Il mio legame con Castel di Ieri, un paradiso fra le superbe montagne Abruzzesi

Dalle mie parti il vento non arriva quasi mai.
Se si avvicina, resta intrappolato alle spalle delle montagne e sta zitto o parla a voce bassa, come un bambino nascosto dietro una tenda.
Dorata e secca d’estate, avvoltolata alle recinzioni degli orti e ai rovi di more, questa terra diviene opaca d’autunno e già ai primi di settembre impallidisce, corazzandosi di addii e cove di rondini in partenza.
D’inverno tace, si contrae come buccia indurita all’aria e mentre dorme si argenta di nebbie, tra passaggi di istrici e volpi, poi a primavera si ripete, umettata e impaziente coi bocci selvatici che spuntano nervosi dietro ai sassi e le distese abbandonate di erba medica.
Il mare da qui è lontano centinaia di passi, oltre la screziatura delle cime, forse ad un certo punto si inizia a vederlo affiorare dal basso, quasi fosse il cielo intorpidito in terra. Il mare non è di qui, è di un’altra razza, è solo una leggenda forestiera, uno svago frivolo per chi si scompone alle correnti.

La mia terra è un’isola senza acque, cinta di terra, di valichi nudi e boschi ispidi, ricamata a faggeti e primule, sporta al freddo, ai ceppi ardenti, al silenzio.


Castel di Ieri ha il nome di una fiaba, di un’antica magia che resiste al tempo, tramandandosi di voce in voce.
È un piccolo punto al cospetto dell’immensità del pianeta, eppure contiene ogni cosa, ogni parola e ogni silenzio. Si erge ritto su un cucuzzolo, vigile e discreto come un animale solitario.
Lo si intravede da lontano, curva dopo curva giungendo da tutte le direzioni: da qualsiasi angolazione lo si osservi, il paese rivela un profilo inedito e delicato che sprofonda in un tappeto di boschi e rocce millenarie.
Sulla piazzetta all’ingresso del borgo, a primavera svettano i fiori rosa dei mandorli, che vanno a sfiorare la pietra bianca della facciata della Chiesa madre, quella di Santa Maria Assunta.


Il cielo abbraccia il cerchio luminoso di case per poi scomparirvi dietro, mentre annodate in fila ad una ad una, le abitazioni procedono e si arrampicano come perle immobili della stessa collana.
Piccole stradine si stringono tra le mura, intersecandosi con altre ancora più strette, per poi aprirsi in minuscoli slarghi battuti dal sole, da dove impera il panorama interminabile dei campi e delle montagne e, a fine giornata, appaiono nuvole di ogni colore.
Si innalzano balconi e piccoli terrazzi, finestre fiorite e tendine ricamate a silenzio: questo è il centro storico di Castel di Ieri, attraversato dai suoi vicoli profumati e sempre freschi anche d’estate, persino quando il sole non è ancora tramontato.
Qualche rumore impercettibile, la bottega del falegname, un gatto che cammina raso al muro, un paio di piccole tovaglie stese ad asciugare, il cinguettio appuntito di qualche passero e ovunque, come si trattasse di invisibile polvere incantata, un diffuso senso di pace.
La torre è lì nel punto più alto, vedetta silente di voci, salite, giochi, battaglie, nascondigli, segreti. Da più di ottocento anni veglia sul paese, testimone dai tempi più antichi di un Tempo più grande e inafferrabile che pure continua a trascorrere e non si ferma.
Chi passa di qui, resta incantato da un’atmosfera che non è solo bellezza, non è soltanto pace.


Anche quando sta per farsi notte e il sole va a coricarsi, mentre l’orizzonte violaceo confonde il cielo e le montagne in un’unica linea, Castel di Ieri si illumina di una luce calda, accogliente. Le pietre delle mura e delle case si tingono di un giallo intenso, l’aria si raffredda e il buio si distende sul paese.
Giungere qui, restarci soltanto qualche ora o decidere di rimanervi per più giorni, venirci in estate quando i turisti riempiono le case vuote, oppure in pieno inverno, oppure in pieno inverno, quando il freddo tagliente gela l’aria e le montagne, è un modo per riconciliarsi con la dimensione esatta della propria esistenza.
Il passato riaffiora di continuo tra le strade di Castel di Ieri: forse nel nome stesso è scritto il suo destino.
Un luogo in cui il tempo si è fermato per ottenere chissà quale riscatto, o più semplicemente un posto in cui la memoria e la fantasia si fondono, proprio come accade nei sogni.

