Dove andare il 17 gennaio, il giorno di Sant’Antonio Abate?

La Benedizione degli Animali è una delle manifestazioni religiose più coinvolgenti e si svolge il 17 gennaio, il giorno della morte di Sant’Antonio Abate, una delle figure più interessanti della chiesa cattolica, ortodossa e luterana.

Improvvisamente le chiese si riempiono di animali domestici e sul sagrato si possono trovare animali di grande taglia come cavalli, maiali e mucche. Passeggiando in molti borghi ci si imbatte in gruppi a cavallo mentre la sera le piazze si animano con grandi falò e, magari, con distribuzione di polenta e di vino. Ogni comune ha una sua propria particolarità.

Ma dove ha inizio tutto questo? E perché Sant’Antonio Abate è spesso rappresentato con un maiale al suo fianco?

La tradizione nasce nel medioevo in Germania dove in ogni villaggio si allevava un maiale da dare ai monaci che gestivano gli ‘ospedali di Sant’Antonio’, ma la storia ha radici più profonde.

Antonio era nato in Egitto nel 251 da una famiglia molto ricca. Rimane orfano a 20 anni e dona tutti i suoi beni ai poveri per cercare l’essenza della vita nella semplicità e nella solitudine. A lui si deve la fondazione del primo ‘monastero’ in Palestina e la sua vita sarà di esempio a San Benedetto che, pochi secoli dopo, porterà il monachesimo ad un livello ‘professionale’.

Sant’Antonio era un eremita, un lavoratore, un vegetariano e uno che curava i malati, soprattutto quelli con fastidiosi disturbi alla pelle che oggi si chiamano proprio ‘Fuoco di Sant’Antonio’. Insomma, era un religioso ‘moderno’ che ha tracciato linee di comportamento che qualcuno oggi fa apparire come ‘innovative’.

La figura di Sant’Antonio Abate (per non confonderlo con il portoghese Sant’Antonio da Padova) è legata al fuoco e agli animali. E le due cose sono in parte connesse.

Il fuoco è quello dell’Inferno, dove si dice che Antonio andasse a riprendersi alcune anime lottando con i demoni, mentre gli animali sono collegati al suo ruolo di guaritori e agli unguenti per il Fuoco di Sant’Antonio che si preparavano grazie al grasso del maiale.

La storia della celebrazione di San’Antonio e della benedizione degli animali inizia però solo nell’XI secolo in Francia, dove nel 1088 viene guarito dal Fuoco di Sant’Antonio il figlio di un ricco signore che ricompensa i monaci fondando un nuovo ordine (gli Antoniani) e finanziando un ‘Hospitium’, una sorta di ospedale per pellegrini. Da allora il culto si diffonde e piano piano iniziano le celebrazioni un po’ in tutta Europa.

Torniamo ai giorni nostri. Il rispetto del maiale e degli animali si è trasformato in una giornata dedicata a loro (anche se Sant’Antonio Abate è da una parte il protettore degli animali e dall’altra il protettore dei macellai).

Alcune tradizioni popolari dicono che la notte di Sant’Antonio gli animali parlano e che è meglio che i contadini non sentano i loro discorsi. Altri dicono che quando parlano è meglio controllarli altrimenti possono impazzire.

Una delle feste più sentite vicino Roma si tiene a Palestrina dove tre associazioni danno origine a sfilate folkloristiche che rievocano i lavori del passato e che si concludono con la benedizione degli animali. Le associazioni sono: i ‘Bovari’ (gli allevatori di bestiame), i ‘Carrettieri’ (coloro che trasportavano le merci utilizzando carri trainati da animali) e i ‘Mulattieri’ (coloro che trasportavano merci nelle zone impervie utilizzando dei muli).

I tradizionali festeggiamenti in onore di S. Antonio Abate a Sora si tengono il 16 e 17 gennaio con la celebrazione delle Sante Messe al termine delle quali è prevista la tradizionale benedizione degli animali.

