Artisti americani per i paesaggi della Ciociaria

Volete conoscere la vera Italia, lo spirito di questo curioso paese? Andate fuori dai circuiti turistici tradizionali, incamminatevi nelle piazze e nelle vie vissute da Italiani, e troverete gioielli come la Ciociaria, uno splendido territorio a sud di Roma.

Una piccola presentazione storica: questa area è così vicina a Roma che molti importanti personaggi vivevano qui, come Cicerone da Arpino ancora famoso per il Certamen, una competizione annuale in retorica latina che richiama studenti da tutto il mondo.

La Ciociaria è nota per essere stata il teatro della guerra civile fra Mario e Silla, per la splendida abbazia cistercense di Casamari, per la Via di San Benedetto che collega l’Abbazia di Subiaco con quella di Montecassino, per le città con le mura ciclopiche, i borghi storici e per le bellezze naturalistiche della Val Comino.

Fra tanta bellezza ci si può perdere, e questo è quello che è successo ad una artista americana quando per la prima volta è arrivata a Piglio, un paese arroccato su una montagna e conosciuto solo da locali o dagli emigranti.

Fino ad allora Nancy Campbell conosceva la Ciociaria per il film premio Oscar con Sofia Loren e per alcuni racconti dei suoi nonni. Nancy vive nello Stato di NY non lontano dal confine canadese ed è cresciuta con il mito dei suoi nonni italiani. Non era mai riuscita a capirli completamente perché nonostante fossero arrivati in America da giovani non avevano mai imparato la lingua inglese.

Si fantasticava di strane parentele e di fughe d’amore e per questo Nancy aveva sempre avuto la curiosità di sapere qualcosa di più sulla loro storia e sulle sue radici. Finito l’impegno civile di assessore alla cultura di Saugerties e di direttrice della scuola d’arte Woodstock a NY, compie un viaggio in Italia e arriva a Sora, splendidamente adagiata sul fiume Liri. Da qui la indirizzano al Piglio e mentre cerca suo nonno trova le sorelle di sua nonna.

Fotografie, biscottini e fettuccine e un cugino di secondo grado che parla inglese.

Inizia a girare per la Ciociaria e rimane incantata dallo spirito italiano. Nonostante le sue bellezze questa è un’area poco nota al turismo di massa e le persone conservano tutte le abitudini che gli stranieri sono abituati a vedere nelle parodie. Sono le abitudini della gestualità, dell’amore per la famiglia, della vita nelle piazze e nei centri storici fatti di case di sassi bianchi con il palazzo vescovile al centro. Le feste storiche come il Palio di Paliano e la musica tradizionale dei Compari delle Cantine – Hernicantus.

Tutte situazioni speciali per chi ama dipingere paesaggi e bere un buon caffè in piazza. Da buona pragmatica americana, Nancy decide di dividere questa gioia con amiche e organizza un sito web  per proporre viaggi per dipingere i paesaggi della Ciociaria.

L’iniziativa ha successo e Nancy inizia ad organizzare questi tour di pittura per un numero selezionato di artisti alla volta in modo da poter essere la loro guida personale alla scoperta delle bellezze della Ciociaria e degli italiani che la abitano.

In questi anni di viaggio Nancy ha raccolto schizzi e dipinti su molti paesi e paesaggi ed è giunto il momento di intensificare gli scambi culturali fra i due paesi e per il prossimo anno pensa di organizzare a Paliano una mostra di “Landscapes of Ciociaria”.

PS. Per chi fosse curioso, il termine Ciociaria deriva da Ciocie una calzatura molto semplice costituita da una base di cuoio e da lacci che si annodano lungo il polpaccio.

powered by social2s
energitismo

Museion Bolzano, un’opera d’arte è stata cestinata.

Un fatto, per alcuni tragico e per altri divertente, è accaduto venerdì 23 Ottobre, ma che per tutti ha riaperto un dibattito sulla delicata questione sulla definizione di opera d’arte.

 

Le signore addette alle pulizie del Museion di Bolzano hanno letteralmente pulito tutto lo spazio espositivo contenente l’installazione “Dove andiamo a ballare stasera?” delle artiste Goldschmied & Chiari, gettando nel sacco nero della spazzatura bottiglie vuote di champagne, bicchieri, stelle filanti e i coriandoli che la componevano.