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Genova vista da un’altura qualsiasi (della) città appare nella sua caratteristica strozzatura tra monti e mare, ma vista da Spianata Castelletto è di una bellezza mozzafiato.
[caption id="attachment_116214" align="center-block" width="750"] Genova by Paola Chiappini[/caption]
Al turista che ha solo una giornata o anche solo qualche ora da dedicare alla visita della città è facile consigliare di prendere da Piazza Portello l’ascensore in stile liberty “Castelletto Levante”, un’ascesa di 57 mt. per arrivare al belvedere.
All’imboccatura dello stesso troneggiano i versi della poesia di Giorgio Caproni “L’ascensore”:

“Quando mi sarò deciso/ di andarci in paradiso/ ci andrò con l’ascensore/ di Castelletto”.


La Spianata è oggi un balcone sulla città, ma fino al 1849 vi si trovava la fortezza di Castelletto, spianata, per l’appunto, a furor di popolo in quanto considerata sito pericoloso in caso di occupazione nemica.


Oggi al visitatore questo panorama dal balcone cittadino è a perdita d’occhio.
E così, è facile ammirare il Centro Storico, con le guglie delle principali chiese in bella mostra: la Cattedrale di San Lorenzo, la basilica inferiore di Santa Maria delle Vigne, la Commenda di Prè con la chiesa di San Giovanni, Santa Maria di Castello, la chiesa sconsacrata di Sant’Agostino.
Ma anche i grattacieli che descrivono un passaggio storico al XX secolo.
E tra la fitta rete di vicoli, come non si può non far scorrere il pensiero alle canzoni di Fabrizio De Andrè che qui aveva tratto ispirazione?


Allungo di poco lo sguardo e vedo il cuore pulsante delle attività cittadine: il porto (il principale d’Italia, tra i primi in Europa) che brulica di lavoro, le gru dei terminal pronte al carico ed allo scarico delle grandi navi portacontainer, ferme sui moli all’interno della diga foranea.
[caption id="attachment_116208" align="center-block" width="750"] Genova by Lucia d'Atri[/caption]
Là dove la città ha riconquistato gli spazi del vecchio sito portuale, ecco il Galata Museo del Mare che racconta la nostra storia di naviganti, di cantieri navali, di compagnie marittime e di “scagni” (i tipici uffici delle innumerevoli attività legate alle merci in import ed in export) e ripercorre anche la partenza delle navi piene di migranti del secolo scorso verso un nuovo mondo e nuove speranze.
E allora un’emozione non può mancare ripensando all’interpretazione di Bruno Lauzi della canzone tradizionale genovese “Ma se ghe pensu...”.
Lo sguardo continua a scorrere da levante, ovvero ai quartieri residenziali di Albaro, Sturla, Quarto, Quinto e Nervi con Sant’Ilario, verso il complesso del Porto Antico, via via correndo a ponente, inciampando all’improvviso nella Lanterna, simbolo della città, il cui faro ha tracciato la rotta dei naviganti in arrivo nella città ligure fin dal 1128.
Fantastico il contrasto tra il reticolo brulicante di vita dei vicoli, racchiusi tra il Porto e la Via Garibaldi, sottostante la Spianata, un tempo chiamata Strada Nuova, sede dei principali Rolli, e l’infinito del mare. 
I Rolli, ovvero le liste di splendide dimore nobiliari le cui famiglie facevano a gara per ospitare alte personalità in transito a Genova. 
[caption id="attachment_116205" align="center-block" width="750"] Genova by Paola Chiappini[/caption]
Sono 114 i palazzi iscritti ai Rolli genovesi, di cui 42 inseriti dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’umanità. Ma per visitarli occorre una permanenza più lunga a Genova e un articolo specifico a loro dedicato.
Prima di riprendere l’ascensore per scendere nella vita che palpita del centro cittadino, un fugace sguardo al “NaveBus” in partenza, il servizio di trasporto pubblico cittadino che dal Porto Antico percorre tutto il tratto del porto fino a Pegli. 
Un trasporto pubblico che è anche un’occasione turistica, proprio come il panorama da Spianata Castelletto.
Un assaggio di Genova, in questo articolo, proprio come quando si esce da un forno cittadino assaporando la tradizionale focaccia.
Un assaggio, dicevo, utile al turista per incuriosirlo e farlo tornare a percorrere le decine di tour in una città che a pieno titolo si candida come una delle principali mete turistiche italiane.
Non basta certo un articolo per parlare di Genova, né è questa l’intenzione, ma per iniziare era necessario distribuire pillole di bellezza artistica e naturalistica.

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C’è un posto in questa città, nella mia città, in cui un solo scorcio, una sola briciola di tutto il paesaggio ti ricorda perché Sciacca ti sa di casa.


Perché riesci a dimenticare tutti quei difetti che rendono Sciacca un paese imperfetto.
Appena svoltato l’angolo, lasciandomi alle spalle l’odore forte delle panelle e della meusa, il caos della villa comunale e degli arrivi e delle partenze degli autobus, si concede a me il Mediterraneo che dolcemente dona le sue acque salate alle coste irriconoscenti della città.

