Articolo-Chiesa-San-Nicol---a-Sciacca-3-224x300.jpeg

E’ la chiesa più antica della città di Sciacca, fa risalire la sua fondazione tra il 1100 e il 1136.

Fu fondata dalla Contessa Joseta, amabilmente chiamata Giulietta Normanna, che era la figlia del conte Ruggero D'Altavilla.

Di lei si narra una romantica storia. Alla corte di suo padre si strugge d'amore per suo cugino Roberto di Basville ma questo matrimonio non "s'adda fare", sembra infatti che fosse proibito sposarsi tra consanguinei.

Tra leggenda e storia, si narra che i due innamorati organizzano la fuitina e trovano riparo presso la Rocca Sant'Elmo a Sciacca, chiamata poi "Rocca della Regina".

In un anfratto, secondo storie orali tramandate, Giulietta mise al mondo un bambino ma erano indigenti e vivevano di stenti.

Un frate eremita del Monte San Calogero, informato della storia, ebbe pietà dei giovani amanti e decise di farsi da intermediario alla corte del Conte Ruggero che concesse il perdono.

Con previo assenso papale i due innamorati coronarono il loro sogno con il matrimonio.

Giulietta ebbe in dote la città di Sciacca e ne fu la regina.

Da consapevole e illuminata regnante continuò la fondazione di luoghi di culto cristiani fondando tre chiese: San Nicolò la Latina, Santa Maria di Valverde detta delle "Giummare" e la cattedrale dedicata a Santa Maria Maddalena.

Forse proprio per espiare il peccato di concubinaggio.

San Nicolò sorge nel quartiere arabo del Rabato cuore della comunità islamica. L' architettura è una commistione originale di elementi arabi e normanni, e non si esclude che alla costruzione abbiano partecipato maestranze arabe.

La pietra usata è un tufaceo conchigliare dalle speziate sfumature ocra che in diverse ore del giorno nella facciata regala sorprendenti riverberi di luce.

L'ingresso ti catapulta come d'incanto in antiche atmosfere. Vuoi la luce voluta quasi crepuscolare che illumina solo gli altari e le croci dipinte, vuoi le nude mura tappezzate da rari stralci di affreschi. Si respira una sobria e semplice aria di spiritualità.

Percorrendo la pianta a croce latina ad unica navata e posando l'occhio in alto si notano gli elementi architettonici arabi nei doppi archi a sesto acuto dell’altare centrale, la semi-cupola, le finestre strombate che rimandano alle tipiche aperture delle moschee.

Il soffitto a capriate è in stile bizantino e un tempo era interamente dipinto. Per fortuna due delle sue mensole conservano una traccia inequivocabile e, fra le decorazioni dipinte, si nota lo scudo crociato dei templari! Un possibile passaggio dei mitici cavalieri?

Protagoniste indiscusse sono le croci dipinte.

La croce originale della chiesa è un’autentica rarità risale al XII secolo ed è annoverata tra le più antiche della Sicilia. Lo stile è un felice connubio di elementi bizantini, toscani senza scartare probabili influenze locali, ed emana luce "calamitosa".

Un’altra particolare croce è bifacciale, provenie dalla chiesa delle Giummare e nei riti pasquali la si faceva roteare: sul davanti si vede il Cristo Patiens e nell'altra faccia il Cristo Risorto in posizione pantocratica.

La croce risale al XV secolo e nel suo stile si mescolano impronte stilistiche bizantine, senza escludere probabili influenze spagnole vista la presenza in loco degli aragonesi.
In un secondo tempo, nel XV secolo la chiesa si collega ad una attigua una cappella privata, si ipotizza cimiteriale, poi diventata sagrestia.

Qui è conservato dopo un accurato restauro un affresco la cui iscrizione lo colloca nel 1419 eseguito da un pittore "che venne da Pisa".

È raffigurata una crocifissione con Maria, Gesù e Giovanni e i tre personaggi sembra abbiano epoche diverse come mai? Ipotesi aperte...

Un’apertura degli addetti ai lavori in occasione di sondaggi di studio su una parete ha riportato alla luce il volto affrescato di una probabile Santa Scolastica. Si pensa che la parete sia posteriore per cui la cappella era sullo stesso piano a diretto contatto con la chiesa.

La chiesa di San Nicolò la Latina è davvero uno scrigno che si apre alla sorpresa di chiunque voglia apprezzarne i suoi preziosi gioielli.

