27 Settembre Giornata Mondiale del Turismo - Cattedrale di Santa Maria Anagni by Carlo Ribaudo
27 Settembre Giornata Mondiale del Turismo - Cattedrale di Santa Maria Anagni by Carlo Ribaudo

Anagni è un antico veliero ormeggiato su una collina.


È bello immaginarsela così le mattine d’inverno, quando la nebbia che sale dalla pianura lentamente la ammanta, e da lontano si scorge soltanto il campanile del Duomo. Un albero maestro di pietra bianca messo lì apposta per graffiare il cielo.
Quando i comignoli issati sui tetti delle antiche case ricominciano a borbottare, sbuffando intricati arabeschi di fumo grigio. Quando dai vicoli, ovattato, risale il metallico clangore delle cerniere dei portoni di legno che si aprono al nuovo giorno, mentre le finestre delle bifore medievali si spalancano cigolando.
I gatti randagi, ancora insonnoliti, osservano curiosi quell’umano brulichio, che a loro, spiriti liberi, deve apparire come una liturgia monotona e ripetitiva.
Ecco, Anagni è una nobile nave. E ora è pronta a salpare di nuovo.
Qualcuno, sotto le colonne di un vecchio porticato, tira su a fatica la pesante ancora di ferro. E la città dei Papi ricomincia a veleggiare, dondolando aggrappata a vaporosi flutti di nuvole vagabonde. Come per magia, vede dall’alto il suo riflesso terreno e naviga attraverso i secoli.
Da lassù, chiara, appare nel suo nitore tutta la sua storia. Si scorgono gli Ernici che costruiscono le sue mura, per farne una delle cinque città saturnie; ecco i Romani, adesso, che la conquistano e le danno dignità di municipio.
Poi, d’improvviso, appaiono colori festosi e sgargianti a riempire lo sguardo dei naviganti. Sono gli uomini e le donne del Duecento nei loro abiti alla moda, quando, sotto la signoria dei Caetani, Anagni diventa residenza pontificia e splendido esempio di città comunale.
Sembrano tanti puntini in movimento, che rimbalzano industriosi da una parte all’altra delle strade e delle piazze. “Eccoli!”, grida qualcuno dall’alto, affacciato alle paratie del vascello. E indica, lì sotto, i quattro papi anagnini. Bonifacio VIII, livido di rabbia per l’onta subìta da Filippo il Bello, passeggia nervosamente nei vialetti del suo Palazzo in attesa di fuggire.
Poi qualcun altro, incuriosito, punta il dito verso un uomo esile che cammina spedito. Ha uno strano berretto rosso a punta e un pesante volume di pelle sotto braccio. Scende a piedi dal Duomo verso Palazzo della Ragione e sembra assorto in mille pensieri. Ma è Dante! Sì, è proprio lui. Fanno appena in tempo a vederlo. Poi il veliero improvvisamente si piega.
Rolla, beccheggia, cigola. E fa rotta verso le campagne sottostanti, quelle che circondano le mura.
Vigneti, campi coltivati, prati verdi. Un baccanale di colori, di profumi. La natura urla la sua gioia, canta a squarciagola la sua gloria pagana e immortale.
E sotto il vascello, intanto, continuano a scorrere i secoli, pigri e indifferenti. Lentamente, si torna al nostro presente. Ora, ai naviganti, Anagni e le sue terre appaiono diverse. Le antiche pietre, però, sono ancora tutte lì.
A vegliare, a ricordarci chi siamo e da dove arriviamo. E a parlarci in silenzio delle nostre radici, profonde e floride. È tempo di rientrare in porto.
La nebbia del mattino si è diradata, e il sole ha cominciato a scivolare verso ovest, verso il tramonto. Il vascello si posa delicatamente sulla sua collina. Il campanile, davanti a un cielo di porpora, ammaina le sue vele.
L’Anagni di un tempo e quella di oggi tornano a essere una cosa sola. I suoi abitanti scendono da prua e tornano nelle loro case. Ma lo sanno già che domani si salperà di nuovo, perché un viaggio così dura tutta la vita.
Ed è bellissimo.

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Conoscete Josè Borjes?

Non è lo scrittore argentino ma un generale catalano arrivato a Napoli per combattere i Piemontesi con i Borbone. 

In Abruzzo è un mito e nel borgo di Sante Marie si può visitare un originale museo incentrato sulla sua figura di ufficiale: il Museo del Brigantaggio e dell’Unità d’Italia. Si possono ammirare documenti originali, fotografie e cimeli come gli abiti, gli armamenti e le monete.

Siamo nella Marsica che con la sua caratteristica posizione montana e di confine con lo Stato Pontificio, è stata una delle principali scenografie del fenomeno del brigantaggio. Un fenomeno complesso, dove povera gente contraria al nuovo Stato si trovò a combattere con chi resisteva all’arrivo dei Sabaudi e dove frange dell’esercito borbonico dovevano imparare la guerriglia.

[caption id="attachment_114187" align="pull-left" width="200"] Sante Marie by MDG Foto[/caption]

Josè Borjes era nato a Vernet nel 1813 e dopo una carriera nell’esercito, nel 1840 andò esule in Francia dove fece tanti lavori diversi. Nel 1860 cercò di mettersi a diposizione nell’esercito dello Stato Pontificio ma le autorità respinsero la proposta e allora fu contattato dal governo borbonico in esilio che cercava di organizzare una resistenza al sud Italia.