La festa di Sant'Antonio "Favaro" a Jenne affonda le sue radici nella cultura contadina e viene mantenuta tutt'oggi con grande partecipazione popolare. Il Granoturco seminato a primavera si raccoglieva alla fine di settembre. La Polenta realizzata come si faceva un tempo, e il fallone (pizza realizzata con la farina di granoturco e acqua) sono i piatti tipici che si possono gustare durante i festeggiamenti.

A Doganella di Ninfa, frazione nel Comune di Cisterna di Latina, si onora il protettore dei campi e degli animali con una manifestazione che è motivo di orgoglio per gli abitanti della popolosa frazione, che si trova a cavallo dei comuni di Sermoneta e di Cisterna.

Qui il mais, portato dalle lontane Americhe, cresce rigoglioso e, già dalla fine della II° Guerra Mondiale, la festa ha un toccante momento religioso, che culmina nella Processione del Patrono nelle campagne, scortato da numerosi parrocchiani sui loro trattori, a testimoniare la protezione del Santo sugli animali e le campagne.

A Monte Compatri la classica sfilata dei carri allegorici colora le strade del paese in onore di Sant’Antonio Abate. I prodotti del territorio fanno da cornice a una manifestazione entrata nel cuore dei monticiani, una particolare festa che scandiva anche il tempo tra le semine e i raccolti in agricoltura.

La benedizione degli animali, la fattoria didattica e i laboratori riempiono questa giornata, dopo la classica passeggiata animata dai carri allegorici, mentre si prepara il falò per la sera del 17 gennaio in piazza Garibaldi, che riscalda la degustazione della polenta.

A Cerveteri, Sant’Antonio Abate è una grande festa all’interno del centro storico con celebrazioni religiose e poi con tante iniziative e divertimento per le famiglie e per i bambini.

Di pomeriggio c’è la sfilata dei carri carnevalizi e degli animali. A seguire ci si ritrova alla Cuppoletta di Sant’Antonio per la benedizione degli Animali. Infine in Piazza Santa Maria grande festa con maschere, coriandoli, colori, intrattenimento e la distribuzione di panini, vino e dolci tipici del Carnevale.

Il 17 gennaio tradizionalmente la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la protezione del santo. La tradizione deriva dal fatto che l’ordine degli Antoniani aveva ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, poiché il grasso di questi animali veniva usato per ungere gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant’Antonio. I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nel paese con al collo una campanella.

A Monterotondo la Festa di S. Antonio Abate è l’appuntamento più atteso dell’anno, l’evento più sentito da tutti i monterotondesi.

Il 17 gennaio la sacra immagine del Santo lascia la casa di Emanuele Simeone per raggiungere il Duomo di Santa Maria Maddalena. Si celebra la santa messa solenne e si svolge la benedizione degli animali che precede la Sfilata al suono della fanfara del IV Reggimento dei Carabinieri a cavallo.

Tra i tanti appuntamenti che celebrano S. Antonio in Provincia di Viterbo la Festa di Sant'Antonio Abate a Sutri prevede un lungo calendario di eventi che iniziano prima del 17 gennaio e terminano dopo il 20, ma i giorni più intensi sono sempre quelli del 16 e 17 gennaio quando si svolgono la solenne processione, la sfilata della cavalleria e la benedizione degli animali, insieme ad altre manifestazioni religiose e civili che attraggono sempre un pubblico numeroso.

A Nepi la Festa di Sant'Antonio Abate il 17 gennaio dà inizio agli eventi del Carnevale Nepesino.

L’ apertura della famosa Fiera di macchine precede l’accensione del grande "Focarone" e poi il tradizionale "Beverino", prima di finire con la solenne Processione per le vie del paese.

Tuscania celebra la festa di Sant’Antonio Abate con solenne messa e processione, sfilata a cavallo per le vie del paese e la Benedizione degli animali, seguita dalla Sagra della Frittella con degustazioni e visite guidate ai principali siti archeologici (necropoli di Ara del Tufo, Museo Nazionale Etrusco di Tuscania).