Si tratta di un’opera d’arte “ambientale” che si inserisce in un progetto espositivo, curato dal critico d’arte Achille Bonito, e che coinvolge diversi musei. Le artiste hanno voluto dare immagine allo spirito degli anni ’80:

“Gli anni Ottanta sono per noi la fase dell’infanzia, è stata l’epoca del consumismo, dell’edonismo, delle speculazioni finanziarie, della televisione di massa, della politica socialista e delle feste. Nella fase di ricerca abbiamo ritrovato una guida alle discoteche della penisola scritta dal politico (e ai tempi ministro degli esteri) Gianni De Michelis, “Dove andiamo a ballare questa sera?” del 1988, con la prefazione di Gerry Scotti, che ci ha ispirato il titolo dell’opera".

Una festa che è diventata uno stato quindi, una pratica diffusa che dura un decennio, gli Ottanta, e segna un pezzo di storia italiana: questo è ciò che il duo ha voluto esprimere, mostrandone i tristi resti.

Goldschmied (1975) e Chiari (1971) lavorano dal 2001 a Milano e riscuotono di grossa fama internazionale con partecipazioni alla Biennale di Venezia, alla Dublin Contemporary, a Berlino, a Tel Aviv e a Roma. Insomma, di strada queste donne ne stanno facendo!

Dopo l’accaduto, come prevedibile, i social si sono scatenati.

Nella maggior parte dei commenti (su Facebook, così come sugli spazi delle testate online) gli utenti si sono schierati a favore delle signore delle pulizie. A scagionarle, non la loro presunta ingenuità (che poi, se fosse disattenzione nel proprio lavoro, sarebbero difendibili ugualmente?) ma piuttosto il giudizio diffuso verso l’installazione delle due artiste definita, da esperti e non, “immondizia, non arte”. Sgarbi compreso.

Lo scenario artistico contemporaneo scatena quotidianamente dibattiti di questo tipo coinvolgendo sia esperti critici sia l’opinione pubblica comune.

Non credo sia possibile trovare una verità assoluta, non può esistere norma o legge che possa definire ciò che è Arte. Ogni artista, così come ogni uomo, è libero di compiere il suo percorso trovando nel proprio tempo e con i propri tempi, le risposte che cerca (ed è possibile che le strade che percorrerà siano già state percorse da altri).

Una domanda, infine, mi sorge: ma se ci teneva tanto il direttore del Museo non era capace di prevenire il fatto dando le giuste istruzioni? Oppure è stata tutta una questione di pubblicità…?

powered by social2s
ARTE DA PAURA!

Sapete che l’arte di tutte le epoche ha rappresentato graficamente la morte usando scheletri e teschi, proprio i simboli della festa più macabra dell’anno, Halloween? La notte più terrificante è alle porte!

Halloween è una festività anglosassone legata al Capodanno Celtico Samhain, parola gaelica che significa “fine dell'estate”, e indicava la conclusione della stagione dei raccolti e l'inizio dell'inverno. Per i Celti era un momento di festa vissuto, allo stesso tempo, con una grande paura della morte. Per questo motivo erano soliti celebrare riti propiziatori e falò indossando maschere grottesche e pelli di animale per spaventare gli spiriti.

Il tema della morte è un grande punto interrogativo che fin dalla Preistoria ha coinvolto l’umanità e che, per diversi motivi, l’umanità ha voluto rappresentare in varie forme d’arte. Dalla Preistoria, passando per il Medioevo e il Rinascimento fino all’Arte Contemporanea, molti artisti ne sono stati affascinati componendo bellissime opere piene di significato artistico e culturale.

Il carattere di immediatezza della Morte, il suo manifestarsi improvviso, e l’impotenza dell’uomo ha spinto gli uomini a cercare risposte nella Religione e nel culto della vita dopo la morte. Incredibile quello che si trova nelle tombe Etrusche o nelle Piramidi Egizie, oppure alla rappresentazione grafica delle divinità che accompagnavano le anime nell’Aldilà.

