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Rocca Priora è il paese più alto dei Castelli Romani, una posizione pittoresca che regala al viaggiatore un quadro naturale: l’orizzonte spazia dai monti Prenestini, ai Lepini, dalla valle del Sacco alle meraviglie di Roma!!
Dietro Castello Savelli, il castello medievale della famiglia che ha segnato la storia di Rocca Priora, si apre un panorama che lascia senza fiato: la Piazza del Belvedere, lì dove lo sguardo non conosce confini!

Arrivare sulla cima del paese significa attraversare il piccolo e grazioso centro storico, passare per l’arco ogivale, antica porta d’accesso, e ricordare che proprio lì Mastro Titta, boia papalino, eseguiva le sue impiccagioni.
Ma il viaggio non è solo un viaggio nella storia, il paese vive tra architetture antiche e arte moderna, animato da opere di un importante artista Internazionale, il Maestro Mario Benedetto Robazza.
[caption id="attachment_36238" align="center-block" width="700"] Lungo le vie della cittadina si snoda un vero e proprio percorso artistico: alle porte ci dà il benvenuto il sontuoso Cavallo Bianco, poi la fontana del “Trionfo del Bene” e la Fontana del “Narciso” preparano la strada alle stazioni bronzee della via crucis per le vie del centro storico.[/caption]
Il viaggio nell’arte termina nel museo civico all’interno di Palazzo Giaggi, un elegante edificio dove è esposta la prova d’autore dell’opere più maestosa dell’artista: ”L’inferno”.

Rocca Priora si presenta così, tra le sue bellezze naturali e la sua arte e con una bella storia da raccontare che la lega in modo unico al Commercio della Neve! (Leggi anche)
La sua posizione geografica ha da sempre favorito inverni rigidi che portavano abbondanti nevicate, nasce così l’idea di conservare la neve in pozzi, profonde cavità scavate nel terreno che permettevano di compostare la neve alternata da strati di terra e sabbia così da conservare il ghiaccio.
Il trasporto dell’oro bianco verso Roma, per conservare cibo e medicine, avviene di notte, ed è regolato da leggi ed editti speciali e l’industria della neve tenuta sotto lo stretto controllo dello Stato Pontificio.

La raccolta della neve diventa un’occasione speciale per tutti gli abitanti dagli uomini, donne e bambini, che in quei giorni riescono a guadagnare di più. La fine della raccolta un giorno di festa per l’intero paese: tutti andavano festanti e gioiosi al Santuario dedicato alla “Madonna della Neve” per ringraziarla delle abbondanti nevicate.
Una fede che ancora oggi è viva, e una festa che miracolosamente ogni anno si ripete con la copiosa “nevicata di agosto” che trasforma il viale principale del paese in un tappeto bianco, rendendo omaggio alla Madonna delle Nevi e alla messe bianca che è stata il motore commerciale di Rocca Priora nei secoli scorsi.
La natura ha Rocca Priora ha regalato tante cose speciali, i suoi meravigliosi boschi di castagno, il polmone verde dei Castelli Romani, nati per salvare il paese dalla miseria e dall’abbandono. Tutto nasce con una piccola glaciazione che nel 1709 porta temperature gelide in tutto il continente: gelarono pozzi, fiumi, laghi distruggendo ulivi, alberi da frutto e intere foreste!
I boschi sacri di faggi, leggi e latifoglie di Rocca Priora vengono completamente sterminati e la popolazione inizia ad abbandonare il paese! Meno gente meno manodopera per l’industria della neve!
È necessario riportare abitanti nel paese e allora la Camera Apostolica decide di sostituire gli alberi morti con un albero idoneo al clima che dona frutti migliori, gli alberi di Castagno, e di dare in enfiteusi a chi torna in paese 1000 mq di terreno!
Una nuova identità che da inizio ad un nuovo commercio, quello del legname utilizzato fino a Venezia per realizzare le fondazioni delle case grazie alla sua particolare composizione molecolare che tiene lontano l’umidità, e per confezionare botti per trasportare pregiati vini Spagnoli.
Rocca Priora Narciso
Ma c’è di più, nel mese di maggio la primavera regala un nuovo volto al paese la vallata del si veste di un insolito manto bianco, il Narciso dona al paese una nuova immagine e il suo profumo riempie l’aria di emozioni.
Il narciso nasce spontaneo da un grosso bulbo sotterraneo che regala fiori particolari: una corolla interna gialla-arancione che raccorda petali bianchi incorniciati da foglie rette e lineari.
[caption id="attachment_36274" align="center-block" width="750"] Fontana del Narciso di Rocca Priora Robazza by Chiara Rufini[/caption]
Il fiore si lega alla storia del Bel Narciso, che si specchia nelle acque dell’antico lago Regillo e si innamora della sua stessa immagine e rendendosi conto che il suo sogno d’amore non potrà mai realizzarsi si lascia morire nelle dolci acque. Al suo posto le ninfe giunte per donare al corpo sepoltura, trovano un fiore, il fiore della giovinezza a cui viene dato il nome di Narciso.
La festa a Rocca Priora nel mese di maggio, rende omaggio a tutte le mamme e vicoli, strade e case vengono addobbate con amore e passione dai cittadini.
Esperienze speciali da vivere in ogni stagione, accompagnate da feste e sagre, occasione unica per assaporare i gusti tipico di questo paese in cima ai Colli Tuscolani.
[caption id="attachment_42574" align="center-block" width="750"] Rocca Priora - Scottone[/caption]
In Inverno si potrà gustare lo straordinario gusto dello scottone, un formaggio semiliquido realizzato con amore da un giovane pastore, ultimo di sette generazioni, il dolce natalizio per eccellenza, il pangiallo un impasto di miele, cacao noci, mandorle e nocciole preparato dalle mani delle donne del paese.
In estate sarà speciale godere dell’aria frizzante delle notti roccaprioresi gustando la tradizionale bruschetta e tutti i giorni dell’anno gustare il tozzetto, biscotto locale e elemento fondamentale dei rinfreschi dei matrimoni: la sposa lo donava avvolto in un fazzoletto di cotone a tutti i suoi invitati! Un impasto semplice di uova, farina, burro e nocciola arrivato fino all’Expo di Milano.
Un paese ricco di storia, di arte, di natura di sapori, il più alto dei Castelli Romani che vi aspetta per farvi vivere emozioni speciali!

