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Quando nel 1974 la chiesa Pieve Collegiata dedicata a San Giovanni Apostolo ed Evangelista di Santa Maria a Monte (Pisa), all'estremo ovest del gruppo collinare toscano delle Cerbaie, fu sottoposta ad importante restauro, nelle sue soffitte fu recuperata una tela.

[caption id="attachment_120337" align="center-block" width="1002"] Foto di Simone Massetani[/caption]

Dopo un sommario restauro, fu collocata sopra la nuova nicchia che accoglieva l'urna con le reliquie della Beata Diana, una santa del luogo vissuta tra il XII e XIII secolo.

La tela, delle dimensioni di 300 centimetri per 200, in quell'occasione fu attribuita ad anonimo del XVII secolo.

Dal sommario esame dell’opera è già possibile rendersi conto che il dipinto è stato ritoccato più volte. Gli elementi pittorici che esprime si prestano comunque ad una datazione: XVII secolo.

L’opera raffigura la Beata Diana di fronte al Cristo Risorto in un tripudio di angeli. Agli inizi del 1980 la stessa tela rischiò di essere distrutta quando fu lambita da un incendio, riportando per fortuna modesti danni.

L’opera tuttavia ha avuto finora scarsa considerazione, in quanto nessuno aveva colto la similitudine con la metà superiore della grande pala (720 x 423 cm) dipinta dal Guercino tra il 1622 ed il 1623, che raffigura il seppellimento di Santa Petronilla. L’opera è ospitata nei Musei Capitolini a Roma.

Il confronto tra le due opere è sorprendente: non solo la scena raffigurata è sovrapponibile nella sua presentazione, ma ci sono anche molti particolari che coincidono.

Nella tela di Santa Maria a Monte, seppure di dimensioni inferiori, è riproposta la scena della glorificazione della santa, che in questo caso è la Beata Diana "inginocchiata davanti a Cristo che l’accoglie in cielo”.

Tra i personaggi che partecipano all'evento, la beata appare come soggetto tecnicamente meno curato, quasi a fare ipotizzare un successivo intervento di adattamento della scena.

Si rileva poi come il limite superiore della tela dia l'impressione di non essere quello originario, in quanto presenta la brusca interruzione di alcuni elementi come l’incompletezza dell’ala dell'angioletto che sorregge la corona floreale sopra la testa della Beata.

Il raffronto delle due opere, la loro coincidenza cronologica sollecitano ad un'analisi più puntuale da parte degli studiosi in modo da definire in che rapporto sta il Seppellimento di Santa Petronilla dei Musei Capitolini di Roma con la tela della Collegiata di Santa Maria a Monte.

Le ipotesi possono essere diverse.

Una in particolare merita un approfondimento: la tela potrebbe essere opera di un “copista” di Guercino. L'artista infatti fondò una vera e propria scuola a Cento (città natale dell’artista), frequentata inizialmente dai primi collaboratori del giovane Guercino, e si costituirono i suoi incisori e copisti "ufficiali”.

Tra loro possiamo ricordare Pietro Desani, Pietro Armani, Paolo Antonio Barbieri, Giuseppe Maria Galoppini, Bartolomeo, Cesare, Ercole e Lorenzo Gennai, Matteo Loves, Francesco Riva, Cesare Scala, Benedetto Zalone, attivi proprio nel XVII secolo, specie nell'Italia settentrionale e centrale.

Vogliamo dunque sperare che quanto segnalato susciti l’interesse degli studiosi, in modo da approfondire gli aspetti che abbiamo sunteggiato.

In questi casi ci può stare tutto. E intendo davvero… ”tutto

Foto di Copertina di Simone Massetani
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The fallen Christopher Columbus statue outside the Minnesota State Capitol after a group led by American Indian Movement members tore it down in St. Paul Minnesota on June 10 2020. httpswww.flickr.comphotosdiversey50000129917
httpswww.flickr.comphotosdiversey50000129917

Guardo con tristezza una nuova statua che viene buttata giù e penso che rischiamo di affondare nella mancanza di creatività.

Buttare giù è un gesto liberatorio, ma non fa cambiare la storia. Non nega alcuni dogmi con i quali siamo tutti arrivati a questo punto della nostra storia.

Potremo dire che la storia ha avuto aberrazioni e momenti di assoluta idiozia del genere umano, potremo dire che avremmo dovuto imparare dai nostri errori, ma la storia non la possiamo negare.

Ed allora?

Dimostriamo di saper imparare dal passato. 

Che la lezione di ieri la studiamo per non doverla ripetere. Che sul nostro passato costruiremo generazioni migliori.

