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È un fresco pomeriggio di inizio agosto. Seduta davanti al mio pc, cerco un’idea per organizzare un nuovo itinerario di visita in occasione della giornata programmata a Burgio per l’indomani da un gruppo di trapanesi.
Mentre osservo la mappa urbana con le strette e tortuose viuzze e gli angusti vicoli, mi rendo conto che questo piccolo paese di nemmeno 3.000 abitanti offre molto più di quello che riesce a contenere.
Per vari anni ho vissuto non lontano da Burgio, precisamente ad Agrigento, e mi ricordo che i primi tempi quando mi chiedevano la mia provenienza rispondevo con voce timida e insicura, ansiosa della reazione dei miei interlocutori che in tono sbigottito e presuntuoso:

“E dove si trova? Sicuramente sarà immerso nel selvaggio entroterra, lontano dalla civiltà!”.


Mi sono serviti pochi anni prima che all’ennesima domanda “da dove vieni?” rispondessi con orgoglioso spirito patriottico:

“da Burgio, un piccolo paese dell’entroterra agrigentino non molto distante da Sciacca e famoso, tra le altre cose, per il suo secolare artigianato artistico rappresentato dalle botteghe di ceramica, dalla fonderia di campane e dalla lavorazione della pietra”.


Un borgo dalle misteriose origini medievali che si incastona nelle due colline di argilla e di pietra calcarea. Proprio come una pietra preziosa si adagia perfettamente all’interno della sua montatura.
Un borgo che stupisce il visitatore che non sa mai cosa vedere prima tra le botteghe ceramiche, la fonderia cinquecentesca di campane, i laboratori di scultura, le innumerevoli chiese decorate in diversi stili, i tre musei (della ceramica, delle mummie e del venerabile Andrea da Burgio), il castello medievale.
Fonderia Virgadamo
Per non dire altro. Se la visita coincide con particolari momenti dell’anno in corrispondenza di alcune manifestazioni, religiose e non, alle quali i Burgitani sono molto legati: la Settimana Santa, il pellegrinaggio del Crocifisso di Rifesi, gli eventi dell’estate, la festa di San Giuseppe o il “Presepinfesta”.
Chiesa di San Giuseppe A così tante cose da visitare e da vivere corrispondono altrettante eccellenze da gustare: dall’olio d’oliva e dalle arance al tartufo e alle fragoline.
E tanti sono i piatti della tradizione che annualmente scandiscono le numerose ricorrenze burgitane come la grabruscia, i taralli, i cuddrureddra cu i ficu, i vucciddrate, la froscia di ricotta, la pasta a’ milanisa. Solo per citarne alcuni.
Dulcis in fundo il nostro bosco, nell’area dei Monti Sicani, scrigno di una diversificata e originale flora e fauna. Le sue insenature offrono l’alloggio perfetto allo scorrere infinito delle acque del fiume Sosio, così chiamato il tratto iniziale del Verdura, meta preferita di ripetuti acqua-trekking estivi.
Tutto questo è concentrato nello spazio di poco più di 40 km2 eppure non basterebbero fiumi e fiumi di inchiostro (per usare un’espressione ormai desueta) per descrivere le bellezze storiche, architettoniche, artistiche, artigianali, enogastronomiche e della tradizione che rendono a buon merito questo piccolo paese dell’entroterra agrigentino la perla dei Monti Sicani.

Un borgo più da vivere che da raccontare!
 

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Rallentai l'auto, abbassai il vetro e respirai l'aria fresca del mattino.
Nonostante mantenessi un'andatura lenta ebbi l'impressione di essere arrivata subito all'Olmo della Dragonara. Adoravo quel luogo dove i rami dei secolari alberi, dalla primavera all'autunno inoltrato, incrociandosi creano un tunnel di foglie dando tanta frescura.

Giunta in paese fermai l'auto davanti l'ingresso del Parco della Rimembranza, scesi, mi guardai intorno. Nuove case si mescolavano ai vecchi edifici ancora da ricostruire.