Foto di Lucia Stefanetti
powered by social2s
Caltabellotta.jpg

Mia moglie Josephine e io abbiamo deciso di portare la maggior parte della nostra famiglia più stretta in Sicilia due anni fa.
Eravamo in nove, il padre di mia moglie era messinese e sua madre era di Caltabellotta.
Siamo stati prima a Messina per alcuni giorni e poi a Sciacca per una settimana. Era solo a trenta minuti di distanza dai nostri cugini di Caltabellotta.
[caption id="attachment_120982" align="center-block" width="1000"] Panorama di Caltabellotta[/caption]
È stata una delle esperienze più incredibili della nostra vita. Prima di tutto Sciacca è incredibile, ma voglio condividere con tutti la nostra esperienza durante il soggiorno al Garibaldi Relais.
Dal momento in cui siamo arrivati, siamo stati trattati come una famiglia. Il posto è immacolato. Ogni mattina la colazione era deliziosa.
Onestamente ci siamo sentiti come se fossimo in famiglia.
Ricordo quando mia figlia, che è un'incredibile cantante, cantò nella tromba delle scale mentre noi e i nostri ospiti godevamo della sua bella voce.
Ricordo di aver cenato con i nostri ospiti Angela, Epi e Mario.
Ricordo che lo chef usciva e cantava per noi.
Ricordo mio genero Patrick che suonava la chitarra a tavola e mia figlia, Francesca che cantava.
Ricordo la splendida spiaggia di Sciacca quando ci siamo sdraiati sul Mar Mediterraneo.
Soprattutto, ricorderò sempre l'amore e l'affetto che ci hanno mostrato i nostri ospiti.
Sembrava davvero di stare in famiglia. La cosa sorprendente è che oggi siamo ancora una famiglia anche se siamo a quasi 5.000 miglia di distanza.
Se avremo la fortuna di tornare in Sicilia, alloggeremo sicuramente allo stesso posto. Sono persone belle, amorevoli e premurose.
Sono il vero spirito italiano!
 

powered by social2s
Articolo-Alessandria-4.jpg

In tarda mattinata arrivò ad Alessandria della Rocca il giovane ricercatore dell’Università di Palermo per poter approfondire gli studi su due statue lignee del Settecento che si trovano nella chiesa Madre.
[caption id="attachment_120973" align="center-block" width="680"] Foto di iCastelli.it[/caption]
Prima di avviarci, ci siamo gustati un aperitivo all'interno della villa comunale, o più propriamente, del Parco delle Rimembranze, tra il Monumento ai Caduti della Grande Guerra e gli alberi di leccio. Un albero ogni alessandrino caduto in guerra.
Dalla terrazza abbiamo ammirato il panorama del lago, chiamato diga Castello, con i ruderi della roccaforte del IX secolo che fu il simbolo del potere prima della fondazione del nuovo borgo di Alessandria della Pietra.
Il giovane ricercatore iniziò a chiedermi notizie circa le origini del comune e cos'altro avremmo potuto vedere.

Prontamente iniziai: "Alessandria della Pietra è stata fondata da Carlo Barresi nel 1570 e proprio quest'anno ricorre il 450 dalla licentia populandi che lo stesso ottenne".
Mi accorsi, però, che quelle notizie stereotipate erano riduttive per l'interlocutore che avevo davanti.
Mi fermai un attimo e decisi di procedere diversamente: ebbi la strana impressione, poi rivelatasi certezza, che quel giorno sarei stato più io che lui ad arricchire la mia curiosità storico-artistica.
Ci avviammo verso la chiesa Madre, edificata nel 1610 sulle rovine della chiesetta dedicata a San Nicola, primo protettore del paese.
Una volta entrati il suo sguardo si posò subito sul gruppo scultoreo settecentesco raffigurante la Madonna del Carmelo con in braccio il Bambino ed inginocchiato San Simone Stock.
Iniziò a farmi notare che, anche l’autore con tutta certezza era il palermitano Girolamo Bagnasco.
E qui cominciai ad essere incuriosito da tanta sapienza.
Passammo all’altare settecentesco e convenimmo che doveva essere di autore locale, così come le grandi tele poste ai lati ed in fondo alle navate laterali. Mentre quella sopra il fonte battesimale era stata dipinta dal Provenzani.
Si soffermò poi ad ammirare la statuetta della Madonna della Rocca, eletta patrona di Alessandria dopo il prodigioso ritrovamento nel Seicento. Una piccola statua alta appena cm 60 in marmo che raffigura la Vergine Maria con il figliolo avvolta in un manto fregiato e panneggiato.
Continuammo il nostro percorso giungendo alla chiesa del Convento dove attualmente è custodita la statua di san Giuseppe: quella per cui lui era venuto.
Si fermò davanti quell'opera d'arte, recentemente restaurata: si trattava verosimilmente di opera di scultore siciliano della fine del XVII o inizi del XIX secolo.
La statua era molto bella: il volto delicato del santo e del Bambino, il dolce sguardo di entrambi, la sinuosità del mantello che lo avvolgeva, i colori.
Tutto rende questa scultura lignea un'opera d'arte di un certo spessore.
Si soffermò lungamente ad ammirarla dopo di che lo invitai ad alzare gli occhi verso la cantoria dove era collocata una tela secentesca.
Mi disse che sicuramente doveva essere qualcosa di veramente importante.
Eh si. Si trattava di Elisabetta Barresi che in quella tela “somigliava alla medesima”, come scriveva uno dei suoi discendenti, il Principe di Resuttano, nel 1672.
La barunissa, protagonista dei miei tre romanzi giallo-storici, era una donna fervidamente religiosa, grande benefattrice, politicamente ed intellettualmente astuta, donna in affari.

