Felix Diaz: creare con la musica

La musica è vibrazione, l’arte è vibrazione, la vita è vibrazione e per il cubano Feliz Diaz (Jotaf) tutte queste cose coincidono.

Nascere a Cuba, dove i colori caraibici si fondono con i ritmi musicali, dove l’arte è una esperienza quotidiana significa diventare artisti in modo inconsueto. Così è capitato a Felix Diaz (Jorge Felix Diaz Urquiza) che ha unito una formazione classica con una esperienza quotidiana non-classica.

Felix, come hai conciliato l’università e gli studi classici e l’arte?

Credo che in qualcosa ci sia l’influenza di mia madre che era una insegnante, forse volevo insegnare anche io e per questo ho scelto Pedagogia Artistica. Volevo far conoscere agli altri le storie dei grandi artisti e trasmettere le loro emozioni.

Ma poi è vero che dall’età di due anni ho vissuto con mio nonno che costruiva strumenti musicali e suonava in una sua band. Io giocavo con i colori e lui giocava con le note. Nella mia vita ho voluto seguire entrambi gli insegnamenti.

E nel frattempo creavi tue opere …

Non ancora. Mentre ero all’Università sono diventato il Presidente di una importante associazione artistica, la “Hermano Saiz”, sezione di Santa Clara. In quel ruolo mi occupavo della Galleria e della promozione di concerti di autore, mostre di libri, facevo promozione in radio.

E’ venuto naturale seguire corsi di gestione della cultura e di organizzazione di spettacoli: mi sono avvicinato anche al teatro. Devi sapere che, in quel tempo a Santa Clara, l’arte contemporanea era molto vivace e dovevo accogliere artisti da varie zone dell’America Latina.

Noi vendevamo molto in America e Canada e viaggiavamo in continuazione. Poi sono cambiate le leggi e non potevamo più muoverci per motivi culturali. Per questo ho lasciato Cuba e il destino mi ha portato in Italia.

Ecco da dove viene la capacità di usare tanti linguaggi artistici, quale preferisci?

Io passo dal figurativo al non figurativo: dipende le sensazioni che mi provocano determinati suoni, la musica in sé, le registrazioni ambientali, oppure le foto.

E’ importante definire lo stile che il pittore ha attraverso la strategia e i colori, non solo l’uso delle immagini. Ho uno stile più pittorico che artistico.

Per me l’arte deve avere come obiettivo quello di migliorare l’essere umano. L’artista deve essere ‘uomo-donna’ per esprimere il massimo!

powered by social2s
Carlotta Gabbiani: una vita nella bellezza del vetro

Carlotta Gabbiani sorprende! Giovane, sorridente, solare eppure profonda e creativa nella sua attività di designer di vetro artistico e di guida dell’azienda di famiglia. Già questa descrizione riempirebbe una vita, ma poi parlando con lei si scopre che è anche veterinaria e ama profondamente gli animali. Incredibile!

Carlotta è una giovane designer cresciuta in una nota famiglia Veneziana, i Gabbiani, in cui ha appreso l’amore per il vetro e la sua magia. La madre Marina Ravagnan è un’artista ed è stata la sua maestra: da lei ha appreso la sapienza con cui toccare e vivere il vetro, così “fragile e delicato come Venezia”.

Abbiamo incontrato Carlotta Gabbiani a Palazzo Bragadin, storica residenza in cui trovò rifugio Giacomo Casanova una volta evaso dai Piombi, di fronte all’antica casa di Marco Polo. Tra le meraviglie del Palazzo si radica una parte dell’attività artigianale della famiglia Gabbiani, mentre l’altra è a Murano dove i forni danno vita alle creazioni in vetro.

Carlotta tu provieni da una famiglia di lunga tradizione nel vetro artistico e la tua formazione è molto eclettica ...

