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Il fiore del narciso è uno dei simboli di Rocca Priora al quale il comune dei Castelli Romani dedica una festa a maggio e che ha ispirato l’artista Mario Robazza nella creazione della Fontana del Narciso proprio all’ingresso del centro storico.
Ma Narciso nell’arte ha avuto tanti altri significati e il fiore prende il suo nome dal mito di Narciso, il bellissimo figlio del dio fluviale Censo e della ninfa Lirope. Il suo nome deriva dal greco "nàrke" che significa torpore: un nome profetico.
La madre chiese all'indovino Tiresia il destino riservato al figlio e il vaticinio fu un enigma: Narciso sarebbe vissuto finché non si fosse conosciuto.
Appassionato di caccia, Narciso percorreva instancabilmente montagne e boschi finché si incontrò con la ninfa Eco che s'innamorò perdutamente di lui. Narciso rifiutò l'amore di Eco, e si allontanò per non farsi più trovare.
Eco si consumò d'amore e divenne un'ombra della quale non rimase altro che la voce.
Ma Nèmesi la terribile dea della Vendetta che puniva gli errori e le dolcezze degli uomini, sdegnata dalla indifferenza di Narciso ebbe pietà della povera Eco e volle vendicarla. Guidò Narciso sulla sponda d'una fonte le cui acque limpide e terse gli rimandarono come in uno specchio la sua immagine.
Narciso si innamorò della sua l'immagine riflessa e non trovò più la forza di staccarsene, tanto da morire di dolore quando si accorse di non poterla possedere. Narciso morì consunto dal suo vano e ridicolo amore e fu trasformato dalla dea vendicatrice nel fiore che conserva il suo nome.
Il mito di Narciso compare nelle Metamorfosi di Ovidio ed è stato ripreso nel Rinascimento nella reinterpretazione del tema di Francesco Bacone, come monito alla vanità.
Questa figura mitologica ha poi avuto una notevole importanza nella cultura tedesca, in autori come Herder e Hamann, i quali hanno reinterpretato la figura di Narciso in chiave romantica.
L'amore per sé stessi divenne oggetto di studio per la scienza medica nascente: la psicoanalisi.
Vediamo ora alcuni dipinti che raffigurano il mito di Narciso.

Tre artisti, un unico soggetto: Narciso secondo Waterhouse, Caravaggio e Dalì


[caption id="attachment_117006" align="center-block" width="750"] Narciso (1903 – Walker Art Gallery) di John William Waterhouse - (c) Google Cultural Insitute[/caption]
John William Waterhouse
La punizione di Nemesi colpisce la superbia e l’arroganza nascoste sotto la bellezza superficiale di Narciso facendolo imbattere in uno specchio d’acqua dove per la prima volta vede la sua immagine.
Uno scenario fiabesco, shakespeariano, dove è descritto alla perfezione il triangolo di sguardi Eco-Narciso-Acqua e la malinconia della giovane ninfa che non vede ricambiato il suo sguardo e il suo sentimento d’amore.
Caravaggio
[caption id="attachment_117003" align="pull-left" width="248"] Il Narciso di Caravaggio (1598 – Palazzo Barberini) (c) Galleria Nazionale d'Arte Antica - Palazzo Barberini[/caption]
Un ritratto solitario su uno sfondo cupo dove ciò che emerge è solo l’immagine di Narciso. È completamente assorto nella contemplazione e noncurante dello spettatore.
Le sue vesti medievali, anacronistiche, sono riflesse dettagliatamente in tutti i loro particolari nello specchio d’acqua.
Caravaggio coglie il momento esatto in cui Narciso prende coscienza dell’impossibilità di ricongiungersi alla sua immagine.
Nella sua opera c’è tutta la solitudine e la sofferenza di chi, alla ricerca della perfezione impossibile, allontana l’imperfezione dell’affetto umano.
Salvador Dalì
[caption id="attachment_117000" align="center-block" width="730"] La Metamorfosi di Narciso (1936 – Tate Modern) - (c) Salvador Dali, Gala-Salvador Dali Foundation/DACS, London 2016 / Photo (c) Tate[/caption]
Mentre Caravaggio rappresenta la solitudine, Salvador Dalì inscena il doppio, risultante dal riflesso speculare.
Il pittore descrive la trasformazione dal corpo morente in fossilizzazione ad una nuova creatura, i cui lineamenti trasparenti diventano via via più opachi e materializzano il doppio.
È una rinascita rappresentata dalla natura polisemica dell’immagine, dove il corpo dell’individuo assume la forma di una mano che stringe un uovo da cui emerge un fiore: Il narciso.
La sua natura carnosa, forte e delicata al tempo stesso, dipinta da un colore bianco o giallo appariscente alla vista fa luce sulla personalità di Narciso.