Nel Medioevo, invece, per far conoscere e diffondere la dottrina cristiana alle masse povere e analfabete vennero commissionati molti cicli di affreschi. Quale modo migliore per comunicare con il popolo analfabeta, se non attraverso le immagini? Dalle scene bibliche e dagli immagini dei Santi si potevano apprendere le buone condotte e fuggire alle tentazioni del peccato. Come le predicazioni, l’arte rappresentava un monito ben rappresentato dalla frase “ricordati che devi morire!” (memento mori).

Dapprima il tema del “trionfo della morte” era connesso a quello del Giudizio Universale, correlato alla rappresentazione del Paradiso e dell’Inferno. Nel tardo Medioevo invece assume una dimensione desolata, in cui la Morte decima “gratuitamente” la popolazione (è il periodo della peste) e si traduce in una visione fantasiosa di una tremenda esperienza collettiva.

I simboli sono scheletri armati di falce che decimano Re, Papi e gente comune allo stesso modo, e teschi, immagini della caducità fisica dell’uomo e della dimensione terrena dell’esistenza che cessa con la morte. Tra gli esempi illustri: il “Trionfo della Morte” del Buffalmacco a Pisa, lo stesso tema presso il Palazzo Abetellis di Palermo, e “La signora del mondo” all’Oratorio dei Disciplini a Clusone (Bergamo).

Per il Rinascimento basti l’esempio del San Girolamo di Caravaggio (1605-1606), opera commissionata dal cardinale Scipione Borghese oggi conservata nella Galleria Borghese di Roma. San Girolamo viene raffigurato mentre traduce la Bibbia dall’ebraico al latino, soggetto molto promosso nell’epoca della Controriforma. Vi sono pochi elementi, e ognuno ha un proprio significato simbolico.

Tra questi, il teschio posato sui libri del Santo: è il simbolo della caducità dell’uomo che posa sul sapere, che invece è eterno. E’ anche il simbolo delle frivolezze umane che dopo la morte non esisteranno più, quindi un monito per il fedele ad occuparsi le cose veramente importanti, come S. Girolamo.

Infine, l’arte contemporanea non è da meno!

L’esempio è quello di Damien Hirst, artista inglese capofila del gruppo Young British Artists. Ha dominato la scena artistica degli anni 90 con il tema della morte, appunto!

Manifesto della sua poetica è “L'impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo”, consistente in uno squalo tigre di oltre 4 metri posto in formaldeide dentro una vetrina. Quell'opera divenne il simbolo dell'arte britannica degli anni novanta e la sua vendita nel 2004 ha reso Hirst l'artista vivente più caro dopo Jasper Johns.

“Per l’amor di Dio” è una sculture del 2007 che consiste in un teschio umano fuso in platino arricchito da 8.601 diamanti. 100 milioni di dollari il valore di mercato. Hirst vuol dimostrare come il teschio, emblema di morte, è ormai abusato, è un oggetto di consumo come tanti altri (su magliette, borse, gioielli…) quindi perché non renderlo prezioso? In fondo il cranio dell’uomo su cosa ragiona? Cosa desidera se non ricchezza, danaro, successo? Gli aspetti materiali della vita quotidiana moderna tradotti in arte.

Buon Halloween allora, ricco di storia, simboli e di quel fascino oscuro che sempre stuzzicherà l’uomo.

powered by social2s
Bansky e Dismaland
Bansky e Dismaland

Se qualcuno pensa che con i sistemi di controllo e il “Grande Fratello” che ci osserva non possiamo più nascondere la nostra vita, allora deve conoscere la storia di Bansky e di Dismaland.

Chi è Bansky ? Anche il principe Carlo d’Inghilterra vorrebbe sapere quale volto (o volti?) si celano dietro quello che oggi è considerato uno dei più grandi street artist del mondo. E’ un artista di graffiti, un attivista politico, un regista e un pittore. Le sue opere sono abusive ma vengono contese in aste milionarie. Non male per un artista rivoluzionario!

E come raccontare quello che è successo in una amena località del Somerset, Weston-super-Mare, avviata al declino come molte altri paesi da quando Monarch e Rynair hanno reso accessibile a poche sterline i caldi paesi del Mediterraneo? Qualcuno dice che da bambino Bansky veniva proprio qui al mare sul canale di Bristol (sua presunta città natale).