Procedendo il mio cammino. Prima di affacciarmi completamente dalla lunga terrazza sul mare, sono obbligata a passare su un marciapiede di mattoni grigi che affianca un muricciolo in pietra alto poco più di un bambino ai suoi primi anni di vita.

Su questo muretto sta il mio rifugio personale e quello di tante altre coppie di innamorati.


Un’erbetta di qualche centimetro, spesso incolta, nasconde tra i suoi ciuffi verdi qualche fiore lilla e poche farfalle bianche.
Una panchina guarda oltre un corrimano di legno, verso il porto pieno di barche ormeggiate, o che si approssimano al ritorno in banchina, mentre i gabbiani bianchi volano in picchiata attratti dall’odore del pesce appena pescato.
Sono qui, incantata sul marciapiede grigio e un gatto dalla folta pelliccia nera mi sfreccia davanti, incurante di me e delle macchine, accucciandosi sotto l’ombra di un poderoso albero.
Un albero dal tronco inclinato e dalla chioma talmente grande da costringere tutti i rami a piegarsi verso terra, riservando per il gattino nero uno spazio al fresco tra l’afa estiva tipica della parte della Sicilia più vicina all’Africa.
Una moto passandomi vicina mi distoglie dal mio incanto, torno in me e riprendo così il cammino. Un lieve venticello mi scorre tra i capelli e mi conforta quel tanto che basta dal caldo.
Voltando il mio sguardo verso sinistra è inevitabile non notare il “tumore” della città.
Prorompente, maestoso, quasi faraonico, si staglia il frutto di uno dei maggiori architetti del novecento il Teatro Samonà.
Un’occasione per Sciacca di rendersi più affascinante, una vera “signora d’alta classe e di cultura”, eppure è lì con le spranghe alle finestre e le porte murate, un enorme cilindro di cemento grigio mai ultimato.
C’è chi propone di buttarlo giù così come si è fatto con l’antico teatro “Mariano Rossi”.


Ma così facendo tutti i topi e i gabbiani che vi si posano dove troverebbero rifugio?
Penso questo, e uno dei gabbiani che si riposava tra le vette del teatro si dà un forte slancio verso l’alto, le grandi ali bianche tese ad incontrarsi con il vento e il muso proteso in avanti mi costringono a seguirne il volo che taglia l’aria tersa.
Pochi passi più avanti dove la ringhiera diventa di ferro tra l’azzurro e il marrone della ruggine, posso finalmente immergermi nella vista del mare turchese.
Ogni onda infranta contro la costa scogliosa mi regala il profumo di sale e d’estate che ho aspettato per tutti gli interminabili mesi invernali.


Un piccolo sasso rotola sempre più veloce spinto forse dal movimento brusco di qualche animale e comincia a scivolare sul dirupo che precede la costa. Cammuddino se vogliamo chiamarlo con il suo vero nome.

In punta di piedi appoggiata alla ringhiera e con la testa piegata verso il basso intravedo il sassolino ancora in movimento, passa tra la vegetazione spontanea tipica del mediterraneo e si ferma su di una botola sul cui interno da piccola amavo fantasticare prendendo spunto dai brevi racconti di mia madre.
Si trattava di una botola di avvistamento per i soldati che nascosti lì dentro vedevano in lontananza le navi nemiche.
Allora la mia fantasia mi suggeriva le immagini di giovani soldati che veloci entravano nella botola passando attraverso uno stretto cunicolo buio, quasi claustrofobico che conduceva poi ad una grande e unica stanza con un grande vetro tutto sulla parete frontale.
Ma sono cresciuta senza mai scoprire cosa davvero ci fosse dentro quel tappo di pietra, e ancora amo fantasticarci su.
Lascio per un attimo il mare, la piccola macchia mediterranea e il cielo sulla mia destra, per indagare con la vista dalla parte opposta, tra i resti di una gloria antica e ora caduta, di un passato magnifico ma adesso tinto di un’amarezza quasi pietosa.
Il complesso delle terme era, fino a pochi anni fa, il centro vitale del mio paese. Un grande via vai di gente tra turisti e saccensi occupava le stesse strade che ora sto percorrendo nella più assoluta desolazione.

Le sale per i trattamenti termali e il grande bar adiacente erano sempre aperti. Ed era quasi una costante anche l’odore dell’acqua sulfurea che si mescolava a quello dei cornetti caldi appena sfornati.
Quanto amavo quell’odore.
Allora tutto aveva perfino un altro colore. Il rosa chiaro dell’edificio e il verde acceso degli alberi tutt’attorno, ora sono colori spenti. L’intonaco caduto rifiuta il suo grazioso colore e mostra le pareti grigie e nude, i pochi alberi rimasti, invece, perdono le loro foglie e si spengono.
Neanche il sole, che nel frattempo dipinge di nuovi colori il paesaggio, riesce a ridar vita all’atmosfera di abbandono.