La nostra famiglia lavora il vetro da oltre 50 anni. Se la famiglia di mio padre era nel commercio di spezie dall’Oriente, quella di mia madre è sempre stata una famiglia di artisti. Io ho respirato l’arte sin da piccola crescendo con mio fratello più in un Museo, che in una casa per bambini.

Mio fratello avrebbe dovuto seguire la tradizione di famiglia così io sono diventata veterinaria a Bologna con una specializzazione in ago-puntura. Poi lui si è trasferito a Shanghai 15 anni fa, ed io sono entrata in azienda ricoprendo vari ruoli.

Quello di designer mi è venuto naturale: dalla prima collezione di bijoux in vetro, ora mi dedico alla decorazione e alla illuminazione, che è il fulcro dell’azienda.

Ho disegnato parte dei lampadari dell’ultimo Catalogo in stile classico e moderno. Mia madre li ha approvati e questo mi ha dato una grande soddisfazione!

Carlotta, dove nascono le tue creazioni?

Dall’inattività: quando sono seduta in vaporetto e il mio cervello è libero di spaziare. Registro l’idea, faccio i primi schizzi, mi confronto con chiunque e lascio ai maestri vetrai i miei disegni che sanno interpretare abilmente.

Venezia è un luogo magico per essere artisti nel vetro. Venezia è per definizione vetro: è l’essere umano che si rispecchia nell’acqua! Questa è una città ‘trasparente’, un insieme di riflessi e colori, ma fragile come il vetro.

Per me, unire l’amore per gli animali con quello per il vetro, è significato vivere tra l’effimero e il terreno. L’apertura mentale che ho acquisito mi guida nel creare opere che rispecchiano le mie intuizioni. Alla fine, la creazione mi trasmette sempre sentimenti forti.

Cosa hanno di speciale le creazioni Gabbiani in vetro artistico?

Per noi il vetro di Murano è prima di tutto passione per la tradizione. E’ complesso portare avanti un’azienda come la nostra oggi, perché è tutto fatto a mano!

Quando i clienti visitano una fornace a Murano rimangono esterrefatti! Solo allora capiscono il tempo e le energie impiegate per creare le nostre opere, tutte personalizzabili e alcune intramontabili nel tempo! Le nostre realizzazioni le trovo aggraziate nell’abbinamento dei colori. Regalano un momento di pace perché uniscono “Eleganza e Bellezza”.

Ecco, io desidero vendere questo ai clienti: il sogno di sapere che un’opera è stata realizzata per te e per le tue esigenze e non in una fabbrica qualsiasi!

powered by social2s
Antares: gioielli moderni con il vetro di Murano

Design milanese e tradizione veneziana si fondono nei gioielli in vetro soffiato realizzati da Antares di Fulvia Notari. A ventisei anni Fulvia, un architetto di Milano, si sposta vicino Venezia, si innamora del vetro di Murano e decide di creare “oggetti da indossare”.

Con l’amore e il tempo ha imparato a conoscere le caratteristiche del ‘materiale vetro’, e nel 1995 nasce Antares dove inizia il suo percorso di piccola impresa artigianale che crea gioielli artistici. La sua formazione di architetto le ha permesso di cogliere aspetti innovativi del vetro e nei suoi gioielli miscela la brillantezza e l’opacità della materia in forme lineari che abbelliscono il corpo di una donna.

Fulvia, come hai deciso di creare gioielli in vetro soffiato di Murano?

Quando sono venuta nell’area di Venezia ho iniziato a lavorare con un designer del vetro che mi ha portato in fornace a Murano. Qui sono stata stregata dal processo di lavorazione, quando un impasto neutro si trasforma in un oggetto con colori magnifici, e dall’abilità di persone che si muovono come in una danza con ritmi precisi. La purezza e la brillantezza del vetro colorato di Murano mi hanno ispirato a creare oggetti per la persona.

