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Si sa che la memoria ingigantisce le immagini nei ricordi, specialmente quando si riferiscono al lontano periodo dell’infanzia o dell'adolescenza.
Eppure, immergendosi in esse, si provano emozioni difficili da descrivere.
Rivedere poi, anche solo per immagini, i luoghi dove abbiamo giocato fanciulli, dove abbiamo passato momenti spensierati, quando tutto ci sembrava bello e amico, significa veramente sentirsi diversi e la realtà che ci circonda non è più tale.

Non ci pesa più sulle spalle con il suo carico di vita vissuta. Vissuta lottando, e sempre in salita.
Il paese dove sei cresciuto, è sempre il più bello proprio perché è fatto dai ricordi più belli e anche a mille anni di distanza, magari fosse possibile, vivremmo i momenti della fanciullezza come fatti accaduti ieri.
Ieri sera, in una pizzeria del centro, in compagnia di amici, certo più giovani di me ma sono loro adesso classe dirigente di questa amata comunità, mentre ascoltavo il loro modo di vedere Pedara e di guardare a Pedara, ho preso ad osservare i dettagli intorno a me.

Ho preso ad osservarli quei luoghi che alla fin fine non sono cambiati più di tanto, almeno nel loro aspetto più tangibile. Pensavo invece a quanto sembrano cambiati i pedaresi.


Alcuni se ne sono andati per sempre. Se ne sono andate quasi del tutto quelle generazioni che hanno insegnato alla mia, l'amore incondizionato per Pedara. Nonostante i suoi vizi antichi e le sue antiche, irrisolte debolezze.
Ogni volta che mi avvicino ai miei ricordi di ragazzo di Pedara, tra gli anni ‘70 ed ‘80, il cuore mi batte forte.

Eravamo felici e non lo sapevamo.
Passavamo da una partita polverosa di calcio ad una schitarrata con il complessino beat dell'oratorio salesiano.
Da un impegno laborioso nei carri mariani ad una festa in casa con i dischi complici dei primi teneri baci.
Eravamo felici in un contesto che sembrava proteggerci dalla contaminazione di una realtà che comunque percepivamo distinta dal nostro essere paesano, già, paesano.
Come teneramente mi chiamava la fidanzatina al tempo del mio liceo.
Ed io ne andavo orgoglioso di quel mio modo di sentirmi parte di un organismo che altri non potevano capire, e di cui io parlavo con fierezza.

Ieri sera i miei amici parlavano, e molto bene, di una Pedara di domani.
Io, per evitare di sentirmi straniero nel mio paese, ho fatto un giro nei ricordi, usando la bicicletta delle mie sensazioni.
Poi, ho alzato gli occhi al campanile della chiesa matrice, ed ho trovato casa alle mie emozioni.
Fatelo bello questo paese, amici miei, ma ricordatevi di ascoltare la sua anima.
Quella che ci faceva dire, orgogliosi, ‘dapidarasugnu’ e ‘bello il mio paese’!

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Ci sono delle giornate magiche dove da Catania si può vedere la Contessa dell’Etna.
Altocumulus lenticulaus è questo il nome scientifico del fenomeno quasi mistico che si verifica sull’Etna quando i venti che soffiano da ponente incontrano il vulcano.
[caption id="attachment_118975" align="center-block" width="750"] Una nuvola a cui siamo particolarmente affezionati tanto che scrutiamo di continuo il cielo per vedere se è il nostro giorno fortunato per immortalare uno scatto.[/caption]
I venti sbattono sui pendii convesso del vulcano come se fosse un deflettore, una effettiva barriera, e improvvisamente si innalzano umidificandosi.
Ma, ad alta quota, i due venti opposti ruotano su se stessi “contendendosi” lo spazio, appunto la nube che ne deriva.
Per questo la chiamiamo la Contessa, nasce da una lotta nei cieli ma è di una bellezza nobiliare.