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Vivere in un paese di appena cinquemila abitanti può essere limitante, ma può anche offrire risvolti inusitati.


Ricordo il giorno in cui ero ancora adolescente e mio padre, seduto al tavolo di cucina, comunicò a mia madre e a me che le Ferrovie dello Stato gli avevano concesso un appartamento ad Ancona.
Lo disse con responsabilità, ma il suo viso non era sorridente e quando mia madre e io, con molta spontaneità e immediatezza, dimostrammo il nostro dissenso a trasferirci nel capoluogo della regione, si rilassò felice.

Avevamo tutti e tre il desiderio di rimanere al paesello, profumato e tranquillo.
Erano gli anni ‘60 e il profumo della campagna che arrivava in Via della Franca, così chiamata dal tempo del Medioevo in cui non si pagava la gabella, deliziava i pomeriggi di noi ragazzini che giocavamo sulla strada.
Le mamme, intanto, ricamavano biancheria a mano radunate a piccole crocchie davanti alle abitazioni.
Il profumo veniva dalla campagna, estesa subito dopo le case, dai fiori spontanei e dalle coltivazioni.
L’atmosfera di serenità, di calma e di allegria si consumava in questi quadretti di vita autentica.
I minuti erano collegati fra loro in modo lineare e sciolto con uno svolgimento logico, fedele a concretizzare una realtà vissuta fine a se stessa.
In tarda primavera e in estate, anche la sera dopo la cena, si tornava sulla strada a scambiare chiacchiere e racconti con i vicini di casa e noi ragazzini giocavamo a rincorrere le lucciole che illuminavano il selciato.
Ci si accontentava di poco ma avevamo tutto: la vita salubre, l’amicizia, la famiglia, il paese che ci proteggeva.
Qualche anno più tardi, il nostro divertimento divenne la passeggiata domenicale intorno al Castello.
Ci si preparava il pomeriggio come se dovessimo andare a passeggiare per il corso principale di una grande città e con gli amici ci si incontrava in piazza, davanti all’arco centrale del Castello per fare giri intorno alle mura.
Il Castello era il fulcro del paese perché i negozi, benché pochi, alloggiavano nelle vecchie stamberghe del maniero rimesse a nuovo e aprivano le loro vetrine illuminate.
Il Castello, unico e grande cimelio di anni passati, il luogo di ritrovo per incontri amichevoli e culturali, il nostro cuore pulsante, il nostro simbolo!
Eppure ha perso il suo alone di mistero perché divenne Comune già dal 1817 (oggi solamente una piccola parte appartiene alla Amministrazione Comunale) e quindi di proprietà privata.
Non ha abbandonato, però, la sua importanza culturale e l’ha tenuta viva soprattutto negli anni ’70, in cui era consuetudine ritrovarsi in piazza, davanti alla facciata principale, per discutere di politica, di società, di cambiamento, di tradizioni, di valori culturali e civili.
Fino a poco tempo fa, noi paesani avevamo anche il nostro polmone verdeggiante, per camminate, merende, trekking fuori porta, un posto molto gradevole, Montedomini.