Gioielli in vetro soffiato? Non siete in molti a realizzarli

Mi piaceva indagare il significato simbolico e comunicativo del gioiello, ma non volevo qualcosa di pesante e massiccio come il vetro in pasta. Volevo qualcosa di etereo ed ho pensato al vetro soffiato colorato. La mia ambizione era di creare con il vetro pastello che non è trasparente e nasconde la sua vera natura, ma basta toccarlo per sentirne la leggerezza.

All’inizio ho fatto fatica a trovare soffiatori che capissero le mie creazioni. Per chi nasce e cresce a Murano il vetro ‘deve’ essere trasparente, mentre io da milanese non avevo alcuna preclusione mentale e ne vedevo tutte le potenzialità. Con il tempo ho avuto ragione: sempre più donne apprezzano i miei gioielli indossandoli con un sorriso!

Hai provato vari materiali per i tuoi gioielli, dove sta andando ‘Antares’ oggi?

‘Antares’ è nata grazie alla spinta di mio marito che mi è stato accanto i primi anni. Ora siamo in tre e facciamo tutto: a Murano un artigiano mi soffia il vetro e a Dolo eseguiamo il lavoro di creazione e di montatura del gioiello.

Nei gioielli abbiniamo vari materiali: dai metalli ai tessuti, dall’acciaio al raso, dalla pelle alla seta. Il gioiello è un progetto di design che ha il vetro di Murano come filo conduttore. Abbiamo avuto collaborazioni con importanti brand italiani come Alviero Martini, Trussardi, Fendi.

Per la stilista giapponese, Hiroko Koshino, ho realizzato una collezione speciale di collane abbinate ai tessuti della sua collezione che è stata esposta a Parigi.

Fulvia, quali sentimenti vuoi trasmettere attraverso i tuoi gioielli?

Vorrei che ogni mio gioiello comunicasse la ‘gioia di vivere’ attraverso il colore, il design, il gioco del “tono su tono” tra l’opaco e il lucido, e l’abbinamento con il vetro trasparente.

Sono contenta e soddisfatta se posso contribuire ad accompagnare una donna, nelle sue giornate, facendola sentire unica e importante indossando una delle mie creazioni.

powered by social2s
Paolo Bellò al Salon Lecce 2015

Salon Lecce 2015, il ventesimo Incontro dei Pittori Decorativi Internazionali, si terrà a Lecce dal 21 al 24 maggio. Qui i migliori affrescatori, gli emuli della grande arte rinascimentale, incontrano gli artisti del colore, condividono esperienze, sfide, risultati e tecniche.

Che dire di Lecce, perché è così interessante per gli artisti?

Fin dall’antichità, c’è stata civiltà nei pressi di Lecce. L’insediamento iniziale era probabilmente di origine cretese, in ogni caso greco. Circa mille anni dopo la sua fondazione, l’imperatore Adriano spostò il centro di Lecce per ragioni poco chiare. Tuttavia, vi costruì uno stadio di 25.000 posti utilizzato ancora oggi per gli spettacoli.

Da una prospettiva moderna, le antichità greche e romane non sono così rilevanti come lo è stato l’impatto del Barocco dal sedicesimo al diciottesimo secolo. Lecce e Barocco sono praticamente sinonimi: ma perché? È interessante notare che i palazzi di Lecce sono giallognoli: il colore della locale pietra calcarea. Questa pietra calcarea rappresenta il maggior materiale di costruzione ed esportazione di tutta la provincia di Lecce.

Cosa c’è di speciale nell’uso di questo materiale? Per capirlo basta incantarsi di fronte alle esotiche sculture barocche presenti nella maggior parte degli edifici della città. Scolpire queste complesse forme, figure e strutture richiederebbe grandi sforzi e tempi lunghi se non ci fosse in realtà qualcosa che facilita il lavoro.

E c’è: la pietra calcarea. È forte abbastanza per gli edifici ma molto morbida e facile da intagliare per la scultura. Quindi gli architetti e gli artisti di Lecce sono stati avvantaggiati dalla natura locale.