È a lei che si lega indissolubilmente la storia di Alessandria della Pietra che, sotto la sua investitura, conobbe il suo massimo splendore.


Passammo poi per la chiesa del Carmine, l'esempio più fine e più classico dell'arte barocca ad Alessandria della Rocca. Infine arrivammo al Collegio di Maria sul cui unico altare si trova la statua lignea dell’Immacolata Concezione.
Il professore la osservò attentamente e disse che proveniva dalla scuola napoletana dalle fattezze e dai lineamenti dei volti.
Mi ha spiegato come per tutto il Settecento era continuata l’importazione di statue lignee dalla Campania e che anche da noi ci dovevano essere stati forti contatti e scambi con Napoli, che non vennero meno neppure quando l’Isola passò dalla dominazione spagnola a quella dei Savoia.
Si trattava di un’opera veramente singolare e di una bellezza unica.
Una statua della Madonna Immacolata avvolta in un manto azzurro e posta su una nuvola, con alcuni angeli che la guardano estasiati mentre Lei schiaccia con il piede il serpente tentatore.
Il tempo è volato e c’era ancora tanto da vedere: le necropoli sicane, i palazzi baronali, la Turri e tanto altro.
Ma la sensazione più strana è stata l’impressione che il visitatore fossi stato io.
Per un giorno aveva guardato quelle opere d’arte a me familiari con occhi diversi, grazie a quanto il giovane ricercatore metteva in risalto.
Era come se non li avessi visti prima di allora.
In effetti fu un completarsi a vicenda e lui me lo confermò. Fu un continuo alternarsi, quasi una gara per mettere in risalto io la storia del paese e lui a parlare di artisti locali e di botteghe napoletane.

Foto di Copertina da iCastelli.it
powered by social2s
trivigliano-in-Fiore-spazio-curato-dallAvis-23-giugno-2012-147-1024x768.jpg

Un luogo magico, rilassante, dal grande respiro. La valle tra Fiuggi, Trivgliano e Fumone è chiamata “la piccola Svizzera”.
Trivigliano era anticamente chiamato “tribillianum” (tre torri) e il borgo è tutto arroccato attorno alla torre del castello del 1100 sulla sommità di una collina coltivata ad ulivi da una parte e a bosco dall’altra.
La vista spazia nelle valli incorniciate dai monti di Campocatino e della Monna da una parte e sul lago di Canterno dall’altra sino a Fumone e ai Monti Lepini.
Un vero gioiello della natura!
Solo quindici anni fa la scoperta del paradiso ciociaro: Trivigliano, il suo borgo, la sua gente.
Ci arrivo per amore e non riesco più a staccarmene.
Decido subito di onorare il territorio organizzando “Trivigliano in Fiore al Solstizio d’Estate” invitando giornalisti di testate nazionali e ospiti autorevoli dalla capitale e dalle regioni vicine.


Obiettivo: coinvolgere un’umanità sensibile e rispettosa della bellezza del luogo e del paesaggio.
Trovo un grande supporto nelle associazioni, confraternite e congregazioni locali, i cui membri sono pieni di sapienza, laboriosi e determinati. Ma soprattutto amore per il loro paese.

E’ a loro che si deve il grande successo.  Gente meravigliosa che dona tempo per mantenere vive le tradizioni.


Ricordo il gruppo che ogni anno prepara il magnifico Presepe Vivente, o quello che al Corpus Domini si occupa dell’infiorata tra le vie del borgo, l’Avis, il gruppo giovani...il coro... la prestigiosa Banda...