Ormai sono le otto e il sole tinge il cielo di un leggerissimo arancione che vicino all’orizzonte si arricchisce di mille sfumature. Ai piedi del monumento ai caduti, due ragazzi che nella cornice del tramonto si scambiano un abbraccio tanto dolce quanto triste. I volti fissi nel vuoto guardano direzioni opposte tra loro.

L’ultimo raggio di luce insiste sulla terra abbagliando tutto, mentre l’orizzonte e il mare si macchiano di arancione e poi rosso.


Il sole muore e con il suo sangue macchia il mare che con ostinazione cerca di imitare la bellezza del cielo che, da azzurro è diventato rosa, arancione e poi amaranto.
Era l’ultima ora del giorno. Quello il loro ultimo addio.
 

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Pitigliano appare dietro una curva.
Perché Pitigliano non è. Appare.

Come una visione, come un sogno sognato da un'anima pura e folle. Aggrappata alla sua rupe, disegna geometrie non euclidee, spazi altri e impensati.
Buca il verde della foresta e si piazza lì, altera, tra la storia e l'eterno.
È uno schizzo color terra, una tufacea rappresentazione dell'umana capacità di pensare oltre il già pensato, di competere con la perfezione della natura attraverso una sapienza costruttiva istintiva prima ancora che razionale.
Un borgo così non si progetta.
Cresce, invece. Pietra dopo pietra. Un colle di tufo che diventa esso stesso città, sfidando la noia della gravità e del già visto.
Come un castello di sabbia pietrificato dai secoli, sperso in una terra prepotentemente verde e bella più di una carezza.
Le case a torre, il Belvedere, Palazzo Orsini, la cattedrale, l'antico ghetto.
Un florilegio di meraviglie arcane e orgogliose della propria unicità, che si snodano in un aggrovigliarsi di vicoli e di piazzette, messe lì a guardia di una bellezza austera e senza fronzoli.
Una bellezza che non ha bisogno di gridare, di agghindarsi per farsi notare. Talmente sicura di sé che se ne frega del tempo che passa.
Pitigliano è lì, e si mostra per quello che è.
Senza orpelli e senza trucco. D'altra parte è figlia della Maremma.
È il parto di una terra che non è mai stata illuminata dai riflettori, ma dalle stelle e dalle lucciole che la notte la rischiarano appena, selvaggia e brada com'è.
Capalbio, Sorano, Sovana, Saturnia. Nomi dolci, che si sciolgono in bocca e ci ricordano che non esiste una sola Italia, ma decine, centinaia, migliaia.
Tante quante sono i borghi che ci parlano una lingua che tutti noi dovremmo conoscere a perfezione.
La lingua della bellezza di un Paese di abbacinante splendore.
 

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Lo studio geologico delle rocce e dei depositi fa risalire la nascita di Ponza tra la fine del Terziario e il Quaternario antico.


La formazione di Ponza e di tutte le altre isole dell’arcipelago sarebbe inoltre avvenuta attraverso un processo di eruzioni laviche durato almeno 500 mila anni.
[caption id="attachment_115848" align="center-block" width="750"] Foto di Fabio Tomei[/caption]
La sua posizione geografica nel Tirreno, fece dell’isola una tappa strategica per gli approvvigionamenti, dapprima da parte dei Fenici, poi dei Greci (da qui il nome Eea come attesta Omero nell’Odissea) infine da parte dei Romani.
Durante il periodo Augusteo fu una località “turistica” frequentata da importanti famiglie imperiali.
Sull’isola sono tanti i siti dove ancora si possono apprezzare resti romani come cisterne romane, acquedotti e il tunnel romano di collegamento con la famosa spiaggia di Chiaia di Luna.

Ma ora passiamo a una delle tante storie moderne dei nostri amici ponzesi.


Sappiamo bene che la Marineria Ponzese per anni ha avuto una flotta peschereccia tra le più grandi di tutta la nazione.
Storie e vite di marinai ponzesi le troviamo in tantissime coste del Mediterraneo, dalla Toscana alla Sardegna, dalla Sicilia al Nord Africa.
Si dice che la loro maestria ha consentito di creare e trasmettere molte delle tecniche di pesca che ancora vengono utilizzate, come quella che consente la cattura del pesce spada, quella al bolentino di profondità per la ricerca delle cosiddette “pezzogne” (occhione in italiano, a mio parere il pesce più buono al mondo) e per finire la tecnica del “piombo guardiano” capace di adescare grandi ricciole e dentici di profondità.