La Fontana del Narciso di Mario Benedetto Robazza


[caption id="attachment_36274" align="center-block" width="750"] Fontana del Narciso Rocca Priora - Robazza by Chiara Rufini[/caption]
La Fontana del Narciso che si specchia nell’acqua si trova al centro del paese di Rocca Priora ed è un’opera in bronzo che il Maestro Mario Benedetto Robazza ha donato al comune.
L’opera costituisce il fulcro del Museo Diffuso Cittadino, un vero e proprio percorso artistico dedicato totalmente allo scultore e dislocato per le vie dell’intero paese.
Si parte dalla Fontana Buero, un suntuoso cavallo rampante in marmo resinato collocato all’entrata del paese sulla Via Tuscolana, e si prosegue come in una sorta di artistica “caccia al tesoro”, con le stazioni bronzee della Via Crucis che si inerpicano lungo tutti i vicoli del centro storico fino ad arrivare alla Chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo.
Percorrendo questo itinerario, si incontra poi la Fontana “Il Trionfo del Bene” situata alle porte dell’Antico Borgo Medievale e che originariamente era parte di un grande portone bronzeo proveniente dalla casa-museo dell’artista.
Si conclude sulla cima più alta di Rocca Priora, dove è situato il Museo Benedetto Robazza .
Tornando alla Fontana del Narciso, è interessante notare che l’artista ha scelto di autoritrarsi nel soggetto maschile del Narciso. E questa è un dettaglio che ricorre anche in molte altre opere tra cui il volto del Conte Ugolino nel Fregio L’Inferno di Dante.
La presenza del cavallo è estranea al mito originario, ma il cavallo è un soggetto estremamente caro al maestro Robazza. Simbolo di fierezza e forza, il cavallo è colto in un gesto di impeto, e sembra fuoriuscire da una roccia su cui il giovane Narciso dolcemente si adagia.

Il mito è richiamato dalla presenza dell’acqua della fontana, simbolo dello stagno in cui il ragazzo fatalmente deciderà di specchiarsi e perderà la vita.
Il volto, così come lo sguardo del fanciullo, appaiono infatti abbassati in uno stato d’animo malinconico, quasi profetico della sua imminente fine.
Mario Benedetto Robazza, La Fontana del Narciso che si specchia nell'acqua
 

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Fine settembre in Sicilia è il momento più bello per viaggiare.
Il cielo azzurro sgombro da nubi o talvolta adombrato da un temporale di fine estate con scroscio di pioggia, vento, lampi e tuoni e poi improvvisamente illuminato dal sole stagliato nell'aria limpida.

Il mare calmo o mosso dal vento che lo accarezza timidamente come un amante, i profumi intensi della nostra isola. Il gelsomino con il suo odore forte che si sprigiona nelle notti calde, il basilico, il geranio, la menta e le tamerici con le loro chiome umili scosse dalla brezza.
Il mio soggiorno a Cala Bernardo ha suscitato forti emozioni, la sua bellezza, la pace, i colori, i profumi.
La roccia chiara che rende il fondale marino bianco, la spiaggetta immacolata con le poseidonie, e dei candidi lettini in cui sdraiarsi per assaporare tanta bellezza, i sensi esaltati dal sole e dal blu del mare incorniciato dalle chiome degli arbusti marini.


Poche case adornate dal buganville dai colori vivaci, dal rosso al bianco, un luogo accogliente, la gente cordiale, la Sicilia di un tempo, autentica.
Sdraiati al sole giunge il profumo del pesce fresco, della paranza e dell'arrosto.
Cala Bernardo non è solo mare, non lontano infatti riecheggia la bellezza di Noto con il suo barocco, il teatro e le sue splendide chiese.

Noto, un gioiello del barocco siciliano, arroccato su un altopiano domina la valle della città, mentre passeggi puoi ammirare i resti medievali delle mura e del castello medievale.
Ma quello che ti colpisce è l'impianto della città barocca con le sue strade intervallate da splendide piazze con scalinate su cui si affacciano maestose chiese e palazzi. Ti aggiri per la città inebriato da forme armoniose e eleganti.
Tre le piazze principali, piazza dell'Immacolata con l'omonima chiesa, la piazza del municipio circondata dal palazzo comunale, dalla chiesa del Santissimo Salvatore, dal palazzo vescovile, e dallo splendido duomo di San Nicolò che domina dall'alto con una scenografica scalinata.
Il tempo scorre lento mentre ti addentri fra stradine illuminate e la gente che passeggia allegra.
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Quando ero piccolo, una volta al mese più o meno, i miei genitori la domenica mattina caricavano in macchina me e i miei fratelli.
Due ore di viaggio scarse e poi, aprendo lo sportello dell’auto, venivamo invasi dall’arietta frizzantina di Manziana.