Ma forse l’evento più emozionante è a Bagnaia, vicino Viterbo, dove la sera del 16 gennaio viene acceso un grande falò in piazza, ‘il focarone’ o il ‘Sacro Fuoco di Sant’Antonio’. Le persone si riuniscono in un corteo storico che attraversa il paese e si conclude con balli davanti al fuoco. Nei giorni precedenti alla festa si organizzano giochi popolari e vengono offerti speciali biscotti locali, i cavallucci, accompagnati da buona cioccolata calda.

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Torre Cajetani castello by Giampiero Pacifico
Torre Cajetani castello by  Giampiero Pacifico

Ogni castello che si rispetti è circondato da mura, fossati protette da torri di difesa ma ha anche sotterranei e luoghi dove nascondere o nascondersi. Ed ora il castello di Torre Cajetani sta rivelando i suoi segreti. Sono i posti noti a pochi, quelli dove è d’obbligo mantenere il riserbo ed il mistero.

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Eraclea Minoa, un paese e forse una bambina

Erano capitati in quel luogo per caso e, coinvolti da ciò che li circondava, si erano abbandonati al profumo dei pini e del mare affidandosi ad una natura sovrana fino all'inizio di un tramonto che li aveva avvolti nell'eterna bellezza.

Come per incanto, li aveva fatti sentire parte di quel tutto.

Eraclea Minoa in Sicilia.

Un nome difficile da imparare, non c'era un paese ma solo qualche villetta separata dal mare dal boschetto di eucalipti e un paio di chioschi dove trovare qualcosa da mangiare e bere. Quella era una località esclusivamente naturale e antichissima.

Una pineta direttamente sulla spiaggia, sfiorava la costa per chilometri parallela alla battigia.

E poi una scogliera, una sorpresa che si rivelava solo alla fine, ai piedi di Capo Bianco.

Can abbracciò sua moglie e si tuffarono nel mare per rinfrescarsi. Si diressero verso l'unico chioschetto per mangiare qualcosa e riposarsi dopo la lunga camminata.

Il cibo casereccio e gustoso li fece sentire ancora meglio. Si complimentarono con il padrone per l'ottima parmigiana di melanzane e per la freschissima frittura di paranza. Una signora matura in quel momento salutò con un "Buongiorno", ordinò un caffè freddo e si accomodò all'unico tavolo traballante libero e si accese una sigaretta. Can le chiese che sigarette fumasse e la signora gliele mostrò, offrendogliene.

Lui accettò ringraziandola e le chiese l'accendino. Si presentarono e conversarono del più e del meno. Ognuno di loro si raccontò un po' senza filtri né bugie. Una simpatia naturale li avvolse immediatamente, tanto che la signora invitò il padrone del chiosco a fare assaggiare alla coppia i suoi cannoli di ricotta cosparsi di pistacchio, accompagnati da un buon caffè, per concludere il pranzo.

Natalia e Can gustarono e apprezzarono molto quelle prelibatezze siciliane. Le narrarono tutta la loro storia, chi fosse lui e che Natalia era Italiana di Roma. Dialogarono con una tale naturalezza che sembrava si conoscessero da sempre.

Anche la signora si presentò:

- Io sono Milena Argento – disse - Sono un'insegnante e mi diletto a scrivere. Ho già pubblicato due libri e un terzo lo sto completando.

- Davvero? Anche mia madre è un'insegnante. Abita qui?", rispose Can.

- Non proprio, ma dietro la pineta ho una casa e ci vengo di tanto in tanto, a parte l'estate, quando ho bisogno di stare un po' da sola. Anzi, se volete venire a fare una doccia, per rinfrescarvi dalla salsedine.... mi farebbe piacere.

Si guardarono e accettarono quell'invito fatto col cuore, spontaneo e cordiale. La signora non permise che pagassero il conto, volle a tutti i costi offrire lei il pasto che avevano consumato. La generosità e l'ospitalità siciliana non è una diceria, ma una verità. Si alzarono insieme e si diressero verso la villetta della signora. Preferirono le docce esterne e vi si diressero.