Quest’ultima è stata inventata proprio da un Ponzese doc, dal grande “Don Ferdinando” Scarpati, ma questa è un’altra storia...
La storia che vi racconto oggi è quella di Silverio Aversano, detto Patalano:
“era un vecchio che pescava da solo su una barca nella corrente del golfo ed erano 84 giorni ormai che non prendeva un pesce”
(Il vecchio e il mare - E. Hemingway)."


Volevo iniziare così, proprio per descrivere l’amore per il mare del grande pescatore ponzese.
Chi conosce Silverio sa che solca il mare da 70 anni e lo fa ancora avendo superato gli 80 con la forza e l’entusiasmo di sempre.
La particolarità di “Patalano” risiede nel fatto di essere l’unico pescatore ponzese a non utilizzare alcuna tecnologia per riempire le reti: parlo di ecoscandaglio e GPS, che oggigiorno tutti i pescatori impiegano per individuare i giusti punti nave e le secche più pescose.

Silverio è fatto così, è refrattario alla tecnologia, a lui bastano i riferimenti visivi.


L’amore e la passione per il mare gli sono stati trasmessi dal papà Pietro che lo portava, seppur giovanissimo, a cercare fortuna nei mari Toscani.
Stiamo parlando di un periodo storico particolare, il secondo dopoguerra, anni molto duri e che a Ponza si sentivano con maggiore intensità date le scarse risorse presenti sull’isola.
In quel periodo il piccolo Silverio solcava il mar Tirreno da Ponza a Piombino per pescare i “castaurielli” (sgombri) che consentivano alla famiglia Aversano di “svoltare” la stagione.
Patalano nei suoi racconti descrive con precisione i baratti effettuati dal papà e dall’equipaggio, operazioni di scambio che consentivano loro di ottenere damigiane di vino, dai contadini Toscani, in cambio delle granseole (a Ponza chiamate “felloni”) pescate dalle loro reti.
Gli occhi turchesi di Silverio si illuminano ricordando i preparativi delle cene.
Per l’occasione, nella prua della barca, veniva preparato il “focarone” (un fuoco acceso con la legna avendo cura di inserire sotto di esso una lastra di metallo così da preservare l’imbarcazione) che serviva per cuocere la pasta.
Tali riti, ripetuti di mese in mese, di stagione in stagione, garantivano il sostentamento necessario alla famiglia Aversano e a quelle dell’equipaggio.
Oggi Silverio continua a solcare il mare per sé stesso e anche per tutti noi, perché è sorprendente vedere un ottantenne salire e scendere dal proprio gozzo con l’agilità di un ragazzo.
[caption id="attachment_115851" align="center-block" width="750"] Foto di Fabio Tomei[/caption]
Approdando a Ponza potrete riconoscere Patalano dagli occhi, perché

“l’uomo che ha conosciuto il mare [...]
ne conserva la meraviglia nello sguardo”
(da La vedova scalza di Salvatore Niffoi). 
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Quando circa 18 anni fa ebbi l'occasione di visitare il paese, fu amore a prima vista.
Io e la mia famiglia già frequentavamo l'Abruzzo, in quanto mio suocero originario di Alfedena aveva trasmesso a mio marito, già da piccolo, l'attaccamento a quei posti e per i luoghi di un retaggio storico e culturale.
L'estate, le nostre vacanze di agosto sono da sempre dedicate alla montagna e anche le nostre figlie sono cresciute in questo clima.
Capitò di andare a trovare dei nostri cari amici, già stabilmente trasferiti a Civitella e di cominciare a viverne ogni dimensione tramite la collettività e la condivisione di intere giornate. Anche in momenti caratteristici come Natale e Pasqua, quando il paese è vivo di eventi tradizionali e festeggiamenti.

La neve, il presepe, la fiaccolata, le celebrazioni religiose ed il calore degli abitanti ci conquistarono il cuore. La bellezza del piccolo paese, la natura selvaggia e il profumo del tempo passato scolpito nella pietra, ci hanno legato indelebilmente a questo posto di sogno, rendendoci nel tempo parte integrante della sua realtà.


