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Erano i favolosi anni ’50.
Avevo circa 4 anni e la musica era la mia grande passione. La batteria, trovava molto spazio tra i giochi e gli studi, sì certo, perché a 2 anni già suonavo!!
La Sicilia raccontava di un dopoguerra che aveva già espresso la sua forza nell’autonomia e il ricordo di una terra di vinti, miseria e violenza. La democrazia camminava verso il progresso: così come ci raccontavano Levi e Sciascia.

La nostra famiglia si era spostata per un periodo nella provincia catanese per il lavoro di mio padre, cassiere presso il Banco di Sicilia. In quel periodo lavorava a Zafferana Etnea, la patria del miele dell’Etna, della pizza Siciliana, delle foglie da thè e di tante altre squisitezze.
Zafferana è un paesino in collina alle falde dell’Etna ed è considerata la “Perla dell’Etna”, una cittadina dal nome arabo. Prende il suo nome dal variopinto pistillo che, in un terreno così fertile come quello vulcanico, a tutt’oggi regala un’emozione allo sguardo durante la sua fioritura. Nonché un grande profumo alla barocca cucina siciliana.
Era estate, ricordo luglio, la stessa estate che nel pomeriggio ancor oggi vede affluire le persone dalle stradine sulla piazza Umberto I, dopo che la calura ha rinchiuso tutti i sui abitanti in casa. Tutti al belvedere ad ammirare l’orizzonte, lì dove il mare abbraccia il cielo.
Allora, come oggi, la gente si sedeva al bar a godersi il fresco e rinfrescandosi con la “cremolata”, che oggi chiameremo gelato. Allora veniva servito in una coppa di metallo e aveva la consistenza più morbida del “pezzo duro”, il gelato artigianale siciliano a due gusti di origine araba. Ma più densa della granita.
Le persone occupavano il bar fino a tarda sera, così il proprietario del Bar Salemi, che aveva conosciuto mio padre in banca, gli chiese di far esibire me e mio fratello Juzzo durante i fine settimana, rispettivamente alla batteria e alla fisarmonica.

Io avevo 4 anni e Juzzo 12!
E, incredibile ma vero, avevamo anche chi veniva a prendere i nostri strumenti e li montava…. Suonavamo le canzoni di Sanremo degli anni ’50, i cosiddetti “cubani”, che di musica cubana non avevano proprio nulla perché era musica afroamericana, lo swing.
Swing … nostra grande passione e la musica che trasmetteva la radio!
Non ci posso ancora credere dopo 70 anni … ci pagavano 500 lire a testa a sera ed in più bevanda analcolica e la mitica pizzetta!!!!
Fummo un’attrazione!
La gente ballava in piazza fino alla fine al ritmo trascinante di due ragazzini che realizzavano un sogno, come pochi!
Da lì più avanti sarebbe nato il “Trio Primavera”, “Cesare Bruno ed il suo quartetto”. Erano tempi pionieristici e il successo arrivò a livello provinciale e regionale partecipando a trasmissioni radiofoniche per ragazzi e programmi televisivi.
Fino ad incidere un disco!!!!
Non dimentichiamo che siamo sempre negli anni’50!
La musica ci portò fino al 1961, quando nascono i “Kamels” con Pippo Ciavola al pianoforte, Salvino Comes al basso, Juzzo al vibrafono e fisarmonica ed io, detto Kim, alla batteria!
L’ottimo consenso di pubblico e di critica ci fece arrivare alla fine degli anni ’60 con l’ultima band “I Cuccioli”!

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Non esistevano i treni Alta Velocità e non esistevano neanche i voli low cost.
Non usavamo internet, non sapevamo cosa fossero la banda larga e la connessione superveloce.
Non si chattava, né si passava il tempo su Facebook e Instagram.
C'era però una piccola casa in un borgo delle Madonie, Polizzi Generosa, in cui vivevano delle persone care, le quali, ogni estate, aspettavano l'arrivo dei parenti romani.
Ogni anno, quando si avvicinava il periodo estivo, aumentava di giorno in giorno l’attesa dell’incontro.

Io e la mia famiglia a preparare la partenza, i nostri parenti a organizzarsi per il nostro arrivo.