Milena li pregò di fare con comodo tranquillamente e porse loro degli accappatoi, asciugamani, bagnoschiuma e shampoo. Fecero la doccia insieme, continuando a baciarsi e a coccolarsi. Si asciugarono e si rivestirono, freschi e innamorati come sempre.

Ringraziarono la signora dell'ospitalità e le dissero che sarebbero tornati a trovarla, ma anche che avrebbero avuto il piacere di ospitarla ad Istanbul, città bellissima.

Le lasciarono i loro contatti e la salutarono con la promessa che avrebbe scritto di loro e che se la creatura che stavano cercando di concepire fosse stata una femmina, l'avrebbero chiamata Eraclea.

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Molise dentro e Colletorto nel cuore, una cura per l’anima

Ho 60 anni. Sono di madre molisana. Esattamente di Colletorto. Dove da bambino passavo le mie estati.

Ho antichi ricordi di quelle estati, che più passa il tempo, più mi sono cari.

Sono nato a Milano e 50 anni fa, e più, la distanza che esisteva tra i due posti non era solo geografica.

L'emigrazione ci aveva come sradicati dalla nostra storia, dalla nostra gente, dalla nostra cultura. Da una realtà rurale e contadina ci eravamo trasformati in cittadini ed operai.

Si tornava in estate al proprio paese magari esibendo la macchina o qualche orpello che manifestasse il benessere raggiunto in città. Ma non si parlava mai della povertà e della tristezza che si era costretti a vivere, lontani dalle proprie radici.

Io ero un bambino. Queste cose le avrei capite solo più tardi. Era per me fonte di stupore vedere la sera tornare in paese i contadini con i loro asini e muli e portarli a bere all'abbeveratoio pubblico prima di ricoverarli nelle stalle: a Milano erano scene che non si vedevano.

Ed anche "o' strusc' serotino " (passeggiata serale) non riuscivo a capirlo, e del perché i partecipanti si salutassero ogni volta che si incontravano anche se avveniva più volte di seguito dato che era un andare sopra e sotto per molte volte.

Infatti lo struscio era la passeggiata che veniva fatta nella via principale del paese ed in cui si condivideva la propria presenza nella comunità. Serotino perché avveniva di sera subito dopo cena.

E gli uomini si toglievano il cappello in segno di rispetto, ogni volta che salutavano. Era come una danza in cui si parlava di tutto e con tutti. Ed era un modo per incontrarsi e scambiarsi le notizie, quando non c'era la televisione o i telefoni.

Non capivo quegli uomini e donne seduti davanti alla porta delle loro abitazioni che parlavano in un dialetto che all'epoca non capivo, e che mi salutavano, e soprattutto le donne, mi stringevano e mi baciavano.

Era il loro modo di benedirmi, ma all'epoca non potevo saperlo.

E mi affascinavano i fuochi de "le ristocc'" nel buio della notte. Le ‘ristocc’, ovvero quel che restava del grano dopo che è stato raccolto. E il ristocc veniva bruciato perché la Venere nutrisse il terreno per la seguente semina e per il nuovo raccolto.

I fuochi che si vedevano nella notte erano uno spettacolo magnifico. Visti una volta, la loro immagine ti resta nel cuore e nella mente con assoluta vividezza.

A Colletorto, dalla terrazza sotto il Palazzo, che si erge sulle valli sottostanti, nelle sere di agosto li potevi vedere illuminare la notte. Ed era uno spettacolo meraviglioso.

E le donne che tornavano dal forno, portando sulla testa "co maccatur' n'cap" le teglie in cui avevano cotte le pietanze, specialmente nei giorni di festa.

Le donne portavano incredibili pesi sulla testa, aiutandosi solo con un fazzoletto intrecciato. Lo mettevano sul capo per distribuire il peso, come quello delle conche di rame con cui si trasportava l’acqua presa alle fontane, e per proteggersi del calore delle teglie e delle pentole che, ancora calde, venivano portate dal forno.