La nube lenticolare è un’affascinante e tipico fenomeno etneo che cattura l’attenzione di tutti gli abitanti dell’area catanese.
La sua forma a volte di mandorla schiacciata, altre di un “cappello”, riesce anche a colorarsi assumendo molte sfumature di rosa e rendendo l’evento particolarmente suggestivo.
Sappiamo tutti, per tradizione popolare e quindi tramandata di padre in figlio, che quando appare la ‘Contessa’ dopo qualche giorno si avrà un cambio repentino del tempo.
La “Contessa” è il nostro meteorologo sempre attendibile!!
Porterà sicuramente una perturbazione atlantica, ma per noi comuni cittadini significa che giungerà un temporale o delle temperature più calde delle attuali.
Oggi, con i telefonini, nelle giornate della Contessa ci si ritrova tutti a fotografare il fenomeno da ogni angolo del catanese e dell’hinterland.
Poi postiamo il “cappello dell’Etna” ognuno preso da una propria prospettiva ma con la stessa voglia di condividerla con gli altri.
Nasce un tam tam sui social e provate a cercare #Etna #lenticularclouds #siciliansky #magicalSicily e poi diventate in una giornata il protagonista dei tag.


Ma al di là della tecnologia, ciò che ci accomuna tutti grandi e piccoli è, e sarà sempre, la meraviglia che ci permette di fermare qualsiasi attività che stiamo svolgendo.
Noi catanesi tiriamo su il naso ad ammirare, con lo stesso stupore di un bimbo e con un sentimento di ammirazione, la Contessa e l’Etna. (Leggi anche)
Ed ogni volta è la prima volta!
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La barca di un pescatore dondola silenziosa tra le calette. I remi carezzano le onde cominciando a far ritorno, l’Hibiscus scarlatto si risveglia tra i raggi ancora fiochi del sole.
Mi rivedo bambina, all’ombra delle foglie in mezzo ai sovrastanti alberi di agrumi, inebriata dal profumo di zagara. Piccoli passi tra le zolle di terra e i canali d’irrigazione, che odorano ancora di antico giardino siciliano.
È l’agrumeto dietro casa dei miei genitori, tramandata dal bisnonno che aveva una proprietà divisa tra i fratelli.
L’agrumeto ci permetteva di passare attraverso il giardino da una casa all’altra in sicurezza e inventando tante storie tra noi piccoli, che non correvamo alcun pericolo se non quello di tornare a casa con le scarpe ed i vestiti pieni di fango…
Capo d’Orlando, paese sul mare a metà strada tra Messina e Palermo, vicina alla Calabria, con le Isole Eolie d’innanzi e i Monti Nebrodi alle spalle.
È una delle destinazioni che ancor oggi propongo ai miei viaggiatori, proprio per la molteplicità di attività e percorsi fruibili e bellezze senza tempo.

In lontananza un gallo fa a gara con il fischio del treno e mi da ancora il buongiorno. Colori e suoni indimenticati, i tramonti più belli bevuti fino all’ultimo sorso di Sole che si nasconde all’orizzonte tra le onde.


E che puntualmente anche adesso mi ricorda che un nuovo giorno sta contemporaneamente sorgendo dall’altra parte del mondo.

Ho trascorso tutte le mie estati raccogliendo i sassi di pomice che il mare regalava alla spiaggia da Lipari. Raggiungendo a nuoto lo Scoglio della Formica” sotto il Faro. Aspettando l’alba. Correndo ad appena 8 anni la prima ed ultima Marcialonga orlandina… ma come avrò fatto?!??
I dintorni è un susseguirsi di storia come il meraviglioso Borgo di San Gregorio, un tempo borgo di pescatori e oggi luogo della movida estiva.
Ma soprattutto fonte di ispirazione per Gino Paoli per Sapore di Sale!
Villa Piccolo di Calanovella, patrimonio culturale librario, naturalistico ed artistico della Famiglia Piccolo sulle colline di Capo d’Orlando che oggi è una Casa Museo. Una villa in cui vissero i 3 fratelli e che ospitò spesso Tomasi di Lampedusa che qui scrisse molte pagine del Gattopardo!
La colazione di mamma profuma di buono e di genuino, come il panino all’olio appena sfornato ghiotto delle confetture preparate in casa dalle sapienti mani di nonna e mamma.
Ad agosto il terrazzo cedeva molti spazi ai canneti che ospitavano i “passuluni” (le olive secche), i “ficu sicchi” (i fichi secchi), “u strattu” (l’estratto di pomodoro) e soprattutto la ghiottoneria dei pomodori locali che li si preparava per farli secchi per l’inverno.
Antiche tradizioni anche delle vicine Isole Eolie che ci vedevano ospiti almeno una volta all’anno.

