taralli pugliesi
Pane, Pizza e Taralli del forno di Sant'Angelo dei Lombardi

Mia madre al forno di Annita ci capitava almeno un paio di volte al mese.
Quando dovesse andarci me ne accorgevo la sera precedente, poiché mi comandava di passare dalla fornaia per farmi dare un panellino di criscente, la pasta cresciuta, il lievito madre che era alla base della lievitazione naturale del nuovo impasto e che ogni cliente doveva ritirare per lasciarne altrettanto prima di infornare.
Benché fossi un maschietto, mi piaceva osservare mia madre.
Avevo imparato che dopo aver amalgamato il lievito occorreva attendere che l’impasto fermentasse per il tempo necessario.
Di solito per favorire la lievitazione badava a ricoprire il tutto con una coperta di lana, così da tenere l’impasto al caldo.
Quando finalmente tutto era pronto, sistemava la scanata, le panelle, su un’asse e reggendola sulla testa finalmente si dirigeva al forno.

Le volte che ci andavo pure io, potevo assistere ad un rito che sapeva di magico.


Prima di vedere sparire le panelle nella bocca del forno la mamma praticava con la lama di un coltello un leggero taglio a forma di croce sulla crosta delle panelle.
Seguiva una preghiera biascicata a mezza voce e una benedizione impartita con la mano destra, a mo’ di un prete che sparge l’acqua santa.
Anche il pane era santo per la cultura del tempo, cosicché, se per caso ne fosse caduto a terra un pezzo, bastava farsi il segno della croce e lo si poteva mangiare.
Dal forno di Annita non usciva solo pane.


Quando il fondo di mattoni era bello caldo, dietro lo sportello che chiudeva la bocca si poteva trovare di tutto, dipendeva dalla stagione: dai taralli dolci per la Pasqua alle ciambelle con le frittele, dalle pizze ripiene di ricotta e salame alle teglie di costolette di agnello con le patate s’infornavano.
Ogni volta che portava a cuocere il pane, mia madre ne approfittava per portare anche la pizza col pomodoro che lei stessa aveva preparato, mettendo da parte un poco di pasta.
Per abitudine, nel frattempo che il forno a legna raggiungesse la temperatura ideale per cuocere il pane, Annita le pizze le cuoceva per prima.
Era allora che nei vicoli vicini andava spargendosi un profumo inconfondibile: l’effluvio stuzzicante che emanavano le pizze col pomodoro, con il profumo del basilico.
Una fragranza assai più intrigante del buon odore del pane cotto, che già di per sé riversava oltre la porta del forno.
Nei giorni che precedevano la Pasqua la giornata della vecchia fornaia era un vero tour de force.
Per infornare arrivavano da ogni parte del paese, anche persone che non erano propriamente clienti abituali. Annita, però, era molto franca con loro:
«Se posso ti accontento volentieri, ma prima devono infornare quelli che vengono sempre al mio forno!».


Nella cottura dei taralli, dolci o rustici che fossero, occorreva che Annita fosse sempre molto vigile, senza lasciarsi distrarre dal chiacchiericcio che persisteva comunque.
Per intanto i tempi erano molto più rapidi di quelli del pane, ma poi occorreva tenere le teglie ben distanti dalla fiamma, che altrimenti avrebbe bruciato la crosta superiore lasciando crudo l’impasto.
E se così fosse capitato a rimetterci sarebbe stata pure lei, che non avrebbe più avuto il compenso pattuito per quella cottura e avrebbe dovuto faticare per allontanare il fumo che nel frattempo aveva invaso il locale, fissandosi sulle pareti che da poco aveva fatto imbiancare con la calce viva.
Sento ancora il pane nel naso e nel palato!