Borjes era un bell’uomo dai capelli neri e il fisico asciutto, voleva indossare una divisa militare e non aveva paura di gettarsi nelle battaglie seguendo l’esempio del padre. 

Siamo nel 14 settembre 1861, e da Malta Borjes sbarcò a Capo Spartivento in Calabria in cerca di governare il malcontento locale contro i Piemontesi. Era stato mandato dal Comitato Borbonico che non aveva capito la profonda frattura che si era ormai creata nel sud Italia dopo il passaggio di Garibaldi e il forte controllo dei Sabaudi. Gli era stato promesso dai Borbone un esercito numeroso ad aspettarlo ma Borjes non trovò mai nessuno se non poveri contadini che non sapevano tenere in mano neanche un fucile. 

Arrivato in Basilicata si unì con il brigante Carmine Donatello, detto Crocco, uno dei veri briganti che aveva a cuore una rivoluzione economica e sociale della popolazione. L’accordo fra i due prevedeva la creazione di un esercito regolare per conquistare Potenza ma la diffidenza del brigante fece naufragare il piano.

Insieme vinsero numerose battaglie ma non arrivarono a Potenza. Il piccolo esercito si sciolse e Borjes decise di muovere verso Roma per organizzare la resistenza dal nord. 

[caption id="attachment_114190" align="pull-left" width="200"] Sante Marie by MDG Foto[/caption]

Ha attraversato l’Italia con una marcia leggendaria e, passando per il Molise nella Piana delle 5 Miglia, arrivò a Sante Marie nella Marsica da dove cercava di raggiungere il vicino Stato Pontificio.

Nel suo cammino si era unito a volontari, soldati di ventura ma anche a banditi locali che approfittavano della situazione per saccheggiare e depredare chi incontravano.

Ma la sua storia terminò qui a Sante Marie in Abruzzo l’8 dicembre, nella masseria di Mastroddi vicino l’inghiottitoio di Luppa, dove è stato posto un cippo a ricordo della cattura del generale catalano. La sua fine è stata causata dal tradimento di Benedetto Ippoliti che rivelò al comandante della Guardia Nazionale il luogo del suo rifugio. 

Così terminò la storia del generale Josè Borjes che si arrese e fu catturato e portato a Tagliacozzo dove venne fucilato con altri 17 compagni d’arme. Viene ricordata la scena in cui Borjes cercava di arrendersi con la dignità di un soldato di un esercito avversario e i piemontesi lo umiliarono considerandolo invece come un bandito.

Con lui terminò la resistenza del Regno Borbonico e anche Sante Marie entrò nel nuovo Regno d’Italia. Iniziò un periodo di abbandono da parte di molti abitanti che andarono a cercare fortuna nelle Americhe e per molti anni la storia di Josè Borjes è entrata nelle leggende locali.

[caption id="attachment_114181" align="pull-left" width="218"] Sante Marie - Interno grotta di Luppa by Claudio Fortunato[/caption]

Dopo alcuni mesi, gli venne reso un omaggio tardivo seppellendolo in un cimitero a Roma per ordine del generale La Marmora anche per le pressioni di numerosi intellettuali. Durante la sua vita avventurosa, Borjes aveva tenuto un diario scritto in francese che venne pubblicato sin dal 1862 prima in francese e poi tradotta in italiano.

La sua storia leggendaria è stata illustrata in un fumetto del 1978 (L’uomo del Sud di Alarico Gattia) e rappresentata nel fil ‘o Re di Luigi Magni del 1989 e Li chiamarono … briganti! di Pasquale Squitieri del 1999.
 
Oggi Josè Borjes è entrato nella storia e in ricordo della storia di quel periodo è stato aperto un museo e inaugurato un suggestivo sentiero per il trekking che ripercorre i luoghi frequentati dai briganti.

Il Cammino dei Briganti è un sentiero ad anello percorribile in sette giorni lungo un percorso che varia tra gli 800 e i 1300 metri di quota. Si seguono le orme dei briganti della Banda di Cartore tra la Valdevarri, la Valle del Salto e le pendici del Monte Velino. La partenza e l’arrivo sono a Sante Marie. 

Per maggiori informazioni link https://camminobriganti.wordpress.com

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È un periodo strano, questo.

Siamo tutti chiusi in casa, abbiamo tempo per riflettere su di noi, i nostri rapporti, il mondo che ci circonda, su quel che siamo e quel che vorremmo essere. Ma non sempre questo è un "passatempo" facile ... comunque, a me ha fatto tornare in mente un periodo della mia vita altrettanto strano e decisivo.


Erano i primi di giugno del 2014 quando scopro che il mio matrimonio, alla soglia delle nozze d'argento, è finito. Sento il bisogno di allontanarmi dalla casa dove avevo passato gli ultimi 20 anni della mia vita. Mio figlio abitava già per conto suo, quindi ci saremmo trasferite io e mia figlia. 


Nessun posto particolare, una ricerca un po’ a casaccio, perchè il periodo e la situazione non permettono una mente lucida. In questi momenti si possono fare svariate esperienze, si possono fare incontri o buoni o cattivi ed io ho incontrato gente meravigliosa!
Mi incuriosisce un annuncio per una casa in affitto a Cartoceto ... dovetti andare a vedere dove si trovasse. L'avevo sentito nominare, ma non avevo un'idea precisa dove fosse.