In particolate io e mio padre eravamo i responsabili della "gestione tecnica" del viaggio. Si doveva andare alla Stazione due mesi prima della data prevista per la partenza, sperando di riuscire a prenotare il contingente dei posti a sedere messi a disposizione.
Questo poteva anche comportare il dover tornare più volte in biglietteria finché, io e papà, potevamo tornare trionfanti a casa con la conferma delle "prenotazioni dei posti”.
Il viaggio in treno aveva qualcosa di "epico" perché in estate quei treni erano pieni di persone che avevano lasciato i loro paesi, le loro terre, per andare a cercar fortuna in altro luogo. Ma non potevano mancare all'appuntamento estivo nel tornare nei luoghi natii.
Viaggi che spesso comportavano lunghi spostamenti, soprattutto dalla Germania, dal Nord Italia (in particolare Torino) con dispendi economici.
Erano gli anni delle "valigie di cartone", degli assalti per prendere i posti a sedere che rimanevano a disposizione, dei treni superaffollati.
La mattina del giorno in cui saremmo dovuti partire, entrava in azione mia madre per preparare quello che ci saremmo dovuti portare con noi per il viaggio in treno.
Panini preparati in casa nelle ore precedenti la partenza, acqua, copertine per la notte, asciugamani e saponette per poterci quantomeno rinfrescare il viso al risveglio.
Non mancava mai il thermos per poterci prendere un buon caffè durante il lungo viaggio (si partiva da Roma alle ore 17.00 per arrivare a Palermo alle ore 10.00 del giorno successivo) accompagnato da un profumo familiare.
Affacciato al finestrino del treno (allora non esisteva l'aria condizionata), ero affascinato da tutto il movimento di persone che transitavano sui marciapiedi in attesa della partenza.
A un certo punto si sentiva il rumore delle porte dei vagoni che cominciavano a chiudersi, il semaforo da rosso diventava verde, il Capostazione fischiava.
Il treno cominciava a muoversi lentamente, mentre qualche passeggero che si era distratto nel comprare l’acqua prima di salire in treno, lo rincorreva, riuscendo a salire lo stesso.
Per raccontare tutti i ricordi legati al viaggio in treno, dovrei scrivere un intero volume per descrivere le mille storie vissute a bordo di questi treni. Le notti passate spesso a chiacchierare nei corridoi, l'alternarsi di persone che salivano e scendevano.

Si arrivava a Villa San Giovanni (ultima stazione in Calabria) la mattina presto.


Dopo una sosta di circa mezz’ora per attendere l’arrivo del traghetto, il treno era costretto a fare delle manovre di entrata e di uscita, finché era suddiviso in tre tronconi.
Ancora oggi, in attesa del ponte che dovrebbe unire la Calabria alla Sicilia, questa procedura è rimasta inalterata.
Al termine di queste operazioni si poteva scendere dai vagoni, che nel frattempo erano posizionati sui binari interni al traghetto, e i viaggiatori potevano salire sui ponti esterni.
Nel frattempo c’erano persone che erano in fila al bar per la colazione, i più temerari si mangiavano di prima mattina degli arancini non certo light.
Questo era il momento più intenso dal punto di vista emozionale: per me bambino era come se stessi partecipando a una "piccola crociera", ma per mio padre e per tutti quelli che stavano tornando nella loro terra nativa, era qualcosa di "magico", di "spirituale".

Li vedevi completamente immersi nei loro pensieri guardare estasiati la loro terra d’origine che si stava avvicinando.
Su molti visi, compreso quello di mio padre, era facile vedere scorrere delle lacrime.
Dopo le fatiche della notte, arrivava il momento più "turistico" di questo lungo viaggio in treno.
Da Messina a Palermo il treno costeggiava tutta la Costa Nord della Sicilia e quindi era un tripudio d’immagini, di scorci marini, una carrellata di sensazioni ed emozioni.
Milazzo, Capo d'Orlando, Patti, Santo Stefano di Camastra, Cefalù, Altavilla Milicia. Pescatori che tornavano da notti in mare, contadini che iniziavano la giornata nei campi, i primi bagnanti in spiaggia, navi che si vedevano all'orizzonte, le persone che dalle terrazze delle case ci salutavano.
Quando si entrava nella galleria che precede l'arrivo a Cefalù, mia madre cominciava già a metterci in moto per prepararci alla discesa, ed io non volevo staccarmi dal finestrino... mancava ancora un'ora all'arrivo.
Arrivati a Termini Imerese, oppure a Palermo, dipendeva da chi ci avrebbe condotto a Polizzi Generosa, dopo i primi intensi abbracci e i primi pianti, iniziava la parte più impegnativa e anche quella più trepidante.
Finché non fu inaugurata l'attuale autostrada, ci attendeva un viaggio in macchina di circa tre ore, inerpicandoci per strade statali e provinciali che portavano verso Polizzi.
Curva dopo curva, ci si avvicinava alla meta.
La strada verso il paese lambiva le campagne sottostanti, le persone che erano in strada ci riconoscevano e ci salutavano.
A un certo punto in lontananza s’incominciava a vedere il nostro paese: quell'immagine che ogni volta che torni è sempre la stessa, eppure è come se ogni volta fosse la prima.
 
L'entrata in paese era un tripudio di saluti
Quando dalla Piazza del Belvedere, punto d’ingresso nel centro cittadino, imboccavamo il corso per gli ultimi metri che ci separavano dalla nostra casa, era come il maratoneta che entra nello stadio per percorrere gli ultimi passi della sua lunga maratona.
Ad attenderci non c'era però il pubblico dello stadio, non c'erano le medaglie d'oro.

Il premio di quel viaggio erano i parenti, gli amici, i vicini che si erano radunati vicino a quella casa per aspettare i "romani".


Lascio immaginare a voi cosa fosse il momento in cui si scendeva dalla macchina e tutta la stanchezza del viaggio si dissolveva nel calore degli abbracci, nell'emozione delle lacrime.
C'era quasi una sorta di "tragedia greca" in tutto questo.
Un caos di abbracci, baci, strette di mano, in cui non capivi più chi stavi salutando: il parente, l'amico, il passante che si era fermato.
La casa della mia famiglia era già piccola per ospitare chi normalmente ci abitava. Ancora oggi sono qui a chiedermi come riuscisse a ospitare anche noi, che non eravamo certo una famiglia di poche persone, a cui si aggiungevano amici che ci venivano a salutare e spesso si fermavano a pranzo o a cena.
Quella casa non aveva i confort che oggi andiamo cercando per rendere "esclusiva" la vacanza, ma nonostante questo ci stavamo bene lo stesso.
 