E non ci fermiamo più e andiamo oltre i confini, in Polonia. E’ sempre incredibilmente partecipato il gemellaggio organizzato in onore di Santa Oliva che è protettrice di Trivigliano e della città di Legowo (Danzica). Qui, nella grande cattedrale dedicata a Santa Oliwa, c’è il più grande organo di Europa con 8.000 tubi sonori decorati con angeli musicisti.
[caption id="attachment_47841" align="center-block" width="750"]Trivigliano- Chiesa di Sant'Oliva by Bettiol Trivigliano - Chiesa di Sant'Oliva by Bettiol[/caption]
Insomma un popolo di giovani e meno giovani pieni di vitalità e amore per il proprio borgo...
A Trivigliano ho conosciuto persone speciali come Elisa che, dopo il corso di erboristeria da Sarandrea a Collepardo (altro posto da conoscere assolutamente), ha iniziato un orto con piante officinali dai profumi che rapiscono.
Ma anche Ivan che con le sue capre che si nutrono nei nostri prati della ‘piccola Svizzera’, ogni giorno produce ricottine, caciotte, stracchini.
Per non parlar di Donatella che si occupa di pecorino variamente condito, al pepe al peperoncino e tanto altro, e di Ennio ed Emanuela che hanno aperto un’azienda agricola di allevamento e vendita di carne di maiale .... poi Claudia, Regina e tanti altri nuovi amici.

Maria Grazia Toniolo triviglianese d’adozione affascinata dal borgo, scoperto per caso, lo descrive con queste parole:
“Immaginiamo un antico villaggio posto sul cocuzzolo di una collina circondato da boschi e vedute panoramiche, chiuso entro le sue antiche mura, ma aperto sul belvedere del lago, fatto di scale, scalette, affacci improvvisi, portoni fioriti, vitigni che si piegano a pergola. Non lo potremmo chiamare giardino? Allora “giardino” potrebbe essere definito un luogo protetto che comunica serenità, pace, armonia...”


Sento che sta aumentando la consapevolezza di quanto “piccolo è bello” e che la rinascita dei piccoli borghi ci riporterà valori e tempi di vita più sani e umani.
Sento che torniamo tutti ad essere delle persone, e non dei numeri, e che questa è la migliore vita che possiamo vivere.
E forse serviva la crisi per farci riavvicinare a tanta bellezza e al senso della vita. Ma ora che lo abbiamo ritrovato non lo lasceremo certo.
Almeno io non me ne andrò!

powered by social2s
Articolo-giardino-di-Pedara-1-1024x687.jpg

Pedara, un paesino alle falde dell’Etna ci vede villeggianti sin dalla fine degli anni ’60.
La mia famiglia trascorreva tutte le estati e le domeniche mattina nella villetta fuori paese a coccolare quelle piante di cui durante la settimana si prendeva cura il giardiniere.
I miei ricordi d’infanzia lasciano spazio nella mente a molti sprazzi come le cene tra parenti, che si alternavano ad amici perché nella villetta si trovava un posto sempre a tutti, pur trattandosi di una piccola casetta.

Gli ospiti li vedevamo arrivare spesso senza essere attesi con la stessa scusa. Eravamo in una vita che ci vedeva sopravvivere senza l’invadenza della comunicazione telefonica, anche perché le case di campagna non avevano telefono.

Ma vivevamo sani e comunque felici, e gli amici avevano la stessa scusa: “siamo venuti a raccoglierci due fichi”!


Benedetto albero ci ha donato i suoi frutti, dolcissimi e grandi, senza mai ricevere in fin dei conti tante cure. Fino ad un paio di anni fa, quando una colonia di forzute formiche decise un bel mattino di abbatterlo… che pena, che dolore e che paura!!!