Verso la fine di agosto mi danno appuntamento per visitare l'appartamento ed insieme a mia figlia vado a vederlo e faccio due scoperte: la prima, che il proprietario di questa casa è una persona interessantissima e disponibilissima.  La seconda, che il borgo di Cartoceto si sviluppa nella sua parte più antica all'interno delle mura di cinta inaccessibili alle macchine.  
Parcheggiamo dunque fuori dalle mura, di fronte alla chiesa parrocchiale Santa Maria della Misericordia, e ci avviamo per strette stradine, scalinate e passaggi pedonali verso la casa da prendere in affitto. 
Scopro così che tutto il paese di Cartoceto è incastonato negli uliveti che diffondono un profondo senso di pace, serenità e tranquillità. Ecco, gli ulivi, dopo il mare la mia più grande passione!
Incontriamo Enrico, il proprietario di casa e scopriamo un gioiellino prezioso: all'interno della cinta muraria, al centro del borgo antico di Cartoceto, praticamente sopra l'antico Teatro del Trionfo, si trova il nostro nuovo nido.
Non abbiamo dubbi nemmeno per un secondo, né io, né mia figlia. 
Un appartamentino incantevole su due piani, con un soppalco e mura di pietra, ristrutturato nel rispetto tra l'antico e il moderno. Un canone d'affitto accessibile nonché la simpatia travolgente e la disponibilità di Enrico hanno fatto il resto. A metà settembre entriamo a fare parte della comunità cartocetana!

Arriviamo in un periodo particolare per il borgo: due anni prima, a causa di insistenti piogge autunnali, era crollata una larga parte delle mura di cinta, rendendo inagibili le abitazioni poste sopra, sfrattando le attività che si affacciano sull'antica piazza e togliendo al paese il suo centro.
Prendiamo possesso della nostra nuova dimora, la arrediamo, la rendiamo nostra e nel frattempo scopriamo ciò che ci circonda. 
La mattina, quando vado al lavoro e il pomeriggio quando torno, incontro un signore dalla barba bianca e dai capelli alla Einstein. Dopo due giorni, lui, curioso chi si fosse stabilito nel suo amato paese, mi ferma, mi saluta e mi da il benvenuto.  Si presenta: Vittorio Beltrami il poeta del formaggio, proprietario dell'antico frantoio davanti al quale passo due volte al giorno. 
Si informa se siamo lì per rimanere o i soliti turisti, che magari comprano casa e poi spariscono per il resto dell'anno. La notizia che abbiamo intenzione di rimanere lo conforta e lo rallegra: il paese deve essere vivo e vissuto!   
Parliamo e mi racconta della sua passione per il suo territorio, del suo amore verso questa terra che da sempre coltiva e rispetta.
Grazie a lui conosco gli straordinari formaggi caprini e pecorini di fossa della sua azienda e imparo che a Cartoceto si fa olio di oliva extra vergine spremuto a freddo sin dal lontano 1300. Che all'apertura delle fosse lui organizza una festa per assaggiare le prelibatezze che vi sono maturate. Festa che viene annunciata dal profumo quando si aprono le fosse. E che finalmente, nel 2004, si era raggiunto il traguardo della DOP per l'olio di Cartoceto, che lui, ancora oggi spreme a pietra. 
Con orgoglio dichiara che a tutt'oggi è l'unica DOP delle Marche!

A novembre veniamo coinvolte e travolte dalla Fiera dell'Olio, che per giorni attira tante persone anche da lontano per assaggiare l'olio nuovo, per curiosare tra gli stand della fiera, dove si propongono prelibatezze di ogni tipo: tartufo, miele, olio, norcineria, formaggi, confetture e tanto artigianato artistico. 
Un folto programma di intrattenimento mobilita tutta la popolazione del borgo che si scopre anche ristoratori e fa assaggiare quanto di meglio le cucine casalinghe riescano a sfornare. Si aprono case e palazzi di rara bellezza che normalmente rimangono chiusi. Tutto il paese partecipa all'evento rendendolo vero e attuale.  
Devo dire che questa realtà così antica, così radicata e comunque così vissuta e partecipata, mi ha colto di sorpresa. Con lunghe passeggiate in compagnia del mio cane, a volte anche abbastanza impegnative per il territorio collinare, ho esplorato Cartoceto e dintorni con grande meraviglia e stupore. 
È un posto che mi ha accolto in un momento particolare, mi ha saputo dare la tranquillità e l'equilibrio di cui avevo bisogno e mi ha fatto riscoprire il tempo dal sapore antico, dallo scorrere lento, dal valore aggiunto.


Ancora oggi che non abito più a Cartoceto, risalendo la via che dirama dall'antica strada consolare Flaminia, la vista del borgo incastonato come un presepe negli uliveti e le colline circostanti, mi da il benvenuto con un profondo senso di pace e gratitudine. 
Sicuramento posso definire Cartoceto il mio posto del cuore.

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Vinchiaturo, le mattine di agosto, profumava di salsa di pomodoro.
I pentoloni ricolmi sobollivano nei vicoli, brontolando in una lingua arcaica e severa. I monti del Matese, all'orizzonte, osservavano curiosi quel minuto affaccendarsi di donne piccole e forti.

E loro, sentinelle di un Tempo distratto e incurante delle capriole dei secoli, con gli stessi gesti delle antenate distillavano oro rosso buono a riscaldare l'inverno. Le pietre delle antiche case vegliavano in silenzio, riscaldate da un sole nobile e fiero.
Fiero come il coraggio dei Pentri, guerrieri sanniti che qui alzarono le lance al cielo contro le legioni romane. Furono sconfitti, ma chi difende la sua terra, la sua famiglia e il suo onore non perde mai veramente.