Ai cittadini era stato raccontato che la piscina e l’area del Tropicana erano stati scelti da una società di Hollywood, presunta Atlas Entertainment, per girare il thriller Grey Fox. Cartelli in tutto il paese e lavori in corso per costruire quello che a tutti sembrava un set cinematografico.

Si vedeva emergere un castello dai teli che nascondevano i lavori e poco male se il castello non aveva colori accesi e brillanti, il film doveva essere un giallo e già il titolo incupiva un po’.

Tutto è stato finanziato dall’artista e i primi dubbi su quanto stava realmente avvenendo si sono avuti ai primi di agosto quando il suo agente è stato visto nella zona. La notizia si è sparsa nel web e i primi curiosi sono arrivati per cercare di capire cosa stesse accadendo.

Con sorpresa, dal 21 agosto al 27 settembre, ha aperto i battenti Dismaland, un parco di divertimenti “anti-Disney”. Critici d’arte e spettatori da tutto il mondo si sono precipitati a Weston-super-Mare nel Somerset per andare a vedere le installazioni di Bansky. Dieci sue nuove opere e altri 58 artisti coinvolti che fanno la parodia al consumismo e alla sdolcinatezza dei parchi a tema, una vera trappola per i genitori.

Un flusso di gente incredibile che pagava per “essere trattato con sufficienza e con poca grazia” da tutti gli addetti del parco, dalla Minnie incavolata all’arrivo al Gift Shop senza gift. Si passa per Cenerentole vittime di un incidente a Paperino con l’ISIS a giostre di cavalli gestite da macellai, per raccontarne solo alcune.

Dai conti della BBC ci sono stati 4.500 visitatori al giorno, 300.000 tweets, 86.000 foto su Instagram e il video su Youtube è stato visto da 2,6 milioni di persone. Ha cambiato l’economia del paese e ha creato 20 milioni di sterline di indotto.

Per chi lo segue c’era da aspettarsi qualcosa di unico e un forte messaggio contro il consumismo. Da sempre i messaggi di Bansky, che usi stencil, brani o documentari, ridicolizzano il sistema capitalistico e la guerra. I suoi disegni sul muro eretto da Israele e che lo separa dalla Palestina esprimono con una elegante denuncia tutta la violenza dell’isolamento. Quegli squarci di mari tropicali che emergono con forza dal grigio cemento sono più efficaci di mille testi di inutili parole di disappunto.

Avevo saputo di Bansky da un articolo che raccontava di come il Principe Carlo si fosse precipitato a vedere un murales quando gli avevano detto che avrebbe potuto incontrare Bansky. Poi ho capito che i sui disegni sono ripresi da migliaia di post su Fb in cui nessuno riportava l’autore dei disegni. Ora anche io faccio parte dei suoi seguaci. Ma spero che non riveli mai la sua identità e che non cada mai nelle trappole dello star system.

 

Vorrei continuare a sognare che qualcuno può “fottere” il sistema, uscire dai controlli ed essere libero. Qualcuno può andare nei musei più importanti del mondo e appendere le sue opere assieme a quelle già presenti. Passano giorni prima che qualcuno si accorga che nel Settecento non esistevano telefoni e maschere antigas e che forse quelle opere non sono originali.

Per chi volesse vedere gratuitamente qualcosa di Dismaland potrebbe andare a Calais dove le strutture saranno montate per costruire rifugi per i migranti accampati alla frontiera. Sul sito di Bansky il suo ironico ultimo messaggio riporta:
“Coming soon… Dismaland Calais, senza biglietti on line!”

powered by social2s
Mostra “Lapidi di strada”

“Lapidi di Strada - Tutti dormono sulla Collina” è il titolo della mostra di fotografie di Simeone Ricci che raccoglie immagini di epitaffi lungo le strade italiane. La mostra si trova all'interno della II edizione “ARTE a KM 0” a Corviale (Roma) ed è uno studio sulle lapidi poste lungo le strade italiane e che testimoniano i tanti incidenti stradali.