Ma un ramo sopravvive già innestato per le future generazioni!
Settembre, le ultime due settimane prima dell’inizio della scuola.
Ricordo nitidamente la seconda domenica, quella che coincideva con il Gran Premio di Monza per intenderci. Dopo l’attenzione di tutti alla partenza, alla prima chicane erano tutti già appisolati tra il venticello che soffiava dalla finestra della sala da pranzo.
Dormivano sul divano verde a quadri che ha ospitato tanti, ma tanti amici, finendo i suoi giorni trionfalmente solo qualche anno fa dopo aver conosciuto l’ultima generazione!!
L’aria ormai era quella settembrina, fresca ma non fredda, la mia preferita, che aveva lasciato alle spalle quella afosa e secca del mese di agosto. Mi ricordo che fin all’età di circa 5 anni, cercavo di scappare senza riuscire mai ad arrivare al cancello a piedi, se lungo il viale una lucertola mi passava davanti….
La stessa domenica di settembre coincideva con la festa di Maria SS. Annunziata patrona di Pedara, e la sera precedente andavamo in giro a mescolarci tra i pedaresi che, orgogliosi della loro festa molto sentita, si raccontavano tra bancarelle e concerti della banda.
Intanto, ragazzini gioiosi, saltavamo sulle giostre o degustavamo un semplice zucchero filato, ambito e desiderato da tutti i bimbi alle feste di paese.
Il rientro a casa, a piedi, era faticoso, perché aveva il sapore amaro di qualcosa di concluso. Ma pur sempre avevamo un sereno sentimento di grande libertà che la troppo grande città di Catania non permetteva, se non nel quartiere dove vivevo.

La vacanza si chiudeva con l’immagine del nonno, e poi di papà, che innaffiava le piante tra lo splendido color fucsia, giallo, bianco variopinto della bella di notte che si apriva per lasciarsi ammirare.
Un tramonto con il meraviglioso odore del gelsomino che raccontava la quiete di quegli scorci di fine estate.
 

powered by social2s
Articolo-Ramacca-4-1024x442.jpg

Per chi ama viaggiare e riscoprire sapori genuini, Ramacca è l'ideale.
Non ci sono molte attrazioni turistiche oltre al parco archeologico e al museo… ma che sagre e feste religiose!

Richiamano ogni anno molti turisti, soprattutto la Sagra del carciofo.
Per due fine settimana, di solito fine marzo-primi di aprile, oltre a poter degustare i carciofi preparati in svariati modi, si può passeggiare tra vari stand che offrono prodotti locali, e ci si può divertire con gli spettacoli organizzati per intrattenere i numerosi visitatori.
È così divertente vedere le strade principali brulicare di persone che pazientemente si dispongono in fila per soffermarsi agli stand, soprattutto in quelli dove ci sono gli assaggi gratuiti.
Oppure stare davanti a quegli stand in cui si dimostrano come si utilizzano determinati prodotti. Imbambolati davanti alla maestria del venditore che riesce a fare miracoli, ti convinci che anche tu ci riuscirai e alla fine, dopo esserci passato davanti più volte capitoli e compri il prodotto.
Molto caratteristica è la festa del patrono del paese San Giuseppe.
A marzo, il 18 sera e il 19 mattina si possono visitare gli altari, cioè tavole imbandite preparate da coloro che hanno ricevuto una grazia per intercessione del Santo, che poi vengono condivise con i meno abbienti del paese.
[caption id="attachment_120782" align="center-block" width="750"] Altare di San Giuseppe - Foto da Wikipedia[/caption]
È una tradizione la sera del 18 visitare gli altari nelle case.
Ci si riunisce tra amici e si parte per fare il giro. I più grandi naturalmente in auto, gli altri a piedi... è una atmosfera gioiosa, si gira per le strade parlando del più e del meno, trascorrendo una serata piacevole.
Molti altari si trovano ai piani superiori, quindi occorre disporsi pazientemente davanti ai portoni per permettere a chi scende di uscire e poi salire e ammirare la bravura di come i padroni di casa hanno addobbato e apparecchiato la tavola.
Questo fa sì che spesso si incontra con lo stesso gruppo di persone mentre si aspetta di poter entrare e si scambiano pareri su quale altare sia più bello...
Quest'anno non poterlo fare mi ha fatto capire quanto io sia legata a questa tradizione.


Una altra ricorrenza è il caratteristico incontro in piazza il giorno di Pasqua, in cui le statue della Madonna e di Gesù si incontrano al centro della piazza principale portate di corsa in spalla dai devolti.
Vedere le statue che si inchinano una di fronte all'altra, le colombe che volano e poi i fuochi di artificio, trasmette una emozione che non si può esprimere a parole.
Bisogna esserci per capire quanto il tutto sia coinvolgente... 
E poi la sera, dopo la processione per le vie principali del paese, rimanere rapiti a guardare i fuochi d'artificio che illuminano il cielo con i loro colori brillanti e le forme spettacolari.
In estate invece, per allietare le serate di coloro che non vanno in vacanza, ci sono spesso serate danzanti all'aperto, concerti di musicisti locali in cui ci si può rilassare e godere il fresco della sera gustando un buon gelato.