La racconto così perché partendo da Velletri, a sud di Roma, arrivare all’estremo nord della provincia, significava anche un lieve sbalzo termico.
A Manziana faceva sempre più freddo che da noi… Ma non c’era tempo per pensare, io e mio fratello Valentino già dall’imbocco di via Tittoni ci preparavamo a chi usciva più veloce per entrare per primi a casa.
A Manziana infatti, all’epoca c’era ancora la chiave nella toppa e bastava girarla per entrare!

Un salto indietro nel tempo, alle comunità di una volta. Anche per noi che semplicemente venivamo da un paesone più grande e già sulla via della modernità.


Se così si può definire quello sfilacciamento dei rapporti personali, quell’allontanamento sociale che viviamo da molto prima che l’emergenza sanitaria portasse anche al distanziamento fisico.
Aperta quella porta, per noi bambini, ma anche da adolescenti, si entrava in una realtà felice.
Era la casa, piena di affetti, di zia Antigone, la sorella della nostra nonna paterna, e poi dei suoi figli Margherita, Peppino e don Amedeo.
Poi sono arrivati anche i figli di Margherita e suo marito Peppino (anche lui), i figli dei figli, che avevano più o meno la nostra età… Insomma, un rapporto che non si è esaurito e che ci vede ancora uniti.
Perché, seppure non lo fosse badando alla parentela, Manziana è per me il (mitico) paese dei nonni. Soprattutto nel mio caso, visto che non ho ricordi di nessuno dei quattro “effettivi”.
La scomparsa di zia Antigone, forse la prima cerimonia funebre di cui conservo nitidamente memoria, ha fatto sì che le redini di questo intreccio di famiglie passassero a zia Margherita, che da cugina “maggiore” aveva cresciuto mio padre rimasto orfano di madre da piccolissimo, tanti e tanti anni prima.
E qui, d’altronde, sono i ricordi d’infanzia più belli che mio padre conserva.
Uscire con lui per il corso di Manziana significava andare a trovare Giulietto e tanti altri amici.
Quasi sempre bastava che zio Peppinello (il fratello di zia Margherita) indicando papà dicesse “lui è Ermannino” che la gente si aprisse in un sorriso e in un abbraccio.
“Ermannino” oggi ha 90 anni, e per lui Laura, la figlia di zia Margherita e quindi nipote di zia Antigone, prepara sempre la pizza di Pasqua, così come gli spaghetti con le noci a Natale.
Piatti forse simili ad altri (le fettuccine fatte in casa condite con cacao, rhum e noci magari non proprio) ma per noi assolutamente unici, dai profumi e dai sapori inconfondibili.
Senza dimenticare la famosa “minestra tanto bona che non sa’ di niente”!
Era la specialità di zia Margherita per la sera, quando si doveva ripartire per tornare a casa: “magari è meglio non esagerare che ti appesantisci per il viaggio…”. Ma come bontà… non ne parliamo!
Oggi la frequenza dei viaggi si è ridotta. Anzi è più probabile che vengano da Manziana a trovare i miei genitori. Sono cambiati i tempi e i ritmi. All’epoca noi avevamo un negozio di prodotti per l’agricoltura e la domenica era davvero libera.
Sono cambiate anche le persone ovviamente e quella generazione non c’è più.
Proprio poche settimane fa è scomparso l’ultimo dei tre figli di zia Antigone, don Amedeo, 103 anni di saggezza andati via in un momento strano, che ci ha impedito di poterlo salutare per l’ultima volta.
Però quando passo da Manziana, magari per andare a tenere qualche lezione ai corsi per sommelier, sono accolto e viziato come sempre: Laura e suo marito Mariano mi preparano cene speciali, quattro chiacchiere e un abbraccio di quelli che scaldano il cuore.

Ma mi sono rimasti alcuni misteri che devo ancora sciogliere come la visita alla Solfatara, un piccolo lago con geyser. Non potevamo andarci perché c’erano dei pericoli e soprattutto avevamo sempre tanta voglia di stare con gli zii-nonni.
Ci vado questa estate e osserveremo insieme le microesplosioni di acqua sulfurea! Tornerò a Manziana e porterò un po’ di Velletri con me, il vino fatto da papà ancora oggi.
Un modo per festeggiare le radici dei miei genitori ma anche le mie e quelle dei miei figli.

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Come si può iniziare a descrivere pienamente il luogo più magico, romantico e bello del mondo?
Sin dal primo momento in cui ho messo gli occhi su Napoli, il mio cuore ha iniziato a battere forte.
Avevamo viaggiato molto e venivamo da lontano, avevamo aspettato e sognato, ed eccoci finalmente arrivati. In un momento, il bellissimo caos di questa città ha catturato immediatamente tutto il mio essere, e mi sono innamorata all'istante.
In lontananza il Vesuvio, con tutta la sua potenza, mi ha preso in ostaggio mentre stavamo viaggiando verso sud verso la nostra prima destinazione.

