Pontinia, il ‘Parco dei continenti’ si svela

«Fin da quando ero bambino mi piacevano gli alberi, le piante e in particolar modo i fiori. Fu mia madre ad attaccarmi questa passione. E ricordo che da bambino selezionavo con grande cura le violette di campo da portare alla maestra. Era la prima selezione estetica della mia carriera in un’epoca in cui le donne più importanti erano la Madonna, la mamma e la maestra di scuola. Era il mio primo tributo alla bellezza. Già dentro di me avevo un sogno che sto cercando di realizzare». 

IL SOGNO DI ANTONIO AUMENTA 

A parlare così è Antonio Aumenta, proprietario di uno dei più grandi vivai della provincia che per anni ha coltivato il sogno di costruire e aprire al pubblico uno dei più grandi parchi botanici tematici d’Europa.

«Si chiamerà il ‘Parco dei continenti’ e conto di aprirlo ad aprile del 2018, perché ormai sono decenni che è nella mia testa e ci lavoro da anni». 

Un grande parco botanico in cui si potranno ammirare la flora e i paesaggi di tutti i continenti del mondo. Divisi per aree territoriali e non per fasce climatiche, come spesso accade in parchi simili.

«È stata una scommessa con me stesso, come ho fatto sempre. La mia idea era quella di ricreare un paesaggio e la vegetazione di un paese lontano. Di trovare l’atmosfera di quel posto».

TESORI DA TUTTO IL MONDO

«Ho girato il mondo non solo alla ricerca delle piante ma anche dell’habitat dell’ambiente da cui provengono. Per tutto questo tempo ho collezionato piante su piante per questo parco. Finalmente, nel 2006, ho trovato un terreno che mi sembrava ideale per fare questa iniziativa: l’unica collinetta nel Comune di Pontinia ai confini con Priverno, sulla via Marittima Seconda in località Procoio. Quando sarà finito il parco sarà grande 16 ettari e ci saranno migliaia e migliaia di piante differenti». 
Antonio Aumenta ha una certa esperienza in paesaggi, almeno da quel che ci racconta sul suo passato professionale. I suoi genitori erano agricoltori e lo hanno mandato a studiare all’istituto agrario che gli piaceva tanto.

“VECCHIA SCUOLA”

«Ai miei tempi era una cosa diversa, si poteva fare davvero il mestiere e ho potuto lavorare per anni con Pietro Porcinai, il migliore e il più grande architetto del paesaggio di sempre nel nostro paese.

Poi ho lavorato come giardiniere di Ninfa dal ‘77 all’84. Ho imparato molto, ho conosciuto la principessa Diana e il principe Carlo quando sono venuti in visita al giardino, ho avuto molto da quella esperienza, insomma, ma ho anche dato». 

L’azienda di famiglia creata da questo signore dai modi molto semplici è davvero immensa e ricca di materiale. Ma quando chiediamo al signor Antonio Aumenta quanto abbia speso per la sua incredibile collezione di piante da tutto il mondo lui scrolla le spalle e sorride:

«ma vede, io sono sempre stato uno che se deve comprare una macchina guarda al centesimo. Ma se una pianta mi piace e sono convinto che sia unica quasi non so quanto costa. In questo parco però non vogliamo solo esporre le piante ma vogliamo trasportare le persone fisicamente nei luoghi da cui provengono». 

LA SABBIA DEL DESERTO MESSICANO A PONTINIA

«Le faccio qualche esempio. Abbiamo importato anche i massi del deserto messicano, la sabbia e la terra australiana, abbiamo portato piante millenarie, più uniche che rare e abbiamo descritto paesaggi pluviali e desertici. Abbiamo portato la pianta di cui si nutrivano i dinosauri, la Dicksonia Antartica che è un vero fossile vivente ancora tra noi.

Ci sono piante millenarie, ce ne sono alcune rarissime che hanno sviluppato meccanismi di difesa tossici contro le altre piante. Altre che sono capaci di vivere per millenni. Il tutto in paesaggi suggestivi che solo la natura e un po’ di ingegno possono creare. 

E così, nell’area dedicata all’Europa, abbiamo reso un omaggio all’ulivo, pianta fondamentale della nostra storia, creando un anfiteatro colossale e molto suggestivo con la pietra e gli ulivi.

Ma è solo vedendo tutto questo che si può apprezzare. Le parole e le foto non basteranno per descrivere questo mio sogno quando si sarà realizzato ma è indicativo pensare al fatto che il parco è fatto talmente bene da essere già stato scelto per set fotografici e cinematografici nel recente passato». 