Noi bambini, in bicicletta, squarciavamo l'aria immobile pedalando urlanti tutta la nostra allegria. State attenti agli asped', ci dicevano i grandi.


Asped', con la S onomatopeica e strisciante, proprio come quelle piccole vipere verdastre - aspidi appunto - che dai campi arrivavano al paese, acquattandosi tra gli stretti pertugi dei muretti a secco.
Ma noi non avevamo paura, perché da bambini si ha paura solo di non essere amati.
Correvamo fino al mattatoio, dove le strisce di sangue rappreso coprivano l'acciottolato, raccontando senza bisogno di parole il millenario bisticcio tra uomini e bestie.
A mezzogiorno, il sole cominciava a friggere i sellini neri delle bici. Era tempo di bagnarci alla fontana dei leoni, all'ombra del campanile della chiesa. Un campanile che a me sembrava arrivare al cielo. Era snello, elegante, ma forte e robusto.
Come le mio nonno, che passando da lì mi prendeva in braccio e mi stringeva al petto. Profumava di lavanda, di tabacco essiccato, di brillantina. Odorava di tutte le storie che mi raccontava.
Delle imprese dei fratelli, eroi di guerra e spericolati aviatori, vanto di Vinchiaturo che li aveva omaggiati intitolandogli scuole, vie e monumenti. Poi, io e lui, ci incamminavamo verso casa. Con una mano teneva la bici, e con l'altra stringeva la mia.


La felicità è una cosa semplice, quando è pura.
Ora di pranzo. Tempo di rendere grazie alla generosità di una terra schiva, ma gentile e generosa. Tintilla rosso, salsicce, bistecche, mozzarella di Boiano, focaccia appena sfornata, ciambelle all'anice.
Mia nonna cucinava per tutti. Era toscana, ma era come se la sua più intima essenza fosse delicatamente poggiata su una delle pietre miliari che portavano al paese. Dopo mangiato il tempo si fermava, sonnecchiava insieme a noi, mentre dalle fessure delle persiane una pigra luce striata cadeva soffusa come neve.
E poi, quando finalmente il sole si convinceva di aver fatto il suo dovere anche quel giorno, un timido refolo di brezza faceva capolino per annunciare che la giostra stava ripartendo.
I trattori diretti ai campi ruggivano per strada, le donne chiaccheravano dai balconi, le serrande dei negozietti riaprivano sferragliando.
Un mondo autentico, circolare, che bastava a sé stesso. Tanti, negli anni, erano andati via. Chi al Nord, chi in Canada, chi in America. Ma tutti, d'estate, si ritrovavano lì.
Perché il cuore può avere un posto solo dove stare. Io uscivo di nuovo, per respirare quell'aria così pura e godere di quei colori netti, puliti, definiti.


Appena fuori il paese, i campi coltivati avevano le sfumature dei dipinti di Antonello da Messina. Sprigionavano, quando il sole del pomeriggio li trafiggeva, una luce assoluta, trascendente.

Noi ci correvamo dentro, a quella luce. La attraversamo come si attraversa l'infanzia: con un felicità folle e smisurata.


La sera, poi, dopo cena si usciva tutti insieme. Zii, nipoti, nonni, genitori, cugini. Di Milano, di Genova, di Roma. Tutti lì, tutti insieme per pochi giorni l'anno.
Andavamo a prendere il gelato. E qualche volta arrivavamo fino al ponte dell'eco, poche centinaia di metri a piedi appena fuori il paese, tra il frinire delle cicale e sotto stelle così prepotenti da mettere soggezione.
Mio nonno, senza farsi vedere, tirava monetine per aria e ci diceva che cadevano dagli alberi magici ai bordi della strada.
Noi lo sapevamo che non era così, ma perché non credere al potere della fantasia nell'esatto istante in cui lo stai sperimentando?

Foto di copertina: Michele Monteleone
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blockquote>Che Magliano Sabina si fregi del titolo di città, grazie a Papa Alessandro VI Borgia e che il «maglianese» sia un susino selvatico dell’omonima zona agricola, come si legge sul “Grande dizionario della lingua italiana” dell’UTET, forse non è a tutti noto. 


E tutto sembra circondato da stranezze. 
La stessa ubicazione del territorio maglianese si pone sulla carta geografica in posizione anomala rispetto alla provincia di Rieti: fra l’Alto Lazio e il sud dell’Umbria. 
Un crocevia di più province (Terni, Viterbo, Rieti e Roma) che sviluppa un sistema collinare di altitudine variabile fra i 200-250 metri dal livello del mare, e che scende verso la media Valle del Tevere, dove un intenso traffico convoglia sull’Autostrada del Sole A1 e la Flaminia un notevole flusso turistico.
[caption id="attachment_113423" align="center-block" width="960"] Magliano Sabina - Monte Soratte by Antonello Ruggeri[/caption]
Di lì si può salire sul colle e scoprire, il centro abitato, piacevolmente arroccato, che produce una sensazione di quiete, di sereno approdo, confortato da un ampio panorama che spazia dal Monte Soratte, attraverso i Monti Cimini e Sabatini, fino alla “gola” di Orte.