Tuttavia, mentre è ampliamente ornata da sculture, Lecce non è rinomata per i dipinti murali e gli affreschi, così comuni al nord e oggetto del “Salon Lecce”. Forse semplicemente perché gli architetti barocchi non avevano bisogno di ulteriori ornamenti, all’interno o all’esterno?

Cosa impareranno gli artisti decorativi al Salon Lecce delle sfide poste dalla pietra locale, e come si approcceranno alla sua speciale consistenza e porosità? Lo faranno con verve o declineranno educatamente la sfida lasciando la pietra di Lecce libera di continuare a esporsi nuda?

Uno tra questi pittori decorativi che probabilmente accetterà la sfida di abbellire la pietra di Lecce è Paolo Bellò, l’artista murale Veneto la cui esperienza nelle tecniche di pittura su diverse superfici l’ha reso famoso tra i proprietari di ville e palazzi nel Veneto.

Paolo ha una passione per l’arte murale e in particolare per l’espressione della bellezza femminile in questo formato. Nel frattempo, crea dipinti su tela portatili per mostrare la sua abilità artistica con l’olio, la tempera o altri dei diversi medium artistici.

Non vediamo l'ora di avere l'opportunità di ammirare e confrontare le opere esposte all’incontro di pittori decorativi del Salon Lecce e di intervistare Paolo nel corso dell’evento.

powered by social2s
arte concettuale

L'arte concettuale di Claudio Brunello, artista e designer “transfrontaliero”, uno che ama attraversare le diverse frontiere dell’arte nella ricerca continua di nuovi materiali, forme espressive e narrazioni.

Il suo desiderio di sperimentazione è nato dal contatto con importanti maestri e diversi artisti da cui ha imparato a narrare usando linguaggi diversi.

Nella sua storia ecclettica, Claudio Brunello si forma artisticamente nei primi anni ’70 a Torino, una città molto vivace e con importanti fermenti culturali, dove ha ricevuto il Premio Cairoli e si forma come vetrinista.

Il trasferimento a Bassano del Grappa è un tuffo in un mondo nuovo. Qui si consacra pittore, ma anche organizzatore di mostre e promotore di incontri culturali.

Claudio quali opere dell'arte contemporanea ti hanno influenzato?

Ogni periodo artistico ha un suo fascino e io sono attratto dall’uomo e dai mille modi in cui riesce a comunicare le emozioni.

Mi sento legato a molte correnti del ‘900: dall’Optical art, dal periodo informale, dal graffito rupestre finché alla fine sono approdato ad un astrattismo dalla forte connotazione religiosa.

Negli ultimi anni sono riuscito a fondere le mie diverse ricerche in un “fare arte” dalla forte connotazione astratta e con un uso concettuale di diversi materiali.

Nelle tue ultime realizzazioni di designer sperimenti il plexiglass, come nascono i tuoi “Identity Containers”?

I contenitori in plexiglas sono un esperimento narrativo. Sono nati da precedenti installazioni artistiche, tra cui una realizzata nel 2014 dedicata alla caduta del Muro di Berlino.

Gli “Identity Containers”, questo il loro nome, hanno un linguaggio immediato e hanno subito riscosso il favore dei visitatori. Questo mi ha stimolato a spingermi nella ricerca dell'unione fra bellezza e concetto.

Con i contenitori d'identità ho creato uno spazio solido ma visivamente trasparente, a cavallo tra scultura e scrittura, nel quale posso inserire messaggi diversi ma tutti finalizzati ad emozioni positive, ad un benessere interiore che dovrebbe essere la condizione perpetua dell'uomo. E’ un continuo divenire creativo.

Quali sentimenti vuoi trasmettere con le tue opere?