Inizialmente questo lavoro era nato per una campagna sulla sicurezza stradale ma la profondità di quello che Simeone Ricci ha trovato lo ha convinto ad approfondire la ricerca. Queste lapidi sono state poste dai familiari delle vittime di incidenti a memoria di quanto accaduto ai loro cari.

“La prima volta che ne ho fotografata una pensavo di trovare frasi di morte. Sono stato abbagliato da quella lapide, in apparenza fredda e gelata, un apparente simbolo di morte e di perdita di affetti. E invece dietro ho percepito un mondo infinito. Più mi avvicinavo e più mi rendevo conto che non c’era solo lutto e dolore, ma una voglia disperata di vivere”.

La ricchezza dei versi ricorda da una parte gli epitaffi lasciati dagli antichi romani lungo la via Appia e dall’altra i testi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Un abbraccio fra continenti ed epoche che riassume la vita di questo fotografo romano che ha trascorso molti anni negli Stati Uniti.

“Ho vissuto molti anni a New York, senza avere mai posseduto un’automobile, poiché risiedevo a Manhattan, dove quasi nessuno ne possiede una. Ricominciai cosi, a guidare al mio ritorno a Roma. Mentre guidavo notai che le nostre strade erano disseminate da queste lapidi. Spesso mentre le notavo, qualcuno mi tagliava la strada, non rispettava le precedenze, non segnalava un cambio corsia o parlava al telefono guidando. Cosi per curiosità ma credo più per una forma di attrazione, un giorno, dopo aver accompagnato i miei ragazzi a scuola, mi fermai davanti ad una di esse. Ci passavo ogni giorno.

Una sete di vivere.

Quindi non il semplice desiderio di poter resuscitare qualcuno caro, un parente, un fratello, un amico, ormai perso per sempre. Non c’era un vero rimpianto del passato che non c’è più. Ma c’era la vita che va incessantemente avanti. La vita legata a quell’attimo preciso, impercettibile, ma oramai facente parte di un passato.

C’era il presente, ma c’era soprattutto il futuro.

Ma c’erano anche una tragedia di sui si parla solo quando si vuole. Di forme di fatalismo e immortalità legate alla nostra cultura cattolica, d’irrazionalità e sfida del pericolo, di voglia di sballo, di strafare. Mi sono accorto che la maggioranza delle lapidi erano di ragazzi/e sotto i 30 anni.

Per questo ho pensato a Spoon River e non ho più smesso di fotografarle. Volevo esprimere i colori, la loro esplosione di vitalità, celata dietro la superficie lugubre e tetra. Non il dolore, ma la gioia che la vita va avanti, a prescindere e nonostante tutto. Ho voluto testimoniare alle persone, ma soprattutto ai ragazzi, che quando ci mettiamo alla guida di una macchina, di una moto, un motorino siamo potenzialmente al volante di una possibile arma letale. Quando invece dovremmo essere alla guida di una “macchina” di vita, ma ancor più di libertà.”

Le fotografie della mostra sono state proiettate durante le rappresentazioni teatrali di “Il Vetro e l’Anima”, liberamente tratto dal racconto ”120!140!160!” del libro ” Mandami a dire“ di Pino Roveredo.

powered by social2s
SAMSUNG DIGITAL CAMERA
Artisti per la Pace

La mia amica Antonella Pagano è una poetessa che ti trascina dentro le sue poesie. Quando le recita entra in contatto con ogni spettatore ed emozioni positive vibrano nell’aria. Penso che per queste ragioni sia stata invitata ad Assisi tra gli “Artisti di Pace” che partecipano al Meeting “L’Oriente incontra l’Occidente”.

Antonella, quale messaggio porterai questa volta?

Lasciami intanto dire dell’emozione di essere qui ad Assisi, un territorio che è sintesi di luogo fisico e luogo dell’anima: gronda di così tanta spiritualità e di energia che provo un tumulto benefico. I semi di San Francesco continuano a germogliare in ogni stagione, in ogni tempo, in ogni giorno che s’avvicenda sulla terra.

La passata esperienza l’avevo fatta con il racconto della Bellezza, che rendo visibile col suono dei miei mille campanelli, il tulle su cui mi siedo, i libri con le pagine di seta su cui le stesse storie sono manoscritte.