Il cancello del parco era aperto ed entrai.
Iniziai a camminare nei vialetti pieni di pigne cadute dai secolari pini e mi ritrovai nel terzo cortile del Palazzo Filangeri di Cutò a Santa Margherita di Belice.
Con mia grande gioia vidi che tutto era stato abilmente ricostruito. Scesi la scaletta in conci di tufo e stavo per avvicinarmi al cancello che immette nel magnifico giardino, quando fui fermata da una rauca voce maschile.

- Signù dunni sta ghiennu, cu è lei (Signora, dove sta andando, chi è lei?).


Mi girai e vidi poco distante da me un uomo basso e tarchiato con un sigaro spento che gli penzolava dalle labbra mentre parlava. Feci alcuni passi in avanti, l'uomo si avvicinò guardandomi incuriosito. Nonostante fossero passati molti anni lo riconobbi.

- Vartulu, tu sei Vartulinu, non mi riconosci?
- Certu ca ti ricanusciu, Betì tu si, quantu tempu passau. (Certo che ti riconosco, sei Betty, quanto tempo è passato.) Comu mai si cà? (Come mai sei qua?)
- Nostalgia, ritorno alle radici.
- Sugnu cuntento di viriti, gira quantu voi, fa comu si fussi a la to casa. (Sono contento di averti rivista, gira quanto vuoi, fa come se fossi a casa tua.)


Salutai Vartulinu e continuai la mia passeggiata nei ricordi di un tempo lontano, ma sempre nel cuore. Attraversai il primo e il secondo cortile immersi nel silenzio.
Nel terzo cortile il fruscio delle alte palme mi riportò ai dolci ricordi della lontana infanzia.
Velocemente attraversai il gigantesco portone, salii i gradini della scalinata e mi ritrovai in piazza Matteotti. Rivolsi le spalle alla grande palizzata e mi posi dinanzi la principesca facciata del Palazzo Tasca Filangeri di Cutò, residenza di campagna del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ultimo dei Gattopardi.
Mi spostai di alcuni metri e guardai con grande affetto uno dei luoghi a cui ero maggiormente legata: la Matrice. La struttura nella sua linearità si pone elegante e severa.
Dopo il sisma del 1968 a ricordare tanta bellezza e ricchezza architettonica e decorativa rimangono la parete laterale sinistra e l'abside con il suo maestoso altare centrale.
Sentii un nodo alla gola e non potei trattene i felici ricordi. Mi ritrovai, ancora una volta, intenta ad ammirare gli splendidi decori che arricchivano il sacro luogo.
Intagli e intarsi erano arricchiti da puttini che reggevano corone di frutta e fiori. Le lineari colonne scanalate avevano i capitelli sormontati da foglie d'acanto.
Chi entrava per la prima volta nella chiesa di Santa Rosalia, patrona del paese, aveva la sensazione che l'interno della chiesa fosse tutto ricoperto di pregiati merletti.
Mi allontanai svelta, ma i ricordi mi inseguivano. Velocemente passai davanti la chiesa della Madonna delle Grazie e mi diressi alla villa comunale. Percorsi la lunga passeggiata e finalmente giunsi in uno dei luoghi dell'infanzia: il tempietto neoclassico del Coffee House.
Mi appoggiai, come ero solita fare alla ringhiera, chiusi gli occhi per alcuni secondi, e quando li riaprii godetti di un panorama stupendo che mi emozionò fino alle lacrime.
Sotto di me si stendeva la Valle del Belice.
I vigneti, gli uliveti, i campi di biondo grano, i piccoli laghetti e il lago Arancio mi diedero la sensazione di un enorme quadro dipinto dagli angeli.
Non volevo ricordare! In quella terra erano le mie radici, capii che i ricordi non mi avrebbero mai lasciata e che sarei sempre tornata in quei luoghi della memoria.