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Le comari al forno, storie di Sant'Angelo dei Lombardi

Lo ricordo il forno di Annita in via Forno. Che originalità!
Era più che altro una stamberga buia, annerita da spessi strati di fuliggine accumulatasi sulle pareti durante anni e anni di un’attività tramandata da generazioni.
Il terremoto dell’Irpinia del 1980 ne fece macerie indistinguibili.
Non era l’unico forno di Sant’Angelo dei Lombardi, ma certamente era il più antico. Non era restato chiuso nemmeno durante gli anni di guerra.
Nessuno ha mai saputo come avesse fatto, ma la fornaia era riuscita a sopravvivere anche con le tessere annonarie e il contingentamento della farina che aveva interessato ogni famiglia del paese.
L’antro della fornaia era anche il luogo dove le donne del vicinato, e non solo quelle, s’incontravano non solo per infornare ma anche per fare quattro chiacchiere tra femmine.

E per questo oltre al pane si sfornavano anche confessioni, dicerie e cicalecci fini a se stessi. Insomma, era la bottega del pettegolezzo tra comari!


E già, perché tutte le donne in paese tra loro si chiamavano commara. Che poi lo fossero per davvero aveva poca importanza.
Annita sapeva sempre come alimentare i pettegolezzi, mentre rinfocolava la fiamma aggiungendo fascine e ciocchi di faggio.


Cercava di essere attenta, però, che le chiacchiere non scivolassero (cosa abbastanza facile, per la verità) in malignità, calunnie, insinuazioni, diffamazioni, macchinazioni.
Non sempre ci riusciva, però, cosicché le ciarle spese attendendo che il pane cuocesse a puntino andavano spesso ad alimentare dicerie e sospetti più o meno veritieri, più o meno leciti.
Come quella volta quando si sussurrò che la figlia della commara Gina all’altare era arrivata incinta già di qualche mese, infangando la bianca virtù dell’abito nuziale. Insomma un autentico peccato mortale!
«Certamente la mammana potrà dire che si tratterà di un parto settimino…», disse commara Carmela, prontamente ripresa da commara Memena che aggiunse compunta: «Non è la prima e non sarà neppure l’ultima a restare prena prima di andare in chiesa!».
«Il vestito, però, le stava proprio bene… Sembrava una principessa»,


soggiunse la fornaia, per alleggerire la conversazione e immaginare di salvarsi l’anima.
«Sì, la principessa Taitù!», chiosò sarcastica commara Peppinella, i cui rapporti con la mamma della sposa erano notoriamente logori a causa di precedenti incomprensioni.
L’illazione, però, quella volta non passò senza conseguenze.
Venuta a conoscenza che si erano fatti pettegolezzi sulla figlia, l’indomani irruppe nel forno di Annita la mamma della sposa che, mani ai fianchi e piglio deciso, si disse pronta a raccontare vita, opere e miracoli sul conto di tutte quelle loquaci comari.
E, se non fosse bastato, anche delle loro figlie, delle nuore e delle mamme delle mamme fino alla settima generazione.
«Gesù, Gesù… come se la conoscessimo ora a Peppinella!», esplose infine, prima di sbattersi alle spalle la mezza porta che divideva il forno dal vicolo.
Questa era Sant’Angelo dei Lombardi. E questo in modo diverso è ancora la vita nel nostro paese.

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Ho sempre pensato che la mia Pergola avesse tanto da raccontarmi: storie altisonanti di letterati, partigiani, cantanti, pittori, soldati di ventura.
Persone che hanno dato lustro alla nostra Pergoletta santa, che sono entrati nella Storia con la ‘S’ maiuscola, e hanno portato un po’ di noi nel mondo.
Ma nel tempo ho prestato ascolto anche alle storie raccontate dai vecchi, quando riuniti a crocchi, su sedili improbabili, mi snocciolavano aneddoti legati alla loro vita passata o mi narravano storielline maliziose, dette a mezza voce con gli occhi brillanti di gioventù.
[caption id="attachment_118718" align="center-block" width="750"] Pergola - foto Fabrio Ceccarani[/caption]
Altre volte, distrattamente, mi accennavano a pettegolezzi più o meno piccantini, a me che ero una monella come tanti che scorrazzavo fra vicoli e cantoni.
Di questi inconsapevoli narratori, ne trovavi sempre qualcuno, salendo dalle Birarelle verso San Francesco.
E la mia Pergola trova sempre qualcosa da raccontarmi anche con gli odori e i profumi, quando chiudendo le persiane di sera il profumo del fiume sale fino alla mia finestra e mi inebria.
Un profumo umido e forte, un profumo di acqua e terra, a rammentarmi che imperterrito il fiume Cesano passerà comunque sotto il ponte, davanti alla Chiesa delle Tinte, che io lo voglia oppure no.
Che l’acqua correrà lo stesso verso il mare scendendo dal Monte Catria, incurante di me o di qualsiasi altro pergolese, e che girata l’ultima ansa accoglierà il suo fidato amico Cinisco e insieme arriveranno all’Adriatico.