Soprattutto a Lipari, dove c’erano parenti e per poi tornare con i nostri souvenir, che altro non erano che prodotti locali e la magnifica Malvasia.
Il Nettare degli Dei che solo da grande, dopo averla potuta assaporare, è diventata la mia coccola ogni tanto: nelle serate d’inverno davanti al camino o in giardino durante le sere d’estate.
 

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Le isole sono luoghi a se stanti e Sciacca incarna quella separazione: una città ai margini della Sicilia.

Per alcuni, la fine di un mondo e l'inizio di un altro, o il contrario, o nessuno dei precedenti. Ma piuttosto un microcosmo dell'umanità.
Si adagia su una aspra collina calcare che arriva fino alle acque turchesi del Mediterraneo.
Nel momento in cui entri nelle strade strette e tortuose di questa città di mare, avverti la storia.

Gli antichi archi e le piazze pavimentate ti portano in una dimensione senza tempo in cui gli scooter, i cortili spagnoli e le antiche terme condividono la stessa geografia.
Questo luogo è stato rivendicato dall'umanità per millenni e la gente del posto è stata plasmata da questa terra.
Una terra di sole, colori vivaci, uliveti e uva, scogliere profonde e passioni che corrono come lava pronte a emergere in qualsiasi momento.
Ti sveglia, avvolge la tua pelle in una brezza calda e la tua anima vaga.

Non è né italiana né greca, né araba né normanna, eppure è tutti insieme.


Profondamente cristiano, forse perché attraversando il mare si trova il Nord Africa e il mondo islamico, le chiese e le immagini sacre sono ovunque.
Con elementi così ricchi e intricati, l'arte è fiorita e piastrelle, archi, meridiane, tegole colorate, stucchi e affreschi, volti in terracotta, vasi di fiori di creature mitiche, palazzi, pareti antiche e cupole inebriano i tuoi sensi.
Il mare chiama, le piante dei piedi si sfregano contro il fondale fangoso.
Pensi ad uva, arance e melograni dorati maturi, il tuo corpo vuole nuotare, nudo, Nettuno e Afrodite contemporaneamente.

Fiancheggiata da filari di alberi di cotone ricoperti di profumati fiori rosa, è una gemma poco appariscente, la chiesa di Santa Margherita.
Facciata plateresca, marmo bianco dall'alto alla base della navata, volte a stucco bianco e gli affreschi più elaborati indossati dagli elementi, precari e imponenti.
Sciacca incapsula l'antica saggezza, non ha bisogno di provare nulla perché ha tutto.
È un posto a parte.

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Raccontarvi la bellezza di Bracciano è un piacere superato solo dalla possibilità di scoprirla in prima persona, cosa che vi auguro di fare se mai foste nelle vicinanze.
Ma partiamo dall’inizio.
Ah, no, non temete, non dal vero inizio collocato da qualche parte nel decimo secolo, quando nacque questo borgo, ci vorrebbe davvero troppo. Perché è un borgo veramente antico e ne ha passate molte.
Basta soltanto accennare ai saraceni, la famiglia Bracci, gli Orsini, un paio di papi fra cui Borgia, gli Odescalchi, Tom Cruise ed Eros Ramazzotti.
Ah, magari questi ultimi non sono antichissimi, però hanno contribuito a dare visibilità alla bellissima cittadina scegliendo di sposarsi nel poderoso castello di Bracciano. Cosa che non ha portato loro molta fortuna, ma la colpa non può di certo attribuirsi al posto.
Per apprezzare interamente le meraviglie di Bracciano è necessario avere una “veduta aerea” che meglio vi farà comprendere il gioiello che vi sto decantando.
Situato sulle sponde del lago di Bracciano, incantevole lago vulcanico di un blu profondissimo che, oltre al paese da cui prende il nome, ospita altre due località degni di nota: Anguillara  e Trevignano.
[caption id="attachment_50632" align="center-block" width="750"] Veduta di Anguillara Sabazia[/caption]
Il nostro borgo è posto più in alto rispetto alle sue due sorelle lacustre che si sviluppano lungo lago.
Arrivando da Roma, infatti, il viaggiatore si troverà catapultato in una cartolina che fa bella mostra dell’antico castello e il borgo vecchio in primo piano e lo zaffiro cupo del lago incorniciato dal verde rigoglioso sullo sfondo.
Incastonato a metà strada fra Roma e Viterbo, Bracciano è anche a due passi dal mare e a tre dalla montagna, così da dare modo al nostro viaggiatore di scoprire i tesori della Tuscia, le tombe etrusche di Cerveteri , oppure il Parco naturale di Bracciano-Martignano.