E quei dolci che in città non esistevano: i taralli dolci e salati, con la glassa zuccherina e no, quelli con le mandorle, la pizza semplice, fatta solo con il pomodoro e la mia preferita: "a pizza doc" con gli strati di crema.

Ricordo le gite al mare di Termoli con pane e pomodoro e un po' di frutta, e acqua e birra messe a rinfrescare sulla riva del mare. E tutti avevano un soprannome: Pepp u piattar', Lina Bambà, Pepp u ‘scazzllus. Ma non sapevo cosa volessero significare.

Ed ora al solo pensiero, ricordando queste cose, mi commuovo e gli occhi mi si inumidiscono. Perché non capivo allora, ma con il tempo ho capito che tutte quelle cose erano petali di felicità, e la fortuna di averle vissute mi ha arricchito e quei ricordi, hanno reso miglior la mia vita.

Perché del Molise se ne parla poco. E pochi sanno che è un po' la terra della felicità.

Il Molise è il luogo dove è possibile trovare le cure più importanti: le cure dell'anima.

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Ricordi della Pasqua a Cattolica Eraclea

Per la Pasqua le case e le piazze si riempivano di giovani, tornati a casa per le vacanze.

La Settimana Santa, a Cattolica Eraclea in Sicilia era vissuta con intensità, si osservava il digiuno e l’astinenza, che si intensificavano dalla sera del giovedì santo, quando si faceva il giro delle chiese in processione, con la statua della Madonna Addolorata e le campane venivano legate.

La giornata del venerdì iniziava già alle sette di mattina con le funzioni del Venerdì Santo in chiesa, dove si leggeva a più voci la passione, intercalata da brani dello “Stabat Mater” a mo’ di lamento, che appariva più una tragedia attica che una sacra rappresentazione e durava tutta la giornata.

Terminate le funzioni in chiesa, si andava in processione, con la statua dell’Addolorata e quella di Gesù carico della croce, fino al Calvario, situato su una montagnetta. Qui veniva simulata la crocifissione, con un’altra statua del Cristo, con mani e piedi forati e il torace ferito dalla lancia.

Si teneva in croce fino allo spuntar della prima stella e poi veniva deposto in una splendida urna di vetro con intarsi dorati.

Veniva portato in processione per tutto il paese, da uomini, appartenenti a confraternite, che si distinguevano dal colore della mantellina, col volto coperto da un cappuccio bianco dette “Cappe”.

Il corteo era formato da quasi tutti i paesani, che seguivano l’urna, al suo passo, tre avanti e uno indietro, cantando “Asi, versate lacrime”, tutta la sera, fino a quando non si arrivava alla Chiesa Matrice intorno all’una del mattino.

Per tutto il Sabato Santo regnava il silenzio, fino alla mezzanotte, quando le campane venivano sciolte per annunciare la Resurrezione.

Il giorno di Pasqua, in piazza si svolgeva l’incontro tra la Madonna e il Figlio Risorto. Davanti alla folla dei paesani, arrivava la Vergine coperta da un manto nero, portata da alcune persone, e di fronte a Lei arrivava la statua di San Michele portata dai ragazzini. San Michele faceva avanti e indietro per tre volte, mentre gridavano che Gesù era risorto.

Solo dopo la terza volta, il manto nero veniva fatto cadere e la statua del Cristo veniva portata di fronte a quella della madre, che si chinava a baciargli i piedi e il costato.

Il giorno dopo, la Pasquetta, era usanza andare a fare scampagnate e gite fuori porta.