Profumo di fiume che si fa stordente, quando a primavera, acacie, gelsomini e sambuchi si uniscono al suo atavico e primordiale odore.


Odori che cambiano con le stagioni.
Quando a Carnevale il fritto dolce delle Cresciarelle e dei Castagnoli, e l’aroma del miele fuso della Cicerchiata, saturano l’aria e impregnano i vestiti punteggiati di coriandoli.


O quando, a Pasqua, ogni casa profuma di Crescia col formaggio, e le finestre aperte spandono nella via un effluvio di golosità e tradizione.
O ancora quando, in autunno, passando davanti alle case del cantone, durante la cottura dei Biscotti col Mosto, è impossibile non indovinare cosa si stia preparando.
O la domenica mattina, quando senti l’inconfondibile fragranza del sugo di carne in umido per le tagliatelle, o quello di una teglietta di pasta al forno che si contende la cottura con un bel pollo arrosto.
E se all’ora di pranzo ancora non sei rientrato a casa, udire il familiare acciottolio di forchette e coltelli, a infilzare e a tagliare nei piatti, rumori prosaici e poetici insieme, ti fa benedire il tetto che ti aspetta e sorridendo allunghi il passo.
Girando per la mia Pergola, posso ancora sentire o immaginare odori lontani.
Quelli della mia infanzia quando mille botteghe esponevano la merce sui banconi o negli scaffali. Quando si faceva la spesa con la sporta e chiedevo a mamma di comprarmi i biscotti al miele di Snoopy al Botegone.
[caption id="attachment_119682" align="center-block" width="750"] Pergola - Foto di Marco Spadola[/caption]
Mentre passando davanti alle chiese, a volte chiuse, puoi percepire, insieme al medesimo odore stantio delle case vecchie e disabitate. Un sentore d’incenso a ricordarci che la fede ha sempre accompagnato la vita di noi pergolesi e che in nome di questa abbiamo fatto grandi cose, costruito luoghi di culto degni di nota, dalle architetture varie e variegate che nemmeno i numerosi terremoti hanno mai piegato totalmente.
Perché sì, Pergola può elencarti tutti i sommovimenti che Madre Terra le ha riservato e che ha subìto, con tenacia quando è rimasta in piedi imperterrita, con qualche graffio quando ha ceduto qualche muro, con le crepe quando lo scuotimento è stato ben incassato.
La mia città non ama lo strepito, quello lo lascia agli altri; a volte sembra restia al rinnovamento, per poi scoprirsi più moderna di quello che credeva.
La mia città ricorda la ricchezza di un tempo, ma speranzosa va verso il futuro, incerto come tutte le cose di là da venire. Non ha dimenticato la sofferenza e l’abbondanza, i rovesci grandi e piccoli e le vittorie, semplicemente non ne fa sfoggio, se le tiene per sé.
Pergola ha sempre una storia da raccontare, se si ha la pazienza di aspettare il momento buono, la curiosità di andare oltre l’apparente decadenza, e la voglia di capire il perché delle cose e del carattere degli abitanti.
Come una vispa nonnetta, sbucinando (cercando) nel sinalone (grembiale) tirerà fuori piccoli tesori e grandi meraviglie.
E te li donerà con un sorriso da giovane sposa, facendoti una carezza sul viso come una mamma amorosa, e inizierà dicendo: C’era una volta…
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Il grande giardino pullulava di vita, quella mattina di giugno. Il sole brillava alto e in cielo era tutto uno stridere di rondini.
Siamo a Sant’Agata li Battiati, nel 1969.
Sul largo viale che conduceva alla Fine del mondo - ovvero il punto oltre il quale era vitatissimo andare - i bambini si rincorrevano, gridando.
Anche loro, come rondini si muovevano disordinatamente, sudati e con gli occhi brillanti. Gli alberi grandi stormivano appena per una brezza leggera.
Sullo sfondo, l’enorme carrubo secolare si mostrava in tutta la sua maestosità, seppur contorto e curvo per la vecchiaia. Ai suoi piedi, i frutti caduti emanavano un odore intenso, che stordiva perfino le mosche.