Facciamo imparare la storia e con la creatività costruiamo un nuovo futuro.

Invece di buttare giù le statue creiamo delle ‘contro-statue’, nuove opere d’arte. 

Accanto ad un Cristoforo Colombo mettiamo una nuova statua che esprima il passato che abbiamo compreso e il futuro che vogliamo costruire in pace.

Accanto ad un missionario mettiamo una statua della cultura che ha contribuito a distruggere.

Non sono un artista ma sono sicura che migliaia di giovani artisti sono pronti ad accettare questa sfida e avranno migliaia o milioni di nuove idee per esprimere questo concetto.

Le nostre città si riempiranno di nuove opere e ….  ‘La bellezza salverà il mondo’.

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«Il Borgo del Futuro avrà i segni della modernità e dell'efficienza e i caratteri della civiltà classica, e la cultura sarà il cardine dello sviluppo»  (Architetto Luca Calselli)

La ricerca sulle caratteristiche che dovrebbe avere un Borgo del Futuro è cominciata nel 2014 con il progetto di recupero della Palestra di Paliano di Massimiliano Fuksas e Anna Maria Sacconi.

Il progetto di rigenerazione era promosso dal presidente della locale BCC, Giulio Capitani, per innescare un processo di sviluppo della città e dell'intera area.

Ri-Gymnasium è una rete di professionisti, coordinati da Luca Calselli e Dario Biello, che lavora su progetti complessi di rigenerazione urbana e di sviluppo territoriale. Il loro approccio umanistico e multidisciplinare attiva iniziative architettoniche e urbanistiche che attraversano la comunicazione, il design, l'arte, la letteratura, la filosofia, la formazione, il cinema e la fotografia. 

Il progetto di Paliano non si è concretizzato ma è stato l'inizio di un processo di ricerca continuo che si è applicato con successo a diversi ambiti territoriali e altri paesi, un modello replicabile e in grado di garantire ampi margini di originalità.

Il Borgo del Futuro di Ri-Gymnasium è oggi un progetto maturo adottato da Arpino, la città di Cicerone, di Caio Mario e di Vispiano Agrippa che si è candidata a Capitale Italiana della Cultura 2021.

Arpino intende porsi come modello da imitare nella sperimentazione di pratiche di rigenerazione e sviluppo dei borghi, in Italia e in Europa.


Il lavoro di questi anni e l'accelerazione data negli ultimi mesi da Arpino, pongono il progetto una come soluzione d'avanguardia nell'adozione di politiche di crescita e nelle prospettive per il futuro, dopo la drammatica crisi Covid19. 

Non è un caso che accanto ad Arpino capofila, ci siano come partner più di novanta comuni, nelle province di Frosinone, Latina, la Città Metropolitana di Roma Capitale, oltre ad Università e alcuni dei più grandi architetti di fama internazionale.

Parafrasando Salvatore Settis, con il suo "Se Venezia muore", si è posto il problema "Se Arpino muore", dichiara Arduino Fratarcangeli, sociologo coinvolto nel progetto. 

Un’ombra sembra proiettarsi verso le aree esterne ai grandi agglomerati urbani. 

Tutto ciò che non viene incluso nella città è aggredito da un fenomeno che relega queste aree ad entità sempre più frammentate e marginali che, nella peggiore delle ipotesi, diventano stoccaggio delle esternalizzazioni negative delle aree metropolitane. 

Ragioni produttive e di mercato stanno violando gli equilibri naturali, gli spazi sociali ed economici delle città e dei borghi incastonati nelle aree rurali urbane. 

Le piccole città che si salveranno saranno quelle che, per tempo, sapranno programmare e progettare il loro futuro. Quelle che sapranno offrire la possibilità di vivere degnamente alle loro comunità e, dunque, limitando l'esodo o addirittura diventando attrattive per nuove famiglie.

Queste sono le emergenze, alla base del progetto.

La città, ontologicamente, non è. Essa esiste ma la sua fisicità è solo una parte del suo esistere in quanto organismo complesso.

L'altra parte, la più importante, è la comunità grazie alla quale la città vive, cresce e assume identità. 

È sul progetto dello spazio pubblico, dunque, che si sta lavorando, intendendo per spazio pubblico sia il luogo fisico di una piazza, una strada, un parco (outdoor o indoor) che lo spazio virtuale di condivisione che il web rende disponibile (di cui è impossibile fare a meno), oltre a quello della pubblica amministrazione con i suoi servizi alla persona, all’impresa, alla cultura, alla salute. 

Tre ambiti diversi ma interconnessi. 