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Roma, una mattina come tante e quel gesto quotidiano che si ripete. Qualcuno apre le finestre e osserva “la maestà del Cuppolone”. Mi chiamo Laura e sono nata qui a Roma, in una delle città più belle del mondo dove ho vissuto fino ai miei 25 anni.
 La città che ha accolto i miei genitori, giunti a Roma per trovare lavoro e dove hanno vissuto la maggior parte della loro vita.
Ma quel gesto io non l’ho mai potuto fare perchè abitavo lontano dal ‘Cuppolone’ e me ne rammarico per aver perso ogni mattina un’immagine sicuramente celestiale e maestosa. Però, avrei potuto con lo sguardo andare ben oltre … Giusto duecento chilometri più in là, direzione nord est.
Perché più là c’è una parte del mio cuore.
Il ritmo del suo battito me l’hanno insegnato proprio loro, che mi hanno dato la vita, che mi hanno regalato Roma e soprattutto… Regedano e Stavellina. Due borghi delle Marche a 3,87 km l’uno, 4,30 km l’altra, le distanze dal comune più vicino: Sassoferrato, provincia di Ancona, entroterra marchigiano.
Il mio papà è nato a Regedano, la mia mamma a Stavellina. E poi ci sono io, e so che le mie radici sono qui. Tra queste colline, ci sono le mie origini più profonde.
Qui nel mio rifugio di Regedano, in cui sto scrivendo queste righe, ho trascorso ogni anno i mesi estivi… Qui ho tantissimi ricordi della mia infanzia, dell'adolescenza, della gioventù e dell'età adulta.
Qui, non a caso, è nata mia figlia Serena.
È in questo territorio che le mie radici hanno preso forza, sono cresciute e ... hanno dato frutti.
È qui che il ritmo del mio cuore batte diversamente.
È qui che accelera appena i miei occhi scorgono quel cartello bianco con la scritta SASSOFERRATO.

Qui c’è mio padre che alla “Festa de nuantre” organizzata dalla comunità di Regedano, accompagnato dall’organetto con Nicolò Rossi cantano i loro stornelli in vernacolo…
Quella festa era davvero “de nuantre”, di tutti noi che non potevamo non essere parte di quello stare insieme genuino, semplice e molto speciale allo stesso tempo.
Nicolò Rossi è stato cantore e poeta di questi luoghi magici. Unico nel vedere con gli occhi del cuore e trasformare in parole ciò che filtrava attraverso un sentimento fortissimo. Che non posso che fare mio, anche in queste righe:

“Ogni tuo figlio… seppur lontano non ti può scordare… Ogni villaggio dona calore, ogni sorgente sa dissetare…  Ogni contrada rischiara la mente… Col tramonto si vede una pittura e un panorama immenso e celestiale… Ogni voce somiglia a una preghiera… Gli abeti, i pini e querce secolari, completa l’opera di un grande dipinto di bellezza…”:


Pochi versi presi dalla sua “Sassoferrato terra d’incanto e poesia” bastano a tratteggiare un affresco di questi luoghi incantati che hanno accolto ogni estate me e mia sorella. Trasformando in poetessa anche lei, mia sorella Milena, che in dialetto romanesco ha scritto dei nostri ritorni dalle ferie, del rientro in città dopo aver assaporato:

“montagne che sembrano giganti… la tramontana che frizza dentro il naso… le cose genuine con cui ti abbuffi, in barba a qualsiasi dieta…”.


I versi di chi non si vergogna di non poter raccontare qualche isola dell’Oceano Indiano, ma è orgoglioso di essersi riposato a Regedano!
Se un luogo diventa poesia, è qualcosa di davvero speciale. La nostra Regedano, descritta meravigliosamente ancora da Nicolò Rossi… “Il nostro antico villaggio, di circa sedici famiglie montanare…” che gli uomini lasciavano l’inverno per diventare boscaioli intorno a Roma, per poi rientrare dalle proprie spose, dai vecchi e dai bambini, con il pegno, il dono di quel faticoso lavoro.
Il ritorno alle falde di quel Monte Strega, maestà infinita, che domina la valle, su cui gli abitanti di questi luoghi posero una croce benedetta che protegge le frazioni circostanti.
Quel monte che continua a proteggere la nostra casa e i ricordi del tempo più spensierato della nostra vita.
Ogni volta che ritorno qui, e quel monte appare all’orizzonte preannunciando tutte le emozioni che si riaffacceranno fortissime nel mio cuore, capisco cosa hanno significato questi luoghi, le persone che ho incontrato, la semplicità della vita, le nostre radici.
Regedano, una mattina come tante e quel gesto quotidiano che si ripete.
Aprire le finestre e osservare la maestà del Monte Strega che continua a proteggere i nostri ricordi, che veglia sul nostro presente, che ci fa sperare ancora in un futuro sereno.
Quel monte: il più sacro dei nostri cuppoloni …