Trovammo quindi, tramite i nostri amici, una casetta in affitto per tutto l'anno: un appartamentino caratteristico e funzionale nel cuore di questo suggestivo borgo medievale, nei pressi di piazza Mercato.
Qui la vita si fermava dilatandosi, assaporo ancora adesso l'atmosfera nostalgica della convivialità, dell'amicizia scevra da condizioni ed età, dall'imposizione della fretta e dei ritmi frenetici.
Le ragazze sono cresciute tra questi vicoli che custodiscono i loro giochi: le ‘cacce al tesoro’, le scivolate con carretti di legno, il pallone, le loro corse all'aria aperta a contatto con l'espressione più genuina di un vero ambiente privilegiato.
Hanno coltivato amicizie vere che durano dall'epoca del nostro arrivo, una comitiva affiatata che vive l'estate in una dimensione alternativa rara ormai da trovare.
Le stagioni si snodano alternando paesaggi e colori, amo passeggiare e vivere in questi quadri caratterizzati dai rioni, dalle imponenti scalinate, dai grandi portali e la pietra viva. Tra le stradine e i sanpietrini che custodiscono angoli suggestivi, caratterizzati dai balconcini in ferro battuto e dai davanzali ornati da variopinti gerani discendenti.
[caption id="attachment_113914" align="center-block" width="750"] Civitella Alfedena by Benedicta Mary Lee[/caption]
Civitella Alfedena rispecchia fedelmente la connotazione dell'antico borgo di montagna, strutturato a misura d'uomo, rispettando la sua identità e le sue origini storiche e culturali. Armonica e stupendamente ubicata concede una dimensione onirica e per me ormai è casa, un posto magico dove ritemprare lo spirito e dove trovare ispirazione.

L’estate


L'estate la comunità si attiva nella preparazione di eventi attrattivi che sono la sua tradizione. Baluardo culturale di inizio agosto è il Festival “Ste parole che vaij 'rracchiappenne” che si svolge nel Centro Culturale del paese ospitando il teatro dialettale.
Il resto del mese offre eventi folkloristici quali la “Sagra della Scurpella” una locale pizza fritta circolare, preparata durante la nottata precedente da varie persone e dai ragazzi del paese. Si sporcano le mani, respirano la farina, loro le nuove generazioni, vivono la compartecipazione attiva alle tradizioni del borgo.
Chi collabora alla realizzazione, ha il privilegio di assaggiare la scurpella calda, appena fritta, e condividere la fatica nello sbattere l'impasto a mano secondo l'antico metodo tramandato di generazione in generazione.
Il giorno della festa, serpeggia una frenesia silente che anima il paese di una trepidante attesa.


La prima volta che ho seguito la sfilata, rigorosamente in costume tipico, ne sono rimasta rapita. La musica, i balli folkloristici sono l'anima di una storia, l'emblema di una gioia semplice, il rispetto di ciò che è stato si riflette nei volti accesi che termina nell'armonia dell'accoglienza, vino e la vendita di dolci.
Mia figlia, divenuta civitellese ad honorem, partecipa vestita con il costume d'epoca fin da quando era piccola.
Il 21 Agosto, tutti i membri della mia famiglia, compreso il mio nipotino, che lo scorso anno ha intrapreso la sua prima esperienza, si apprestano ad affrontare il pellegrinaggio al Santuario proprio della Madonna nera di Canneto, evento irrinunciabile, in cui parte la tradizionale Compagnia del paese, che annualmente si rinnova includendo piccoli neofiti.
Il più giovane del pellegrinaggio porterà al ritorno la fronda simbolo del paese in cammino.
Vedere mio nipote scendere affaticato, ma orgoglioso di questo ruolo, mi ha profondamente commosso, donandomi la consapevolezza che quest'evento che lo forgerà negli anni a venire, è stato e sarà per lui, come per noi, una grande opportunità.
L'ultima settimana è dedicata al Civitella Alfedena Folk Festival, canti e balli popolari frastornano le strade e o vicoli culminando con la serata “Te l'ho portata la serenata” canti d'amore e serenate in un'atmosfera pregna di sentimento e storia che affiora in ogni pietra di questo borgo accattivante.
Abitando per anni in quel rione ne ho potuto assaporare ogni risvolto, condividendo l'ebrezza della preparazione, e la bellezza di quella serata in cui tutto si ferma sulle scale di piazza Mercato.

Dopo l’estate arriva l’autunno


La montagna vive e colpisce, i boschi, le radure, le scarpate, i sentieri, il lago azzurro in cui si specchia, la natura muta al susseguirsi delle stagioni, le chiese, le fontane, le case di pietra parlano del loro antico retaggio.
Nelle giornate autunnali il paesaggio si veste del verde dei faggi, che sfumano nei toni del giallo-marrone accostato al fiammeggiante rosso degli aceri, e si respira un inebriante profumo che chiama riportando odori e sapori di un tempo perduto, che qui rinascono, risvegliando memorie sopite.
[caption id="attachment_113905" align="center-block" width="750"] Civitella Alfedena by Benedicta Mary Lee[/caption]