Dall’alto i meandri del Tevere si delineano ancora più marcati, alla ricerca forse di quell’antico letto che Sisto V volle far abbandonare al fiume per immettere le sue acque sotto le quattro arcate del Ponte Felice, costruito a secco nella zona verso il Borghetto di Civita Castellana.

Le 4 chiese di Magliano Sabina


Come non tutti sanno che le quattro chiese di Magliano Sabina nascondono, ognuna, stranezze piuttosto singolari.
La chiesa di San Pietro, un gioiello di architettura romanica del XII secolo di scuola lombardeggiante, è sorretta da dieci colonne tutte diverse per fattura e stile. 
[caption id="attachment_113436" align="center-block" width="960"] Magliano Sabina - Cripta protoromanica by Teresa Mancini[/caption]
La cripta della Madonna delle Grazie è un delicato monumento architettonico che vale la pena di visitare. Su di un affresco riporta un autografo graffito di Alfonso d’Aragona, re di Napoli, di passaggio a Magliano Sabina nel 1447. 
[caption id="attachment_113433" align="pull-left" width="300"] Magliano Sabina - Chiesa di San Michele by Antonello Ruggeri[/caption]
Mentre la chiesa di San Michele presentava al suo ingresso due are romane di età Flavia, che fungevano da acquasantiere. 
La Cattedrale San Liberatore dei Sabini, è dotata di un baldacchino cinese del ‘600 (oggi presso il Vescovato a Poggio Mirteto), residuo di una serie di “cineserie”, tutte della stessa epoca, custodite nella canonica.
[caption id="attachment_113427" align="center-block" width="750"] Magliano Sabina by Sara Montagnoli[/caption]

Il centro di Magliano Sabina


Entrati a Magliano Sabina si giunge in un ampio viale, Via Roma, fra l’altro abbellito da eleganti negozi e dal Palazzo Solimani-Mariotti di stile umbertino. Il viale accoglie il visitatore e lo conduce in Piazza Garibaldi dove, sulla sinistra, Palazzo Vannicelli (sede del municipio) si impone alla vista per le sue linee architettoniche cinquecentesche (si attribuisce il disegno al Vignola). 
[caption id="attachment_113442" align="pull-left" width="240"] Magliano Sabina - Piazza Garibaldi by Antonello Ruggeri[/caption]
Sulla piazza troneggia per la sua monumentalità anche il Palazzo del Seminario Vescovile, uno dei primi istituito in Italia dopo il Concilio di Trento, che partecipa a chiudere sulla destra il lato della piazza rivolto ad occidente. 
Al centro troneggia una decorosa fontana che richiama la commemorazione dell’anniversario del 150° anno dell’Unità d’Italia.
Da qui si dipartono le vie che conducono nel centro storico. Al quartiere di San Giovenale, nel punto più alto della “città”, il Palazzo Orsolini-Cencelli domina le sequenze di vicoli e archi di chiara origine medievale. 
È in questi paraggi che sorgeva l’antichissima chiesa di San Giovenale (testimonianza questa ormai cancellata), intorno alla quale iniziò per opera dei Longobardi, e poi dei monaci dell’Abbazia di Farfa, l’espansione di quello che oggi è il centro urbano di Magliano Sabina.

Il porto fluviale e la disputa tra San Liberato e San Liberatore


Lo sviluppo della “città”, già subito dopo il Mille, trovò il suo sostegno economico nell’importante porto fluviale sul Tevere, la maggiore fonte di ricchezza derivatale da pedaggi portuali. Da questo la maglia urbana si andò allargando fino a comprendere la monumentale chiesa di San Pietro (del XII secolo), e poi la Cattedrale dei Sabini San Liberatore.
[caption id="attachment_113445" align="pull-left" width="200"] Magliano Sabina - Cattedrale di San Liberato by Sara Montagnoli[/caption]
Questa cattedrale è stata elevata agli onori della cronaca dell’epoca, quando divenne sede della Diocesi Suburbicaria di Sabina (XV secolo).
Ma anche in questo episodio ritroviamo qualcosa di curioso. 
A parte le dispute e le lotte “armate” con l’Antica Cattedrale di Vescovio, che era stata esautorata da questo privilegio da Alessandro VI Borgia, il curioso è che non si è mai ben compreso se questa chiesa fosse dedicata a San Liberato o a San Liberatore, che fra l’altro è il patrono della “città”. 
La disputa, fra chi doveva essere l’assegnatario della chiesa, se San Liberato o San Liberatore, si protrasse per ben 150 anni. Fino a quando il Tribunale Ecclesiastico non decise di assegnare la palma a San Liberatore. 
Tuttavia, ancor oggi, i Maglianesi “sanno” che il protettore è rimasto San Liberato!
Alle spalle della chiesa di San Liberatore, integrata nella struttura del vecchio ospedale (il nuovo ospedale, oggi Casa della Salute, si trova a circa un chilometro e mezzo dal centro sulla Provinciale Sabina) si trova Porta Santa Croce. 
È piacevole da questo punto di vista ritrovarsi inseriti in una struttura medievale e osservare un animato per quanto vasto panorama, dove il traffico autostradale, che transita ai piedi della collina, si contrappone al quieto e verdeggiante bosco del Giglio, appena sulla sinistra.