La Simana Santa

Pi la Simana Santa
o me paisi, c'è
cu diuna, cu fa pinitenza,
e aspetta ogni annu
ssa gran ricurrenza.
Lu jovidi sira a firriari
li chiesi,
cu l'Addulurata
ncoddru purtata
e di pedi di lamentu
accumpagnata.
Ci vannu appressu li genti,
seri, tristi e cridenti
e pensanu a Gesuzzu suffirenti,
sutta ddra Cruci veru pisanti.
La gutta acchiana
e cchiassa' pi i lamenti,
nuddru si senti lu cori cuntenti.
Agghiorna u Venniriessantu
cu li campani senza cantu,
pi rispettu di la morti
di Gesù lu Santu.
Si va a la chiesa
pi prigari e pi sentiri lamintari.
S'acchiana a la Cruci,
cu fidi firventi,
e ci va appressu tutta la genti.
Lu mettinu n'cruci
ncurunatu di spini e nchiuvatu,
lu Signiruzzu aduratu.
S'aspetta la prima stiddra di la sira,
pi scinniri di n'cruci
lu Signuri
e mettilu nni l'urna
addurata
e cu parmi e sciuri
addubbata.
Li Cappi n'cappucciati, n'coddru la portanu
e, caminanu, e
l'annacanu.
Tutti li strati firrianu,
e a tarda notti tornanu
a la chiesa,
n'zemmula a Maria dulurusa.
Lu sabatu è jiurnata di silenziu,
si pensa a la passioni
di lu Cristu,
ma la spiranza
adasciu adasciu crisci,
pinsannu ca unnumani
Iddru annivisci.
Si cunchi cu lu n'contru la simana,
si senti forti ora la campana,
Maria jetta lu mantu niuru
e si vesti di suli raggianti,
ora la mammuzza è cuntenti,
picchì sapi ca so figliu è viventi.
Gesù e Maria ora si n'cuntraru,
e n'zemmula a la chiesa
si nni jeru.

- Milena Argento

 

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Il tradizionale pranzo di San Giuseppe a Cattolica Eraclea

A Cattolica Eraclea ogni 19 marzo si celebra il patrono San Giuseppe con cerimonie religiose ma anche con un particolare rito in cucina.

Siamo in Sicilia, un’isola dalla storia così antica che potremo definire Cattolica Eraclea come un paese che moderno. Alcuni architetti ci chiamerebbero un ‘paese di fondazione’, infatti sappiamo esattamente il momento preciso in cui siano nati.

Era il 1612 quando il re Filippo di Spagna, detto il Pio, diede l’autorizzazione a costruire questo borgo un po’ all’interno rispetto al nucleo originario di Eraclea Minoa sul mare vicino alla splendida Agrigento.

Il nostro nome è un omaggio alla città di Ercole sul mare e al re di Spagna.

Per la Sicilia siamo un paese adolescente ma la nostra storia ha ormai riti e tradizioni di secoli, come quella della festa del patrono San Giuseppe.

Già dalle prime luci dell’alba si avverte quel fermento che preannuncia una giornata speciale, diciannove colpi di mortaretti danno la sveglia agli abitanti di Cattolica Eraclea.

Le funzioni in chiesa cominciano alle otto, con la banda musicale locale che va a prelevare a suon di musica le persone che devono da portare le offerte votive per il Santo e che devono assistere alla messa.

Queste persone sfilano in processione con grossi ceri chiamati ‘ntorci’, adornati con fiori di sulla e banconote, come ex voto per le grazie ricevute. Questo rituale si ripete nell’arco della mattinata per tre volte, tante quante saranno le messe celebrate in onore del Santo.

Subito dopo pranzo, tre figuranti che interpretano la Madonna, San Giuseppe e il Bambino Gesù, con un asinello girano per il centro storico e vanno a bussare presso alcune abitazioni. Chiedono asilo, ma regolarmente rifiutati e scacciati come accade nella storia della Bibbia.

Infine il corteo arriva a piazza Roma dove, su di un grande palco, è allestita la tavola su cui si consumerà il tradizionale pranzo, ‘la mangiata di li Santi’, della Sacra Famiglia, al quale partecipano San Giuseppe, Maria, Gesù, e tredici ‘santi’, interpretati da persone del luogo.

Le pietanze sono varie ed abbondanti nella grande tradizione di accoglienza della Sicilia.

Tra le portate non possono mancare frittate di tutti i tipi con verdure di stagione, fave, finocchi, carciofi, asparagi selvatici… un finocchio per persona, un purciddrato a testa (il tipico pane di San Giuseppe) e un’arancia.