Grosse lucertole si nascondevano fra le pietre. Due di esse improvvisarono una lotta: a morsi, a colpi di zampe, con le code saettanti, finché una delle code rimase lì, sul selciato, a muoversi e vibrare come cosa ancora viva.
Una pala di ficodindia cadde dal muretto e rotolò ai piedi della piccola statua della Madonna del Rosario, nascosta nella nicchia di lava.
Un gruppetto di fragoline selvatiche occhieggiava, lì nei pressi della lavanda profumata, quella sicula, antica, con le foglie esili e strette. La macchia violetta dei primi agapanthus fioriti brillava in un angolo ombroso, accanto alla grande aspidistra.
Lei era rimasta indietro, ferma a guardare la frenetica attività di un formicaio, incantata dall’andirivieni di mille e mille soldatini neri, carichi di larve e pezzi di ape morta.
Alzando lo sguardo, vide la scala che portava laggiù, giù, sotto terra. Il “rifugio”, lo chiamavano quelli che si ricordavano la guerra. Mentre gli altri improvvisavano una battaglia di pigne in fondo, alla Fine del mondo, lei decise che il momento era arrivato.

Certa di non essere vista, con piglio garibaldino si avviò. Appoggiata la mano alla ringhiera arrugginita, sentì un brivido freddo lungo le spalle. Dal basso, dal buio della scala di pietra arrivava un odore forte di umido e di terra.
Senza scoraggiarsi, scese piano i gradini sconnessi e quando uno tremò sotto la pressione del suo piede, ebbe un attimo di esitazione.
Inghiottendo la paura continuò a scendere, cercando di adattare la vista all’ombra, allo scuro improvviso, finché arrivò alla fine della scala.
Da lì, non si sentiva quasi alcun rumore. L’atmosfera era densa, ovattata. Una grande ragnatela pendeva dal tetto della grotta e una lama di luce filtrava da un buco, lassù.
Accostate alle pareti di pietra c’erano ancora due sedie rotte a raccontare che lì sotto, durante la guerra, donne e uomini e vispi ragazzini magri avevano cercato rifugio dalle bombe.
Concentrandosi, le sembrò di sentirne le voci, i racconti e di udire le nenie di preghiere bisbigliate, come quelle che la nonna mormorava ogni pomeriggio.
Addentrandosi e muovendosi piano (per non disturbare il Grande Mostro coperto di muffa che sicuramente la aspettava, in agguato) si forzò a esplorare quell’antro.
Piano piano, a piccoli passi. Vide un mucchietto di vermi (che schifo!) e un cumulo di foglie marce portate dal vento e poi…  niente, nella grotta non c’era niente.
Con un sospiro di sollievo e un tremito, la tensione si allentò di botto.
Non c’era niente, nonostante quello che raccontavano, ma lei aveva avuto il coraggio di scendere e guardare con i suoi occhi. Soddisfatta, risalì la scala ed emerse di nuovo alla luce di quella calda e tersa mattina di giugno.
Sotto il portico, sulla tavola, trovò il pane caldo condito con l’olio buono e il sale.

Accanto, Merlina preparava la coppa con l’acqua e le erbe profumate, la salvia, il basilico e il rosmarino.
Lasciata fuori di notte, l’acqua con quelle erbe avrebbe raccolto la brina del primo mattino.
Sarebbe servita a lavarsi il viso l’indomani, il giorno di San Giovanni.