Una collina di appena 100 metri di altezza, sormontata dalla Villa seicentesca dei Conti Ferretti con annesse due case coloniche ormai scomparse e completamente abbandonata all’incuria dell’uomo!
Trecentosessanta scalini per raggiungere la vetta, fra due file di pini secolari, meta di incontri amichevoli e sentimentali, romantico luogo lasciato, come un regalo, agli abitanti del paese dai Conti Ferretti!
I tempi sono cambiati, il territorio del paese si è ampliato di molto. Gli abitanti non sono più soltanto quelli autoctoni, ma la popolazione è ora eterogenea per provenienza, la zona industriale ormai ci ammorba e il paese è costretto fra strade e autostrade, aeroporto e industrie.
Esiste una volontà palese e silenziosa fra la gente di tornare ai tempi passati, più o meno cosciente della capacità di difendere il valore che un piccolo paese possa offrire ai suoi abitanti.
Siamo al tempo del coronavirus e siamo tornati alle origini della natura.
Mi svegliano gli uccellini al mattino, il loro cinguettio proviene dall’alto dei tetti e dai merli, dagli orti rimasti incolti, dalla piazza ove girano indisturbati come nuovi turisti, increduli di questa nuova realtà silenziosa e nel contempo rigenerante.


L’orologio del Castello risuona liberamente i suoi rintocchi.
Passeggiano gli uccellini che non hanno timore di incontri e cantano, mentre il rosa dell’alba colora i mattoni delle pareti del Castello.
L’aria non è più densa, è tersa ed evanescente e l’odore acre, diffuso fino a qualche mese fa, lascia ora spazio al profumo dei tigli sempre più rigogliosi che circoscrivono la piazza.
È tornata la poesia ed è questa che vorremmo regnasse in paese.
Il lavoro, il correre dietro agli impegni, l’affaticarsi per raggiungere scopi, obiettivi, interessi, luoghi, ci richiama?
Non c’è la nostalgia di una vita affaticante e non sempre piacevole.
C’è invece bisogno di un clima di calore affettuoso e avvolgente, profumato e silenzioso, in cui sia possibile ascoltare i nostri bisogni reali e i nostri sentimenti.

Il cuore deve battere per amore e non per paura o sofferenza, insieme all’orologio di un tempo, ovvero quello che scandisce le ore vissute e non temute.
Le ore che possiamo tenere nei nostri ricordi a sottolineare che un periodo non è stato dissipato quando vissuto teneramente, hanno disciplinato il nostro io interiore, hanno permesso alla nostra vita di conquistare una coscienza umana.
È questo un momento di crisi, speriamo che il vecchio muoia per dare vita al nuovo, ricominciamo dall’inizio.
Ed è con questa volontà che la gente, munita di mascherina, inizia a girare intorno al Castello, fra un negozio e l’altro, parlando a due metri di distanza con una certa circospezione e con buon senso.
Gli uomini semplici sono sempre stati filosofi e possono ancora operare per una nuova concezione del mondo e ridare una nuova luce al paese che non vuole tradirli.
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Il nostro corallo di Sciacca è unico al mondo perché è stato reso fossile dalla presenza dell'Isola Ferdinandea, chiamata anche l'isola che non c'è.
Un’isola emersa al largo di Sciacca e inabissatasi in poco tempo.
L'isola sarebbe costituita da un vulcano attivo, i cui fumi hanno trasformato nel tempo la barriera corallina presente nel nostro mare (LEGGI ANCHE).
L'isola all'epoca dell'emersione destò l'interesse di molte nazioni che ne rivendicarono la titolarità di appartenenza.

Il Re Ferdinando di Borbone decise di inviare la corvetta bombardiera "Etna" per proteggerla dall'invasione e piantò una bandiera borbonica, battezzando l'isola "Ferdinandea".
Il 21 marzo del 2001 vengo chiamata al telefono dal mio amico Dario, un lupo di mare, capitano di un grande veliero d'altri tempi:

“vieni subito al porto, corri che dobbiamo andare in mare”.


Accompagnata da mia figlia Luisa, all’epoca di 9 anni, per la gioia di farle vivere una giornata di mare, corriamo al porto.
Una flotta di gente affollava la battigia e, con mia grande sorpresa, vidi che l'attenzione era concentrata sui principi di Borbone venuti a Sciacca, su invito della lega navale di Sciacca.
I principi dovevano porre una lapide di marmo sull’isola con il contributo dei sommozzatori della lega navale.
Partiamo alla volta dell'isola a bordo del veliero di Dario (da noi battezzato dei pirati), altri con motoscafi, barche e barchette. Stavamo assistendo ad un evento fantastico grazie all'invito di Dario.


