiutarci, per indicarci il cammino, mostrarci la meta. 

* I 29 esemplari antichi di “Chartres-type” sono tutti in Europa, ma di alcuni si ha solo la documentazione grafica e letteraria, essendo andati distrutti. 10 si trovano o si trovavano in Italia (Pavia, Piacenza, Aulla, Pontremoli, Lucca, Volterra, Roma, Alatri e Tossicia), 13 in Francia (Chartres, Sens, Bayeux, Poitiers, Auxerre, Amiens, St, Quentin, Arras, Genainville, Sélestat, Mirapoix, Tolosa, 1 nell’Eire (Rathmore nella contea di Meath), 2 in Gran Bretagna (Bristol, Alkborough), 2 in Russia (Fiume Ponoi nella Penisola di Kola e isola Grande Zaiatsky nel Mar Bianco) e 1 in Svezia (Grinstad).
 

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ph Claudia bettiola
Casalvieri. Palazzo Cellitto o Villa dei Misteri

Il Palazzo Cellitto di Casalvieri si trova lungo la via che porta a Purgatorio.

E' conosciuto anche come Villa dei Misteri per i simboli esoterici e massonici che arricchiscono la sua facciata.

E’ stato edificato da un medico esorcista e è appartenuto alla famiglia de Vecchis. 

Per la particolarità della sua facciata è stato dichiarato Monumento Nazionale.

 

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Palestrina - Mosaico del Nilo
Palestrina - Mosaico del Nilo

Il Mosaico del Nilo, uno dei maggiori capolavori dell’arte ellenista, è il protagonista del documentario ‘il Nilo di Pietra’ di Gian Luigi Rondi. Il mosaico si può ammirare nel Museo Archeologico Nazionale di Palestrina dove è arrivato dopo un lungo peregrinare fra guerre e restauri.

La storia del suo arrivo al museo è molto inusuale e ricca di colpi di scena. Molto probabilmente venne ritrovato tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo all'interno della cantina del vecchio Palazzo Vescovile.

Nel 1625 il Vescovo di Palestrina, resosi conto dell'importanza di quel mosaico, lo fece staccare dal pavimento, poi lo fece dividere in pezzi quadri e infine diede ordine di trasportarlo a Roma, in cambio di paramenti.

Quando il feudo di Palestrina fu acquistato dalla Famiglia Barberini nel 1630, il Cardinale Francesco Barberini, grande collezionista di opere d'arte, fece di tutto per entrare in possesso del Mosaico. Ci riuscì nel 1635 grazie allo zio materno, il Cardinale Lorenzo Magalotti, che a sua volta lo aveva ricevuto in dono dall'Abate Francesco Peretti.

Il Mosaico fu fatto restaurare da Battista Calandra, rinomato mosaicista e autore di alcuni mosaici della Basilica di San Pietro.

Nel 1640 l'opera restaurata fu riportata a Palestrina e collocata nella sua posizione originale, in una stanza che intanto era stata fatta restaurare dal Principe Taddeo Barberini.

Ma quella sistemazione non si dimostrò la migliore. L'oscurità e soprattutto l'umidità della stanza resero necessario un secondo restauro. Nel 1853 il Principe Francesco Barberini affidò l'incarico al Cavalier Giovanni Azzurri, architetto di casa Barberini, così il Mosaico del Nilo venne diviso in 27 lastre di varia grandezza e riportato a Roma per il restauro.

Tornate di nuovo a Palestrina, le lastre furono ricomposte su un piano leggermente inclinato in una delle sale del Palazzo Colonna Barberini.

Nel 1943, il Sovrintendente alle Antichità del Lazio, Salvatore Aurigemma, d'accordo con la Principessa Maria Barberini, decise di far trasportare il Mosaico di nuovo a Roma, per timore che gli eventi bellici potessero danneggiarlo.

Finita la Seconda Guerra Mondiale, il Mosaico del Nilo sarebbe dovuto tornare immediatamente a Palestrina. Non fu così. Secondo il Soprintendente Aurigemma la sua ricollocazione su quello stesso piano lievemente inclinato, dove era già stato posizionato tra il 1855 e il 1943, non era più accettabile.

Per ammirarlo in tutta la sua bellezza, era ora necessario posizionarlo in verticale, come un meraviglioso quadro da appendere alla parete. Ma per questo nuovo restauro era necessario un finanziamento rilevante, difficilmente reperibile dallo Stato, che in quel periodo era impegnato nella ricostruzione del Paese. Fu un contributo privato che permise la realizzazione di quest'impresa.

Nel 1952 la storica società cinematografica Ponti-De Laurentis, che in quell'anno produceva anche il primo film a colori girato in Italia, propose alla Sovrintendenza la realizzazione di un documentario a colori sul Mosaico di Palestrina per la regia di Gian Luigi Rondi, grande critico cinematografico e documentarista.

La proposta fu accettata da Aurigemma, ad una condizione: la società cinematografica si sarebbe dovuta fare carico di tutte le spese del restauro.

I lavori iniziarono nell'estate del 1952. Oltre a catturare la bellezza del Mosaico del Nilo, le telecamere ripresero anche le varie fasi del restauro. Il documentario, intitolato “Il Nilo di Pietra”, fu completato nel 1954.

Fu solo nel 1956 che il Mosaico del Nilo fu collocato all'interno del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina.

Nonostante i numerosi restauri, la grande scenografia del Mosaico del Nilo ha conservato una singolare delicatezza nei colori, illuminati da una sorprendente luce che accende e spegne rocce e figure, alberi e animali, una luce che sfiora le acque del Nilo e diventa il filo conduttore di tutta la rappresentazione.

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