Solo così si entra nell'ottica del progetto dello spazio pubblico come concreta occasione di rigenerazione urbana. Un progetto che non si risolve in una ordinaria opera edilizia o in un intervento di decoro urbano, ma che utilizza le diverse discipline delle scienze umane su più livelli: fisico, virtuale, ideale e concettuale.

L’obiettivo finale è il soddisfacimento delle esigenze e delle aspettative delle comunità, e dei bisogni e delle emozioni dei singoli componenti di quelle comunità.

Questi sono i princìpi alla base del progetto.

È altamente probabile che nel dopo-coronavirus si assisterà a un sensibile rallentamento del fenomeno dell'abbandono dei borghi. La gente si chiederà se sarà ancora opportuno abbandonare le aree periferiche o se non sarà possibile cercare soluzioni diverse. 

Parallelamente, ci sarà chi, nelle grandi città valuterà la possibilità di trasferirsi nelle aree rurali. La politica dovrà cogliere l'opportunità e dare risposte puntuali e concrete a questi interrogativi. 

Risposte visionarie, che possano rendere davvero attrattivi i borghi, le città minori, le aree rurali. Altrimenti il fenomeno ripartirà. Inevitabilmente.

Su queste emergenze e su questi princìpi si sta muovendo il gruppo Ri-Gymnasium con l'idea di edificare una nuova policy che declini in positivo il concetto di qualità ambientale, culturale, sociale, economica e, dunque, politica.

Il progetto Arpino Borgo Futuro sarà presentato in estate durante il Certamen, per il Premio Biennale di Divulgazione dell'Architettura 2020/2022.

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Sono un artista, uno scultore.
Esprimo la mia arte attraverso una materia particolare il “legno”: una materia viva che richiede rispetto e ascolto.
Nel mio percorso ho dialogato anche con altri materiali: la terra, il bronzo, il marmo, ma alla fine sono ritornato al legno perchè mi sento profondamente legato ad esso e attraverso di lui alla mia terra di origine.
Abito a Pove del Grappa, sotto il grande Monte Grappa e davanti a me scorre la Brenta che per secoli ha trasportato il legno dalle montagne all’Arsenale di Venezia.
Qui cresciamo amando gli alberi e la natura. Mi piace definirmi come uno ‘scultore dell’albero’.

L’albero è qualcosa di intimo e magico.


Per molte persone assume un significato esistenziale, esprime quello che siamo, ci indica la strada per recuperare un legame con noi stessi.
Affonda le radici nella terra e si protende verso l’alto nutrito dall’energia del sole, al suo interno scorre la linfa che lo nutre e crea un’architettura perfetta di fibre e di linee.


Quando scolpisco il legno devo tenere conto di tutto e trovare dei compromessi con lui, con le sue fibre e con le linee che lo hanno modellato. Quelle stesse linee che ora danno il ritmo al mio gesto creativo segnando forme, chiamando vuoti o pieni: io li ascolto e mi lascio guidare.
Mi sento accompagnato nell’azione creativa e spinto sempre alla ricerca di nuove forme che sono veicolo di nuovi messaggi.


Vivo in una valle, circondata da boschi e attraversata dal fiume e, attraverso il legno degli alberi, l’acqua del fiume ritorna incessantemente nelle mie creazioni

Il legno assume delle forme che si liberano fluide e dinamiche e riportano al fluire dell’acqua che scorre in un percorso di liberazione verso il mare.
Il fluire della corrente mi ha da sempre affascinato: è un’esperienza che coinvolge tutti i nostri sensi e che sollecita la mente a lasciar andare, a liberare lo scorrere dei pensieri e delle energie.
Il rumore dell’acqua, le sue forme e i suoi colori sono in continua mutazione, accompagnano lo sguardo, sono una potente metafora
dell’esistenza umana che è un continuo divenire. Un continuo doversi adattare alla forma delle cose e ai fatti della vita.
Le mie opere prendono forma da questo sentire e il fiume è per me un compagno di viaggio.
A volte sento il suo richiamo e così mi fermo ad ascoltare a sentire le emozioni che vivo in me quando sono lì.
È così che la mia arte prende forma in un processo che parte dentro di me mentre osservo lo scorrere dell’acqua e dialogo con le fibre dell’albero.
 

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Il mio rapporto con la storia della mia città e del territorio comincia negli anni ‘70 del secolo scorso, precisamente nell'autunno del 1971 quando conobbi il mio carissimo amico Mauro Incitti
Ha inizio da un campo arato con un paio di scarponi da campagna ai piedi ed una busta in mano.

Mi rimane impressa nella mente quell'immagine mia e di Mauro arrancanti tra le zolle fresche a raccogliere "cocci" antichi. Auguro a chiunque a provare quella sensazione di brivido nel prendere su un frammento che diviene in quel momento il tuo contatto con il passato.

