Era questa la litania che il 24 giugno, terminate le scuole e appena iniziata l’estate, dava inizio alla novena alla Madonna delle Grazie, ovvero alla Madonna di Santa Maria del Piano a Lioni.
“Oh Mamma delle Grazie,
che in braccio porti Grazie,
a te vengo per Grazie,
oh, Maria, fammi Grazie!”
Sul ponte dell’Ofanto, alle sei e trenta del mattino, mi incontravo con le donne del paese devote a Maria e, durante il cammino che ci portava alla chiesa, recitavamo il rosario, intervallandolo con la popolare preghiera pronunciata con pia convinzione.
Giunte sul sagrato dell’antico luogo di culto, prima che iniziasse la messa, mi riposavo sul sedile in pietra sotto la grata della finestra sinistra, a sentire il rintocco delle campane e ad odorare l’aria tiepida che sapeva di fieno fresco, di latte appena munto e di gigli odorosi. 
Intorno, solo la calma e la voce di qualche contadino che, dall’alba, aveva iniziato il lavoro della mietitura.
Sant’Elisabetta e Maria stavano sull’altare, al lato destro. Parlavano.
Con volto sereno. Ai lati della chiesetta, in una delle nicchie laterali, mi incuriosiva la statuetta lignea della Madonna Incoronata di Foggia, che, seduta tra i rami di un albero, sembrava osservare i fedeli.
Dopo la messa, ascoltata con partecipazione devota, tappa obbligatoria era da “Maria de Savino” e “Peppo de Scanola”, sotto l’albero di gelso rosso accanto al pozzo diroccato.
Per me, era un rito legato all’infanzia.
Maria, scattante, alta e sempre asciutta, prendeva un lenzuolo, che tutti tenevamo per i lembi, e cominciava a scuotere l’albero. Dai rami, come per magia, cadevano i gelsi.
Io, non resistendo al profumo e all’odore di dolce, mi precipitavo a mangiarne quanti più ne potevo. Sotto, era il pozzo.
Mi piaceva osservare quel secchio di ferro precipitare sul fondo e, toccando acqua, emettere un tonfo sordo, profondo. La catena si lanciava nel vuoto, verso il buio.
Dall’alto, si vedevano leggeri i riflessi dell’acqua fresca, in cui, di notte, si specchiava la luna… Non mangio gelsi da anni.
E da anni non vedo alberi di tale frutto che evoca l’oriente.
Non so se l’albero e il pozzo siano ancora lì, dove io immagino che siano, sulla sinistra prima della casa di Maria, tornando a Lioni.
Però, nelle prime sere di luglio, quando anche a Genzano l’aria sa di grano e, nella campagna più aperta è possibile incontrare le lucciole, mi piace pensare che tutto sia rimasto immobile, a Santa Maria “Gnano”.
Che dai robusti rami della pianta di gelso, mossi da qualcuno, cadano quei dolci frutti che sanno d’antico e che il secchio, cigolando ormai arrugginito, continui a precipitare nel pozzo, incontrando l’acqua e portandola a galla.
Proprio come oggi, a distanza di anni, riaffiorano e salgono i ricordi dai meandri nascosti e tortuosi dell’anima mia…




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