Mentre il nostro autista si avventurava sul fianco di una montagna, coperta di ulivi, la fragranza di rosmarino e lavanda ha risvegliato i miei sensi con un conforto e una pace che mi hanno fatto sentire come se fossi tornata a casa.
Mi sono voltata a guardare indietro mentre superavamo la cima, ed eccolo lì, il paesaggio più incredibile che avessi mai visto in tutta la mia vita.
Il Mar Tirreno, in tutta la sua magia, e il sole, mentre iniziavano lentamente a tramontare. In lontananza, la Costiera Amalfitana e l'isola di Capri, che sfumava nel cielo nebbioso.
Il suono delle onde che echeggiava sullo sfondo accoppiato alla luce della luna che colpiva il grande mare aperto, puramente squisito.

Quando finalmente arrivammo sulla costa del Cilento, un senso di orgoglio mi ha attraversato le vene mentre ricordavo i miei antenati.


Questo posto nuovo ma familiare, un posto in cui sono orgogliosa di identificare il mio patrimonio e le radici della mia famiglia. Un piccolo angolo d'Italia che ci ha accolto e ci ha accolto come in famiglia.
Un posto che avrà per sempre il mio cuore.

Ho adottato un amore profondo per questo Paese, che non svanirà mai.
L'Italia è davvero qualcosa di spettacolare! Non vedo l'ora di ricongiungermi con il paese più bello del mondo!
Bellissima

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“Il paese di Torre Cajetani sorge sulla sommità di un colle e si è sviluppato tutt'intorno al castello medievale (XIII secolo) dalla poderosa struttura a quadrilatero[...]Interessanti i suoi luoghi di culto, tra i quali ricordiamo: la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta."


Tante guide turistiche che parlano di Torre Cajetani descrivono così il nostro paese. Si parla prima del castello e poi della chiesa e, in realtà, osservando il nostro paese dal basso gli occhi seguono proprio lo stesso “itinerario”.
[caption id="attachment_47329" align="center-block" width="750"]Torre Cajetani castello - Giampiero Pacifico 10 Torre Cajetani - Castello by Giampiero Pacifico[/caption]
Anche i documenti che ci sono arrivati su Torre Cajetani seguono questo iter.
Il primo documento che parla del paese, e nello specifico del castello, è del 1180. Poi, più di 100 anni dopo viene menzionata la chiesa di Santa Maria, era il 1295 (atto di passaggio di Torre ai Caetani).
Ulteriori notizie sul di essa le abbiamo nel 1300, con l’elenco del pagamento delle decime. Così abbiamo Don Luca, che nel 1328 curava Santa Maria (con i chierici Giacomo di Andrea, Giovanni Secca e Giacomo Adiuti) e pagò la prima rata (solutio) di dieci soldi.
Nel 1331 Santa Maria risultava collegata alla chiesa di Sant’Angelo (quella del cimitero) e Giovanni de Sacco ne era l’abate e ne ebbe cura fino al 1333.
Dopo questi “fatti” che la riguardano, si perde la memoria scritta della chiesa fino al 1600, quando sui documenti del consiglio di Torre e l’Archivio Caetani si informa che era in atto il restauro che le diede le forme odierne.
Infatti, prima di allora aveva forme medievali. E forse la chiesa odierna ancora oggi poggia (a sud) sulle vecchie mura.


Sempre in quel periodo sappiamo che era un’abbazia e ogni quaresima veniva frequentata dai quaresimalisti (il primo che troviamo menzionato è fra’ Marcello da Torre nel 1654 che non è da confondersi con il suo omonimo, morto in odore di santità e sepolto all'interno della chiesa).
Ancora, abbiamo altre notizie dai documenti (Archivio Caetani) di un ulteriore restauro agli inizi del 1800 e di una nuova consacrazione nel 1853.
Sempre dai documenti dei signori di Torre, sappiamo che la presentazione del parroco era di diritto laicale “ius patronato” delle famiglie eredi Caetani della Torre. L’ultimo parroco presentato di diritto Laicale fu Don Fulgenzio Vinci nel 1899.
Oltre a questi aspetti storici ed istituzionali c’è anche l’aspetto spirituale di cui parlare.
[caption id="attachment_116740" align="center-block" width="750"] Torre Cajetani - Interno della chiesa by Nicola Paoloni [/caption]

Il legame tra la Chiesa e la sua gente è sempre stato molto forte.