Bellezza, Eleganza, Sostenibilità: in un certo senso le mie opere sono ‘eleganti’ perché sono costruite su un preciso pensiero circoscritto in una semplice costruzione geometrica. Mi sento un artista ‘sostenibile’ in quanto spesso uso materiali dismessi, sempre mettendo in evidenza la traccia del loro vissuto antecedente.

Sia come pittore che come designer inneggio alla Bellezza, il centro del mio messaggio è un sentimento di ‘positività’ e cerco di stimolare interesse per ciò che c’è oltre l’opera.

L’essere artista ti regala l’opportunità di uscire dalla realtà nota per inventarne una propria dove accogliere chi vuole sperimentare e conoscere qualcosa di diverso, come un omaggio alla vita.

powered by social2s
Roberto Lanaro: il filosofo del ferro

“Il ferro non si scolpisce, si plasma. Non si lavora per sottrazione di materiale ma seguendo e liberando le sue enormi energie”, con queste parole lo scultore Roberto Lanaro ci racconta del suo amore per il ferro.

L’amore per i metalli gli viene dalla sua famiglia, che a Molvena ha un laboratorio, e Roberto inizia creando opere funzionali, ossia aggiungendo arte ad oggetti di uso comune. Seguono gli studi all’Accademia di Venezia e di Salisburgo. Ma la sua vita di artista è impregnata di filosofia, dall’amicizia con il filosofo Dino Formaggio ha sempre approfondito la riflessione tra pensiero e forma.

Roberto, come la filosofia ha influenzato il tuo essere artista?

E’ racchiusa in tutte le mie opere: la loro matrice comune è l’esaltazione degli opposti, mettere assieme il razionale con l’irrazionale. Io sono attratto dagli opposti, perché il loro dialogo rispecchia la vita.

La geometria rappresenta la ragione, mentre la curva l’imprevisto e l’emozione. Le mie opere sono segni che suggeriscono messaggi, sono aperte a diverse interpretazione a seconda dei sentimenti con cui una persona le guarda. Questa è la bellezza dell’arte contemporanea!

Quali sentimenti vuoi trasmettere attraverso le tue opere?

Ho realizzato sculture funzionali ed artistiche come la porta della Basilica di Sant’Antonio a Padova. In tutte cerco di trasmettere i rapporti esistenti nella vita, ma è difficile sapere ‘perché’ creo. Il fulcro è proprio quello di non saperlo: per me creare è una necessità.

Roberto, le tue opere nascono nella tua mente ma alla fine diventano un ‘bello sconosciuto’…

Il mio processo creativo ha seguito 3 fasi: l’arte figurativa, la fase di interpretazione della realtà e ‘le fratture-torsioni’ che hanno avuto inizio negli anni ’80. Se agli albori creavo animali, in seguito ho cominciato a lacerare il metallo come a voler conoscerne l’anima. Con le torsioni e le pieghe il metallo si stabilizza nello spazio.

Spesso da un progetto iniziale si arriva ad un’opera ‘altra’ perché il metallo si curva, si muove, segue l’istinto. In quel momento mi accorgo che ciò che nasce è un valore, perché la diversità è un valore. Se questa diversità è un’imperfezione la elimino, se invece è una ricchezza l’accetto.

Nella vita non c’è niente di assoluto e l’opera è sempre diversa dallo schizzo.

Perché il ferro, che cosa ha di unico questo metallo?

Tramette forza, ha il fascino di poter apparire crudo. Il ferro non lo lucido ma lo lascio rude appositamente. Preferisco l’opera piena e non vuota: nell’opera vuota non si vede all’interno, mentre in quella piena c’è sostanza e posso trasmettere un messaggio di verità.

Non pensavo al bello finché non ho iniziato a scolpire gioielli che devono essere indossati e abbellire le donne. I gioielli mi hanno aperto un mondo diverso. Li realizzo impiegando tutti i materiali, soprattutto, quelli poco preziosi, nobilitandoli con l’esaltazione degli opposti: crudezza e bellezza.