Giunti alla volta dell’isola, Dario offre a tutti i presenti il “Nettare degli Dei”, il vino dolce passito di Pantelleria accompagnato da dolcetti di mandorle.
Assistiamo alla funzione. Il principe Carlo e la principessa Camilla testimoni importanti per la deposizione della lapide nei fondali marini.
La cerimonia durò una ventina di minuti e dopo la benedizione del prete, e la classica corona di fiori buttata in mare, tutte le imbarcazioni erano pronte per fare rientro procurando durante le manovre di avviamento motori un’onda anomala che fece cadere alcune suppellettili del veliero.
Per me è stata la più bella esperienza vissuta in mare ...irripetibile.
Al ritorno, complice un mare liscio come l'olio, Dario mi ha fatto vivere anche l'esperienza di usare il timone … seguire la bussola e le sue preziose indicazioni.
Quando vivi un’esperienza del genere si può solo dire ... “io c'ero”.
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Giugno del 1995, ore 12,30.
Ho fretta di rientrare a casa, sono accaldata e stracarica di sacchetti della spesa. Il tempo di aprire il portone e poggiare nell'androne i sacchetti e sento alle mie spalle la voce di “Cussu Larocca” che mi dice:

“Vinniru a tuppuliari a lu purtuni, dù foresteri, un masculu e nà fimmina. Avianu un pizzinu unni c'era scrittu tri nomi e la strata”.


(Sono venute a bussare al portone due forestieri, un uomo ed una donna. Avevano un biglietto dove vi erano scritti tre nomi ed una strada.)

“Cosa hai detto loro?”
“Chi un c'era nuddru dintra. Tornanu chiù tardu”


(Che in casa non vi era nessuno. Tornano più tardi).
Alle 16,30 suona il citofono. Una voce sconosciuta e dall'accento straniero dice di essere Anatoly Harleth di Boston e di cercare Albertina.

Sorpresa ma tranquilla apro il portone ai miei ospiti sconosciuti. Dopo poco mi ritrovo ad accogliere una strana coppia: lui alto, con i capelli rossicci, gli occhi di un verde intenso e con lo sguardo profondo e serio. Lei bassina, i capelli nerissimi, gli occhi azzurri come il cielo e un sorriso simpatico. L'uomo accennò ad un saluto con un inchino militare e si presentò:

“Sono Anatoly Harleth, figlio di Hannah Harleth Galinova e nipote di Anatoly Galinovic'. Questa è mia moglie Patricia Harleth”.


Guardai entrambi senza sapere cosa dire. Anatoly mi tolse dall'imbarazzo: ”Se ci fai entrare ti spiego tutto”.
Diamine, che sbadata, avevo dimenticato le regole dell'accoglienza. Feci accomodare i due nello studio, un po' confusa, ma con una sensazione piacevole dentro il cuore.


“Questa vostra visita, se non mi sbaglio, ha radici lontane, ma temo di sapere ben poco di questa storia. Mi piacerebbe saperne di più”.
“Si, certo. Sono venuto a Sciacca per visitare la terra dove fu generata mia madre e per incontrare la famiglia che ha accolto i miei nonni fuggiti dalla Russia”.


La mia mente, subito, andò indietro nel tempo e mi rividi bimba con la nonna che mi parlava della Russia, dello Zar e mi consigliava di leggere gli autori russi, da lei amatissimi.
Chiesi agli ospiti se gradivano una bibita fresca. Il loro si, fù un sorriso ed un cenno del capo. Pochi minuti e ritornai nello studio con tre bicchieri pieni di sciroppo di amarena ben ghiacciata.
Mi sentivo serena, con l'arrivo di Anatoly e Patricia forse avrei completato un puzzle iniziato trenta anni prima.

“Anatoly come mai parli così bene l'italiano?”
“Mia madre ha voluto che studiassi in una scuola italiana”.
“Vi gusta lo sciroppo?”
“Molto!”
“Anatoly dimmi, sono tutta orecchi”, ed iniziò a parlare con un sorriso garbato e gli occhi sognanti.
“I miei nonni Anatoly e Caterina fuggirono dalla Russia nell'aprile del 18. Vagarono prima per l'Europa, poi qualcuno li portò in Toscana dove rimasero due anni. Nei primi mesi del 1921 incontrarono altri esuli russi e andarono prima a Napoli e poi, nel novembre del 1921 giunsero in Sicilia, dove li attendeva una importante famiglia.


Il nonno fu accolto come maestro di scherma e la nonna come insegnante di pianoforte.
In quella famiglia rimasero fino al 1924, quando il capo famiglia ebbe un crollo finanziario i miei nonni si trovarono di nuovo in difficoltà.
In quel periodo avevano conosciuto una signora, a detta di mia nonna una grande dama, colta e commiserevole. In preda alla disperazione, decisero di cercarla e di chiederle aiuto.