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Un giorno un turista molto esigente entro in una famosa Agenzia Viaggi e manifestò il desiderio di andare a fare una vacanza in una località speciale.
Le fu chiesto se al mare, in montagna o in una città d’arte.
[caption id="attachment_121788" align="center-block" width="1024"] Rispose che era indifferente purché non fosse la solita località turistica e soprattutto che le potesse dare emozioni mai provate prima.[/caption]
Ebbene, dopo aver scartato New York, Parigi, Londra e località meno ‘inflazionate’ come Biarritz, Mont Saint Michelle, Pula, Calasetta, Tropea e tante altre … la bravissima esperta di turismo consigliò Pesaro!!
[caption id="attachment_121764" align="center-block" width="1024"] Pesaro?![/caption]
Si perché Pesaro ha una spiaggia lunga chilometri con la sabbia, o la ghiaia o gli scogli…
E poi un porto turistico con barche a vela, a motore, catamarani, canoe…
E un centro storico con chiese meravigliose, palazzi stupendi, un castello, una rocca, ben 12 musei, 3 teatri, cinema, negozi eleganti…
E con 3 festival famosi: il Rossini Opera Festival (LEGGI ANCHE), Il Festival del Nuovo Cinema e il GAD, il Festival Nazionale di Arte Drammatica…
Inoltre colline bellissime che circondano la città con 3 parchi davvero stupendi…
Poi hotel, ristoranti, pizzerie, locali veramente unici … con specialità enogastronomiche eccezionali con vini come il Sangiovese dei Colli Pesaresi, il Bianchello del Metauro…
Poi il famoso ‘brodetto’ oppure la frittura o l’arrostita alla brace, sempre di pesce!
Infine le albe sul mare e … i tramonti più belli del mondo … con il sole che si tuffa in mare dopo essersi ‘ruzzolato’ sul Monte San Bartolo … il che ha reso Pesaro famosa nel mondo come la ‘Città Romantica’!!!

E così, naturalmente, l’esigente turista accettò e, ovviamente, poi rimase entusiasta, tanto che da quella volta tornò sempre a Pesaro e … nel famoso Alexander Palace Hotel.

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Stavamo percorrendo via Roma quando ad un tratto la mia amica Berenice si fermò di colpo:

- Visto che siamo qui, perché non andiamo alla Vucciria e mangiamo del polipo bollito?


Dissi subito di si. Vado matta per il polipo bollito.
Uno dei posti, a Palermo, dove lo cucinano alla perfezione è proprio al mercato della Vucciria.
[caption id="attachment_121776" align="center-block" width="1024"] Descrivere il mercato della Vucciria non è facile, è un luogo fantastico.[/caption]
Rumori, odori e sapori si mescolano insieme e si diffondono nell'aria librandosi lentamente come farfalle innamorate.
Non è un caso se è stato immortalato nei dipinti del grande Renato Guttuso.
Moltissime bancarelle espongono una grande quantità e varietà di pesce freschissimo che viene abbanniato (decantato) a squarciagola.
Alla Vucciria oltre alle bancarelle vi sono minuscoli negozietti popolati da artigiani che con i loro lavori sembra che avessero fermato il tempo.
Mentre camminavamo per raggiungere la bancarella del poliparo nostro amico, fummo distratte da un forte e piacevole odore.

- Senti anche tu questo profumo?
- Certo, sto svenendo.