Il castello e il borgo di Bracciano


Il primo, ovvio consiglio per il nostro visitatore è quello di “andare a vedere il Castello di Bracciano”. E quando dico vedere, intendo proprio vedere, non visitare.
Certo, visitare il castello è d’obbligo per il visitatore attento, ma quello che è imprescindibile persino per il più frettoloso dei viaggiatori è vedere il Castello di Bracciano.

Per vedere il castello serve una piccola strategia: se tu, visitatore impaziente e voglioso di scoprire subito tutto, se tu ti avvicini troppo alle mura del castello, se vai sotto le sue imponenti torri, ebbene poco o niente vedrai!
Le mura di cinta, i possenti bastioni, la grandezza complessiva della struttura: tutto sopraffarà il tuo desiderio di ammirare tale bellezza architettonica, in quanto di enorme misura.
Ma allontanati un poco, scendi su Via Principe di Napoli e girati per guardarti indietro: scorgerai un pezzo di bellezza che ti farà capire l’insieme. Oppure vai allo spiazzo che porta all’entrata del castello: dinanzi a te si aprirà la maestosità della natura vicina alla maestria dell’uomo.

Il borgo di Bracciano si appoggia sulle mura del castello, le viuzze strette danno modo al visitatore di andare solo a piedi, altrimenti non potrebbe ammirare le case antiche, i vasi fioriti vicini ai portoni o sulle ripide scale nel labirinto di passaggi fiabeschi che s’incontrano a ogni passo.
E nel borgo, fra ristorantini tipici e finestre aperte sulla strada, tutte le vie portano alla Sentinella, un posto che, come dice il nome, veglia sulla valle e sul lago sottostante.

Il lago di Bracciano


Dal borgo si scende al lago, per toccare con mano le sue acque limpidi e fresche.

Per i più impavidi, la passeggiata a piedi risulterà più impegnativa al ritorno, specie se si prende la scorciatoia chiamata ingannevolmente Via del Riposo.
Per gli amanti della vita comoda, invece, si va in auto. Per passeggiare poi sul lungolago e gustarsi un pranzo in uno dei ristoranti che offrono coregone, latterini e altre bontà di lago.
La spiaggia di sassolini o sabbia ferrosa rende le rive del lago scure, ma l’acqua è trasparente e fare il bagno nelle calde giornate estive è una vera goduria.
Se invece non siete venuti per prendere il sole o fare il bagno, potrete sempre far contente le papere, le oche o i cigni buttando loro qualche briciola di pane.

La fauna è varia, alcuni animali (come questi pennuti sempre a caccia di cibo) sono più abituati alla presenza dell’uomo, altri invece sono più riservati, ma se si ha la pazienza e la tranquillità necessarie, si possono fare incontri interessanti in riva al lago. Per i più sportivi il lago offre un’ampia scelta di attività, fra cui la barca a vela, ma anche il windsurf, il SUP o, più placidamente, la pesca.
Da vicino o da lontano, il lago di Bracciano fa scoprire sempre un lato diverso, mai uguale a sé stesso.

Il territorio di Bracciano


Per il visitatore arrivato a Bracciano non c’è solo il castello e il lago, perché Bracciano fa parte di un territorio pieno di bellezze da scoprire.
Poco lontano infatti troviamo Castel Giuliano, una frazione di Bracciano, un pittoresco posticino dimenticato dal tempo. Proseguendo oltre, a piedi e in tenuta da trekking, si raggiungono le Cascatelle, una serie di corsi d’acqua che piombano scenograficamente fra rocce di altezze inaspettate, in mezzo a una natura dall’aspetto primordiale.
A Vigna di Valle, sempre lungo il lago, troviamo il Museo Storico dell’Aeronautica Militare con una collezione di aerei che hanno fatto la storia del nostro paese.