Si hanno notizie certe su come proprio i chierici del paese si siano fatti portavoce del malcontento e delle miserie dei nostri cittadini, che negli anni subirono gravi carestie ma anche vessazioni da parte dei signori Caetani che si susseguirono negli anni.
Nel 1800, ad esempio, ci furono diverse carestie che afflissero il nostro paese e fu proprio il presbitero di allora, don Pietro Ascani, a farsi portavoce presso la Santa Sede (insieme a tanti altri cittadini torrigiani) scrivendo direttamente al Papa, cosa del tutto “anomala per l’epoca, per chiedere il suo intervento in aiuto dei torrigiani (o torresi).
[caption id="attachment_116749" align="pull-left" width="225"] Torre Cajetani - Restauro by Marco Ubodi[/caption]
Sempre Don Pietro si fece portavoce di una causa del popolo torrigiano contro Muzio Caetani (signore di Torre) che venne accusato di pretendere il pagamento di tasse non dovute e di non pagare a sua volta le tasse.
Il Conte si difese facendo riferimento al testamento d’acquisto risalente al 1295 del Castello e di tutti i beni e diritti feudali. A sua difesa portò anche diversi cittadini per attestare quanto dichiarato nel testamento.
Dopo lunghe discussioni nel 1808 la comunità venne alleggerita di alcune tasse a favore del Barone in quanto non venne mai ritrovato il testamento e non vennero prese in considerazione le testimonianze.
Nel 1834, il vicario foraneo di Torre scrisse al vescovo di allora per chiedere informazioni più precise o ulteriori dettagli che potevano scagionare un nostro compaesano ingiustamente, forse, accusato (purtroppo non sappiamo di cosa fosse accusato e se fu condannato)
Nel 1853, sempre la nostra parrocchia chiese aiuto al vescovo della diocesi di Alatri per il sostentamento di una maestra che doveva venire ad insegnare da noi ma che non aveva mezzi per farlo.
Questo cordone non è mai stato tagliato nei secoli e negli anni.
Tanti esempi similari li abbiamo anche negli ultimi anni. C’è sempre stato tra i paesani e la chiesa un dare e avere reciproco che ancora è presente ai nostri giorni.
[caption id="attachment_116743" align="center-block" width="641"] Torre Cajetani - Dettagli della chiesa by Nicola Paoloni [/caption]
Ne è l’esempio l’ultima “ripulitura” della Chiesa. I torrigiani, il popolo, è sceso al fianco e in aiuto della propria parrocchia che in quel momento ne aveva bisogno, senza chiedere nulla in cambio.
Hanno riportato l’edifico al suo antico splendore nel rispetto della sua storia, perdendo giornate di lavoro, fine settimana in famiglia. E tutto per salvaguardare la “casa” di tutti i torrigiani, del passato, del presente e anche del futuro.

Se il Castello è sempre stato il fiero guardiano del nostro paese e della valle circostante, la Chiesa è sempre stato il suo più fedele luogotenente.


Ha sempre vegliato sul paese, sul Castello e soprattutto sul popolo torrigiano.
 

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Sono la prima figlia di Giovanna e Matteo. Un matrimonio d’autentico amore.
Nascevo in un gelido giorno di gennaio del ’54, millenovecentocinquantaquattro, nella strada intitolata all’Erculea Proles di Palo del Colle, in terra di Bari.

Amo la strada che mi porta all’amore
amo il tamburellare del bimbo
al vetro dove gioca la pioggia/ nel rincorrersi delle gocciole.
Amo questo vento che s’infila dalla fessura della mia finestra
e amo il suo fischio
mi dice della vita di quest’Universo giovane
e della festa che i mandorli hanno fatto stamane
al primo raggio di primavera.
Amo i boccioli.
Amo lo sbocciare e quel gemmar di rami.
Gemmar di rami in questo mar di primavere.



Palo, una piccola Betlemme e poi Matera, le terre simili a quelle del Cristo. Una delle tre città più antiche del mondo, unica però ad essere stata perennemente antropizzata.
Che strano incantesimo la vita! Ci fa nascere in territori così speciali, così dentro il nostro intimo sentire! E ci spinge in luoghi simbolo.
Infatti, prima che a Matera giunsi a Grassano, il poverissimo comune nella provincia materana. L’esilio di Carlo Levi, che ebbe a dire: emigrante forzato, tra grassanesi esiliati nel proprio paese.
Ventotto anni prima, Nitti, il Presidente del Consiglio dello Stato italiano, più incisivamente disse: ciascuno poteva scegliere tra Giustizia e Fortuna; scegliere la giustizia significava farsi brigante, scegliere la fortuna farsi emigrante.
E gli uni e gli altri comunque scelsero senza neppure sapere se avrebbero trovato giustizia o morte, fortuna o morte.
Grassano, dalla Commissione d’Inchiesta Parlamentare sulla Miseria in Italia e sui mezzi per combatterla, era tra i quindici Comuni più poveri d’Italia.