Penso che le mie sculture siano innovative e rappresentino l’unicità nel momento in cui le creo, non ce ne sono in quell’attimo altre di uguali.

powered by social2s
Transfigurativismo e Transconcettualismo

Ho seguito molto attentamente la presentazione della Mostra su Transfigurativismo e Transconcettualismo e il desiderio degli artisti di andare sempre oltre per conoscere alle determinazioni concettuali a cui si è giunti.

E questa è l’Essenza della Filosofia, come cammino verso la verità a cui non si giunge mai, ma a cui si tende sempre. Mi soffermo sul Transconcettualismo, che ha aperto scenari d’arte certamente molto importanti ma contemporaneamente svelato orizzonti interpretativi ugualmente significativi.

Per me fare arte è fare filosofia, intesa nella sua perfetta definizione di “amore per la conoscenza”, e farla è voler conoscere la realtà in cui stiamo. In pittura si dirà impressionismo ed espressionismo, ma in filosofia siamo al semplice dualismo Io-Altro.

Io guardo al rapporto Arte e Filosofia e come filosofo ascolto e rifletto. Transconcettualismo dunque, dato da trans, prefisso che indica attraversamento, mutamento, passaggio da un luogo a un altro.

L’arte con il concettualismo ha seguito una linea di progressive "riduzioni" o "privamenti", aprendosi nuovi territori di ricerca "privandosi" di qualcosa che sembrava appartenere indissolubilmente al significato stesso di arte. S’inizia con il fare a meno del "naturalismo" e della "mimesi" (post-impressionismo, espressionismo), poi facendo a meno della "prospettiva" (cubismo), del "passato" (futurismo), del "valore venale" dell’opera (dadaismo), della "realtà" (astrattismo), della "forma" (informale), fino a giungere a fare a meno dell’"opera d’arte".

Si è così rotto l’ultimo tabù, poiché un’arte che si manifesti senza opere era decisamente l’ultima frontiera che restava da conquistare. Sinteticamente, si può definire il "concettuale" come "un’arte che riesce a fare a meno delle opere d’arte.

Andare oltre il concettualismo è quindi un dato fondamentale ed essenziale per capire dove porta il significato d’arte. Se il significato di concetto è “Pensiero, poiché concepito dalla mente, più in particolare idea, nozione esprimente i caratteri essenziali e costanti di una data realtà che si forma afferrando insieme i vari aspetti di un determinato oggetto che alla mente preme aver presenti nel suo complesso”, si capisce chiaramente che oltre al concetto in sé non può esserci se stesso nella medesima forma, ma qualcos’altro.

E qui vengo alla bella definizione di Arte come modalità esplicativa dell’Anima di guardare e concepire sempre nuove frontiere in cui guardare e porsi. Ma oltre al concetto che è espressione del Pensiero che cosa possiamo trovare?

Oltre al concetto o esplicazione del pensiero c’è solamente il Sentire, e da esso per emanazione il Sentimento, ma sentimento è Emozione e questa è emozionalità. In questo sillogismo partiamo da un dato e arriviamo al suo opposto, perché a questo punto il Transconcettualismo porta inevitabilmente al Sentimento che in arte è l’espressione dell’Anima a cogliersi come Coscienza Esistenziale verso il Sacro, inteso questo nella sua accezione di derivazione latina (sakros), come ciò che è “a parte”, un essere "altro" e "diverso" rispetto all'ordinario, al comune, al profano.

Nell’arte e nell’artista che fa Arte il Sacro è dentro la sua Anima che si manifesta. Ma manifestare la “propria Sacralità” necessita porsi in un contesto interpretativo diverso che si distacca dal semplice segno o dato impresso su tela o altro, perché ricerca in significato di senso che è per un verso “concettuale” ma che è superato dal sentimento di volerlo interpretare come “simbolo” a cui si delega l’espressività dell’opera.