Le scoperte e le sorprese delle passeggiate in campagna 


E sul piano paesaggistico le scoperte e le sorprese iniziano proprio da Porta Santa Croce. Basta prendere la circonvallazione in senso antiorario che subito appaiono in lontananza, appollaiati sulle cime delle colline, paesi e borghi antichi della Sabina, sugli oliveti e sui vigneti.
Proseguendo si arriva presso la Porta, e poi il paesaggio varca il confine e già il Monte San Pancrazio annuncia che l’Umbria è molto vicina.
Infatti, nel versante nord occidentale Otricoli, i ruderi dell’antico municipium romano si incontrano sulla Flaminia appena superato il confine maglianese confermano che si è ormai in una regione diversa. 
[caption id="attachment_113430" align="center-block" width="750"] Magliano Sabina by Sara Montagnoli[/caption]
Se ciò non bastasse, spostandosi verso ovest, la visione panoramica cambia del tutto: da Orte a Civita Castellana, la rossa terra vulcanica del viterbese accoglie i Comuni di Gallese, di Vasanello, di Vignanello, di Corchiano (forse antica Fescenium) e così via sino a chiudersi all’orizzonte con la catena dei Monti Cimini, i monti Sabatini, e l’isolato cono del Monte Soratte. 
Un panorama vario e a tutto tondo, che vale la pena di “guardare”.
Un giro d’intorno che poi riconduce presso Porta Romana, da cui si era entrati. E qui, sulle colonne della Porta, Manlio Torquato a cavallo, l’eroico condottiero romano che la “storia” dice essere il fondatore della “città” e che perpetua la sua memoria sul gonfalone del Comune, è effigiato su di uno scudo in terracotta. 
Un condottiero affiancato da due cani molossi, anch’essi in terracotta, forse a guardia di tante curiose stranezze.

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“È bella questa nostra valle come bella può essere una donna agli occhi di un uomo innamorato”. 


Questa frase serve a chiarire, a chi ci viene per la prima volta oppure a quelli che non riescono a sentirla come propria, quale e quanto straordinario sia il rapporto che ci unisce alla Valle del Giovenco. Un territorio che da sempre ci regala i colori e i profumi delle sue stagioni. 
[caption id="attachment_113257" align="center-block" width="1015"] Ortona dei Marsi e Monte Genzana[/caption]
Sicuramente c’è di meglio ma è altrettanto vero che soltanto qui riusciamo a sentire di essere al nostro posto, di essere a casa. 
Il mio libro Benvenuti ad Avalon in agro di Ortona dei Marsi nasce dall’acquisto di un meleto e dall’iniziativa “Adotta un melo della Valle del Giovenco” che ho condiviso con numerosi parenti e amici desiderosi di vivere un’esperienza di naturalità adottando una pianta. L’idea è stata quella di mettere a dimora (finora) 130 giovani piante di mele e di condividere il progetto. 

In cambio della quota di adesione, chi aderisce ha in cambio le mele prodotte dal meleto già produttivo e altri prodotti tipici del luogo come patate, fagioli, noci, mandorle, miele, etc... 
L’idea ha avuto successo e in poco tempo tutte le piante hanno trovato un genitore. A tutto ciò si è aggiunta una periodica newsletter inviata agli indirizzi di posta elettronica degli affiliati. 
Anche queste notizie sul mondo della mela hanno riscontrato interesse e, mese dopo mese, ho messo insieme moltissimi argomenti riguardanti il mondo delle pomacee. Tutto raccolto nel libro che, monitorando lo scibile umano, spazia dall’ambiente alla mitologia, dalla letteratura alla pittura, dalla geografia fino alla matematica e alle tradizioni popolari.
La conclusione è che veramente “mangiare una mela fa bene”, oltre che al fisico anche alla mente. Un libro, dunque, sano e sostenibile. 

Ma da dove parte la nostra storia con Ortona dei Marsi?


Era una grigia giornata invernale quando, a metà degli anni ’60, entrai per la prima volta a Ortona dei Marsi. Mia madre era curiosa di conoscere il piccolo borgo di montagna di cui mio padre era originario.
[caption id="attachment_113260" align="center-block" width="750"] Castello di Ortona dei Marsi[/caption]
Nonno Guido nacque a Ortona nel gennaio 1900, e qui ha trascorso la sua giovinezza prima di trasferirsi per lavoro a Roma dove, nel giugno 1929, nacque mio padre Mario nel villino di famiglia di Città Giardino a Monte Sacro che, poi, nel settembre 1958, accolse anche il sottoscritto. 
Dunque, avevo poco più di 7 anni quando, per la prima volta, mi si presentò Ortona. 
La giornata era particolarmente uggiosa (come avrebbe detto Lucio Battisti), con pioggia insistente e vento freddo. La mia prima impressione fu quella di essere entrato in un paese stregato con le case di sassi scuri che cadevano a picco sulle nostre persone mentre raggiungevamo a piedi, lungo le ruve del paese, la vecchia casa di famiglia. 
Quando nonno Guido lasciò Ortona, incaricò una persona del posto di manutenere l’edificio ma molti anni erano passati e quando arrivammo in fondo a Via Melonia lo spettacolo che si presentò ai nostri occhi non fu particolarmente edificante. 
La casa aveva subito gravi danni, le mura erano crepate, il tetto era in parte crollato e quando entrai la cosa che mi colpì maggiormente fu il colore plumbeo del cielo che entrava dal soffitto sopra la mia testa di bambino