Nascevo in una storia intensa, più grande di me e che indubbiamente ha determinato tutta me, il mio pensiero, la mia scrittura, le scelte professionali, gli interessi intellettuali e letterari, l’intarsio del mio cuore.
Fin da subito vissi una storia molto intensa, un parto difficilissimo in cui venni estratta da mani sapienti con l’ausilio del forcipe.
Mi fu dato il nome della mia nonna paterna, Antonia, che non ho mai conosciuto, morta di parto a soli ventidue anni.
Ma il fato sa fare equilibrio.
Mi diede, infatti, una super bisnonna, una bisnonna fantastica, una manager strepitosa. L’ho avuta solo per sette anni, ma è come averla potuta godere per duemila.
Mi ha fatto scoprire la preziosità dell’aurora, la potenza delle ore che brillano nelle sue mani. Levarmi alle quattro per la prima messa. Entrare in chiesa che è ancora buio e uscirne che timida s’appresta l’aurora.
Quante migliaia di cose mi ha insegnato!
Giunsi dunque là, a Grassano, a sei mesi, sulla scintillante Laverda di babbo, tra le braccia di mamma. Tra cielo e terra, giunsi, vento e colori.
Scarsissime gioie e tante tragedie. Una tra le più grandi, m’è stata più volte narrata. Il povero paesello, fra i poveri d’Italia, vantava la Banda da Giro tra le più rinomate del comprensorio, fin dall’inizio del ‘900.
In una notta scura, più scura delle altre, più sventurata delle altre, quando le prime luci dell’alba tentavano di sconfiggere l’oscurità, di ritorno dalla festa patronale in onore di San Cipriano ad Oliveto Lucano, il pulmino precipitò rovinosamente nella scarpata.
Dopo una delle tante curve a gomito del serpente viario che collegava Grassano al resto del mondo, i quaranta musicisti, con tutto il pulmino, finirono giù. E resta ancora la consuetudine di scendere dai pulman in quel tratto e di percorrerlo a piedi, in memoria dei bandisti che avevano regalato la medaglia al poverissimo paese, tra i più poveri d’Italia, eppure cultore della musica.
E poi? E poi Matera!
Città che solo nel 2019 ha finalmente vissuto il riscatto nazionale ed internazionale, anzi mondiale, da un passato in cui ancora la storia reggeva il miserevole titolo di “vergogna nazionale” a “Capitale Europea della Cultura”.
Arrivai da adolescente nel musicalissimo silenzio che è Matera, con la sua terra di boschi cedui e macchieti, dove viaggiano gechi kctoschi e natrici dal collare, falchi e columbri leopardiani, vipere e capovaccai, tassi ed istrici e ghiandaie e gazze birichine, e rospi bufo bufo e raganelle, testuggini e, meraviglie delle meraviglie, gli ultimi rari esemplari di Tritoni italici.
Là dove strapiombi e altipiani brulli son letto per mille colori e mille odori d’asfodeli e zafferano, colchino e timo arbustivo, ruta d’Aleppo e santoreggia, e armonia, armonia silenziosa e scoppiettante insieme.
Civiltà, e chiese, e jazzi, cisterne e grotte, un fantasmagorico progetto d’amore e civiltà progettuale.
Gesti progettuali d’amore. Quanta poesia!
E poi l’altro valico, le vocali e le consonanti del silenzio lucano, note divine, eterne ed eternanti. Emozione che perdura, che si compone d’un brivido sull’altro, che null’ altro al mondo sa darmi.
Se è possibile, e lo è, direi che la più giusta delle metafore è quella per la quale mi viene offerta la possibilità di tornare nell’utero materno.


Là tutto è ovattato, nulla può offendermi. Bisogna provarlo, e scoprilo!
Nella terra delle tue radichette niente violenta la tua aura, tutto accarezza poiché tutto viene deliziosamente filtrato dal corpo di tua madre. Anche la musica, che è di per sé sublime, prende un tasso d’ineffabilità superiore.
È un qualcosa che dà al contempo respiro lungo, libertà di pensiero, apertura di tutti i pori; pare mi spuntino le ali e prendo il potere di librarmi nell’aria, di espandermi e riuscire a vedere, contemporaneamente, il Monte d’Isabella a Valsinni e il mare di Pitagora a Metaponto.
Il magico Castel del Monte e il Vulture dei briganti, i diamanti di Monticchio e le creste delle Dolomiti Lucane; e ancora, ancora, e ancora tutto il crogiuolo di uomini e storia che, casa su casa, s’affastellano in quei Sassi che parlano note e sillabe antiche e nuove.
E mentre inspiro leggo la mia pelle, si, la mia pelle sono i boschi di Accettura e la Murgia che di là dalla Gravina guarda Matera.
E Matera, sovrana e misteriosa, sta.
Il mio cuore palpita d’azzurro, le grotte dei primitivi sono gli scrigni di tutti i miei pensieri e i calanchi gli anfratti intimi del mio corpo, quelli sui quali sono scritte le parole segrete.
Io scrivo con due azzurri, con pennini ricavati da vette diverse e inchiostri di differente salsedine, pagine in equilibrio, la mia anima pugliese e la mia anima materana e lucana.
Entrambe resistono alle mie peregrinazioni.
Ma la mia Puglia non era così povera come la mia Lucania e allora il piccolo mondo antico lucano, solido d’umanità e calanchi impervi, di vita e di morte rispettate con pari dosi di forza e tenerezza fanno scudo alle mie lagrime.
Palpita in me quel mondo arcaico, poverissimo, dai camini che scrivevano storie tenerissime di anime anelanti.
La quotidianità povera ed eloquente è stata ed è la mia suggeritrice, non lo scempio d’una elezione che ha portato migliaia e migliaia di turisti a inquinare l’energia millenaria, inchiostro e colori per poeti e artisti.