La consapevolezza di una presenza di antico che tu stai contribuendo a far rivivere. 
Nel mio cammino di ricerca mi sono reso conto quell' intimo rapporto personale con la storia non poteva rimanere fine a sé stesso ma andava condiviso con gli altri, quindi divulgato nella forma più corretta possibile. 
Iniziammo con una organizzazione di volontariato chiamata inizialmente ‘sezione di Colleferro del Gruppo Archeologico Ernico', poi divenuta ‘settore Tolerino del Gruppo Archeologico Latino e Toleriense del Gruppo Archeologico Romano’ ed infine ‘Gruppo Archeologico Toleriense’
L’evoluzione di questi nomi già da una indicazione della evoluzione che abbiamo fatto come gruppo e come città.
A proposito, per quei pochi che ancora non lo sapessero, il nome Toleriense viene dal nome antico del fiume Sacco: Tolerus.
Dovremo essere orgogliosi delle nostre radici che sono lunghissime e affondano nelle generazioni.
In oltre trenta anni, nelle fila del gruppo sono passate numerose generazioni di Colleferrini. Per parafrasare un noto testo di Mario Capanna: "Formidabili furono quegli anni" fatti di impegno, sacrificio, ricerca archeologica.
Eravamo mossi da un irrefrenabile desiderio di conoscere e far conoscere a tutti la storia di questo territorio
Mi ricordo l'affanno e la testardaggine di voler rendere giustizia al racconto storico, per cui io quindicenne e Mauro Incitti diciottenne ci trovammo impegnati a confrontarci con il testo di Aldo Colaiacomo: Lineamenti per una storia di Colleferro.  


Almeno per quella che era la parte antica del racconto. 
Provavamo anche un senso di responsabilità nei pacifici confronti di idee con Aldo Colaiacomo: eravamo generazioni a confronto. E così siamo cresciuti anche noi.
Oggi tutto questo mi fa sorridere ed allo stesso tempo mi spinge a riflettere sulla comunicazione. 
Nel mio approccio con la storia e l'archeologia del nostro territorio ho sempre pensato che la ricerca dovesse essere affiancata da una sana divulgazione per dare informazione esatta e una comunicazione non inquinata dal sensazionalismo e dalla voglia di apparire a tutti i costi. 

Se nel passato si avevano limitate fonti informative oggi è triste veder circolare nella nostra città alcune produzioni letterarie prive di annotazioni e riferimenti, frutto solo di una personalizzata interpretazione dei fatti storici. Ma questa è una nuova, vera battaglia che ha visto scendere in campo anche l'Archivio Storico Innocenzo III di Segni ed in particolare il mio carissimo amico Alfredo Serangeli.
Per fortuna, e per tenacia che è alla base della fortuna, ho trovato fondamentali alleati prima nel Gruppo Archeologico Toleriense, e poi nel Museo Archeologico Comunale del Territorio Toleriense di Colleferro. Divulghiamo la storia e le ricerche attraverso scavi archeologici, convegni, mostre ed eventi anche con le scuole. Abbiamo realizzato i due volumi sul Castello di Piombinara e la collana degli "Studi e ricerche sull'Ager Signinus" per gli appassionati. 

Il divertimento è stato divulgare a tutti con la collana Museoracconta. Abbiamo fatto uscire due pubblicazioni che già dal titolo esprimono lo stile: "Colleferro sottosopra" e "Leonardo da Cromagnon", con il contributo di bambini di una terza elementare che hanno inventato la storia di un bambino Sapiens.
Animazione è anche l’organizzazione di mostre temporanee che fanno tornare le persone a trovarci al museo, una sorta di appuntamenti fra amici per rinsaldare i rapporti e allargare la rete di contatti. Così ci cimentiamo anche in contenuti multimediali, modellini e rappresentazioni dal vivo. 
Spero che in questi anni tutta la nostra passione e il nostro impegno abbiano contribuito a formare un'identità storica del nostro territorio. 
Un territorio strano e anomalo che per anni è stato dominato da una città moderna, nata intorno ad una fabbrica che oggi è la Città Morandiana. Una città formata da abitanti che rappresentavano un ibrido di provenienze, tradizioni e culture. 
Una Città che va nello Spazio.
Un territorio che però aveva un vissuto anche dalla preistoria al medioevo... e la sinergia storica tra questi mondi sembra iniziata. Il collante è il Museo Archeologico.
Che poi il destino ha voluto che si trovi all’interno della vecchia area industriale!
Tutto torna.
Più lavoro e più mi ritrovo nella frase di Piero Angela:
«Faccio divulgazione scientifica da quasi cinquant'anni, e ogni volta è sorprendente rendersi conto che più escono cose dalla scatola della conoscenza più se ne creano dentro, in continuazione, di nuove». 