Non ci si lamentava se l'acqua fosse troppo fredda o troppo bollente, se il materasso fosse adatto per la postura, se l'armadio non fosse capiente, se si stava stretti a tavola.
Quando era il momento del pranzo, c'era chi si sedeva sugli scalini della scala interna, chi si attrezzava di fuori e non ci disturbavano i vicini che passavano, anzi erano accolti nella nostra casa, condividendo il piacere della vicinanza.
Altro momento che non dimenticherò mai era la "prima passeggiata" nel corso principale.
Chiunque abbia vissuto i ritmi di un paese sa benissimo che c'è tutto un rituale che generalmente inizia intorno alle ore 18.
Dopo una prima pausa alle ore 20 per la cena, si riprendeva alle 21.30 e si proseguiva fino a notte inoltrata.
Dopo aver smaltito la "prima sbornia" di emozioni con le persone più vicine, ci si doveva preparare alla "discesa in campo".
A quei tempi il paese era un posto che d'estate si riempiva di gente proveniente da ogni luogo e il corso principale si andava riempiendo di persone che si riunivano per passeggiare.
La nostra casa aveva il vantaggio di essere posta nel centro del paese.
Una discesa di pochi metri, ci separava dal corso principale e quindi avevamo anche una percezione visiva del flusso di persone che cominciava a passeggiare.

 
Ci stava un momento d’indecisione che precedeva la prima passeggiata.
Mentre eri lì a pensare sul da farsi arrivavano le prime voci di persone che ci avevano riconosciuto e c’invitavano a fare una passeggiata insieme.
Era il momento in cui si rompeva ogni indugio e si andava.
La prima passeggiata era soltanto la prima di una delle ripetute camminate andata e ritorno tra le due principali piazze del paese.
Era abituale iniziare andando sotto braccio con il primo amico, al quale si aggiungevano man mano altri amici. Finché il corso era pieno di tanti piccoli gruppi che s’incrociavano, e spesso si univano tra di loro a formare gruppi ancora più numerosi che si distribuivano tra la strada, i bar, le piazze.
Chiunque t’incontrava per la prima volta ti abbracciava e ti chiedeva: "Quando siete arrivati, quando partirete, sei venuto da solo o con chi sei venuto?".
Non era un interrogatorio di polizia, era solo un atto di cortesia e di rispetto verso l'ospite.
A quell’epoca non c'erano i telefonini a distrarci da questi semplici, intensi gesti di amicizia e di affetto.
Le giornate di vacanza scorrevano tra momenti di festa in casa e in strada, grandi mangiate senza stare a preoccuparsi di colesterolo, d’ipertensione, tanto c'era la felicità a fare da contrappeso ai rischi della salute.
Non si parlava di biologico, ma in realtà si pranzava e si cenava con i veri prodotti della natura, dal contadino direttamente in tavola.
Si passavano intere giornate nelle campagne sottostanti, accolti dai proprietari che mettevano a disposizione le loro case per ospitare le persone.
Si mangiava, si ballava, ci si divertiva con le cose genuine, anticipando la moda degli agriturismi, diventati poi una delle esperienze di vacanza più apprezzata.
Mi ricordo anche che mi piaceva girare da solo alla scoperta dei vicoli, delle piazzette, delle fontane, delle chiese, e dei palazzi storici di cui è pieno Polizzi Generosa.
In uno di essi: "Palazzo Notar Nicchi”, a ridosso della nostra piccola casa, ebbi modo di entrare grazie a dei parenti che ci lavoravano come camerieri.
Rimasi affascinato dalla mobilia, dagli arredi, dalle ceramiche e ricordo un pianoforte bellissimo.
Pur se bambino, potevo camminare per le vie del paese in totale tranquillità.
Non c'erano i rischi di essere investiti da un "pirata della strada", non avevi paura di fare brutti incontri.
Le persone che abitavano nel paese sapevano chi ero, e quindi non mi sarei mai trovato in difficoltà.
Mi divertivo a passare davanti alle case, sentire il bisbiglio delle donne sedute sugli usci delle case, i loro visi dietro quelle tende ricamate.
Ci sono tantissimi altri ricordi nella mia mente.
Le trasferte per seguire la squadra di calcio locale, quando andava a giocare nei paesi vicini seguita da cortei di auto e di furgoni pieni di tifosi.
Le feste religiose, che ancora oggi sono momenti di alta intensità.

La Sagra delle Nocciole con la sfilata dei carretti siciliani lungo il corso da cui bellissime ragazze in costume folcloristico lanciavano sacchetti con le nocciole, vanto di questo paese.
La Festa del Patrono San Gandolfo, con relativa attesa di conoscere quale sarebbe stato l'artista che avrebbe tenuto il concerto nel palco posto nella Piazza del Belvedere.
Ricordi indelebili che ancora oggi a distanza di anni restano i ricordi più forti, pur se ho avuto modo di visitare nel mondo tante città e tanti luoghi.