Non so per quale motivo o per quale apparizione ma mia madre rimase folgorata dai luoghi e non ebbe dubbi nel chiedere a mio padre (provetto costruttore in Roma) di sistemare, quanto prima, l’immobile che sarebbe così diventato, ogni anno, alla fine della scuola, la nostra casa delle vacanze estive. 
In quegli anni andavamo in villeggiatura sulle Alpi, nel Veneto, alle pendici del Monte Grappa, a poca distanza da Vicenza, città di origine di mamma. Dunque, già dall’estate 1966 cominciammo a frequentare Ortona. 
Mio padre incaricò Giulio Maggi di seguire i lavori di ripristino della casa e, per i primi due anni, fummo ospiti di Marietta Venti su Viale Roma, all’ingresso del paese. 
Alla fine dell’estate 1967, facemmo ingresso nella casa di famiglia, finalmente accogliente e spaziosa per tutta la nostra numerosa famiglia: papà Mario, mamma Rita, il sottoscritto, Massimo, Marco, la piccola Marilena, il nostro cagnolino Lillo e, qualche volta, nonno Guido, zia Esterina e zio Celestino. 
Per noi si sarebbero aperte, con regolarità, le porte dei tre mesi estivi all’insegna del gioco e della libertà, stati eccezionali per bambini di città condizionati dai limiti e dai pericoli degli ambienti urbani.
In quegli anni anche in un paese come il nostro, di poche anime già allora e che oggi sono tristemente ancora meno, il commercio era ben vivo e dimostrava, così, di essere una delle attività peculiari della razza umana. 
La comunità, che se consideriamo anche le frazioni arrivava a contare poche centinaia di presenze, era servita da un nutrito numero di negozi che provvedevano a soddisfare le primarie esigenze di tutti. Mi piace ricordare che i tre negozi di generi alimentari vendevano anche altro. Ed è in questo altro che trovavano la loro unicità. 
Ad esempio, da Edmondo&Peppe, oltre a salumi, pasta e sementi varie, si potevano acquistare anche capi d’abbigliamento e articoli di merceria. Il negozio era composto da due vani comunicanti tra loro: uno per la vendita di generi alimentari e l’altro per la merceria. 
Era molto probabile che i clienti bisognosi dell’una e dell’altra merce venissero serviti dalla stessa persona la quale, dopo una velocissima e sommaria pulizia delle mani, passava con assoluta naturalezza da una mortadella ad una pezza di fresco lino e viceversa. 
Se poi a servire era Peppe, il tutto si svolgeva con il sottofondo musicale del suo fischiettare continuo e quasi afono, che non taceva nemmeno quando faceva il conto finale. Per questa operazione utilizzava il primo pezzo di carta che gli capitava a tiro, una scatola di rigatoni o l’incarto della pagnotta per esempio, e tra una fischiatina e l’altra sommava i vari importi con il solo ausilio di quel suo spezzone di matita che portava perennemente sopra l’orecchio. 
Da Evelina si andava, invece, per comprare caramelle e cioccolata, cartoline postali e francobolli, giornali e riviste, ma soprattutto si andava per telefonare. In paese erano rari, all’epoca, gli apparecchi telefonici privati, mentre erano solo il frutto di una fervida immaginazione i cellulari, internet e pure Facebook. 
Per poter parlare con amici o parenti lontani c’era solo il telefono pubblico a scatti di Evelina. Qui, per la necessità di comunicare notizie importanti a qualcuno o per il piacere di sentire la voce di persone importanti solo per qualcuno, ci trovavamo tutti e soprattutto di sera. 
A distanza di oltre cinquant’anni dal mio arrivo a Ortona, ho deciso, dunque, di imitare mio padre (costruttore e agricoltore) impegnandomi, per ora part-time fino alla pensione, come coltivatore della Valle del Giovenco. 
A seguito dell’acquisizione del meleto, ho un nuovo codice attività (coltivazione di pomacee e frutta a nocciolo) e mi sono attrezzato per il lavoro sui campi (recuperando l’espressione “braccia rubate all’agricoltura”). 
Attraverso l’iniziativa “Adotta un melo della Valle del Giovenco” ho cercato di inquadrare la coltivazione delle mele in una visione ampia (sociale, ambientale, culturale, artistica, etc.) e descrivere il territorio della valle in una condizione empatica. 
Il libro è nato da questo desiderio. Grazie di invitare a visitare la Valle del Giovenco, porta d’ingresso del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. 
Maurizio Urbani (con il contributo di Vincenzo Buccella)
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Conoscete la costa Jonica della Calabria? Sapete cosa è il Sacro Graal?

Una linea di mistero le unisce associando il Santuario di Monte Stella a Pazzano, Villa Caristo, una delle più belle della regione in stile barocco, il Castello di San Fili a Stignano e la chiesa di San Francesco a Stilo.  

Si tratta di una direttrice scoperta poco tempo fa da una discendente della famiglia Lamberti che per secoli è stata una delle protagoniste della vita sociale di questa parte della Calabria.

Cinzia Lamberti, che si fa chiamare Pantaleone Lamberti Spadei in onore di suo nonno e di molti altri suoi antenati, ha trovato su tutti questi 4 siti il collegamento col simbolismo del Santo Graal, elemento che ha animato storie di mistero in tutto l’Occidente essendo identificato con la coppa che venne usata da Gesù durante l’ultima cena e che poi Giuseppe d’Arimatea utilizzò per raccogliere il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione.

E che ci sia un disegno unitario nella scelta di questi segnali è anche spiegabile dal fatto che tutti i siti sono riconducibili alla famiglia Lamberti e quindi a qualcuno che magari voleva lanciare un segnale ai suoi eredi.