Giunsero a Sciacca la notte dell'otto dicembre del 1924 e grazie ad una lettera della Badessa delle Benedettine di Santa Maria dell'Ammiraglia furono accolte dalle suore del monastero di Santa Maria dell'Itria.
Lì rimasero due giorni, poi andarono a casa della buona signora che li aiutò. Nel maggio del 1925 partirono da Napoli con il piroscafo Leonardo da Vinci alla volta di New York ed il 31 dicembre nacque mia madre. Nel 1930 si trasferirono a Boston, ma questa è tutta un'altra storia”.


“Anatoly cosa ti ha portato qui da me, cosa posso fare per te?”
“Nulla. Sono venuto per dirti grazie. Quel grazie che mia madre non hanno potuto dire a tua nonna. Sono venuto per sentire il profumo del mare di Sciacca. Nel loro peregrinare i miei nonni hanno incontrato molta gente e visto tanti paesi, ma nel loro cuore hanno sempre avuto Sciacca.
Nonna Caterina, quando ero piccolo, mi raccontava di Sciacca, dei suoi tramonti, del vento che soffia dall'Africa, dell'azzurro mare e del suo intenso profumo. Conosco i suoi palazzi, le sue strade, i suoi cortili.
In famiglia si parlava sempre di Sciacca. Mio nonno, quando ne ebbe la possibilità, comprò tutti i libri che raccontavano di quell'amato paese. La nostra casa di Boston è piena di ceramiche e di artigianato siciliano.
I nostri pasti spesso hanno il sapore della tua terra: pasta con le sarde, caponata, panelle, sarde a beccafico, ova murina, cucchitelle e tante buone pietanze che nonna Caterina ha imparato a cucinare in questa casa. Nonno Anatoly mi raccontava delle grotte sudorifere che si trovano nel monte Kronion, delle acque miracolose dei Molinelli, dell'acqua Santa e dell'acqua solfurea dal forte odore di zolfo.
Mi raccontava la storia di Sciacca, dei Luna e dei Perollo.
Mi raccontava delle sue passeggiate in meditazione in riva al mare che gli ricordavano i pomeriggi lungo la Neva. Ricordava le lunghe salite sul monte San Calogero a mo’ di pellegrinaggio.
Un giorno, già avanti negli anni, mi disse “Io non tornerò più a Sciacca, non sentirò più il profumo di quel mare vai tu per me, quella è una terra benedetta da Dio: il mare dà abbondanti pesci, la terra buoni frutti e gli uomini vivono in pace. Nel 1925 io e tua nonna saremmo voluti rimanere, ma partimmo per l'America per ricongiungerci con i pochi parenti sopravvissuti”.

Ecco, io sono venuto, ho sentito il profumo del mare, ho visto i magici tramonti e ti ho detto un grazie di cuore”.


Guardavo Anatoly e a stento riuscii a trattenere la mia emozione.
Anatoly Harleth tenne fede ad un giuramento fatto al nonno ed alla madre e nel 1995 venne a visitare i luoghi tanto cari ai nonni.
Sciacca: terra benedetta da Dio che rimane nel cuore di chi la vive anche per un solo giorno.

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L'ultima nostra vacanza, in Sicilia, datava dal 1986.
A quel tempo, avevamo due figli, poi tre anni dopo, nasceva Antonella, ultima di tre figli. Oggi sposata, come gli altri due. Ed è stata proprio lei ad insistere che andassimo in Italia, l'anno scorso, 2019.
Cosi, tra le esitazioni e la forte voglia e nostalgia di ritornare, prenotammo due biglietti aerei Montreal-Roma e poi Roma-Palermo, dove aspettammo un sacco di tempo per la macchina che avevamo prenotato.
Faccio una premessa, io sono siciliana della provincia di Agrigento, precisamente di Cattolica Eraclea. Mio marito è Cosentino. Questa volta scegliemmo Sciacca come nostra meta di vacanze siciliane, anche perché volevo assolutamente andare al b&b della mia amica Angela De Michele.

Quel 4 agosto era tardo pomeriggio quando finalmente lasciammo l'aeroporto e salimmo sulla "nostra" Panda presa a noleggio. Ci avviammo verso Sciacca.

È inutile, ogni volta mi prende una forte emozione, da non poter contenere le lacrime silenziose alla vista di quello splendido panorama che solo la Sicilia sa offrire.