In questi ricordi c'è l'infanzia, la famiglia, l'amicizia, il rispetto delle persone, il sano vivere, la semplicità di un gesto.


Non posso non terminare questo racconto, ricordando che da lì partì mio padre, subito dopo la seconda guerra mondiale per venire a prestare il servizio di leva a Roma dove conobbe mia madre.
Un incontro che dette vita a una lunga storia di amore.

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Chi è stato ad Enna ha potuto ammirare quanto sia stata importante la presenza di Federico II che qui ha costruito uno dei castelli più difficili da espugnare.
In questo castello, per ben due volte, si riunì il parlamento del Regno Svevo. Federico II era colto, potente, astuto e moderno.
Ha combattuto il papato per promuovere la sua idea dell’ordine del mondo. Stati Nazione con re connessi in una sorta di federazione al cui vertice c’era l’imperatore.

E Federico II amava la Sicilia.
Era naturale che la Sicilia lo ricordi sempre, e che ad Enna sia nata una settimana di eventi e un Premio in suo onore.
L'evento ha finito per coinvolgere la città trasformandola in un laboratorio di talenti e di scambi culturali all’insegna dell’evasione e del bel tempo trascorso con amici.
Le manifestazioni si svolgono nei siti storici più caratteristici di Enna: la Torre di Federico, il Castello di Lombardia, la Porta di Janniscuro, i quartieri medievali e il centro storico. Questo consente ai turisti di lasciarsi sorprendere dal ricco patrimonio della città e di poterla gustare fino in fondo.
Le rievocazioni storiche, il Palio dei giochi medievali, le degustazioni di antichi sapori, la giostra dei cavalieri e l'imponente corteo con l'incontro tra il Castellano e l'Imperatore Federico II, ricostruiscono una scenografia di altri tempi e fanno rivivere tradizioni, gusti e costumi.
La dedica a "Federico II e il Sogno Europeo" è la più appropriata.
L’imperatore, noto come Puer Apuliae, Stupor Mundi, Sol Sine Nube, era nato a Jesi nel 1194 e dimorò in Sicilia rendendo l'isola un crocevia delle correnti culturali del Mediterraneo.

L'imperatore svevo aveva vedute tanto libere e innovatrici da apparire estremamente originale e anticonformista ai suoi contemporanei.


Aveva intuito che gli Stati Nazionali erano ormai divenuti troppo autonomi perché un imperatore a loro "estraneo" potesse imporre facilmente la sua supremazia. Allora immaginò e cercò di realizzare qualcosa di nuovo: una sorta di Confederazione fra Stati nazionali guidati ciascuno dal proprio sovrani ma uniti sotto la direzione dell'impero.
Per questa ragione, la Comunità Europea considera Federico II un suo ideale "fondatore".


La Settimana Federiciana è organizzata dall'associazione "Casa d'Europa", con Cettina Rosso, Maria Renna e Giuseppe Castronovo, con il supporto della città di Enna.
Per maggiori informazioni si può andare sul sito www.casadeuropaenna.it o scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Seguiteli anche sui social!

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Il paese di Calamonaci nasce alla fine del XVI secolo con gli abitanti della Nuova Terra concessa con atto del 1574 da Carlo D’Aragona al barone de Termini nel 1582.
Un paese relativamente recente anche se l’origine del nome Calamonaci viene dal periodo saraceno e Kal-at-Munach vuol dire Fortezza di fermata o di sosta.
Ma a partire dal 1582 arrivarono persone provenienti da diverse località (Corleone, Burgio, Palazzo Adriano, Sciacca, Villafranca) che portarono con loro diversi bagagli di tradizioni che hanno caratterizzato il paese che oggi conosciamo.

Il fiore all’occhiello del paese di Calamonaci è senza dubbio la festa del patrono San Vincenzo Ferreri, un domenicano nato a Valencia in Spagna chiamato l’angelo dell’Apocalisse.
Le origini della devozione a San Vincenzo risalgono al 1584, quando Bernardino de Termini Ferreri, figlio del fondatore del borgo, aveva chiesto e ottenuto la bolla di fondazione dell’arcipretura. In quella occasione si era vincolato ad erigere una chiesa dedicata proprio al santo spagnolo.
Attraverso questo passaggio la casata nobiliare faceva una operazione di autopromozione politico-simbolica per cui scelse un santo considerato di “famiglia”. Una scelta che verrà ripetuta nel nuovo centro di Casteltermini, fondato sempre dai Termini Ferreri nel 1629.
Negli anni successivi, il feudo di Calamonaci fu venduto al barone De Spuches che ampliò urbanisticamente il paese.
Si venne a creare una contrapposizione tra le famiglie del primo nucleo abitativo (insediatosi a partire dal 1574) e le nuove zone create dai De Spuches.
Una contrapposizione che si condenserà attorno ai simboli di identificazione della devozione: San Michele e San Giovanni.
Le due fazioni, Sammichilara e Sangiuannara (la cui appartenenza viene tramandata di padre in figlio), enfatizzano la loro sfida ancora oggi durante i festeggiamenti in onore di San Vincenzo Ferreri.
Una competizione che si gioca con cori, danze dei simulacri (le cosiddette rigattiate) portate in spalla dai fedeli e con la stupefacente gara a base di petardi e giochi pirotecnici.
La festa di San Vincenzo negli anni ha subito dei cambiamenti, legati soprattutto al periodo dei festeggiamenti e alle modalità di svolgimento degli stessi, ma non ha mai perso lo spirito della tradizione e l’esaltazione della devozione per San Vincenzo, San Giovanni e San Michele.
La devozione per San Vincenzo Ferreri non si racchiude soltanto nei tre giorni canonici di festa. Infatti durante l’anno, ogni martedì un gruppo di fedeli si riunisce per percorrere “u giru di li santi” (le vie che di solito vengono attraversate durante le processioni) per chiedere una grazia con l’intercessione del Santo.