Neanche il tempo di aggiungere un sospiro ed alle nostre spalle sentimmo la voce rauca dello sfincionaro.
[caption id="attachment_121802" align="center-block" width="1024"] Lo sfincione è il principe della gastronomia palermitana, il cibo di strada per eccellenza. La sua paternità può essere attribuita ai greci spòngos, ai latini spongia e agli arabi isfang.[/caption]
Il vero sfincione si può gustare solo a Palermo nei panifici, nelle gastronomie e nei caratteristici carrettini che si trovano negli angoli dei mercati.
Un pane-pizza addolcito con il miele e ricoperto con una salsa di pomodoro, cipolla, origano e qualche pezzo del famoso caciocavallo di Ragusa.
Berenice velocissima si rivolse allo sfincionaro.

- Mi dia due pezzi per favore.


La guardai esterrefatta, ma non ebbi neppure il tempo di bisbigliare perché mi ritrovai davanti un invitante sfincionello. Nonostante fossimo già sazie lo gustammo con piacere.
Le nostre labbra imbrattate di sugo erano una prova lampante del godere di questo cibo, povero ma amatissimo da tutti i siciliani.
Continuammo la nostra passeggiata, non mangiammo il polpo bollito, lo comprammo e lo portammo a casa.
[caption id="attachment_121779" align="center-block" width="1024"] Ballarò e la Vucciria vivono di colori, odori, sapori e suoni e riescono a trascinarti in un mondo lontano che ritorna nella quotidianità di usi e costumi.[/caption]
Visitare i mercati di Palermo è un viaggio in terre lontane, gioia per lo spirito e appagamento per il palato.

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Quel mattino le due ore di lezione trascorsero velocemente. Io e Berenice, la mia collega e coinquilina armena, uscimmo subito dalla facoltà.
[caption id="attachment_121767" align="center-block" width="1024"] La temperatura era piacevole e l'aria profumava di primavera. Eravamo in piazza Marina, nell'antico quartiere della Kalsa. Il sole ci riscaldava il viso e cercammo un po’ d'ombra sotto i rami dei giganteschi ficus di villa Garibaldi.[/caption]
Ad un tratto Berenice si fermò, mi guardò con espressione seria, poi sorridendo esordì:

- Perché non andiamo a Ballarò?
- A Ballarò?  A fare cosa?
- Andiamo a comprare frutta e verdura fresca.
- Possiamo andare alla Vucciria è sulla nostra strada.
- Dai, andiamo a Ballarò, sai che amo molto quel mercato, mi ricorda la mia terra. Andiamo.


Ballarò è il più antico dei mercati storici di Palermo, tutti quelli che lo visitano rimangono incantati dalle tante bancarelle dai tettucci colorati strapiene di frutta e verdura.
La merce viene sistemata in modo artistico e attraente. I profumi ed i colori trasportano il visitatore in mondo magico dal fascino orientale.
La voce del “vanniaturi” (banditori) esalta bene la freschezza e la bontà dei prodotti esposti.
Il visitatore difficilmente lascia il mercato senza avere comprato qualcosa.
Se ci si addentra nei vicoli, a poco a poco, si perde la cognizione del tempo e del luogo e si torna indietro di decenni.
Il fascino di Ballarò è questo: trasportare i suoi visitatori nei territori del Nord Africa e far loro rivivere le novelle arabe di “Mille e una notte”.

“Ho fame, ci dividiamo un panino con panelle e cazzilli (crocchè)?”


Le panelle sono delle frittelle di farina di ceci che vengono messe in mezzo a panini (chiamate Mafalde) e in genere si mangiano insieme alle crocchè, o cazzilli, ossia delle crocchette di patate fritte in pastella.
Si possono trovare spesso come ‘street food’ in friggitorie per il centro di Palermo e soprattutto nei coloratissimi e profumatissimi mercati di Palermo.
La guardai meravigliata.

- Hai fame?
- Si, un po'. Ho anche tanta nostalgia di casa.
- Allora mangialo per intero questo panino con panelle e cazzilli, io ne prendo uno con la milza.