A metà settembre c'è la Sagra del Pane dove si può gustare il tipico pane cunzatu.
Il terzo fine settimana di ottobre, abbiamo la Fiera di Ottobre in cui le strade e le piazze del centro sono piene di bancarelle in cui si può trovare di tutto...
Quando ero piccola c'era un venditore di piatti che veniva ogni anno e si metteva sempre nello stesso posto. Per noi era come andare al teatro perchè lui mostrava i vari modelli disponendoli in modo acrobatico... Tutti stavamo in attesa pensando “adesso questo si rompe“ e invece, miracolosamente, i piatti rimanevano integri.
Oggi non occorre aspettare la fiera di ottobre per fare compere, visto che si trova tutto nei grandi magazzini, eppure alla fiera si compra sempre qualcosa... anche una sciocchezza.
Questa è la bellezza delle feste all’aperto a Ramacca!
Foto di Copertina by Wikipedia
powered by social2s
Articolo-Caltabellotta-4.jpg

Aeroporto di Berlino-Tegel, 15 luglio 1990.
Una pioggerellina insistente accompagna il nostro cammino incolonnato per raggiungere l'aeromobile che ci avrebbe portati a Palermo-Punta Raisi.
Raggiungo il mio posto numerato e trovo già sedute due donne: una giovane di circa 30 anni e un'altra decisamente anziana.
Saluto entrambe e dopo avere riposto nella cappelliera il mio bagaglio mi siedo accanto alla signora.

Durante la fase di decollo, stiamo tutti silenziosi con lo sguardo fisso davanti a noi poi, dopo che l'aereo si è stabilizzato, ha inizio un brusio rassicurante. L'anziana signora seduta accanto a me espresse il suo timore con una frase tipicamente siciliana:
“Cori di Gesù aiutani tu (Cuore di Gesù aiutaci)”.
Poi, subito mi chiese “Torni a la casuzza beddra meia (torni a casa bella mia)?”. “Si”.
La ragazza seduta accanto alla donna interviene lesta. “Nonna lascia stare la signora, forse non le và di parlare”. ”Non mi disturba, anzi, ascolto volentieri”.
“Siciliana si? (Siciliana sei)?
“Orgogliosa siciliana sono”.
“Accentu n'ai picca, un capisciu di quali paisi sini (Non hai accento e non capisco quale è il tuo paese)”.
”Sono di Sciacca”.
“Allura semu vicini: niatri semu di Caltabellotta (Allora siamo vicini, noi siamo di Caltabellotta)”.
La guardai e vidi i suoi occhi illuminarsi solo a nominare il suo paese.
La ragazza allungò la mano dicendo: “Sono Luisa e questa è mia nonna Pina, non vuole più vivere in Germania, vuole trascorrere il tempo che le resta al paese”.
“Vogghiu muriri a Cataviddrotta (Voglio morire a Caltabellotta)”.
La donna immediatamente cominciò a raccontare del suo amato paese descrivendolo come il luogo più bello del mondo ed iniziò uno strano monologo accompagnato di nostalgici sorrisi e lenti sospiri.
La nipote tentò, ancora una volta, di interromperla. “Nonna smettila, la signora conosce sicuramente il nostro paese”.
Inutile tentativo, la nonnina abbassò il tono della voce e continuò a parlare. Girai il capo, la guardai e pensai “chissà quante volte ha ripetuto le stesse frasi amorevoli raccontando la sua Caltabellotta”.