“U viaggiu di Sammincenzu” si svolge recitando un rosario cantato in onore al Santo stesso. Eccone un estratto:
“San Vicenzu è lu gran santu e di dio amatu tantu.
Un angilu calatu e di Diu l’annamuratu.
La sciamma di l’amuri san Vincenzu lu protetturi.
O san Vincenzu, ch’è lu gran pinitenti, ch’è lu veru ‘nnuccenti, amatu di Gesù.”
("San Vincenzo è un grande Santo e da Dio amato tanto.
Un angelo disceso e di Dio innamorato.
La fiamma dell'amore San Vincenzo il protettore.
O San Vincenzo che è il grande penitente, lui che è il vero innocente, amato da Gesù.")


Grazie alla festa di San Vincenzo Ferreri, il paese di Calamonaci è noto in tutta la Sicilia e quindi conosciuto e apprezzato a livello internazionale.
Non solo per la festa e i giochi pirotecnici (autofinanziati dai cittadini), ma anche per l’accoglienza riservata ai turisti e il decoro cittadino.

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Quel freddo mattino di gennaio partimmo per un servizio che ci avrebbe portato ad Erice.

Erano anni che non andavo e stavo tornando con gioia. Il candore della neve imbiancava le alture e percorremmo lentamente la strada ammirando il fiabesco paesaggio.

Alla fine degli stretti tornanti fermai l'auto nel grande spiazzo. Entrammo da Porta Trapani, pochi metri e ci trovammo davanti la magnifica Chiesa Matrice dedicata alla Vergine Assunta e al suo possente campanile un tempo usato come torre di vedetta.

Imboccammo una delle strade che conduce a Piazza Umberto e di tanto in tanto ci fermavamo ad ammirare i deliziosi negozietti e le botteghe artigianali stracolmi di ceramiche, tappeti, borse e i più impensabili ricordini del Borgo.

Nina, la fotografa che mi accompagnava per quel servizio disse:

-  Non ero mai stata ad Erice, e non mi aspettavo tutto questo freddo. Ma siamo a 750 metri di quota e si possono fare delle foto molto belle. Se il cielo si mantiene limpido, si gode di uno spettacolo unico e dalle rupi si può vedere l'Etna.

- Non mi dire?

- Si, è così

Nina dal gran freddo tirò su il cappuccio del giaccone e cominciammo ad avere fame.

- Si, ti porto in una pasticceria dove andavo sempre con la mia famiglia. Potrai gustare le Genovesi alla crema, dolci di pasta frolla con su lo zucchero al velo, i Bocconcini di Erice, dolcetti di pasta reale con dentro marmellata di cedro al liquore, ed i famosi Mustaccioli, biscotti fatti da un'antica ricetta delle suore di clausura.

- Bene, andiamo. Per fortuna non ho problemi di linea.

Camminando per andare in pasticceria mi guardavo intorno. Erice aveva mantenuto le caratteristiche del borgo medievale con le sue strade lastricate, le sue case in pietra, i cortili con i giardini e i castelli medievali e neo-gotico.

Dopo avere gustato i buoni dolci uscimmo dalla pasticceria di Maria Grammatico, soddisfatte.Guardai Nina che stringeva in mano due Mustaccioli e sorrideva.

- Questi mi servono nel caso mi dovesse venire fame.

- Beata gioventù.

- Non conosco il borgo, mi racconti qualcosa.

- Certo. Erice pare sia stata fondata da esuli troiani che si unirono alla popolazione autoctona e poi hanno dato vita al popolo degli Elimi. Un generale cartaginese la fortificò e fondò con alcuni ericini la città di Trapani.

Quando vi giunsero i Romani lo scelsero come luogo dove venerare la Venere Erycina.

Gli Arabi spopolarono la cittadella. I Normanni la chiamarono Monte San Giuliano e la ripopolarono e costruirono palazzi, chiese e conventi. Anche gli spagnoli edificarono monasteri influenzando la vita cittadina e diedero vita alle rappresentazioni dei misteri.

- Cosa sono i ‘misteri’?

- È una processione che si celebra il Venerdì Santo, con statue lignee e una croce. Tutta da vedere.

Ora andiamo al castello normanno di Venere arroccato su di uno strapiombo. Il suo nome viene dai resti di un tempio pagano, dedicato della dea Venere, sui cui è stato costruito.


La vista che si gode dalle mura è fantastica. Tutta la vallata: il maestoso monte Cofano, l'azzurro mare con le isole Egadi ed a volte le isole di Ustica e Pantelleria.

- Mi stai descrivendo il castello delle fate?