E l’inverno…


L'atmosfera rarefatta e l'aria rigida e secca dei 1200 metri ci accompagna nei lunghi silenzi d'inverno, il bianco della neve che copre e accompagna un'incantata solitudine raccontata dal suo diegetico sonoro. Una bomboniera spolverata di zucchero filato, Brigadoon si nasconde nel rigore dell'inverno per riapparire il 30 Dicembre quando ha luogo la bellissima e suggestiva “Fiaccolata”.
Dalla Rotonda Panoramica di Santa Lucia si possono ammirare, sulle pendici delle montagne circostanti figure illuminate che brillano nel buio della notte, accompagnate da musica e suoni.
La fiaccolata termina con la sfilata delle torce tremolanti che vanno ad alimentare un grande falò al centro della rotonda e con fiumi di vin brulè che scalda e unisce nella serata più emblematica prima della fine dell'anno.
Situato lungo le strade e piazze del paese si può ammirare il particolarissimo presepe di carta pesta a grandezza naturale, dotato di sonoro e ambientazioni realistiche fino alla grotta dove è posta la Sacra Famiglia. Anch'esso imbiancato è il preludio e l'abbrivio al Santo Natale.
Le feste vissute qui hanno un'intensità diversa, hanno un sapore di buono, di antico, rumore di festa e suono di campane e il paese ne condivide la gioia come più nessuno fa.
Civitella ha un suo inno scritto da un talentuoso musicista locale che cita i suoi abitanti come figli delle stelle, le ragazze son tutte belle e i ragazzi sono figli del Paradiso, mentre il ritornello ripete festosamente “Civitella sei la più bella!”
Ho trovato la magia distesa tra i monti di ogni speranza, un angolo di Paradiso dove il tempo è irreale, dove la vita semplice esalta alcuni valori fondamentali facendo capo alla memoria.
Ogni volta che parto so che tornerò, qui, dove lascio un pezzo di cuore, qui, perché Civitella è 'u paese me'.

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È Roma!

 

Ma anche Castellammare di Stabia


Roma è una terra ancestrale che mi provoca un sentimento arcaico, atavico, antico. Una città in cui sono vissuto per un periodo importante della mia vita. Una città per la quale provo una sorta di sindrome di Stendhal che mi oblia ogni cattivo pensiero.

La Caput Mundi che urbi et orbi si relaziona all'intero pianeta, all'universo galattico e al cosmo remoto per la sua magnificenza creativa, per la potenza magnetica e tellurica che evoca attraverso i suoi sette colli.
Una città oggi è spiritualmente attanagliata da poteri oscuri di lungo corso dal Vaticano a tutte le forti istituzioni che ruotano intorno. Istituzioni apparentemente autonome come i palazzi del potere dello stato italiano.

Castellammare di Stabia invece, è una bella questione un po’ spinosa poiché è la città che mi ha dato i natali e in cui ho riversato molta emotività della mia vita.
Perché Castellammare di Stabia è un paradiso perduto rovinato da scimmie. Come dice anche una vecchia narrazione del 1600 d.C. che racconta di un dialogo tra Gesù e Dio dove il primo domandava: "Padre mio, hai creato un paradiso in terra" "No figlio mio ci stanno gli stabiesi".
Castellammare è una città antica, ricca di storia che risale ancora prima dei romani: alle popolazioni Osce.
Poi la fondazione romana di Stabiae e delle sue ville patrizie in cui è vissuto e vi è morto Plinio Seniore, stretto amico di Cicerone. Era la famosa esplosione del fu Monte Somma, oggi denominato Vesuvio, quell’eruzione magmatica del 79 d.C. che ricoprì anche il borgo mercantile di Pompei.

Castellammare di Stabia è una città ricca di risorse naturali come la bellezza di una concentrazione di ben 28 sorgenti di acque minerali. Ognuna con legami spirituali e magnetici sul territorio che lo hanno trasformato in un’opera d'arte. Come i templi dedicati ad Apollo e a Diana e poi nascosti dalla costruzione di chiese che nei secoli hanno sostituito i culti pagani con quello cattolico.
Una città incastonata tra il fiume Sarno, le campagne interne e la costiera napoletana. Una città alle pendici del monte Faito al centro della catena montuosa dei monti Lattari che inarcano l’intera penisola sorrentina fino a Capri.
Una città famosa per la sua tradizione termale, già conosciuta dai patrizi romani, e per la cantieristica navale che risale alla Repubblica Marinara di Amalfi. Qui sono state costruite imbarcazioni famose come la "Amerigo Vespucci", la superba nave scuola della marina militare italiana che tanto ci inorgoglisce.
Ho fatto volontariato per più di 30 anni nel mio paese, fin dalla tenera età dei miei 13 anni, con la speranza di migliorare e valorizzare la città di Castellammare di Stabia ma i miei sforzi sono risultati vani.
La mia generazione ha fallito perché era composta da giovani che sono emigrati altrove in Italia e all'estero per trovare la propria realizzazione personale. Ben pochi di quella generazione degli anni ‘90 è rimasta sul territorio. Una storia di fallimenti ereditati dalle generazioni precedenti che non sono state capaci di trasmettere le redini del potere alla generazione attiva successiva.
Per non parlare di poteri oscuri locali che cercano e hanno sempre cercato di controllare il governo locale con le loro influenze e per loro interessi.