Ci venne incontro Angela, e dopo un'accoglienza calorosa e famigliare come solo lei sa fare, ci fece sistemare nella comodissima camera, dove per prima cosa aprendo la porta si sentiva un profumo di pulito e dove due bianchi cigni fatti con gli asciugamani erano adagiati sul comodissimo letto.
Un soggiorno di due meravigliose settimane passate al mare della spiaggia "Mahili", sotto un sole cocente e le fresche carezze delle onde del Mediterraneo dove trovavo ristoro. L'acqua era limpidissima e gradevole.
A Sciacca, la sera le attività non mancano.
Una splendida cittadina movimentata. La prima settimana ci fu la settimana dell'Azzurro Food, dove si potevano assaggiare le prelibatezze nostrane preparate dai più grandi chef della Sicilia. Il tutto accompagnato di musica con dei bravi artisti.
La seconda settimana ci furono i festeggiamenti di Ferragosto e prima di ciò, la notte di San Lorenzo che passammo in un agriturismo.
Una serata all'insegna del buon cibo, buon vino, bella compagnia e tutto ciò sotto un magnifico cielo di stelle. Memorabile serata.

A Ferragosto, a Sciacca si venera la Madonna del Santissimo Soccorso, altra piacevole ricorrenza che non scorderò mai. Non mi aspettavo di vedere una marea di fedeli... Impressionante la fede e il fervore che hanno i saccensi, molto devoti a questa Madonnina dai grandi miracoli.

Fu tutta una sorpresa per me vedere i cento marinai scalzi che portavano a spalla il Santo simulacro con la statua della Madonna.


Non sono mancati gli scroscianti applausi all'uscita della statua dalla basilica. Mi sono fatta coinvolgere dalla processione durata circa due ore.
Cosa dire della gastronomia di questa spettacolare cittadina? Semplicemente gustosissima, genuina fatta con passione e con prodotti freschi e genuini. La pizza più gustosa la puoi trovare a Sciacca.
Stessa cosa per le arancine e il pesce, e parlando di pesce, come non ricordare la bella serata a casa dei nostri amici Franco e Genny, bravissima cuoca. Tutto a perfezione.
Per non parlare del gelato, la granita, i cannoli e tutta la gamma di dolci e sapori.
Poi, c'è la frutta e non dimenticherò mai la grande scorpacciata di fichi freschi grazie alla generosità dei nostri amici Stefania e Liborio.
Stupenda serata anche da loro.
La cordialità della gente è quasi commovente. Voglio solo raccontare un piccolo episodio.
Un pomeriggio che non andammo al mare, decidemmo di esplorare la città a piedi. Il sole era davvero forte, e questo spiegava le strade deserte.
Io vivendo quasi al polo nord e non essendo abituata al forte calore, ho avuto un piccolo malessere dovuto appunto al calore, e dovetti sedermi su un muretto per riprendermi.
Con mia grande sorpresa, due passanti sconosciuti si mostrarono premurosissimi. Una signora volle offrirmi una bottiglietta di acqua e l'altro signore, dopo di lei, mi mise a disposizione la sua auto per riaccompagnarmi a casa.
Cosa che rifiutai gentilmente ma, ne fui colpita fino alle lacrime.
Ora, guardo le foto e sento già nostalgia della mia terra. Ringrazio la Madonna del Santissimo Soccorso di avermi concesso di fare il viaggio dei miei sogni, e le chiedo di concedermi la grazia di poter tornare ancora una volta prima del mio "ultimo viaggio".
Termino con un verso di una mia poesia scritta in riva al mare, su quella spiaggetta di rimpetto alla casetta, “il tempo potrà cancellare le mie orme ma, non potrà mai estirpare dal mio cuore le mie radici”.

Mediterraneo

 

Respiro carezze di
acqua cristallina
dove raggi infuocati
si riflettono e sono
specchi incantati.
Respirano finanche
sassi di mare
levigati a mo’ di 
confettini multiforme,
sanno di gente genuina
e di storia infinita. 
Mediterraneo, mare mio!
Da qui nacquero 
le mie radici
trapiantate in terre lontane
Terra mia, terra dalle
mille bontà, e di cuore buono.
Come si fa ad andarsene,
e a non tornare più …
Lascio un pezzo del mio cuore
in questo tratto di mare.
Speranzosi i miei sospiri
mentre ti guardo
e mi allontano.
Il tempo potrà cancellare
le mie orme ma, 
non potrà mai estirpare
Le mie radici.
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Era questa la litania che il 24 giugno, terminate le scuole e appena iniziata l’estate, dava inizio alla novena alla Madonna delle Grazie, ovvero alla Madonna di Santa Maria del Piano a Lioni.

“Oh Mamma delle Grazie,
che in braccio porti Grazie,
a te vengo per Grazie,
oh, Maria, fammi Grazie!”