Di tanto in tanto ritorno
colgo angosce e stelle.
Le stelle le porto a te
figlio che all’alba mi saluti
con poesie tessute all’anima tua di musica.
Amo questo ritorno alle perenni pietre
ove ogni sasso ha l’orma della mia fanciullezza.
Amo i germogli d’angoscia
e quei silenzi
e i battiti che si fermano ad ascoltare il cielo.
Amo la rondine solitaria
il suo garrire
e il falco che alla murgia porta il suo volo.
Amo il manto che il cielo pone alla terra
là
dove ho nascosto l’anima del mio cuore.
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Leggere un libro è come iniziare un cammino, in silenzio, senza sapere dove ti condurrà e quando arriverai alla fine. E la fine è data dall’ultima pagina, se non abbandoni prima e lo rimetti a posto nello scaffale.

Strano, ma solo adesso chiuso in casa pensi, rifletti e ti accorgi dell’importanza del silenzio. Vado indietro nel tempo, quasi trentacinque anni fa.
Il mio paese è un piccolo borgo sul mare, anzi su un sistema di grotte marine. 45/50, una più bella dell’altra. Noi finivamo la stagione estiva, dopo la gestione di un piccolo ristorante pizzeria sul mare nella frazione a San Vito. Si metteva a posto e si preparava per la stagione successiva.
Si tornava al paese: Polignano a Mare.
Nel pomeriggio iniziavamo le silenziose passeggiate dalle 16 in poi. Sempre in due, amici inseparabili sul lavoro e nella vita fuori del lavoro.
Non è che non avevamo nulla da dirci, anzi il lavoro era andato bene. Ma quel silenzio era un modo come un altro per ammirare la bellezza del paese, uno di quei regali che la natura ti concede. Si respirava il profumo del mare in quelle strade silenziose.
Ci sentivamo quasi custodi di tanta bellezza e custodi della sua tutela. Alcuni segreti li conoscevamo solo in pochi, almeno fino al 1994. Passeggiare su quelle balconate e le soste su ognuna di essa era di una felicità unica.


Il percorso obbligato del centro storico ti portava sempre a una pausa su quel mare stupendo.
Ad ogni sosta ci chiedevamo se per caso quei luoghi, quelle bellezze avessero ispirato quel nostro concittadino famoso anzi il più famoso. E tutti e due rompevano il silenzio è all’unisono la risposta: sicuro! anzi certo!
Questi posti te li porti per sempre nel cuore e ti fanno sognare. I luoghi del cuore non li puoi dimenticare anzi, a furia di raccontarli e di pensarli, assumono i contorni della leggenda. E le leggende sfidano il tempo e diventano immortali.


Le nostre passeggiate avevano una fermata al bar del “Supermago del Gelo”.
Quel bar oramai era diventato metà di tutto il circondario e di Bari. Oltre alla bontà del gelato ti regalava una colonna sonora unica dalle tre del mattino, orario dei braccianti, fino alle 24 di sera: la musica sempre e solo unica del Mimmo nazionale.
Non si discuteva con Super Mario, Mimmo e basta.
Noi ci eravamo abituati a quella colonna sonora e forse aveva ragione anche lui: mio padre.
E si anche lui, bracciante agricolo con la quinta elementare e suonatore autodidatta di fisarmonica, ogni volta che prendeva la fisarmonica il ritornello era sempre lo stesso.
Mi diceva con orgoglio: “la vedi questa? Quando faceva le serenate la prestavo a Mimmo!”.
Non saprò mai se fosse vero, ma certo è che sul finire degli anni ‘70 a un concerto in una sala ricevimenti, io e Modesto lavoravamo come camerieri quando si presentarono 5/6 braccianti che volevano salutare Mimmo.
Noi li accompagnammo nel camerino e, non appena la porta si aprì, Mimmo in dialetto li chiamo per nome “Mariooo, Lulucc, Pasque a com stat!”.
La porta si chiuse e rimasero fino all’inizio del concerto. Secondo me quell’emozionante incontro aveva regalato minimo una decina d’anni a quei vecchi amici.
La conferma che Mimmo non aveva dimenticato i luoghi, il suo paese, gli amici e il dialetto la ebbi personalmente in quel lontano 1994. Era d’estate, i primi d’agosto e a giorni si sarebbe tenuto il grande concerto della riappacificazione con il suo paese.
Avevamo finito il lavoro, chiuso il ristorante e la pizzeria ed eravamo in pausa al bar. Lentamente entra dal cancello una spider sportiva con tetto aperto e il guidatore un amico mi chiama “Mimmo vieni un attimo”.
Chissà perché non lo mandai a quel paese stanco com’ero. Giro il banco, faccio una decina di metri e mi avvicino alla macchina.