Questa volta racconterò di uno speciale stormo di “Fenicotteri di pace”, una lirica lasciata agli aliti di vento e ai palpiti di ciascun spettatore. Eccone alcuni passi:

Questo sole straniero sbandiera ancore bizzarre
infiorate arcobalenanti che m’intrigano alla follia.
Volo su fenicotteri di pace.
Han volti di donne e bambini
volano alti su prati d’un verde coraggioso.
I vulcani qui eruttano petali e soffioni
le lave accorate abbracciano il cuore
suturano ogni dolore.
Sento nacchere
belati pascolanti
Le lune volteggiano nel cielo.
Odo voci bambine intonare canzoni dolci di fichi
odo donne con voci d’uva
odo terre sommesse
odo mari e venti e flebili sciacquii
odo fluttuar d’ali
cospargere nuvole di zucchero su monti coraggiosamente aguzzi.
Odo anime attonite allo sciacquio
braccia che stringono altre braccia
mani di seta gareggiar col vento.

La XVIII edizione del meeting ha tema ”L’Oriente incontra l’Occidente per una Nuova Civiltà di Pace”. Come ti hanno scelta?

La fondazione “Il Mandir della Pace” è una rete internazionale di volontariato culturale, sociale e umanitario, fondato da Maria Gabriella Lavorgna. Il 2015 è un anno dedicato da Papa Francesco alla Misericordia e il mio stormo di “fenicotteri di pace” è piaciuto molto.

Inoltre sono stata investita come Dama dell’”Ordini Venerabilis Sodalicii Mariae SS. Boni Consilii Mortis et Misericordiae”, un ordine cavalleresco che vanta un millennio di storia.

Ma veniamo al Meeting, un appuntamento con arte, ecologia, scienza, etica, economia perché la cultura della Pace possa essere sempre più concreta e percorribile. Dal 1998 Assisi si è animata e ha avvicinato gli emisferi apparentemente antitetici, anche quelli cerebrali, per dimostrare quanto sia possibile una loro integrazione propositiva e cooperattiva (non ho sbagliato, ho volutamente raddoppiato la t), per dire quanto sia possibile l’interazione tra le due polarità: la razionale e l’intuitiva.

"Il risveglio della consapevolezza: tutto è Uno”: la vita quale viaggio per farsi pienamente dentro la propria identità e nella consapevolezza di essere parte del Tutto. Le sfide contemporanee richiedono Uomini agili nel confrontarsi con la diversità, abili nello sperimentare i molteplici aspetti dell’Unità. Non è utopia e comunque, se lo fosse, direi che mi piace battermi per le utopie, essere in prima linea con un mazzo di fiori in mano da donare a ciascuno scettico, annichilito, indifferente.

Questa realtà bipolare, parlo dei due emisferi, ha generato grandi conflitti ideologici, la loro integrazione, invece, fonda la nuova Scienza in cammino evolutivo con la Coscienza. I nuovi paradigmi scientifici ci aiutano a scandagliare il grande, affascinante, intrigante mistero della Vita, della mente, dello spirito.

Lo sposalizio Scienza esatta/Scienza analogica festeggia il superamento della muraglia tra Ragione e Intuizione. Il rapporto uomo/natura/ambiente fisico è corrispondente alla correlazione corpo/mente/spirito. Riconosco che vi sono altri alternativi percorsi, ma tutti debbono prima o poi confrontarsi con questo. E’ così che si può sperimentare la pace a livello personale e contribuire a lastricare la strada della pace universale.

Ma tutto, non mi stancherò mai di indicarlo, va insaporito e colorato con la gioia.

Lei parla di gioia e di letizia e, molto spesso e ne parla con gioia: è sbalorditivo.

Si, si chiama Gioia anche la protagonista di un romanzo che non riesco a terminare mai. Trovo così tanti colori della gioia che quando penso d’averlo finito, debbo aggiungere un nuovo capitolo. Che meraviglia!

 

Anche san Francesco era un poeta. Quel suo “cum tucte le creature” è un messaggio chiaro. Quel “cum”, con… pesa quintali, mentre spesso si è contro. Pesa tonnellate quel “tutte” in cui mi pare di vedere tutti noi umani stringerci le mani e camminare insieme. Eppoi la parola “creature”, con la quale al sud si chiamano anche i bambini, pesa tantissimo, almeno per i credenti.