Ma oggi nessuno può uscire e scappare. Forse è giunto il tempo di riflettere su come valorizzare quello che abbiamo.


La mia relazione con Castellammare di Stabia è nonostante tutto il risultato del rapporto con un territorio dove mi sono sempre sentito a mio agio per le sue caratteristiche urbanistiche e per il forte senso identitario.
Un senso che talvolta è diventato un campanilismo assordante che si dimentica di essere parte del un sostrato nutritivo più grande. Non soltanto una radice fondamentale della storia culturale partenopea, ma un ramo fondamentale della cultura italiana nazionale.
Un senso che supera il mito utopico di una Europa dei Popoli.
Sognavo e sogno un Italia liberata dalla turbolenza dei poteri occulti e globalisti, di riuscire a valorizzazione le nostre tradizioni più remote e di far rifiorire una cultura identitaria consapevole del rispetto verso il nostro pianeta Terra. L’unico sistema vivente a cui apparteniamo tutti.
E il rispetto delle altre culture nazionali di tutti i cinque continenti, sarà proprio il sostrato in cui anche Castellammare di Stabia può ritrovare quel sentimento smarrito di essere una figlia di Roma, un appoggio all'Europa e un fiore dell'intero continente di Eurasia.

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“A tutti voi Mercanti di qualsivoglia Nazione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Grechi, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, ed altri, concediamo reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire stare, trafficare, passare, abitare con le famiglie, e senza partire, tornare e negoziare nella città di Pisa e terra di Livorno.”


Così nel 1593 Ferdinando I de Medici invita chiunque a venire a Livorno. Fino a quel momento non era altro che un luogo con un porto che era stato anche rifugio per quegli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna.

Pochi anni dopo, agli inizi del 1600, Livorno viene eletta a città vera e propria. Una città che aveva tra i suoi abitanti genti di tante nazioni e di tante religioni.
Ognuno aveva il suo commercio ed era libero di seguire la propria religione, infatti a Livorno vi erano chiese anglicane, greco ortodosse, moschee e sinagoghe, alcune ancora oggi esistenti.
Il commercio si sviluppò subito diventando fiorente e gli ebrei, che diversamente da altre città o nazioni, a Livorno non ebbero mai l’obbligo o la necessità di avere un ghetto, formarono un tutt’uno con la città. Ed ancora oggi è così.


Gli ebrei adottarono anche una lingua tutta loro per poter scambiare informazioni senza essere capiti: questa lingua è il Bagitto formato da greco, turco, italiano, toscano, veneziano, ebraico, spagnolo, portoghese e yiddish, ed è stato in uso fino al 1950.
Il Bagitto ha regalato tanti vocaboli al vernacolo livornese come ad esempio ‘ti sciagatto’ che deriva dall’ebraico “sciahàt” che significa scannare o macellare. Per cui ‘io ti sciagatto’ in livornese vuol dire ti picchio tanto da macellarti.
Tutti a Livorno avevano il loro spazio: la loro fede, il loro tribunale e tutti commerciavano. La città aveva bisogno di espandersi e il Pentagono costruito dall’architetto dei Medici Bernardo Buontalenti tra la metà del 1500 ed il 1600 iniziò ad essere stretto.
Il Pentagono era racchiuso da alte mura, da torrette ed era circondato da fossati, da qui il nome in uso dei livornesi “Fossi” e non canali. Il pentagono era l’originale sistema murario che proteggeva la città e il nome deriva dalla sua forma: cinque lati e cinque baluardi ad ogni vertice che rendevano Livorno una cittadella fortificata.
I Fossi furono ampliati come la città che si espanse sempre più. Furono usati come via per il trasporto di merci che, arrivate in porto, venivano scaricate e trasportate lungo di essi direttamente nei magazzini, creati proprio sui fossi, con accesso diretto sotto i palazzi dei vari mercanti.
L’espansione richiedeva terreni e la zona era acquitrinosa e difficile da edificare. Ma a Livorno e ai livornesi non è mai mancato l’ingegno.
Chiamarono maestranze da Venezia e costruirono su quei terreni acquitrinosi con la tecnica dei maestri veneziani, su palafitte, creando così la “Nuova Venezia”, un quartiere interamente circondato dai fossi.
Di Livorno per un Livornese ci sarebbe da dire tantissimo, soprattutto del suo mare.
Il mare di Livorno è per noi qualcosa di fisico, di personale, di intimo.
Si può andare via da Livorno ma si deve sempre tornare, per noi livornesi è necessario, quasi vitale.
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