“Te chiem Mimi a com a me“.


“Si” risposi e in quel momento descrivere l’emozione è impossibile... di fronte avevo proprio lui, il Mimmo nazionale. Il cuore non finiva mai di battere ... altro che record di Mennea.

“Per cas sav affaccet Pierluigi!?”


Di solito viene, ma stasera non si è visto. “Va bun, ciao guagliò“ ed io di rimando “Se per caso passo gli dico che lo state cercando maestro“. Lo spaiderino fece manovra e uscì dal cancello.
Pierluigi era un impresario suo amico e aveva messo a punto e contribuito ad organizzare il concerto. Il concerto della pace con il paese del Mimmo nazionale. Pierluigi era un amico e ad ogni suo ritorno era un piacere prendere un caffè e chiacchierare.
Mai vista tanta stampa e tante telecamere come in quei giorni.
Il concerto nonostante la disabilità andò benissimo e Mimmo ritrovo il suo paese e il calore della sua gente, il suo dialetto.

Polignano fece pace con il suo cittadino più illustre. Inutile dire che avrei conservato nel cuore quei due minuti di incontri e l’umiltà di un artista che non aveva mai cancellato dalla sua memoria il suo paese, i suoi amici e il gelato del suo amico.


Le passeggiate continuano ancora oggi sulle belle balconate e poi su tutto il lungomare fino all’ex macello comunale, oggi museo d’arte contemporanea dedicato a un altro personaggio illustre: Pino Pascali.
Ma questa è un’altra storia.

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Sermoneta è un'epifania a cielo aperto.
Un punto esclamativo urbanistico accoccolato tra la pianura pontina e i monti Lepini.
All'interno delle sue mura tutto comunica in una lingua ferma al medioevo. Non c'è una sola costruzione moderna.

Non c'è nemmeno un unico, fuggevole richiamo architettonico alla contemporaneità.
Per certi aspetti è la migliore cartolina possibile dell'Italia dei borghi. Quella che resiste e attraversa la penisola come una brezza antica e curativa.
Il centro storico di Sermoneta è uno schiaffo agli orrori edilizi, ai palazzi di cortina cresciuti come un'erba infestante nei cuori stessi delle città, alla negazione del bello inspiegabilmente assurta a virtù in nome di un progresso che asfissia e brutalizza identità secolari.
Oggi - nel mezzo di una pandemia sanitaria che ha preso le sinistre sembianze di un delirio mediatico - si straparla, si strascrive, si strafarnetica.


Qualcuno però, intelligentemente, ha proposto un recupero dei borghi come panacea per una prossima, auspicabile guarigione dell'anima e, perché no, dell'economia.
Un ritorno a una dimensione più umana (anzi, umanistica) che a prima vista può sembrare utopico, ma che racchiude in sé i prodromi di una sorta di rivoluzione al contrario.


Valorizzare questa rete di piccoli borghi pressoché infinita che formicola sotto il tessuto dell'Italia industriale, può rappresentare una chiave di volta per un rinascimento culturale, sociale e economico.
Nessun luddismo, nessuna ingenuità bucolica, nessuna intenzione vanamente nostalgica.
Solo la pragmatica volontà di affiancare all'Italia che conosciamo un'altra Italia, altrettanto produttiva.
Un Paese in cui i campanili dei vecchi paesi rivaleggino con le ciminiere delle aree industriali non solo in altezza, ma in punti di PIL.
Sermoneta, nella sua incantata meraviglia senza tempo, questo lo ha capito da un pezzo.

Il castello Caetani, la loggia dei Mercanti, la cattedrale e le sue antiche viuzze che straripano di storia sono lì a dimostrarlo.
In quegli avamposti dove la bellezza non è stata sacrificata, si è assistito a una (de)crescita sana e vitale.
Non tutti i vecchi borghi possono godere di queste attrattive, certo, ma tutti invece possiedono in nuce potenzialità culturali, enogastronomiche, paesaggistiche che attendono soltanto di essere riscoperte e valorizzate.

Ognuno di essi, anche quelli che oggi sono praticamente dismessi, può rappresentare una tabula rasa su cui disegnare una nuova mappa del futuro e nuove forme di socialità.


Il nostro straordinario passato è lì che ci aspetta.
Andiamocelo a riprendere.

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