Se invece si è pronti a una gita un pochino più lunga, a qualche chilometro da Bracciano c’è il lago di Martignano, fratello più piccolo e più selvatico del lago di Bracciano che vale di certo almeno una visita. Sprofondato fra valli più aspre, al visitatore che arriva dall’alto delle colline che lo abbracciano sembrerà uno specchio d’acqua di un blu profondo come quello di una gemma incastonata nella natura.
Poco più a nord di Bracciano c’è un altro posto da scoprire a piedi, magari in compagnia di un amico a quattro zampe che molto gradirà la passeggiata: l’antica Monterano, nei pressi di Canale Monterano. Si tratta di un altro luogo avvolto nel fascino del tempo, set cinematografico di vari film fra cui Ben Hur e Il Marchese del Grillo.
E ora, amici, venite a scoprire Bracciano, le sue bellezze vi aspettano per entrarvi nel cuore e nella memoria. A presto!
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Molte volte il lavoro mi porta a visitare i paesi dell'entroterra siciliano e giorno dopo giorno, scopro che sono piccoli scrigni contenenti gioielli di grande valore. Gioiello tra i gioielli è Bisacquino, un comune vicino Palermo da cui dista 75 km.
Nel suo territorio vissero Sicani, Greci, Romani e Arabi.
Quando arrivai per la prima volta a Bisacquino non sapevo dove e cosa guardare prima: le strade strette, i vicoletti, gli archi, i cortili, le scalinate piccole, grandi e lunghe. Tutto quello che mi circondava mi diede da subito la piacevole sensazione di tornare indietro negli anni, anzi nei secoli.
[caption id="attachment_118378" align="center-block" width="712"] Bisaquino by Loredana Plaia[/caption]
Quando giunsi in Piazza Triona capii di trovarmi nel salotto buono del paese.

Mi guardai intorno ed ebbi la piacevole sensazione che mi stesse accogliendo a braccia aperte. Mi fermai un attimo, roteai su me stessa e con lo sguardo ricambiai l'abbraccio.



Rimasi piacevolmente colpita dalla settecentesca chiesa madre con la facciata ricca di volute e statue. Con un portale centrale arricchito da un timpano spezzato e da colonne laterali decorate che conferiscono l'eleganza unica del barocco siciliano.
Entrai in chiesa ed anche lì fui presa dalla sensazione di grande accoglienza, un'accoglienza di fede e arte. Al centro della piazza vi è una monumentale fontana con quattro mascheroni dalle cui bocche esce perennemente dell'acqua fresca.
Amo scoprire paesi nuovi, amo entrare nello spirito dei luoghi e tornare indietro nel tempo. Con Bisacquino è stato semplice: giorno dopo giorno, camminando per le antiche stradine ho scoperto i suoi tesori.
Subito, in me destarono interesse gli eleganti palazzi costruiti in calcilutite triassica, la pietra locale di calcare quasi puro che viene estratta dalle cave sul Monte Triona.
Tantissime e importanti edicole adornano scalinate, archi e cortili e fondono, ancora una volta, cristianità̀ e cultura. Tutte le civili abitazioni di Bisacquino, accanto alla porta d'ingresso, hanno l'immagine sacra della ”Madonna di lu Vazu”.
Ve ne sono di antiche e di moderne, molte sono in ceramica, altre sono delle piccole statue, tantissimi sono in pittura, e poi riposti in piccole nicchie scavate nei muri.
Un giorno scendendo la scalinata, che da Piazza Triona porta ai quartieri Grazia e San Francesco d'Assisi, sentii un intenso profumo di rose trasportato da un leggero zefiro. Prima mi entrò dolcemente nelle narici, poi lentamente mi avvolse come un mantello di essenze e di oli d'oriente.
Mi fermai, girai lo sguardo, e alla mia destra vidi un grande arco sotto il quale vi era una pregevole edicola raffigurante la Madonna del Balzo.
Sotto l'edicola vi era un altare, con dei vasi stracolmi di rose e poggiati per terra decine di lumini a cera di svariate misure. Rimasi ferma, come incantata ad ammirare quel luogo carico di misticismo.
Mi trovavo nel quartiere saraceno, il più̀ antico del paese, un sito di unica bellezza, consapevole che in quel luogo, tra quelle antiche mura vi sono le radici del passato dei busacquinesi.
Bisacquino, dall'arabo “Bueickin” (padre del coltello) è nota per l'artigianato dei coltelli che hanno due particolari caratteristiche: i manici sono ricavati dalle corna di capre e montoni e le particolari ed estrose serrature in ferro, dette in dialetto “toppe”.
Di grande importanza storico e artigianale sono gli orologi da torre, pezzi unici ideati e costruiti dalla famiglia Scibetta. Da alcuni anni, la vecchia bottega dei geniali ed estrosi artigiani del tempo è stata trasformata in un museo.
Quando visitai il piccolo museo dell'orologio, lo vidi come un luogo di fiaba, e mi lasciai trasportare indietro nel tempo in un mondo fatto di ticchettii e di numeri.