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Esistono dei luoghi che ti entrano nell’anima, a prescindere dal legame che hai con loro.
Sono tanti i motivi che ci inducono a visitare un posto che possono essere per lavoro o per una visita ad amici o parenti, semplicemente, per vacanza.
Noi ci siamo ritrovati un giorno d’agosto ad accompagnare nostra figlia a Menfi per trascorrere un weekend a casa di una amichetta.
Lei aveva circa 13 anni ed era la sua prima esperienza fuori casa, cosi abbiamo optato per accompagnarla e cercare un posto in prossimità dove alloggiare. Nel caso “fosse entrata in crisi”!

È cosi che siamo arrivati nella vicinissima Sciacca, fino ad allora conosciuta solo sulla carta o per la sua fama legata al carnevale allegorico.
Ho fatto una ricerca immediata su internet e ho trovato il Relais Garibaldi: un grazioso B&B proprio nel cuore di Sciacca.
L’impatto appena arrivi è strano, almeno per me è stato cosi, in quanto architettonicamente Sciacca si presenta con una parte nuova anonima, un centro storico e poi la parte a mare.
Non appena ho aperto bocca per avere qualche informazione sono entrata nella magia.
Si perché la bellezza di Sciacca non è immediata. I suoi abitanti, i saccensi, hanno il “genius loci”, ovvero quel senso di appartenenza che amano condividere con tutti gli ospiti/visitatori.

È questo il valore aggiunto di Sciacca, perché ti permettono di entrare nel loro tessuto sociale, storico, architettonico, enogastronomico, come un ospite prezioso.
Tra le persone che ho conosciuto c’è Angela, una donna, imprenditrice turistica molto affascinante, non solo per l’aspetto fisico ma soprattutto per la competenza, conoscenza e professionalità.
Si è messa subito a disposizione e dal nulla abbiamo programmato dei giorni fantastici che hanno reso il nostro soggiorno a Sciacca una delle esperienze più belle.
Io e mio marito viaggiamo molto, sia per lavoro che per diletto, ma questa piccola vacanza ci è entrata nel cuore perché ci ha trasmesso la generosità, il calore e il senso di ospitalità di tutta la comunità saccense.
Penso all’ottimo pesce fresco che assapori in qualunque ristorante di Sciacca, alla bellezza storica raccontata attraverso il giro in apecar da Francesco, alla degustazione dei vini nelle cantine dell’hinterland, al ceramista che ti fa partecipare ai suoi laboratori o alla bellezza singolare del corallo di Sciacca con il suo museo.
Una condivisione completa che qualifica il territorio e che ne fanno una narrazione autentica di uno spaccato squisitamente siciliano.
 

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Come potrei dimenticare Grotteria: il mio paese d’infanzia, dove sono nata, cresciuta, sposata.
Inizio dal 1951 quando sono nata, mi raccontavano i miei genitori che anche nella povertà hanno festeggiato il mio arrivo dopo due maschietti.

Sono stata cresciuta come una principessina ma non viziata.
Sono andata a scuola fino alle medie. Studiosa, brava, seria.
All’età di 16 anni ho incontrato un ragazzo che ha stregato il mio cuore con il quale, dopo due mesi di conoscenza, ci siamo sposati.
Subito dopo qualche mese siamo partiti per il Canada, precisamente a Montreal in Quebec.
Ma non ci siamo dimenticati del nostro paese d’origine.
Ogni anno siamo ritornati a passare le vacanze con le nostre famiglie e il nostro stupendo mare Ionio.
Passavamo due-tre mesi a godere di ogni piccolo posticino della Calabria. La abbiamo visitato per lungo e largo.

Praticamente cercavamo di andare nei mesi quando c’erano tutte le feste patronali che non abbiamo mancato. Neanche una.


Erano giorni indimenticabili che sono rimasti indelebili nel cuore.
Dal nostro matrimonio sono nati due bellissime bambine, adesso mamme, che ci hanno regalato degli splendidi nipotini.
La mia Calabria nel cuore.
Ancora oggi, dopo 53 anni di distacco, la penso come fosse il primo giorno d’addio.
Sono un po’ di anni che non vado a visitarla causa salute, però non c’è giorno che il mio cuore non piange per la lontananza.