Berenice mi guardò con gli occhi sgranati:

-  Tu che mangi un panino intero, non ci credo.
- Si


A quella mia risposta scoppiammo a ridere.
Dopo aver mangiato ognuna il suo buon panino, acquistammo dei peperoni, delle zucchine e dell'altra verdura, per, poi a casa, cucinare un cous cous vegetariano.
Attraversammo tutto il mercato e uscimmo da Piazza del Ponticello.
Percorremmo pochi metri di Via Maqueda, ed eccoci in Piazza Bellini circondate dalla bellezza delle chiese di Santa Maria dell'Ammiraglio e di Santa Caterina d'Alessandria.
 

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Il mio paesello? Un pregiato gioiello incastonato tra rocce e verdi colline che si affacciano come occhi vigilanti sul paese a mo’ di protezione.
Cattolica Eraclea, un tempo nota come Minoa Eraclea.
I nostri colli rocciosi profumano e raccontano di altre culture, di popoli antichi. Tanti reperti custoditi come gioielli nell'Antiquarium, e un anfiteatro greco semicircolare che ci ricorda ancora altri popoli arrivati nel passato.
[caption id="attachment_121821" align="center-block" width="1024"] E nelle pianure verdeggianti crescono rigogliosi vigneti che godono dei caldi raggi del sole e dell’umidità profumata della notte. Ottimi vini, delizia per gli intenditori![/caption]
Le due piazze del centro storico sono abbellite da palazzi di stile barocco e del maestoso orologio che scandisce le ore, ma per lui il tempo sembra non passare mai.
[caption id="attachment_117577" align="center-block" width="750"] Le piazze … emblema dello stile di vita italiano. Adornate dai tanti bar dove sempre ci ristoriamo dopo il passeggio serale gustando una buonissima granita o una brioche farcita di gelato. Quella buona fatta a dovere![/caption]
La mia gente è genuina, buona e gentile. L'ospitalità è sacra.
Ho dei bellissimi ricordi che conserverò per sempre nel cuore, e spero un giorno poter ricambiare in segno di ringraziamento a parenti e amici.
Nei miei ricordi di infanzia c'è la scuola elementare, dietro la chiesa Madonna della Mercede, e la scuola media nel palazzo Bonanno in piazza Umberto.
Le compagne di scuola, che a distanza di tantissimi anni ho avuto modo di rivedere e di abbracciare nell'estate 2019. Una grandissima emozione!
Pura emozione fino alle lacrime mi prende ogni volta che ritorno al mio paese, che lasciai alla volta del Canada nel ’67 all'età di dodici anni.
Non manco mai di soffermarmi davanti la casa dove ho vissuto i primi anni della mia vita.
Per un istante mi rivedo bambina a cantare nelle sere d'estate, sui gradini dove il portone verde faceva da sipario alle mie spalle. I vicini di casa, miei spettatori, a deliziarsi o a torturarsi...
La chiesa madre, altro gioiello raro e prezioso dell’epoca, per l'arte che metteva in bella mostra. Un altro bel ricordo.
Ogni domenica mattina andavo alla messa dei fanciulli (cosi veniva chiamata) per poi, a fine messa, ricevere la figurina da Monsignor Cuffaro. Era il nostro lasciapassare per visionare un film nel pomeriggio.
[caption id="attachment_121782" align="center-block" width="1024"] Cattolica Eraclea è ricca di storia, arte, cultura, e tradizioni che ancora vengono rispettate.[/caption]
Una delle tante tradizioni è quella della Settimana Santa e che termina la domenica di Pasqua con l'incontro di Gesù e sua madre, molto commovente. Un evento che attira tantissima gente.
Impressionante la fede della mia gente.
La cucina è di una bontà assoluta con piatti tipici da leccarsi le dita, offerti dai tanti ristoranti gestiti per lo più dagli stessi proprietari. Qui il turista si sente di casa.
Per non parlare della pasticceria siciliana, una vera delizia!
Infine, mi è doveroso parlare della meravigliosa spiaggia di Minoa Eraclea.
Mare attraente e acqua limpidissima, direi anche benefica. Sabbia finissima per un lungo tratto dove si ha la possibilità di camminare sul lungo mare o sulla riva.
Il lungomare è circondato da una fitta pineta dove il forte odore dei pini si mescola con quello acre della salsedine, creando un piacevolissimo profumo che non ti scordi e che rimane nelle narici anche a distanza del tempo.
Minoa Eraclea: Unforgettable!
Minoa Eraclea, una perla nel Mediterraneo che tutti ci invidiano.