Il Transconcettualismo, allora, può divenire le nuove frontiere dell’arte quando farà del “concetto pensato” la rappresentazione dell’“emozione sentita”, in un fenomenologismo interpretativo proprio della filosofia contemporanea - Fenomenologia esistenziale - che è sintesi fra filosofia e psicologia-psicanalisi.
Io guardo l’arte in questa prospettiva e credo anche che il Transconcettualismo li possa guardare.

powered by social2s
Gjergj Kola: il pittore dei ritratti

Fotografia, pubblicità e photoshop hanno dato una nuova prospettiva al ritratto, ma alcuni artisti come Gjergj Kola mantengono immutato il desiderio e il bisogno di cogliere le emozioni e le essenze delle persone.

In fondo “la figura umana è la creatura più eccellente che Dio ha creato e per millenni è stata il primo soggetto di ogni artista, a partire dai dipinti rupestri primitivi”, ci dice Gjergj quando lo abbiamo incontrato in una mostra di pittori Transfigurativi e Transconcettuali all’Alexander Hotel Museum di Pesaro.

Gjergj Kola è di nascita Albanese ma ha vissuto gran parte della sua vita fra Grecia e Italia trovando il tempo di partecipare a mostre nei Balcani, in Italia e negli Stati Uniti. Quando parla non sa mai quale lingua utilizzare ma questa ricchezza di esperienze gli ha permesso di imparare a leggere le persone oltre le parole. Lui le coglie con il pennello e imprime la loro vita sulla tela. Nei suoi tratti si coglie una vitalità ed una gioia non comuni.

Che cosa è per te il ritratto, cosa provi?

All’inizio mi sento preoccupato per l'interpretazione della figura umana che è la creatura più complicata, interessante e bella di questo mondo. Da una parte l’estetica della delicatezza, della bellezza e della freschezza ma dall’altra anche l'intelligenza, le sofferenze e le gioie. Sono tutti questi fattori insieme che formano il complesso della persona e che devono trasparire da un dipinto.

E’ arte che si esprime con la figura di un ritratto in cui devo poter trasmettere il carattere e la forza usando la ricchezza dei materiali e dei colori: e questa non è una sfida facile. Sono sempre alla ricerca di un nuovo alto livello interpretativo che possa trasmettere le particolarità di ogni persona.

Entri in relazione con la persona che ritrai? Cosa vedi in loro?

Mi piacerebbe che le persone che ritraggo fossero tutte splendide. Quando ho davanti una persona per un ritratto non faccio una fotografia ma cerco di dare una interpretazione artistica. Cerco un mondo dove si armonizzino le due personalità: quello del modello e quella del creatore che provengono da due universi diversi.
Cerco armonia ed equilibrio estetico per cogliere gli aspetti più positivi: cerco sempre di rendere le persone nella loro luce migliore.

Ho visto molti quadri della tradizione albanese, greca o turca. Quali sentimenti ti ispirano?

Anche in questo caso mi confronto con la figura umana perché il folclore è chiaramente un aspetto umano. La cultura popolare è creata da persone in un certo luogo, con certe condizioni naturali, geografici e storiche. Sono valori che si trasmettono da padre in figlio e sono un grande patrimonio dell’umanità.

Io sono semplicemente uno di questi artisti e cerco di trasmettere questi valori e, poiché sono nato e cresciuto in Albania, conosco meglio e interpreto la cultura e il patrimonio del mio paese e dell’area balcanica.

Sono andato via dall'Albania quando avevo 24 anni e ne ho trascorsi altri 24 lontano dalla mia terra. Quando vivi lontano senti una nostalgia e un rispetto più grande, ti concentri e analizzi di più i valori e i lati positivi. Per questo cerco di non considerare la politica e la corruzione ma, con le mie opere, spesso ritorno ai valori e alle tradizioni folcloristiche che ancora sono poco conosciuti.

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.