- Non ho ancora finito, poi andremo nei Giardini del Balio che si estendono intorno al castello e da lì vedremo la Torretta Pepoli, ora divenuta un importante centro culturale. Se saremo fortunate vedremo l'abbraccio di Venere.

- Cos’è?

- L’abbraccio di Venere è la nebbia che sale lentamente dal mare, raggiunge il castello e lo avvolge in un magico abbraccio d'amore.

- Fantastico

- C'è tanto altro da vedere: Porta Spada, il Quartiere Spagnolo. Vedrai resterai affascinata dai luoghi.

Alle sedici avevamo completato gli incontri della giornata e, abbastanza infreddolite, andammo in albergo.  Da dietro i vetri della finestra della mia camera guardavo la nebbia salire dal mare e per un po' entrai nella magia come quando ero piccina.

Ad un tratto mi presero i ricordi e mi rividi con tutta la famiglia a gustare le paste della signora Maria, a scattare foto dalle torri smerlate del castello, a passeggiare nei Giardini del Balio e a girovagare tra i tanti negozietti e pensai a quella sacca comprata tantissimi anni fa.

Erice dei castelli, degli strapiombi, delle antiche mura, della grande bellezza del mare e della montagna.

Erice regina del silenzio protetto dalle sue torri e dalle sue mura, dal suo cielo grigio azzurro che ci fa sognare tra le braccia di Venere.

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Fratte Rosa, un borgo delle Marche dove tornare a vivere

Fratte Rosa è piccolo gioiello incastonato in un territorio disseminato di antichi borghi. Siamo nella Valle del fiume Cesano, sulle colline pesaresi, e Fratte Rosa incanta il viaggiatore che si trova a visitarlo per la prima volta.
È il luogo dove si vuole tornare per apprezzare ancor di più la sua natura, la sua storia e le sue tradizioni.
E qui di storia da raccontare ce n’è!

per i Frattesi presenti tu sei il rifugio
per quelli che ritornano di tanto in tanto un’oasi
per quelli che sono lontani “un nostalgico sogno”


Così scriveva la nostra Laura Cesarini (dal libro Rivorrei la mia Vita) e queste semplici parole, dal significato profondo, racchiudono tutto il senso di appartenenza ad un paese. Anzi, per meglio dire al PAESE, un luogo unico e speciale sotto molti aspetti.
Le sue origini risalgono al medio evo quando, per sfuggire ai saccheggi e alla invasione dei popoli barbari, la popolazione della antica città romana di Suasa è stata costretta a rifugiarsi sulle colline vicine costituendo un tessuto fatto di piccoli borghi, tutt’ora splendidamente ben conservati.
Fratte Rosa ha subito prima l’influenza dei monaci classensi di Ravenna durante il periodo della Repubblica della “Ravignana” e, nel corso del Rinascimento, è stato un territorio conteso dalle potenti famiglie dei Malatesta e dei Della Rovere.
Un paese dalla bellezza incontaminata, a circa 419 di quota, con una vista sugli Appennini che è unica e magica soprattutto all’ora del tramonto. Ma il panorama arriva anche verso il mare permettendo di esplorare tutto il territorio marchigiano a 360°.
Fratte Rosa ha preservato e conservato nel corso dei secoli la sua tradizione primaria della terracotta.
Grazie al suo terreno ricco di argilla, sin dalle sue origini sono stati prodotti utensili d’uso per cucinare, cuocere, conservare. La ceramica d’uso fatta con i colori della terra è conosciuta ed apprezzata ovunque ed è ambasciatrice di tradizioni molto antiche nel mondo.
La Fratte Rosa che conosco, il mio luogo d’origine, ha attraversato purtroppo periodi difficili dovuti al suo lento ed inesorabile spopolamento. Una caratteristica soprattutto delle zone dell’entroterra.
Le vecchie botteghe artigiane dedite un tempo alla lavorazione del legno, del cuoio e del ferro, sono oggi solo delle porte chiuse, invecchiate dall’usura del tempo.
Purtuttavia, nel corso di tempi recenti, ho assistito ad un rifiorire delle attività paesane.
I giovani anziché abbandonare i loro luoghi di nascita, decidono di investire il loro futuro nel borgo dedicandosi ad attività ricettive, facendo risaltare il prezioso patrimonio eno-gastronomico locale.
Nei tempi difficili che stiamo tutti vivendo, sento molto evocare la necessità di un nuovo umanesimo e l’invito a tornare nei piccoli borghi, magari lavorando da casa.
Senza nulla togliere alla vita delle città, sicuramente caotica ma anche rassicurante dal punto di vista lavorativo e dalla grande disponibilità di servizi, ritengo ci sia la necessità di rallentare i tempi della nostra esistenza, riscoprendo aspetti umani e di vita dimenticati risucchiati dal vortice della modernità.
La vita nel piccolo borgo è semplice, scandita da ritmi a misura d’uomo, dove la solidarietà e la convivenza sono ancora le basi fondamentali della quotidianità di ognuno.
Il “salto di vita” dalla città al borgo non è poca cosa.
Si tratta di mondi e realtà opposte l’una all’altra, ne sono certa, ma il nostro piccolo borgo (come tutti gli altri) può rappresentare davvero una opportunità per una esistenza nuova per noi e le generazioni che verranno.