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La città di Siracusa mi incuriosiva da sempre.
È lì che è nato Archimede (LEGGI ANCHE), lo sa ogni bambino!
Storia, antichità, le radici della nostra civiltà racchiuse in un luogo non solo ancora esistente, ma anche pieno di vita.
Il mio primo incontro con Siracusa era alquanto strano. Ci sono andata appena dopo le vacanze di Natale e Capodanno.
Autobus da Catania, il buio, che in inverno da queste parti arriva così presto...
Scesi dal bus, io e mio figlio ci siamo presi un gelato e ci siamo avviati verso Ortigia.
[caption id="attachment_121761" align="center-block" width="988"] Appena sul ponte, per una strana coincidenza ci è arrivato incontro il mio compagno che passava lì proprio in quel momento. Sorpreso di vederci così all’improvviso ci fa salire una macchina e ... la serata finisce a Capomulini in uno dei ristoranti di pesce.[/caption]
Quella volta Siracusa non si è voluta mostrare...
Non ho più provato di andarci, ma qualche mese dopo quel primo tentativo c’è stata un’altra occasione.
Una mia carissima amica e il suo compagno passavano le vacanze in Italia.
[caption id="attachment_121758" align="center-block" width="876"] Sono venuti a trovarmi a Catania e dopo una notte di chiacchiere, passeggiate e un "assaggio" della famosa movida catanese (quanto erano sorpresi a trovare tutta questa gente per strade nella notte di lunedì!) abbiamo deciso che l’indomani di andare a Siracusa.[/caption]
Abbiamo parcheggiato la macchina in qualche via anonima, poi una lunga passeggiata per le vie strette e ingarbugliate del centro storico.
Ancora non potevo immaginare che miracolo mi aspettava dentro quel gomitolo di stradine e vicoletti... Me lo ricordo ancora quel momento: all’improvviso eravamo inondati di una luce bianca, splendida e pura.

Alzo gli occhi e vedo una meravigliosa piazza che emette tutta questa luce, con la sua pavimentazione chiara, con il suo Duomo così semplice ed elegante.


Sì, eravamo in Piazza Duomo a Siracusa, e rimane uno dei più bei ricordi della mia vita.
[caption id="attachment_121755" align="center-block" width="677"] Carretto siciliano e il cavallo con i suoi occhi tristi, turisti, i ristoranti e negozi di souvenir e artigianato.[/caption]
Quel giorno ho visto tante cose lì a Siracusa, ma lo splendore della piazza bianca è imbattibile.
Abituata a Catania con la piazza nera, le strade in pietra lavica, con gli edifici scuri con qualche aggiunta di bianco, non ero preparata a quel effetto travolgente del bianco.
Sono stata più volte a Siracusa dopo.
Ho avuto modo di vedere il suo Duomo da dentro, ascoltare una bellissima storia della conversione di un tempio greco in una chiesa cristiana, ho ammirato le antiche colonne rimaste ancora lì, intatte.
Ho avuto modo di stare accanto alla famosa fonte di Aretusa e conoscere i miti di un mondo perduto. Ho ammirato il mare, il panorama e straordinari paesaggi.
Mi sono divertita nei pub (eh sì, la vita notturna esiste non solo a Catania!) e ho assaporato la cucina locale. La pasta alla siracusana è uno dei miei piatti preferiti in assoluto!
Ma anche dopo tutte queste avventure per me Siracusa ancora adesso rimane la città dello splendore bianco, puro e travolgente.
 

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