Foto di Museo Archeologico Comunale del Territorio Toleriense

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Se dovessi far conoscere a qualcuno il percorso della mia espressività artistica direi che esso è iniziato fattivamente da una ricerca sulle origini del teatro italiano.


Era il 1980 quando, ricercando sui libri le tracce lasciate, mi sono imbattuto nel Rinascimento, precisamente nei primi decenni del ‘400 a Firenze.
Più entravo nella conoscenza storica, più mi ritrovavo immerso in una bottega artigianale fiorentina e mi guardavo intorno. Una bottega popolata di artisti, architetti, artigiani, distinzione questa che mi imponeva la cultura del nostro tempo.
Pian piano non riuscivo più a distinguere le categorie, anzi queste scomparivano per dare posto alla figura di un uomo che riusciva con le sue mani a forgiare il corpo dei suoi pensieri.
Avevo trovato ciò che dentro di me desideravo: essere figlio della terra che mi aveva generato. E la nostra terra è fatta di lavoro, di materia, della sua trasformazione per utilità dei fabbisogni quotidiani.
Ho sempre creduto che la cultura fosse un fabbisogno quotidiano, allora ho iniziato a dare corpo ad essa con ciò con cui altri producevano utensili per la vita.

Ero diventato un artigiano del pensiero, della bellezza e dentro la mia bottega ho iniziato a trasformare la materia e renderla emozione da offrire.


È passato di tempo da quell’inizio, il laboratorio è colmo di testimonianze del mio lavoro e ogni volta che vi entro mi narrano ognuna della vita che le ho dato.

Ma, come sempre accade, c’è una fra tutte che più ti rappresenta, che meglio definisce l’inizio di un nuovo percorso.


Era settembre dell’anno 1995, già fremevano i progetti per l’avvento del nuovo millennio, sentivo forte il desiderio di essere anch’io protagonista di quello straordinario momento.

Ho cercato così tra gli appunti della mia memoria e ho trovato tracce di una idea che da più di dieci anni andavo progettando: la Natività.
Sono andato col pensiero ai grandi architetti fiorentini del ‘400, alle loro macchine sceniche realizzate per il racconto delle Sacre Rappresentazioni e subito davanti agli occhi indelebile mi si è presentata la macchina scenica dell’Annunciazione di Filippo Brunelleschi.
In alto tra le capriate un cielo si apriva, una schiera di angeli in movimento sopra i fedeli presi da un estasiato smarrimento e l’Arcangelo Gabriele con una esile corda discendeva fino a Maria ad annunciare l’evento tanto atteso.

Era la glorificazione di Dio con un’infinità di lumi, stelle, che esaltavano la sua reggia celeste.


Io volevo invece rappresentare la discesa di Dio, il suo farsi uomo e la sua domus non poteva più essere celeste ma terrestre. Allora, chiusi gli occhi, ho preso fra le mani la cupola stellata posata in alto, l’ho capovolta e adagiata sul freddo pavimento.

Uomo tra gli uomini.


Non più lo sguardo verso l’alto in un atto di prostrazione, ma sguardo nello sguardo. Così la domus terrestre nella mia rappresentazione doveva essere posta tra i fedeli come centro di una nuova era. Metafora della nuova Gerusalemme mostrata dal settimo Angelo, dal racconto dell’Apocalisse di Giovanni, da un alto monte al profeta.
Gli spettacoli delle Sacre Rappresentazioni venivano proposti nelle chiese colme di fedeli, di ogni ceto sociale e diversificato bagaglio culturale, c’era il dotto ma anche il non colto, c’era il letterato così pure chi con le sue mani aveva da sempre comunicato.
E le mani a Firenze avevano portato l’artigianato a tale maestria che, unita all’ingegno di artisti, avevano creato opere di sorprendente perfezione. Così la materia plasmata diveniva parola all’altezza di assumere negli spettacoli il compito della narrazione.
Nello spettacolo che andavo creando, quale immagine tangibile, materica poteva nell’immediatezza rappresentare per tutti la nascita se non un uovo che, per dare inizio alla vita, doveva aprirsi alla sua metà?
Allora al centro dello spazio della rappresentazione ho posto una grande sfera di legno leggero che si apriva alla sua metà mediante una robusta fune che saliva alle capriate.