Bisacquino, dal latino “Bis-aqua” (ricco d'acqua).


Dopo avere visitato, chiese, conventi e musei decisi di girovagare per il paese. Il caldo di quel giorno era fastidioso ma poco mi importava, io ero alla ricerca dell'acqua.
Una dopo l'altra vidi e ammirai le bellissime fontane di Bis-aqua. Ve ne sono grandi e piccole, a colonna ed a parete e molte hanno accanto il bevaio. Non le contai ma erano tante, e tutte con l'acqua che scorreva fresca e limpida.
Grande emozione uscitò in me la visita al monumentale Calvario, anche lì un insieme di fede, arte, storia e natura.
Quando pensavo di avere visitato tutto il paese, venivo a sapere di altri siti e subito andavo. Così fu per il campanile triangolare della chiesa di San Francesco d'Assisi, secondo in Italia per la particolare struttura.

A proposito di radici è d'obbligo ricordare un figlio di questa terra: Frank Russel Capra nato a Busacchinu il 18 maggio del 1897 e poi emigrato in America.


Frank Capra è stato un regista e sceneggiatore tra i più̀ importanti del XX secolo, un esempio perfetto di umile emigrante diventato celebrità internazionale. A 80 anni Frank Capra, vincitore di tre premi Oscar, tornò a Bisacquino e volle rivedere la terra che gli diede i natali.
Un'altra radice, o meglio una bulbosa, è la cipolla rosa busacchinara. Dolce e profumata, vanto dei produttori locali che le brave massaie trasformano in marmellata per i palati più raffinati.
Un pomeriggio di fine febbraio, quando ancora la vetta del Triona è coperta di soffice neve, sentii forte il desiderio di salire sul grande monte. Quando giunsi al Santuario, oltre al freddo pungente mi accolse uno strano silenzio ed ebbi la sensazione di non essere da sola.
Era il tramonto, il sole scendeva lentamente dietro i monti e in lontananza vi erano tante nuvole bianche che avanzavano come cavalli al galoppo.

Alzai lo sguardo al cielo e vidi centinaia di volti che mi sorridevano.


Chi erano? Un attimo dopo compresi tutto: erano le antiche genti vissute nella valle, venute a ricordarmi che non erano mai andati via. Fieri custodi di una terra rigogliosa, carica di storia e di cultura.
Subito dopo entrai nel Santuario e mi accolse l'amoroso sguardo della Madonna del Balzo e compresi ancora una volta la devozione del suo popolo.
Storia, arte, fede e tanto altro.
Questa è Bisacquino, città del passato, del presente e del futuro avvolta dalla nebbia del Triona e dal profumo delle rose.

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Prizzi è il nostro piccolo centro del mondo, un antico borgo, un dedalo di piccole case abbarbicate sull’antica Montagna dei Fuochi.
Un luogo dove trovarono riparo i pochi sopravvissuti allo sterminio della città di Hippana da parte dell’esercito romano nel 258 a.C. 
Ancora oggi la montagna “gemella”, la Montagna dei Cavalli, ci ricorda le nostre origini. 

Un popolo di mercanti e filosofi, un luogo snodo commerciale per gli alleati Cartaginesi, che venivano accolti nell’agorà, condotti all’acropoli e infine al teatro greco che sovrastava la Valle del Sosio. 
Prizzi paga i nostri sforzi con magnifici tramonti e un panorama unico nel suo genere. 
Perdersi nel dedalo delle sue piccole “vanedde” (strade curve e strette) e sorprendersi con scorci di verdi foreste incorniciati fra le mura delle case è sempre sorprendente. 
Negli ultimi anni pensavamo che questo fosse il più grande tesoro del nostro piccolo borgo. 

Col tempo ci siamo resi conto che il vero tesoro sta nei cuori delle persone che abitano queste montagne. 


La capacità di accogliere indistintamente chiunque nonostante i pregiudizi. Il primo sguardo storto e incuriosito verso lo straniero che dopo pochi minuti si ritrova circondato da gente che scherza. Che offre un caffè, che prepara un pranzo, una cena, che cede una camera per la notte. 

La mattina dopo lo straniero è “prizzitano”!