Questo è un sistema già usato nel passato in altre circostanze, anche se non sempre sono stati spiegati e le scoperte hanno alimentato il mistero invece che svelare un segreto.

Nel mondo, infatti, ci sono strani allineamenti che non si riescono a spiegare come quello dei 7 santuari dedicati a San Michele Arcangelo, che vanno dall’Irlanda e passando per Inghilterra, Francia, Italia, Grecia e Turchia arrivano fino in Terra Santa. Come se qualcuno con una conoscenza inusuale per la sua epoca avesse lanciato dei segnali ai suoi successori.

Ad aggiungere mistero, poi, alcuni allineamenti sono collegati agli astri celesti, alle costellazioni o ai movimenti del sole in corrispondenza dei solstizi.

Il mito del Sacro Graal è iniziato nel medioevo con la nascita delle storie sui cavalieri che andavano peregrinando alla sua ricerca. Per esso si è combattuta la prima crociata e per il medesimo sono state scritte migliaia di pagine.

Si dice sia stato trovato dai Genovesi proprio durante la prima crociata, come è stato raccontato da Jacopo da Varaze, arcivescovo di Genova, nel 1260, ma ad oggi ci sono due coppe che pretendono di essere il Sacro Graal, una nella Cattedrale di San Lorenzo di Genova e una nella Cattedrale di Valencia.

Ma prima di lui, anche molte leggende precristiane raccontano di eroi celtici con vasi o della cornucopia dei Greci e dei Romani che rappresentava la parte spirituale dell’aldilà.

L’allineamento in Calabria

Tutto parte dalla forma della pianta del Castello Lamberti, o Castello San Fili di Stignano. Visto dall’alto, infatti, il castello (che ricorda in tal contesto quello di Parsifal) appare come un calice oppure come una freccia con la sua pianta a forma triangolare.

[caption id="attachment_111209" align="alignnone" width="808"] Immagine elaborata dal geologo Tommaso Bruzzese per la verifica dell'allineamento[/caption]

Questo maniero è proprio l’estremità che collega il santuario di Monte Stella che, all’apice della direttrice, custodisce sull’altare della grotta la corona del “fleur de lis” (che secondo alcune leggende apre il segreto del Graal). 

Sulla direttrice si trova poi Villa Caristo, sempre costruita dai Lamberti, che presenta lo “scranno periglioso” che ricorda la Tavola rotonda di re Artù ed una Gerusalemme Liberata in marmo, forse l’unica opera marmorea del capolavoro del Tasso.

Ma come collegare questa famiglia ai Templari e alla iniziazione esoterica della conoscenza e del Santo Graal?

Questa famiglia era una mecenate e una collezionista di opere di Francesco Cozza, un artista di Stignano che aveva avuto come maestro il pittore templare calabrese Mattia Preti. 

Mattia Preti è stato un grande pittore barocco che aveva lavorato fra Italia e Malta, dove morì, e apparteneva all’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, dopo essere stato nominato Cavalier Calabrese da papa Urbano VIII.

Questo ordine, conosciuto meglio come Sovrano Militare Ordine di Malta, è oggi uno stato senza territorio avendo governato per un breve periodo solo Rodi e Malta. E’ l’erede naturale dell’antico Ordine dei Cavalieri Ospedalieri fondato nel 1048 e reso sovrano nel 1148 da Papa Pasquale II.

A Malta, Mattia Preti aveva lavorato alla Chiesa di San Giovanni del Tempio che aveva preso nome proprio dai Templari che la avevano voluta. Quando nel 1312, l’Ordine fu sciolto, la chiesa venne affidata ai Cavalieri di Malta e cambiò il suo nome. Sul pavimento si possono vedere circa 400 tombe in marmo intarsiato di molti cavalieri dei due ordini, un capolavoro unico al mondo.

Ma torniamo in Calabria e alla Chiesa di San Francesco a Stilo, dove si trova un altro simbolo riconducibile ai Lamberti, cioè uno stemma che raffigura un’incudine, descritta così dalla sovrintendenza del Ministero dei Beni Culturali, un simbolo che molti pensano i Lamberti abbiano messo a testimonianza della loro intensa attività siderurgica preunitaria (secondo lo studioso Danilo Franco che attribuisce lo stemma ai Lamberti).

Ma se visto capovolto, questa particolare raffigurazione può apparire come un calice.

[caption id="attachment_111218" align="pull-left" width="201"]

Un'incudine (secondo la sovrintendenza dei beni culturali), probabilmente a testimonianza dell'intensa attività siderurgica preunitaria (secondo lo studioso Danilo Franco che attribuisce lo stemma ai Lamberti).[/caption]

A tutte queste coincidenze si deve aggiungere che la Calabria ha una lunga e importante tradizione letteraria sul ciclo carolingio, a cui in qualche modo la famiglia pare sia legata, e che meriterebbe di essere conosciuta meglio. 

Il ciclo carolingio calabro è uno dei più ricchi in Europa e annovera tra tutti i poemi e le relative varianti una ventina di opere, ancora in gran parte sconosciute.

Fra queste opere citiamo la “Chanson d'Aspremont”, un poema tra i più antichi e ritenuto una delle colonne portanti del fenomeno letterario europeo, insieme alla Chanson de Roland.

Le ricerche continuano e si stanno approfondendo gli studi perché comprendere tutti questi segnali potrebbe rivelare qualcosa di grande in Calabria.

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