Poi discendeva avvolta da un argano manovrato a vista da un attore: una metà rimaneva a terra a significare la nostra contingenza, la cupola capovolta, l’altra sollevata in alto come bisogno di trascendenza.
Un bisogno insito nell’umana aspirazione.
Sulla metà terrestre veniva raccontata la nascita di Gesù, al centro, tra le
braccia della madre seduta e la protezione di Giuseppe. Intorno
ruotavano, su due piste collegate tra loro con un ingranaggio azionato a mano, le figure del presepe: pastori, ancelle che con doni andavano e
bambini che giocavano.
Dal cielo una discesa di Angeli, non per annunciare il volere divino ma per
mostrare la condivisione e la gioia del Padre per il Figlio diventato uomo.
Era il Natale del 1995 e la Chiesa di San Pietro a Magliano Sabina era il luogo della rappresentazione.
Un lavoro lungo, faticoso, con tanti momenti di umano smarrimento per il timore di non essere, come i maestri del passato, all’altezza di dare alla materia quella leggerezza che sapesse narrare, che divenisse essa stessa parola.
Al termine dello spettacolo, dopo i tanti e calorosi applausi, sono rimasto solo e mirando quella macchina narrante, realizzata con le mie mani, ho percepito forte la consapevolezza di aver trovato l’armonia che cercavo.
Il mio fare teatro era davanti a me, in quello spazio sacrale dove il cielo e la terra ritornano a quell’unità primordiale a cui ogni parte dell’Universo, dopo la traumatica separazione, farà ritorno.
I modelli della macchina scenica della Natività e dell’Annunciazione sono visitabili all’interno della mostra Artes Mechanicae, mostra permanente presso la Chiesa di San Michele a Magliano Sabina.
La mostra è aperta su prenotazione (chiamando i numeri: 389 277 5583/ 320 312 0850) e in occasione di alcune festività.
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Tra i 16 paesi dei Castelli di Jesi, Montecarotto assume un valore di particolare rilevanza per la sua semplice bellezza.


[caption id="attachment_112664" align="center-block" width="750"] Montecarotto - Foto di Giuliano Betti[/caption]
Un piccolo borgo abitato da duemila persone a 388 metri sul livello del mare, posto all’incontro delle due valli incantate del fiume Esino e del Misa.
Quello che rimane impresso nella mente del viaggiatore che si trova a scoprire questa piccola realtà, è la bellezza dei suoi panorami, i colori che li dipingono a seconda delle stagioni. L’incontro sulla linea dell’orizzonte tra il mare Adriatico e le dolci alture dell’appennino Umbro-Marchigiano.
Alla vastità del suo panorama si contrappone la bellezza del suo centro storico, raccolto come nella maggior pare dei piccoli e borghi italiani. Un centro all’interno di una cinta muraria lunga circa 600 metri che fa da fortezza a magnifiche chiese, a palazzi signorili e ad un piccolo teatro di estrema bellezza.
Le mura di Montecarotto, che proteggono il piccolo impianto medievale, conservano ancora oggi la scarpata, ossia quell’elemento architettonico con la duplice la funzione di opera difensiva e di opera di rinforzo. Infatti l’allargamento della base delle mura teneva il nemico più lontano del limite ultimo della città.
Ci sono cinque torrioni che intervallano la lunghezza delle mura cittadine e, sul lato orientale del paese, ne possiamo osservare uno ancora in perfetto stato. 
E’ il torrione cilindrico, coronato da un doppio ordine di “beccatelli”, mensole in legno o in pietra che sostengono una parte della costruzione, e da una merlatura ghibellina che terminano con la caratteristica coda di rondine. Simboleggiavano la supremazia dell’impero sul papato.
Ma l’immagine che dona l’identità a Montecarotto è il maestoso torrione che si affaccia sulla piazza centrale del paese, il torrione custode del tempo!
La torre cilindrica dell’orologio ci racconta una delle più grandi eccellenze del piccolo paese delle Marche, quella della produzione di orologi da torre
[caption id="attachment_112667" align="center-block" width="750"] Montecarotto - meccanismo orologio del torrione, Foto di Giuliano Betti[/caption]
Nella storia, i campanili civici hanno avuto la funzione di quantificare il tempo, di scandire il trascorrere delle ore e di regolare la vita di una comunità attraverso il loro suono.
Questo è stato possibile grazie alla presenza all’interno di queste torri di un orologio meccanico, con o senza quadrante a vista, che grazie ad un raffinato meccanismo batteva le ore sulle campane.
Nelle Marche si narra la storia di una lunga famiglia di orologiai e il più grande esponente dell’arte dell’alta precisione dell’ottocento è Pietro Mei, nato proprio a Montecarotto. Un uomo noto in tutta Italia per la sua genialità e per la sua innovazione nella costruzione degli orologi da torre.
Qui, nel suo paese d’origine, aveva messo su il suo laboratorio realizzando nelle Marche e nelle regioni direttamente confinanti tanti orologi. Opere tecnologiche e d’arte con meccanismi intuitivi e manuali in torre civiche e torri campanarie che scandivano le giornate di tante città attraverso i rintocchi di lancette e di campane.
Pietro Mei realizzava macchine che si presentavano più compatte rispetto a quelle costruite dai suoi maestri e, come le descrive lui con sue parole, le macchine erano costruite con “pulitezza ed eleganza”.
A Montecarotto è conservato intatto e ancora funzionante uno degli esempi di orologi marchigiani costruiti da Mei.