Rivede le stesse persone nello stesso bar che sembra non siano mai andate via. Lo salutano anche coloro che il giorno prima non erano presenti perché ormai sono stati minuziosamente informati della novità. 

Il distanziamento sociale ha senza dubbio ridotto drasticamente quel che resta del rapporto umano nelle grandi città, ma non è riuscito mai a slegare una comunità che vive di relazioni sociali quotidiane. 
Nel rispetto delle norme, la gente è rimasta unita e forse ha preso coscienza di questo tesoro invisibile ormai molto raro. Questo modo di essere è proprio uno dei carburanti della ripresa produttiva ed economica. 
Lo afferma anche uno psichiatra americano di Dallas che anni fa durante un viaggio in Sicilia si trovò a passare da Prizzi. Gli fu offerta una cena, poi una camera per passare la notte, poi restò qualche altro giorno.
Molti ormai lo conoscevano e si fermavano a parlare con lui, gli mostravano le bellezze della nostra terra. Durante la Pasqua di Prizzi caratterizzata dalla antica tradizione pagana del “Ballo dei Diavoli”, gli è stato concesso di partecipare alla celebrazione pasquale portando a spalla la statua del santo. 
Ha vissuto da protagonista i gesti della quotidianità della tradizione agro pastorale. A Prizzi abbiamo un turismo esperienziale spontaneo sviluppato dall’istinto e dalla voglia di condividere. 
Oggi a Dave Atkinson è stata conferita la cittadinanza onoraria per avere contribuito ad incrementare forme di integrazione sociale, avendo avviato il progetto di Street Art con artisti di Dallas chiamato “Dallas in Prizzi”. 
Dave ha comprato una casa a Prizzi. Camminiamo con passo lento, corto ma continuo. 

L’autenticità inconfondibile del nostro territorio, ormai da anni attira pellegrini e camminatori lungo antichi sentieri, rotte commerciali e percorsi militari di epoche remote. 
Oggi queste vie che sembrano non aver avvertito il passare dei secoli, si traducono nella nostra epoca come itinerari turistici, vie francigene per pellegrini, sentieri da percorrere a piedi, in bici o a cavallo
Un territorio, potremmo dire inesplorato, che ha conservato caratteristiche uniche altrove dimenticate da secoli. Il tempo scorre lentamente, ogni passo è pensato, ogni azione e ogni gesto ha un tempo da rispettare. 

La pazienza di veder crescere un prodotto della terra.


Non mancano esempi di riciclo creativo non voluto. 
Ciò che è rotto si ripara o si riutilizza con uno scopo diverso: se avanza una vite la si conserva. Forse queste persone avrebbero veramente tanto da insegnare alle future generazioni che dovranno fare i conti con le conseguenze di anni di sprechi e inquinamento. 

Le nuove dinamiche sociali si nutrono del turismo sostenibile che porta fra le nostre montagne un numero sempre più̀ elevato di turisti camminatori da ogni parte del mondo.  Oggi viviamo in un contesto nuovo e mai sperimentato prima. 
Da una parte ci sono volti scavati dal vento delle campagne siciliane che con la loro coppola e con la loro umiltà̀ ci insegnano ogni giorno a comprendere il nostro passato a conoscere ogni sfumatura di antichi mestieri, prodotti tipici, usanze, tradizioni, modi di dire che esprimono modi di pensare e di vedere il mondo. 
Dall’altra parte ci sono viandanti con culture, lingue e tradizioni diverse. 

Se un tempo vivere in un piccolo borgo era come vivere in una scatola chiusa, adesso Prizzi ci permette di parlare inglese, francese e spagnolo aprendoci a nuove idee, innescando scambi culturali unici e nuove amicizie. 


Dopo aver girato il mondo, aver fatto esperienze di studio e di lavoro all’estero, abbiamo deciso di crederci e tornare nella nostra terra, per fare da ponte fra il signore con la coppola e il visitatore straniero. Fra il tempo del mulo e quello dell’auto elettrica. 

A Prizzi passato e presente si mescolano e imparano l’uno dall’altro.


Ci piace pensare che il nostro territorio sia un bellissimo quadro che fino ad oggi si poteva solo osservare nel momento catturato dal pittore. 
Noi rendiamo reale quella scena.
Rendiamo possibile vedere un magnifico territorio in movimento con workshop su antichi mestieri e prodotti tipici, turismo esperienziale e trekking.
Il tutto all’interno di quella splendida cornice che non possiamo fare a meno di difendere e amare incondizionatamente. 
In un mondo industrializzato, informatizzato, digitalizzato, noi vogliamo sentire l’odore della terra bagnata
Una terra che non vogliamo più bagnare con le lacrime ma col sudore della fronte. 