E mi dà gioia pensare a quanto sia importante il rapporto uomo/terra, uomo/cielo, uomo/aria, uomo acqua, uomo/stelle, uomo/peso, uomo/assenza di gravità, colore di pelle, abilità manuali, intellettuali, genialità, inventiva, carità, semplicità, complessità, identità, mistero.

Pesa immensamente, ma può anche essere immensamente lieve, in questo la poesia è maestra, immaginare di sentirsi ed essere poi davvero responsabili verso il tutto che ci circonda: animali, piante, natura e nostri simili.
Penso che possa sembrare banale, scontato, ma in verità noi usiamo il paravento della banalità per fare quello ci pare. Il pianeta che ci ospita è un giardino accogliente e generoso.

powered by social2s
Prefuturisti, Prefuturismo e Targa Florio

Benvenuti nel Prefuturismo! Il Novecento si presenta come un secolo straordinario. I primi aerei e le prime automobili hanno sconvolto la fantasia di molti intellettuali che di colpo si sono trovati a poter immaginare un futuro diverso pieno di macchine e intriso di potenza e velocità.

Il Futurismo è l’epiteto di queste emozioni e sin dall’uscita del primo Manifesto su “Le Figaro” di Parigi, artisti di varie discipline hanno iniziato a cercare di rappresentare le emozioni provocate dalla interazione con aerei, dirigibili, treni e veicoli di varie fogge. Non più soggetti statici ma esigenza di mostrare dinamismo, movimento e potenza. Colori decisi, energici e parole trancianti!

Nei primi del novecento nascono le prime competizioni sportive, dove arditi piloti si misuravano cercando di battere confini umani della velocità che per millenni nessuno immaginava di poter varcare. La storia della Targa Florio è la prima e una delle più belle ed emblematiche di questa epoca.

Ho avuto la fortuna di incontrare anni fa Antonio Marasco e di partecipare alla prima edizione della Eco-Targa Florio, una nuova edizione basata sui motori elettrici. Assieme a Leone Martellucci e a Fabio Massimo Frattale Mascioli abbiamo gareggiato su e giù per le Madonie avvolti in una natura potente e strepitosa e paesaggi mozzafiato. Ci siamo poi ritrovati a Palermo per una indimenticabile cena in una tonnara siciliana mentre un cuoco ci preparava una “cassata” con ricotta fresca, il migliore dolce al mondo.

Antonio Marasco è socio fondatore della Fondazione Targa Florio e l’ideatore di questa gara. Dire che è innamorato della storia e delle tradizioni automobilistiche è ridurre la forza della sua passione. Non sono solo i motori ad elettrizzarlo ma tutto il contesto culturale attorno al quale sono potute nascere e fiorire le grandi idee. La sua è una missione di cultura sportiva in uno sport, il motociclismo, che è sintesi di innovazione e competizione.

Antonio ha fondato due musei, il Museo storico del Motorismo Siciliano e della Targa Florio a Termini Imerese e quello di Collesano di cui è stato co fondatore e che raccolgono testimonianza dello “spirito dei tempi”. Nell’incontro che abbiamo avuto mi ha travolto con notizie a dir poco sorprendenti riguardanti il movimento dei futuristi e i suoi primi semi piantati in Sicilia ed in qualche modo connessi con la Targa Florio.

Prefuturisti e Prefuturismo in Sicilia

“Come può nascere l’idea di fare una gara sportiva? Quale humus ha permesso ad una serie di figure intellettuali e sportive di emergere?”, queste sono le domande che hanno animato le ricerche di Antonio Marasco in Sicilia. E le risposte sono veramente sorprendenti.

Nei primi del novecento Vincenzo Florio era forse il maggior imprenditore Siciliano ed era una figura intellettualmente molto attiva, tanto che a lui è stato dedicato l’aeroporto di Trapani. La sua famiglia era già nota da generazioni ed era tra le famiglie più ricche d’Italia, disponeva di una flotta di novantanove navi e di un impero industriale che spaziava dalla chimica al vino, dal turismo all'industria del tonno. Erano i protagonisti europei della Belle Epoque tanto che anche l’imperatore tedesco Guglielmo II soggiornava spesso da loro.