Per non ferire il suo orgoglio paesano dissi: “Non importa, lasciala raccontare, l'ascolto volentieri”.
Dopo alcuni minuti, non udii più le parole della donna perché̀ nella mia mente riaffiorarono episodi lontanissimi legati a Caltabellotta.
Svelta inforcai i miei Ray-Ban, socchiusi gli occhi e come in un vecchio e scolorito filmato rividi i luoghi dell'incanto di Caltabellotta.
Nella mia prima infanzia, durante i soggiorni caltabellottesi, ascoltavo volentieri i racconti della zia Virginia che amava narrare la storia dell'antica Triocala arricchendola di eroi, gran signori, belle dame, cavalieri, cortigiani e santi.
Nelle storie che raccontava riusciva a mescolare, con grande maestria, avvenimenti storici, avventure amorose e fenomeni mistici da fare invidia al grande William Shakespeare.
[caption id="attachment_120730" align="center-block" width="966"] Caltabellotta sorge su di un pianoro roccioso e alle sue spalle si erge severo e solenne uno sperone di roccia conosciuto come “il pizzo o monte Castello”.[/caption]
La cittadina è un immenso contenitore di ricchezze archeologiche, artistiche e storiche.
L'antica necropoli Sicana, la chiesa di Sant'Agostino, la chiesa del Carmine, la villa comunale, la Pietra e la Badia, sono sempre stati i luoghi della memoria, ma i luoghi del cuore sono e saranno sempre l'Eremo di San Pellegrino e la Chiesa Madre. L'eremo credo sia uno dei tanti posti più carichi di mistero e di fede che io abbia mai visitato.
La leggenda narra che San Pietro mandò il monaco Pellegrino in Sicilia affinché convertisse i pagani. Giunto a Triocala, il monaco Pellegrino si rese conto che la popolazione era terrorizzata da un drago che viveva in una grotta sul monte e che si nutriva di umani.
Pellegrino si recò sul monte e con il suo miracoloso bastone minacciò il drago che scivolò nelle viscere della terra. Il monaco liberò il paese dal drago e rimase a vivere nella grotta.
I caltabellottesi grati, scelsero San Pellegrino come loro protettore.
Un altro dei luoghi del cuore è la basilica, chiesa madre che sorge su un suggestivo pianoro solitaria e maestosa nel suo stile normanno.


Quella immensa spianata nei racconti della zia diveniva teatro di giostre, di incontri tra dame e cavalieri e soprattutto il luogo dove venivano accolti gli eroi.
Da ragazzina tornavo spesso nei due luoghi tanto amati e rimanevo ore intere a fantasticare con la mente, così, come aveva fatto la zia Virginia con me, anche io inventavo delle storie che poi raccontavo ai bimbi.
Al magnifico territorio caltabellottese oltre ai luoghi del cuore mi legano i ricordi del cuore, episodi che racchiudono odori, sapori, colori e sentimenti.
Voglio ricordarne uno dei tanti. Come ogni anno, la sera del 23 giugno, la vigilia di San Giovanni, nei quartieri di Caltabellotta, era usanza imbandire delle grandi tavole con buone pietanze cucinate dalle famiglie e con i prodotti dei loro orti.
Da bimba, con gli zii, partecipavo a queste feste dell'antica tradizione popolare. Lungo la strada per arrivare sul luogo della tavolata, tenevo lo sguardo in alto per vedere un filo di fumo innalzarsi sopra i tetti spioventi delle casette; quel fil di fumo mi faceva capire che la brace era già stata accesa.

I nostri amati ospiti Bastiano e Palma, come ogni anno, avevano apparecchiato nella loro strada una tavola strapiena di ottime pietanze: vascelle di ricotta, formaggi freschi e stagionati, frittate, verdure selvatiche cucinate e crude e una grande quantità di dolci e sempre mi ponevo il dilemma da cosa iniziare e cosa mangiare.
Riti antichi, sempre uguali che si ripetevano ogni anno. Vecchie tradizioni tramandate dalle famiglie che purtroppo sono andate scemando negli anni.
Caltabellotta è per me un insieme di eventi bellissimi e di persone speciali che avranno sempre un posto nel mio cuore.
Fu la voce della hostess che ci chiedeva di allacciare le cinture a distrarmi dai miei ricordi caltabellottesi. La donna mi guardò e disse: “Hai intisu quanti cosi qelli ti cuntai di lu me paisi? Mi riccumannu venimi a truvare. (Hai sentito quante cose belle ti ho raccontato del mio paese, vieni a trovarmi)”
“Certo lo farò, verrò”.
Sembra facile raccontare di Caltabellotta, ma non lo è!
Leggenda, storia, arte, tradizioni, fede e mistero avvolgono quello che per me è sempre stato il paese delle fate in estate ed il paese del presepe d'inverno.
Non trovo le parole giuste per raccontare i sentimenti che suscita la salita al Pizzo.
La vista del fumo che esce dal cratere dell'Etna quando il cielo è limpido; la passeggiata alla madrice nei luoghi dove hanno combattuto eroi e hanno amoreggiato dame e cavalieri. Rimanere in silenzio sotto l'eremo, dove viandanti santi hanno vissuto la misticità di San Pellegrino.
Caltabellotta non si può solo narrare, bisogna viverla.
Caltabellotta è simile ad un grosso diamante incastonato nella montagna, che ammiri nella sua immensa bellezza nelle magiche albe e nei romantici tramonti quando il sole la illumina mostrando le sue mille sfaccettature.
Dopo essere scese dall'aeromobile salutai le due donne e promisi loro che sarei tornata a Caltabellotta...
powered by social2s
Segni-Panorama-Bettiol-10-1-1024x683.jpg

Gli sguardi raccontano storie e, attraverso quelle narrazioni, respiriamo la vita.
Mi soffermo spesso a guardare a Segni il luogo della mia infanzia serena e spensierata.