Al primo piano della torre, raggiungibile attraverso un camminamento di ronda, un percorso sulla cinta muraria e nascosto dietro alle merlature della cinta, si arriva al locale dove è custodito il quadrante dell’orologio. Qui possiamo osservare l’asta di collegamento, il pendolo e i pesi.
Da qui, percorrendo una scala in legno ci aspetta una grande sorpresa, ad attenderci per essere ammirato troviamo il meccanismo dell’orologio. 
Un meccanismo a pendolo azionato attraverso i pesi che scendono all’interno della torre e, sfruttando l’azione della gravità, muovono il meccanismo che a sua volta azione i martelletti che percuotono le campane.
Sulla ruota di scappamento leggiamo “P. Mei Montecarotto n° 22”. La matricola ci racconta che questo è il ventiduesimo orologio a carica manuale progettato e costruito da Pietro Mei nel 1849.
Abbiamo la possibilità di osservare da vicino il tratto di torre più alto, il campanile, che custodisce due campane poste ad altezze leggermente diverse. La più grande, “la campana delle ore” è del 1849 e la più piccola che scandisce i quarti è stata realizzata nel 1572.
Due martelletti collegati ai pesi batteranno i rintocchi sulla campana delle ore, un ritocco per ogni ora, un martello sulla campana piccola suonerà un rintocco per ogni quarto d’ora.
I due martelletti si uniranno contemporaneamente a suonare sulla campana delle ore nel momento della meridiana, un suono che si ripete tre volte al giorno: a mezzogiorno, a mezzanotte e alle cinque del mattino.
Una volta ogni ventiquattro è necessario ricaricare i pesi per le ore, mentre i quarti e la meridiana possono essere caricati con meno frequenza.
Un suono quindi che si ripete ogni 15 minuti, il tempo necessario per osservare, al di là dei tetti delle case, la Riviera del Conero, le cime dell’Appennino Centrale e la bellezza delle vallate circostanti.
Sin da bambina, ho sempre creduto che a Montecarotto il tempo si fosse fermato, perché la sua bellezza rimaneva invariata negli anni.
Oggi invece posso dire che qui il tempo assume un significato diverso, il tempo si è preso cura di questo luogo, rintocco su rintocco, conservando la sua arte e la sua bellezza. 
Un piccolo borgo che può far conoscere le sue meraviglie e Pietro Mei di Montecarotto, l’orologiaio per eccellenza del XIX secolo.
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Le emozioni della mostra multimediale “Da Vinci Experience and his real machines”

500 anni di Leonardo da Vinci ma non se ne ha mai abbastanza!

Abbiamo visitato la mostra multimediale “Da Vinci Experience and his realmachines” a Firenze dal 23 maggio al 3 novembre 2019 in occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo, e siamo rimaste folgorate ancora una volta. 

Leonardo Da Vinci, uno degli uomini più eclettici e geniali che il mondo abbia avuto. 

E’ una mostra multimediale. Con un piccolo sovraprezzo si può iniziare la visita dalle postazioni “Oculus VR” che in realtà virtuale mostrano le principali invenzioni di Leonardo quali il carrarmato, il cannone, ed altre macchine da guerra tutte visibili a dimensioni naturali. Con lo sguardo, focalizzandosi su una macchina, si può penetrare all’interno e vederne i particolari e i meccanismi di azione. 

Già questa prima parte è una esperienza incredibilmente coinvolgente, stimolante e affascinante, si ha l’impressione di potersi rimpicciolire a piacere e penetrare all’interno delle macchine.

Si passa poi alla mostra multimediale dei quadri, che viene presentata nella chiesa sconsacrata, dove si possono vedere immagini intere e i particolari di ogni immagine proiettati in continuazione su tutte le 4 pareti della chiesa (e anche sul pavimento) per una durata di 35 minuti. 

L’atmosfera è veramente particolare, la sensazione è una immersione in una realtà di altri tempi e la musica di sottofondo sapientemente selezionata, diffusa a 360° in “Dolby surround”, aumenta il fascino delle immagini proiettate.