Era naturale che anche gli intellettuali dell’epoca gravitassero nell’orbita dei Florio proponendo le innovazioni più ardite e nuovi paradigmi culturali. Fra gli amici di Vincenzo si ritrova un giornalista genovese, Mario Morasso, che aveva fondato riviste di auto e scriveva passi memorabili per L’Ora e per Rapiditas di Palermo.

Mario Morasso è l’autore del libro “La nuova arma” del 1905 dedicato all’automobile e il cui protagonista è Wattman (il moderno uomo-macchina). Era un promotore del mito della velocità e delle macchine e sognava un mondo moderno e meccanico. Nel suo libro possiamo dire che aveva prefigurato la nascita dei robot (anche se questo termine è stato creato anni dopo da Capeck in “R.U.R.”) con delle figure di “uomini metallici, di automi invulnerabili, mostruosi e docili, geniatura vera dell’uomo e forse sua erede e continuatrice sul nostro pianeta assiderato”.

Lui e Vincenzo si vedevano a Palermo e si scambiavano idee. Poi Vincenzo andava spesso a Parigi (aveva poi sposato una francese) dove incontrava Marinetti lungo i caffe dei boulevard. Il collegamento culturale è immediato e le somiglianze fra gli scritti di Morasso (1905) e quelli di Marinetti (1909) denotano una influenza del primo sul secondo.

Futurismo e innovazione tecnologiche

Questo fervore “meccanico” siciliano è stato un perfetto humus anche per innovazioni tecnologiche come quelle della telemetria, oggi normalmente usata in ogni manifestazione sportiva, ma introdotta inizialmente nelle Targhe Florio, e quella dei telai di sicurezza.

Ma la storia raccontata con più passione da Antonio Marasco è quella di “Ciccio si Cefalù”, un signore di 80 anni che è stato il primo a ideare e realizzare scarpe personalizzate per i piloti automobilistici. Le sue creazioni sono in mostra in ogni museo automobilistico del mondo: da quello della Targa Florio (ovviamente) a quello della Porsche e della Mercedes a Stoccarda.

Il compito della Fondazione Targa Florio è quello di indagare ancora e di raccogliere storie, cimeli e reperti capaci di aumentare le proposte di qualità e le offerte turistiche. Il turista che viene in Sicilia e Italia cerca lo spirito della nostra creatività e stimolanti curiosità culturali.

powered by social2s
Andrea Zelio a EXPO Venezia

Il nostro pittore narrativo Andrea Zelio è presente con due installazioni, Il Gange e La Madre dei Fiumi, al Padiglione satellite di EXPO Venezia “AQUAE VENEZIA 2015” che approfondisce ed esplora la relazione tra l’Uomo, l’Ambiente e l’Acqua.

Come rappresentare un fiume? Andrea per EXPO Venezia ha realizzato due opere di grandi dimensioni: la Madre dei Fiumi si erge curva per 4 metri in altezza mentre il Gange, più dolce, si srotola per 6 metri in orizzontale.

Con la potenza e la lucentezza dell’acciaio, zincato e lucidato, Andrea porta alla luce visioni ancestrali e messaggi che scorrono come fiumi carsici dentro ogni essere: le forme sinuose dell’acqua che scorre, il suo suono rievocato dal vento che soffia attraverso le opere, la potenza dell’acqua che rigenera ma sa anche distruggere con la terribile indifferenza di madre natura.

E infatti la Madre dei Fiumi raccoglie le acque dal cielo con le mani per nutrire i suoi figli ma ha un urlo nel volto a rappresentare la contraddizione dell’essere a questo mondo e soffrire.

Il Gange invece dà pace, un fiume che come l’Isonzo di Ungaretti ci accoglie facendosi riconoscere come “una docile fibra dell’universo”.

Anzi, mentre osservate le due installazioni a Expo Venezia consiglio l’ascolto del poeta che recita “I miei Fiumi”, poesia che ha ispirato Andrea Zelio: anche chi non capisce l’italiano riuscirà a scorgere il suono delle acque che scorrono nella sua anima.

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.