Ambientazione delle fatiche e dei sacrifici dei miei nonni Francesco Milani e Giovanna Colaiori (Giulia per tutti) e della loro straordinaria avventura che li ha visti, per quasi mezzo secolo, gestori di una locanda prima e di un ristorante successivamente (1960).
Le locande e le taverne erano, e sono, posti di ritrovo come lo sono i baretti. In una storia possono anche venir utilizzate come centro operativo, il luogo dove ha inizio l’avventura e dove ci si ritrova subito dopo, per aggiungere, magari, particolari.
Così è stato per i miei nonni.



La prima locanda era ubicata nel centro storico di Segni, sulla Via Dritta (Via San Vitaliano per intenderci) poco distante dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta. Lì i miei nonni dimoravano nella loro casa, affiancata al Palazzo di Sor Domenico Milani.
I locali sottostanti erano adibiti a locanda. Ancora oggi ce la ricorda una insegna di legno con la scritta Cantina Milani.
Ci sono rimasti fino al 1960, anno in cui si sono trasferiti a San Pietro sulla passeggiata al Monte Pianillo dove, nel frattempo, in posizione privilegiata era nato il nuovo Ristorante Pizzeria Bar Milani assieme alla casa arroccata sulla roccia.
La passione per la cucina, l’accoglienza e lo spirito imprenditoriale avevano dettato il nuovo ulteriore passo permettendogli di realizzare il sogno della loro vita.

Fregiandosi di un legame con le tradizioni più antiche del posto ci si poteva bere del vino schietto e mangiare saporiti cibi locali, festeggiare ricorrenze e cerimonie della vita personale e popolare.
Inaugurato il 7 Giugno 1963, il ristorante fin da subito è stato il punto focale di tutta la famiglia completamente assorbita dall’attività che ha assicurato, per oltre venticinque anni, il (buon) gusto tra sapori, piaceri, incontri, relazioni.
Ricorrenti erano le feste danzanti nel parco-dancing. Si, perché, salendo, nello spazio sovrastante l’edificio, si arrivava sulla terrazza e nel giardino.

Su, in un punto accessibile alla grazia, passando dalla terra al cielo, l’orizzonte regalava allo sguardo una spazialità senza uguali.


Da una parte la terrazza con l’affaccio privilegiato sulla Valle del Sacco, con scorci residui fino alla Valle dell’Aniene e del Liri. Dall’altra, il giardino circoscritto all’orizzonte dalle cime dei Monti Lepini cui Segni è incastonata come una perla.
Nella magnificenza di questo scenario, si è tenuto il Gran Galà danzante nel ’70 per l’assegnazione del Premio Saracena D’Oro 1970 e la consegna a personalità del mondo del cinema, teatro, musica, televisione, giornalismo, medicina, meteorologia, sport.

Alle 22 del 29 Agosto 1970, presente la RAI, Enrico Urbini per Rai TV apre la serata invitando a salire sul palco noti personaggi della cultura e dello spettacolo. Nel manifesto che gelosamente conserviamo si leggono i nomi di:
Edmondo Bernacca per la meteorologia
Franco Cetta e Maurizio Riganti per la televisione
Alfredo Sepe, personaggio storico segnino, per la medicina
Marisa Solinas e Soluy Stubung per il cinema
Enrico Polito per la musica
Tony Del Monaco e Vareria Moncardini maestro compositore
Nando Martellini per il giornalismo sportivo.
Il complesso The Lions regala musica di contorno e sottofondo.
Ancora oggi i ricordi più belli svettano su quella collina, sull’antica Acropoli di Segni vicino la Cisterna Romana e la Chiesa di San Pietro, dove i tratti dell’esperienza vissuta, anche tra le macerie della guerra, sono stati sempre connotati dal senso di forza, desiderio, giustizia, sacrificio e sacralità.
È sui ruderi della vecchia casa che sorgeva sul territorio occupato dal nemico durante il secondo conflitto mondiale, che mio nonno (accanito partigiano, ottimo interprete di quei sani valori che tanto lui predicava e che con amore ci ha tramandato) ha edificato quella sua e nostra dimora.
Quartier generale ancora oggi per noi di famiglia.
La pietra nelle mani, la pietra sotto i piedi: metafora del senso di una vita.
 

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.