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Castellammare del Golfo vivere e amare il mare in Sicilia

Quel giorno il caldo era insopportabile, così decidemmo di fermarci a Castellammare del Golfo per poi proseguire il nostro viaggio al tramonto. Gianni, il nostro operatore, sorridendo esordì:
- Che coincidenza, mia madre è di Castellammare e, quando ero piccolo, ci trascorrevo tutte le estati con i miei nonni materni nella loro casetta di campagna, poco distante dal mare…
- Allora conosci bene il posto.
- Con i nonni, i miei fratelli e i miei cugini, la sera sedevamo sotto un grande Carrubbo ad ascoltare storie su Castellammare del Golfo. La nonna narrava di madonne e di miracoli.
Il nonno, invece, raccontava la storia e le leggende del territorio aggiungendo, anno dopo anno, nuove avventure e nuovi personaggi.
- Dai racconta.
Gianni sembrava indeciso ma, preso dalla nostalgia, cedette.
- Castellammare è adagiata sulle pendici del monte Inici e sorse come porto della potente Segesta.
Greci, Romani, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi approdarono nelle limpide acque del suo golfo. Tutti questi popoli hanno lasciato un segno della loro presenza.
Gli Arabi costruirono un bastione fortificato su di uno sperone di roccia.
I Normanni ampliarono la struttura creando una vera fortezza alla quale si poteva accedere dalla terra ferma attraverso un ponte levatoio di legno.
Negli anni a venire, Castellammare, divenne baronia e uno dei più importanti porti commerciali legato all'esportazione del grano.
- Ma tu quando da piccolo venivi a Castellammare stavi ad ascoltare solo quello che raccontavano i tuoi nonni oppure andavi in giro?
- La mattina andavamo tutti al mare poi, nel tardo pomeriggio, noi ragazzi gironzolavamo alla ricerca dei luoghi di cui narravano i nonni.
- Racconta, racconta.
- Vabbè. (Certo)
- Uno dei luoghi preferiti era la chiesetta della Madonna della Scala costruita su di uno sperone di roccia prospicente sul porto. Una sera, la nonna ci narrò la storia della pastorella e noi tutti ci incuriosimmo a tal punto che andavamo spesso in quel luogo, con la speranza di trovare qualcosa come la ragazzina.
- Tuo nonno cosa raccontava?
- Il nonno raccontava del Castello a mare, dicendo che forse era stato costruito dagli arabi. Un pomeriggio d'agosto ci portò a visitarlo.
Entrammo in una delle torri e salimmo una maestosa scala a chiocciola.  Ma il suo orgoglio paesano veniva fuori quando parlava del maniero di Calathamet edificato accanto alle sorgenti termali.
- Gianni quali sono i luoghi ai quali eravate più legati?
- Qui la costa è molto bella. Vi sono spiagge sabbiose e calette rocciose e lì noi ragazzi, accompagnati dal nonno, andavamo la mattina presto alla ricerca di conchiglie e piccoli molluschi. Con la nonna andavamo al Santuario di Maria Santissima del Soccorso e ogni volta ci raccontava una storia di fede e leggenda.
- Quale storia?
Gianni non si fece pregare e raccontò.
- La leggenda narra che durante la guerra tra spagnoli e inglesi, un bastimento spagnolo inseguito da cinque navi inglesi si rifugiò nel porto di Castellammare. Dal castello furono sparate molte cariche di cannone che fecero arrabbiare gli inglesi che risposero al fuoco alimentando una feroce battaglia.
I castellammaresi terrorizzati chiesero soccorso alla Madonna che apparve sul porto con una schiera di Angeli, a tale visione divina gli inglesi fuggirono terrorizzati.
- Con il nonno andavamo in giro a visitare le torri di avvistamento: quella di Scopello, quella nella baia di Guidaloca e di Bennistra e strada facendo ci raccontava le storie di brigantaggio di alcuni uomini che vivevano nel territorio.
Mi ricordo di un certo Turriciano, ritenuto un bandito dalle forze dell'ordine ma mitizzato dal popolo come un eroe coraggioso che aiutava gli indifesi e i bisognosi.
- Che bei ricordi!
- Si, ho tanti bei ricordi. Oggi sono felice di questa sosta a Castellammare, sono tornato indietro negli anni e ho ricordato con voi le mie radici.
Eravamo già in macchina, guardai il nostro operatore emozionato per avere raccontato alcuni episodi della sua infanzia e per avere rivisto il luogo delle sue radici.
Il mio sguardo si fermò sul golfo.
Il mare azzurro intenso, le spiagge color dell'oro e gli scogli bagnati dalle onde brillavano sotto gli ultimi raggi del sole. Per alcuni minuti mi persi nella bellezza del paesaggio, ripensai ai ricordi di Gianni: il castello, il porto, le torri, gli eroi e tutti i popoli che vissero in questo territorio bellissimo e unico.
Mi rivolsi a Gianni:
- Chi ha vissuto e vive in questi meravigliosi posti, in questo golfo può ben dire di vivere in un paradiso terrestre.
- Già, allora posso ben dire di avere le mie radici in paradiso.