Ma non mancano pasta a forno e un secondo di carne, solitamente impanata, con insalata di lattuga a contorno.

Tutte queste pietanze sono offerte per devozione da coloro che ne hanno fatto promessa al Santo.

Per la ricorrenza della festa e per devozione è tradizione locale preparare “li Purciddati” (buccellati), un pane a forma di ghirlanda circolare con una lustratura prodotta dal bianco d’uovo e guarnito con semi di sesamo.

Nel pomeriggio si porta in processione la statua del Santo per le vie del paese ed i festeggiamenti si concludono la sera con i giochi pirotecnici.

Un susseguirsi di emozioni ed una tradizione che si rinnova ogni anno.

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Tempo di Cubbata a Cattolica Eraclea durante il Natale

Cosa c’è di più dolce quando all’approssimarsi delle feste natalizie a Cattolica Eraclea ci si sentiva avvolti da un’aria che profumava di Cubbata?

Ma non era l’unico dolce. Infatti in tutte le case c’era l’usanza di fare i biscotti per le feste e molte cucine erano in movimento dalla mattina alla sera. Si aprivano i vecchi ricettari per rispettare le tradizioni e per fare i famosi buccellati di pasta frolla ripieni di fichi secchi macinati o di marmellata di zucchine o di mandorle tritate.

Nessuno poteva permettersi di sbagliare le dosi degli ingredienti. Sarebbe stato un disastro!

Era quasi un rito. Si riunivano famiglie legate da parentele e sfornavano biscotti di tutti i tipi. Per loro, per gli amici e da offrire a chi si recava nelle loro case, per porgere gli auguri.

Il Natale era sempre speciale. La notte del ventiquattro dicembre, alla messa di mezzanotte si svolgeva la pastorale, preparata con gran cura per regalare emozioni speciali.

Piano piano, accompagnati dal suono delle cornamuse uomini vestiti da pastori con agnellini sulle spalle entravano nella chiesa in fila. Erano seguiti da cacciatori con i fucili in spalla, dove era appesa della selvaggina, donne in costume siciliano con cesti di arance profumate, con formaggi e ricotta fumante, con pani caserecci e con piccoli capi di lana lavorati a maglia.

Al canto del ‘Gloria a Dio’ veniva giù il tendone che copriva il grande presepe dell’altare maggiore e una folla di bimbi vestiti da angioletto, con ali di fil di ferro rivestite da veli, circondavano il Bambinello cantando.

Il piccolo paese si riempiva di vita durante le feste natalizie, le strade erano piene di giovani che rientravano a casa per le vacanze. Chi viveva fuori per lavoro tornava a festeggiare con i familiari, e magari arrivavano anche degli ospiti per stare insieme agli amici più cari.

Il giorno di Natale e di altre feste solenni, era consuetudine sfoggiare per la prima volta abiti e scarpe nuove, per chi poteva permetterselo, per attirare gli sguardi di qualche giovane.

In quel periodo, infatti, nascevano spesso delle nuove coppiette durante il passeggio in piazza. Il passeggio consisteva nel percorrere in lunghezza la piazza, tornando indietro e ripercorrerla nuovamente per tante volte, fino a quando non ci si stancava, cosa prevedibile, vista la scomodità delle scarpe nuove e dei primi tacchi delle giovani.

Sulle tavole di Cattolica non manca mai il buon croccante di mandorle detto cubbata. Sono mandorle tostate e passate nello zucchero caramellato per legarle insieme alla frutta secca e profumati con scorze di agrumi.

Noi dovevamo sbucciare le noci facendo attenzione di conservarne i gusci che sarebbero serviti ad alimentare la brace degli scaldini sparsi per le stanze.

A tutti gli ospiti si offrivano generalmente croccante, arance e biscotti con la marmellata di fichi, accompagnati da spremute e da rosolio.

Nelle case tra l’odore delle mandorle tostate, quello dello zucchero caramellato per legare il croccante e quello delle bucce di agrumi bruciate, si avvertiva un vero e proprio profumo di casa, di famiglia. Si stava veramente bene!

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