Sul ponte dell’Ofanto, alle sei e trenta del mattino, mi incontravo con le donne del paese devote a Maria e, durante il cammino che ci portava alla chiesa, recitavamo il rosario, intervallandolo con la popolare preghiera pronunciata con pia convinzione.
Giunte sul sagrato dell’antico luogo di culto, prima che iniziasse la messa, mi riposavo sul sedile in pietra sotto la grata della finestra sinistra, a sentire il rintocco delle campane e ad odorare l’aria tiepida che sapeva di fieno fresco, di latte appena munto e di gigli odorosi.

Intorno, solo la calma e la voce di qualche contadino che, dall’alba, aveva iniziato il lavoro della mietitura.
Sant’Elisabetta e Maria stavano sull’altare, al lato destro. Parlavano.
Con volto sereno. Ai lati della chiesetta, in una delle nicchie laterali, mi incuriosiva la statuetta lignea della Madonna Incoronata di Foggia, che, seduta tra i rami di un albero, sembrava osservare i fedeli.
 
 

Dopo la messa, ascoltata con partecipazione devota, tappa obbligatoria era da “Maria de Savino” e “Peppo de Scanola”, sotto l’albero di gelso rosso accanto al pozzo diroccato.


Per me, era un rito legato all’infanzia.
Maria, scattante, alta e sempre asciutta, prendeva un lenzuolo, che tutti tenevamo per i lembi, e cominciava a scuotere l’albero. Dai rami, come per magia, cadevano i gelsi.
Io, non resistendo al profumo e all’odore di dolce, mi precipitavo a mangiarne quanti più ne potevo. Sotto, era il pozzo.
Mi piaceva osservare quel secchio di ferro precipitare sul fondo e, toccando acqua, emettere un tonfo sordo, profondo. La catena si lanciava nel vuoto, verso il buio.

Dall’alto, si vedevano leggeri i riflessi dell’acqua fresca, in cui, di notte, si specchiava la luna… Non mangio gelsi da anni.


E da anni non vedo alberi di tale frutto che evoca l’oriente.
Non so se l’albero e il pozzo siano ancora lì, dove io immagino che siano, sulla sinistra prima della casa di Maria, tornando a Lioni.
Però, nelle prime sere di luglio, quando anche a Genzano l’aria sa di grano e, nella campagna più aperta è possibile incontrare le lucciole, mi piace pensare che tutto sia rimasto immobile, a Santa Maria “Gnano”.
Che dai robusti rami della pianta di gelso, mossi da qualcuno, cadano quei dolci frutti che sanno d’antico e che il secchio, cigolando ormai arrugginito, continui a precipitare nel pozzo, incontrando l’acqua e portandola a galla.
Proprio come oggi, a distanza di anni, riaffiorano e salgono i ricordi dai meandri nascosti e tortuosi dell’anima mia

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L’albero, tagliato a metà da un muretto, nasconde parte del paesaggio che sto ammirando.

Mi trovo in un posto dove di alberi ce ne sono pochi. Questo albero, che non mi consente una visuale completa di quello che ho di fronte, è uno di quei pochi che è riuscito ad attecchire in questa zona.
E pensare che, qualche centinaio di metri più a valle, di alberi ce ne sono a migliaia: sono i boschi della fascia mediana del vulcano più alto d’Europa.

Il mio albero solitario è riuscito a crescere fra le vecchie lave che il vulcano ha eruttato in migliaia di anni e io voglio, in questo momento, che faccia parte di quello che la mia vista sta trasmettendo al mio intero sentire.


Conoscendo quello che vedrò, avverto i primi brividi di piacere.
Qui dal costone in cui sono, faccio ancora qualche passo affinché quell’albero si sposti un po’ e mi permetta così, suscitando sensazioni sempre più intense, di ammirare nella sua completezza un immenso spettacolo che la natura ha creato: la Valle del Bove a Zafferana Etnea.


Ci si arriva percorrendo un sentiero che parte da Monte Pomiciaro, che dapprima si insinua in mezzo ai boschi di castagno, quindi, man mano che gli alberi si diradano, si inerpica fra le vecchie lave ricoperte di muschi e licheni, fino a che queste diventano nude e aride.
Qui il sentiero, tracciato dagli innumerevoli passi dei visitatori, avanza stretto fino ad essere il divisorio di due costoni. Il sentiero, oggi leggermente appiattito, e i due costoni rimandano ad un’immagine che evoca un mondo rurale ormai scomparso: siamo giunti sulla schiena dell’asino.
Quindi appena l’albero lascia libera la visuale, sulla mia destra si apre improvvisa la valle che, ad ammirarla ti costringe a sederti, ti fa immergere in quella natura diventando così un tutt’uno con essa.