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Una pioggerellina leggera scendeva sui vetri dell'auto. Ad un tratto il bagliore di un fulmine e il rombo di un tuono mi fecero trasalire.
La pioggia si stava trasformando in temporale e ritenni prudente trascorrere la notte in uno dei paesi della vallata. Non so perché scelsi Villafranca Sicula.
Entrai in paese e subito ebbi una sensazione positiva. Parcheggiai l'auto nei pressi di un bar, scesi ed entrai. Il locale era semi vuoto e chiesi se potevano indicarmi un alberghetto, un B&B, dove trascorrere la notte.

La giovane al bancone mi sorrise e mi disse che non c’erano alberghi, ma potevo trascorrere la notte dalla zia Giuseppina, in ha una casa molto grande che aveva trasformato in pensioncina.
Ringraziai la ragazza dai lunghi capelli neri e dallo sguardo magnetico, ordinai un chinotto e chiesi l'indirizzo della zia Giuseppina.
Nonostante la pioggerellina andai a fare un giro in paese. Avevo percorso poche decine di metri quando mi trovai davanti ad una chiesa e vi entrai senza indugio.
La struttura cinquecentesca era a tre navate con la forma di basilica. Il silenzio e la penombra del posto mi portarono in una dimensione mistica che non provavo da tempo. Raggiunsi l'altare maggiore, alzai lo sguardo e vidi un quadro con dipinto il volto di Maria intenta a vegliare il suo bambinello.

Sedetti su un banco, socchiusi gli occhi e istintivamente dissi una preghiera. Alcuni minuti dopo li riaprii e con mia grande sorpresa accanto a me era seduto un bimbo di circa dieci anni.

- E tu chi sei?
- Giovanni. Io sono il nipote del parroco. Tu chi sei?
- Io sono una giornalista, mi ha portata la pioggia.
- Quanto ti fermi?
- Domani vado via.


Giovanni alzò la mano verso il quadro:

- Conosci la storia di questa Madonna? Tutti conoscono la Madonna del Mirto.
- Ma io non sono di qua.


Con una espressione seriosa iniziò a raccontare che questa Madonna si trova in questa chiesa perché l'ha voluto Lei. Era scivolata dalle mani di un monaco che tornava a Burgio nel suo convento, ed è andata a posarsi su di una siepe di murtidda (mirto).
Il monaco era tornato a prenderla, l'aveva riportata in convento, ma lei è tornata sulla siepe di murtidda.
Erano venuti degli uomini da Burgio e da Lucca con un carro di buoi per riprenderla, ma neppure i buoi riuscirono a spostarla. La Madonnina voleva restare a Villafranca, così dopo tante sciarrie (liti) e chiacchiri (discussioni) il quadro è rimasto nella Chiesa Matrice.
Ogni anno, i primi di agosto, Burgitani, Lucchisi e Villafranchisi appaciati (riappacificati) fanno grande festa a Maria di lu Mirtu (Maria del Mirto).

- Grazie Giovanni, che bella storia.
- Se vuoi ti racconto un po' del mio paese
- Certo, con piacere.


Uscimmo dalla chiesa, l'aria era fresca e non pioveva più. Giovanni iniziò a raccontare del suo paese.

- Villafranca fu costruita dai principi Alliata nel XVI secolo e poi beneficiata dal barone Musso nel XIX secolo. Noi ci troviamo nel corso principale con la Chiesa Matrice, il Palazzo degli Alliata e una Torre con un orologio a pendolo e tre campane in bronzo coniate a Burgio.
Abbiamo anche le chiese San Giovanni, di San Giuseppe e del Carmine. Il municipio si trova nel vecchio convento dei Francescani.
- Bravo Giovanni. Parlami del territorio.
- Vuoi saper come campiamo? Una volta in paese c'èrano i vuttara (bottai), i firrara (fabbri), i siddrara (sellai) e chiddri ca facinu i cannistri (quelli che fanno i canestri).
Le donne ricamavano i loro corredi e quelli delle signorine ricche di città, impreziosendoli con merletti all'uncinetto, al tombolo e al chiacchierino. Gli uomini (uomini) coltivano la terra a frumento e gli agrumeti, i pescheti, i vigneti, gli uliveti e i mandorleti.
Domani mattina ti faccio mangiare il pane cunsato della mia mamma, impastato con la farina del nostro frumento e con l'olio delle nostre piante di biancolilla.
- Davanti a questo invito stai pur certo che partirò dopo aver mangiato il pane cunzatu di tua madre.


Mentre parlavamo il rintocco dell'orologio segnò le venti.

- È tardi, debbo andare a cenare. Questa sera minestra di cavolicelli, salsiccia arrostita e per finire cubbaita preparata dalla mia mamma con le nostre mandorle.
- Cubbaita? Anche nella mia famiglia si preparava questo dolce con le nostre mandorle.
- Che bello, abbiamo una cosa in comune, la cubbaita. Domani ti faccio mangiare anche quella. Ciao.



Guardai quello scricchiolo di uomo allontanarsi e non potei fare a meno di apprezzare il suo spirito di intraprendenza. Non dimenticherò mai il suo sguardo fiero mentre narrava, a modo suo, la storia del suo paese e dei suoi abitanti.
Villafranca dei vecchi mestieri, degli agrumi, del buon olio, degli antichi grani, della buona frutta e delle mandorle, già, le mandorle della cubbaita.
Villafranca dai tanti sapori e dei tanti profumi da vivere con la semplicità del piccolo Giovanni.

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