Lo spazio è ampio per cui ci si sente come un granello di sabbia nell’infinito. 

Si può stare in piedi o seduti a guardare le immagini proiettate di cui si possono apprezzare particolari diversi spostandosi in vari punti. Si ascolta la musica di sottofondo in una penombra e un’atmosfera estremamente piacevole e rilassante, talmente piacevole che si può rimanere li per ore e risentire e vedere più volte la proiezione perché ogni volta si notano particolari diversi ed ogni volta si apprezzano parti diverse dei brani musicali.

Le immagini proiettate sono tratte da quadri o disegni preparatori con figure religiose, di donne, di uomini, animali, immagini delle macchine da lui inventate e loro schizzi preparatori. Colpisce anche la tridimensionalità delle figure che sembra fuoriescano dai quadri: i volti dei bambini sono molto più maturi della loro età (quasi vecchieggianti) ma tutti molto espressivi. 

Altra cosa che emoziona è che Leonardo fonde in quei volti le sue conoscenze anatomico-mediche e alcuni diventano ancora più intensi e affascinanti per le imperfezioni fisiche che il genio compulsivo di Leonardo vi inserisce.

Ad esempio, gli esperti dicono che quel leggero difetto delle labbra della Gioconda è dovuto quasi sicuramente a una paralisi di Bell, che consiste in una disfunzione del VII nervo cranico (nervo faciale) che causa l’abbassamento o l’innalzamento dell’angolo della bocca. Eppure questo rende quel sorriso ancora più affascinante. Anche gli abiti e i drappi sono molto curati ed avvolgenti in questi quadri.

Ma non ci si deve fermare lasciandosi ipnotizzare dalle proiezioni. Consigliamo a tutti di fare un giro dell’intera chiesa per osservarne la bellezza dei particolari e per scoprire altre cose interessanti che nessuno vi dice all’ingresso né ve lo indica sul depliant perché una mostra multimediale ci invita anche al “fai da te” e cioè ad esplorare gli spazi alla ricerca di “tesori nascosti”.  

Se lo farete scoprirete qualcosa di bello ed entusiasmante.

La mostra evidenzia non solo l’ecletticità di questo ‘uomo geniale’, molto più di quanto si può vedere nella mostra stessa, ma anche la sua vastissima conoscenza come ad esempio quella dell’anatomia che si riscontra in tutti i disegni preparatori al quadro finale. 

Leonardo, nato ad Anchiano il 15 aprile 1452 e deceduto il 2 maggio 1519 ad Amboise (all’età di 67 anni molto avanzata per quei tempi), aveva molteplici interessi che spaziavano dalle scienze umane (fu anatomista e botanico) alle arti (disegnatore, trattatista, scenografo, architetto pittore, scultore musicista), alle tecniche (ingegnere civile e militare, progettista). È impressionante la profondità delle sue conoscenze e la genialità delle sue osservazioni, scoperte e applicazioni.

La bellezza artistica, la musica, le arti in generale rappresentano una terapia dell’anima e del corpo, e le presentazioni multimediali messe su da squadre di esperti multidisciplinari hanno potenziato questa positività dell’arte che abbiamo potuto provare. 

È una mostra vissuta in tridimensionale e in dinamismo dove l’arte diventa avvolgente, ci circonda, la sentiamo, la respiriamo, la palpiamo. Penetra in noi e questo procura forti sensazioni ed emozioni. 

Il tempo si ferma, non siamo più a Firenze nel 2019 ma nemmeno all’epoca di Leonardo. 

Siamo in uno spazio tempo in cui il corpo vibra, ascolta, gioisce. Ogni spettatore diventa, che lo voglia o no, parte integrante ed interagente con le immagini virtuali che avvolgono. Immagini che con la loro virtualità, la loro immaterialità, avvolgono e ti trapassano, appaiono inaspettate, frammentate, in movimento, in fusione, in particolarità. 

A noi la sintesi, a noi l’ascolto attivo del messaggio non detto di Leonardo: esplorare senza porsi confini, superare gli ostacoli materiali ed avere il coraggio, ancor prima della curiosità, di guardare oltre il visibile. 

Una esperienza che rimane ben oltre il tempo trascorso dentro la splendida chiesa sconsacrata, una esperienza che riaffiora anche involontariamente durante i gesti della quotidianità che poi ritorna.  

La mostra è stata organizzata nella chiesa sconsacrata del 1100 di Santo Stefano al Ponte in Piazza di Santo Stefano 5, proprio nel centro di Firenze (www.davinciexperience.it). 

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