Brividi di piacere e sensazioni di pace assoluta ti pervadono.
Serbatoio naturale di lave fuoriuscite da quel versante del vulcano, rappresenta un sicuro sbarramento al correre del magma verso i centri abitati vicini. Questa immensa conca si formò quando una parte dell’Etna collassò sprofondando per centinaia di metri.
Le sue pareti, spesso irregolari, prendono il nome di serre come quella chiamata delle Concazze. Questa, invece, che culmina con la schiena dell’Asino, è più regolare delle altre e viene chiamata serra del Salifizio (scorpione).
Riprendo il cammino e mi accingo a raggiungere il punto finale del sentiero sormontato da una croce di ferro. Lì mi siedo e il mio sguardo spazia a 360 gradi, ammirando la maestosità del luogo.
Quindi si spinge oltre.
Dopo il grigio delle lave vecchie e il quasi nero di quelle più giovani, ecco il verde dei primi pini, poi quello più fitto dei castagni ed infine il mare che brilla da lontano di un azzurro intenso.
La costa si svolge sinuosa fino ad intravedere Taormina e, ancora più lontano, il continente con i primi rilievi della Calabria. Mi giro e le lave, inerpicandosi e diventando sempre più indefinite, sfumano in un blu-grigio che è il colore dominante del vulcano visto da lontano.
Ogni volta che raggiungo questo posto è come se lo vedessi per la prima volta. Qualcosa appare cambiato, colgo qualche particolare nuovo o che non avevo visto, ma ogni volta si rinnova quella stessa sensazione di pace e tranquillità interiore.
Questo è un luogo dell’anima, quasi una medicina, o meglio, una droga, della quale non si può farne a meno. Purtroppo devo patire lunghi periodi di astinenza ma, ogni volta che torno in Sicilia, la mia dose è sempre a portata di mano ed io avido ne approfitto sempre.
Rimango un tempo indefinito a godere di questo spettacolo, facendo mio un verso del mio poeta preferito: “e il naufragar m’è dolce in questo mar”.
Poi sazio di quel cibo per la mente, riprendo il cammino verso casa, dando un silenzioso e speranzoso arrivederci alla mia valle.
 

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È sempre stato il mio sogno, decorare la ceramica in stile siciliano.
Un giorno, grazie ad una mia amica, vengo a sapere che ad Aci Sant’Antonio un maestro decoratore di ceramica tiene un corso per un gruppo di amiche nel museo del carretto siciliano.

Si narra che Aci Sant’Antonio deve la propria origine da Jachium, misterioso insediamento di origine greca del quale oggi non si hanno più tracce.
Una ridente cittadina situata tra il mare e le pendici dell’Etna, e si presume sia stata fondata nell’anno 1169 da un nucleo di abitanti che, a seguito di forti scosse di terremoto, lasciarono la zona costiera per ritirarsi in queste contrade ricche di boschi.
Aci Sant’Antonio si vanta di essere la città del Carretto Siciliano, ed è proprio il suo museo ad esso dedicato, una delle maggiori attrazioni da visitare.
Questa tradizione iniziò a svilupparsi già dal XVIII secolo, periodo molto fiorente nell’ambito commerciale.

Nacque così l’arte del Carretto, dalla costruzione alla ricca decorazione, espressione artistica portata al massimo livello dal maestro Domenico Di Mauro venuto a mancare recentemente all’età di 103 anni.
Tramite la mia amica Marinella, chiedo di potere accedere al corso di decorazione. È così che inizia la mia avventura.
Appena entrata nel museo, l’emozione è grande quando vedo un carretto siciliano messo a riposo tra le balle di paglia dopo una vita di onorato lavoro nei campi.
Per un attimo vado indietro nel tempo e mi rivedo bambina nella mia assolata campagna sul carretto siciliano, con mia nonna Sara e la dolce Nina, che poi tanto dolce non sembrava quando si imbizzarriva al passaggio di qualche rara auto.
Il sorriso di Salvo, fiero allievo del grande maestro già citato, mi riporta al presente, e vengo accolta come fossimo amici da sempre.
Il mio sguardo si posa sulle pareti ricoperte di ceramica e sul tavolo già pronto per la lezione, così inizia il mio viaggio tanto desiderato.
Pian piano, lezione dopo lezione, con la guida di Salvo, tra il chiacchiericcio e le risate con le amiche, realizzo i miei primi lavori.
La prima volta che assisto all’apertura del forno, lo stupore è grande, i colori brillano, sono pieni di energia, vien voglia subito di mettersi al lavoro per ripetere infinite volte la magia.
Adesso, dopo questa quarantena, non vedo l’ora di tornare al museo, il mio Don Turiddu da completare mi aspetta, con le mani sui fianchi e lo sguardo fiero perso nell’orizzonte della vita.

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