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Era un giorno di maggio del 1875 quando Alberto Maniscalco, detto Bertu Ammareddu, decise di portare la sua piccola barca di pescatore in quella secca a sud ovest di Sciacca dove si pescava con il palangaro dell’ottimo pesce.


Sembrava un giorno come gli altri, ma presto si trasformò in uno di quei momenti che cambiano la storia.
Agganciato ad un amo emerse dai fondali uno splendido ramo di corallo.
Cosciente di aver trovato un tesoro, Bertu ritornò trionfante alla sua Sciacca e riuscì a vendere agli altri pescatori la posizione del banco di corallo per la somma, per lui favolosa, di 250 lire, l’equivalente di molti mesi di lavoro.

I pescatori di Sciacca accorsero sul posto e, resisi conto che pescare il corallo non era cosa semplice, decisero di chiedere aiuto ai pescatori di corallo di Trapani, da sempre adusi a quel tipo di pesca.
Ma Trapani era punto di passaggio delle barche di Torre del Greco, che ogni anno si recavano nei mari d’Africa per la pesca del corallo. La notizia si diffuse rapidamente ed un numero enorme di barche si riversò nel mare di Sciacca.

Il banco sembrava inesauribile, nonostante l’intenso sfruttamento continuava a fornire ingenti quantità di corallo.


Un secondo banco più grande fu scoperto nel 1878 ed un terzo, ancora più grande, nel 1880. Fino a 2.000 barche giunsero da ogni dove, con un popolo di pescatori di 17.000 uomini.
La pesca con alterne vicende durò fino al 1914 quando, con l’inizio della prima guerra mondiale, i sommergibili tedeschi invasero il Canale di Sicilia rendendo impossibile la pesca.
La quantità di corallo pescata in quegli anni fu enorme, quasi 20 milioni di chili, il doppio del peso della torre Eiffel.
Il Corallo di Sciacca fu esportato in tutto il mondo ed enormi magazzini si riempirono delle quantità invendute facendone crollare il prezzo.
Il motivo di questa immensa ricchezza fu scoperto solo dopo molti anni. Si trattava di depositi di corallo fossile, che estirpato dalle falde dei vulcani sommersi di cui il mare di Sciacca è ricchissimo, si era accumulato, nel corso di migliaia di anni, in profonde sacche in fondo al mare.
Lì, immerso nei fanghi vulcanici, aveva cominciato a fossilizzarsi, divenendo più duro ed assumendo straordinarie tonalità di colore introvabili nel corallo pescato vivo.
Oggi il Corallo di Sciacca, rispettoso dell’ambiente naturale in quanto di natura fossile, è preziosissimo. Divenuto quasi introvabile, viene lavorato da pochissimi laboratori per la creazione di gioielli inimitabili.

La sua storia è indissolubilmente legata a quella dell’Isola Ferdinandea, un vulcano che nel luglio del 1831 emerse dal mare di Sciacca fra boati, fiamme e fumi e che, pochi mesi dopo, scomparve. Infatti era costituita solo da ceneri e fu immediatamente erosa dalle tempeste invernali.
Nelle sue immediate vicinanze fu scoperto il secondo di quei miracolosi banchi di corallo.
Nel 1905, in piena epopea del Corallo, nasceva a Sciacca la gioielleria di Concetta Nocito, moglie dell’ultimo rampollo di un’antica famiglia.
Da lei fu creato un numero enorme di Gulere, le classiche collane formate da trentatré sfere di corallo (quanti gli anni di Cristo) finemente sfaccettate e di dimensioni degradanti.

Oggi, dopo quattro generazioni e centoquindici anni di storia, la gioielleria Nocito è ancora lì nello stesso palazzo di famiglia dove era nata. Laura Di Giovanna, pronipote della fondatrice, è la creatrice di gioielli unici lavorati con la maestria degli antichi maestri corallari siciliani.
Il Museo della Storia del Corallo di Sciacca, frutto di venticinque anni di ricerche ed allestito nei locali dell’atelier Nocito, è pronto a raccontarvi la magia di quella straordinaria epopea.

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