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Cos’è questa confusione letteraria, vi chiederete!
Ma datemi pochissimo tempo e capirete perché, durante le vacanze estive di una giovane, i romanzi di Salgari e i miti Omerici si sono incontrati o meglio hanno preso vita e corpo nel suo cuore.
Siamo nell’inverno del 1976 quando la TV trasmette lo sceneggiato Sandokan che cattura l’attenzione di grandi e piccini. Magari per l’ambientazione esotica in un’isola del Borneo e nel mare dei pirati, per la bellezza dei protagonisti Sandokan e Lady Marianna, interpretati da Kabir Bedi e Carole André, e magari per la loro avvincente storia d’amore.
Avendo ottenuto un grandissimo successo di pubblico, rimane nella storia della televisione italiana e nell’immaginario collettivo.
Anche la giovanissima Micky rimane affascinata dalle avventure delle Tigri di Mompracen, dal coraggio di Sandokan, dall’astuzia, simpatia e amicizia di Yanez (interpretato dal bravissimo Philippe Leroy), dalla forza dell’amore, espressa con determinazione e dolcezza dalla Perla di Labuan.
Ma tutto termina in sei puntate.
La vita scorre e il tempo che passa sembra far dimenticare quella storia e quei personaggi.

Poi finalmente finisce la scuola ed iniziano le vacanze, vi ricordate quelle che duravano quasi quattro mesi? Allora siete della mia generazione!


Si parte per il mare.

Per me è sempre significato andare a Gaeta, che a quei tempi era conosciuta dai giovani militari di leva perché il suo castello Angioino-Aragonese ospitava il carcere militare, dove per anni fino al 1975 soggiornò Herbert Kappler, comandante delle SS e della Gestapo a Roma. Ma questa è un’altra storia.
Per lunghi anni non ho avuto un termine di paragone, ma consideravo bellissima (e lo è ancora) questa cittadina del Lazio che prende il nome dalla nutrice di Enea, Cajeta.
Una località da sogno, senza dover andare nelle isole caraibiche per correre o prendere il sole su spiagge dorate, immergersi in acque cristalline popolate di pesci, molluschi e ricci di mare (la mia passione) e arrampicarsi sulle rocce che si stagliano a perpendicolo dalla superfice marina.


Poi tuffarsi e andare a scoprire grotte, anfratti e pozzi marini. Il Pozzo del Diavolo è famoso e stupendo per i colori e i riflessi dell’acqua e a volte è inaccessibile a causa delle alte maree.
Questa bellezza era accentuata o addirittura era modellata dal senso di libertà che mi dava essere immersa in una natura incontaminata, ancora (per alcuni anni) selvaggia.
Come le rocce sono modellate dal vento e dal mare, così la bellezza di una terra baciata dal sole e dissetata dall’acqua piovana scolpiva il carattere di una ragazzina sognatrice.


Ed è proprio qui che nelle estati successive a quell’inverno del 1976, sempre sotto l’occhio vigile della mamma, Micky con altri ragazzini ha viaggiato con la fantasia, arricchendo le avventure salgariane di nuovi e inediti episodi.

All’inizio bastava un pattìno o una tavola da surf per trasformare l’equipaggio di “mocciosi” in pirati, padroni di fare scorribande da un punto all’altro di una caletta, senza paura di essere travolti da una moto d’acqua o da un gommone.
In quegli anni erano rare le barche che non fossero quelle da pesca o i gozzi di qualche amante del mare. Bastavano le pinne e la maschera per andare alla scoperta di fantastici, quanto immaginari tesori marini, per lo più fatti di conchiglie o sassi.
Ma c’erano anche le “mocciose principesse” che spesso rimanevano a prendere il sole su di uno scoglio in attesa che il “pirata spasimante”, tornato dalle imprese marine, prestasse loro riverente attenzione.
Così, immedesimandosi in Sandokan e Lady Marianna (la perla di Gaeta), tra le rocce, le onde e la sabbia nascevano precoci ma innocenti amori.
Poi, nelle estati successive, fino a quelle della metà degli anni ’80, quando si aveva a disposizione un laser con la sua piccola vela o un catamarano, si solcavano i mari fino a lidi più lontani di quella costa famosa per le sue sette spiagge (Serapo, Fontania, Quaranta Remi, Ariana, Arenauta, San Vito e Sant’Agostino).
[caption id="attachment_110000" align="center-block" width="750"] Tiella di Gaeta by Dario Magno[/caption]
Una più bella dell’altra e in ognuna c’era un motivo per andare: una nuova amicizia, un panino pomodoro e mozzarella mangiato in comitiva, uno spicchio di tiella con il polpo (slurp), una partita di pallone “romani contro napoletani” con gelato offerto dai perdenti ai vincitori, un tuffo nella piscina dello stabilimento più bello (oggi rinomato Resort), con l’acqua gelida che sgorgava direttamente dalla roccia.
In quella piscina c’era anche uno scivolo (oggi non più) ripido ed alto, credo una ventina di metri, dal quale volare in acqua.
La prima volta era una prova di coraggio, quasi un’iniziazione per far parte della comitiv,a e poi (le successive) una schicchera di adrenalina prima di tuffarsi pigramente in un bagno di sole sull’antistante battigia.
Lungo quella costa, dove il mito vuole che approdò Enea (e per questo la località è conosciuta come Aeneas’ Landing) risuonavano le voci di giovani felici, immersi in chiacchiere che potevano durare fino al tramonto, quando iniziavano a salire le note musicali delle discoteche all’aperto.
Negli anni del liceo, soprattutto chi faceva il classico, diventava il narratore preferito di storie, come quelle omeriche o quelle che traevano una vaga ispirazione da questi luoghi conosciuti ed amati già dagli antichi romani.
Così, se si parlava del non lontano Circeo qualcuno iniziava il racconto della Maga Circe e dei compagni di Ulisse trasformati in porci, oppure qualcuno riferiva di aver visitato la Grotta di Tiberio e annessi resti dell’antica villa imperiale nella vicina Sperlonga.
Allora la costa del basso Lazio ancora non la si conosceva e promuoveva come “Riviera di Ulisse” eppure, a ripensarci, quelle estati mi sembrano una magnifica Odissea!

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Un sabato mattina, in piena primavera agli inizi degli anni duemila, usciti dalla biblioteca comunale vicino Porta Romana in centro storico, abbiamo percorso un po’ emozionati qualche centinaio di metri tra rue e piazzette per raggiungere il luogo dove tantissimi ascolani si sono trovati innanzi a quell’emozione unica dell’inizio di una storia d’amore.

Ci siamo dati il primo bacio.
Qualche settimana prima un frutto ci aveva fatto conoscere, parlandomi chiaro mi fece capire che non era per me quella ragazza. Forse perché lui era caduto per primo d’albero, cercando di “coglierla”…
Vi domanderete chi eravamo e dove eravamo diretti?
Parto dalla prima domanda.
All’epoca eravamo due studenti universitari presso facoltà extracittadine, naturalmente, dato che Ascoli ha visto un proprio Ateneo più di sei secoli fa e per breve tempo.
Io stavo preparando la tesi, tra un disegno e l’altro del bozzetto per il fazzoletto del sestiere dove sono nato e cresciuto, dopo una “carriera” universitaria non troppo veloce e brillante.
La ragazza, che dopo poco più di un lustro sarebbe diventata prima la madre di mio figlio e dopo 11 mesi mia moglie nella stessa data inversa tra mese e anno, era all’epoca studentessa universitaria al primo anno.

Vi domanderete, due universitari dopo un sabato mattina di studio, dove potevano andare a fare due chiacchiere senza troppo disturbo nella città delle cento torri?


Immaginate il luogo più romantico all’interno del centro storico, dove da un lato scorre, nel suo letto verdeggiante ad oltre 30 metri di dislivello, il fiume Tronto e dall’altro lato muri in travertino che nascondono bellissimi orti medievali.


E tutto con la cornice di diverse torri, tra le pochissime rimaste di due centinaia e forte e austeri palazzi medievali. Così narra la storia bimillenaria della città penisola tra Tronto e Castellano.
E che dire della via, di cui il nome è cinto l’universo, naturalmente irregolare, nel fondo unico della città per dimensione e lunghezza, fatto di soli selci di fiume, che mani esperte hanno scelto per stare insieme e durare.
 
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