L’APERTURA AD APRILE 2018

Ormai è arrivato il momento: «l’apertura deve arrivare nel 2018, io penso ad aprile. Lo chiamerò Il Parco dei Continenti e spero che aiuti tutti coloro che sono appassionati a vedere cose che non hanno ancora visto in vita loro e quelli che sono poco sensibili verso la natura a capire quanto è delicato e straordinario il nostro pianeta.

È il sogno di una vita, ho lavorato tanto per cercare di realizzarlo e spero di poterlo vedere presto». 

Una sfida non da poco per questo imprenditore che rischia di diventare uno dei più grandi collezionisti di piante del mondo. E quasi non ci si crede, quando si visita il parco in costruzione, a Pontinia in provincia di Latina.

Sembra proprio di percorrere un sentiero immaginario dell’assolato deserto o di immergersi nell’atmosfera gonfia di odori di un antico giardino giapponese. C’è tutta la sapienza dell’esperienza e una dose di follia fanciulla. La stessa che spingeva questo imprenditore un tempo bambino a cercare le violette più belle del campo da regalare alla maestra il primo giorno di scuola.

E Antonio Aumenta, nel suo affannoso lavorio pluridecennale alla ricerca delle piante e dei fiori più rari ed esotici da piantare nel suo parco botanico dei sogni sembra non abbia mai spesso di guardare ad ogni singolo fiore come se fosse il più bello del mondo.
 
Pubblicato nella rivista settimanale "Il Caffè di Latina"

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Il Segreto dei “Monasteri Formicai”

Il Medioevo è un tempo assediato. Per questo i monasteri sono cittadelle fortificate e crescono a dismisura riempiendosi di religiosi e di gente comune, diventando ricchi di manovalanza, di terre e di tesori come veri e propri feudi.

In un’epoca di invasioni, violenze, guerre e saccheggi, le chiese si trasformano in un imprescindibile punto di riferimento.

E ancora di più accade ai monasteri i quali, nati per esigenze di isolamento e preghiera, via via diventano altro poiché la disperata esigenza di salvezza, anche fisica, porta gli uomini e le donne del tempo romanico a sceglierli come proprio rifugio.

Non si spiega altrimenti il sorgere e il diffondersi dei monasteri nelle campagne, e anche dentro le stesse città.

E non si spiega altrimenti come interi territori (terre e attività e persone) si siano affidati da subito alla protezione di un monastero, fin dal suo sorgere.

Nato per accompagnare i più consapevoli tra gli uomini, come un’oasi in cui prepararsi al grande passaggio del giudizio divino, il monastero diventa presto una garanzia per molti poiché l’esigenza di protezione e di salvezza è drammaticamente inscritta nel cuore degli uomini del tempo.

E’ così che ogni monastero si trasforma in un potentissimo attrattore e accoglie persone, coagula possedimenti e terre, diventa cittadella in cui una comunità vastissima si rifugia e trova risposte cedendo, in cambio, ampie fette di sovranità, peraltro da tempo ormai vacante.

Sopra Burgusio, in Val Venosta, il Monastero Bianco di Monte Maria è un grande agglomerato abitato, forte e compatto, il cui nucleo originario risale al XII secolo.

Dimostra l’aggregarsi di un popolo intero intorno ad un insediamento primitivo.

Un aggregarsi che cominciò subito, in pieno medioevo per arrivare infine alla forma compiuta in cui si presenta oggi come un monastero chiuso, protetto saldo.

Castello, quasi, prima ancora che un luogo di preghiere e di culto, ma le due funzioni stanno insieme, perché nel medioevo romanico difesa e preghiera servivano la stessa disperata ricerca di salvezza.

L’abbazia di Monte Maria (insieme a tante altre cittadelle monastiche medievali, dalla Sacra di San Michele fino ai villaggi monastici fortificati d’Irlanda) dimostra che quella romanica è davvero una società “dei monasteri” che, come scrive Duby, sono i luoghi in cui le istanze di un popolo si trasformano in fede e in arte:

“Le funzioni fondamentali assolte dalla comunità monastiche in questo periodo della storia cristiana spiegano come mai lo spirito di riforma si sia sviluppato inizialmente nelle abbazie. Rimanendo la Chiesa secolare prigioniera del mondo laico fino al principio del XII secolo, gli abati prevalsero sui vescovi, e dovunque trionfarono i monaci, che vivevano più santamente e rendevano a Dio servizi di qualità molto migliore. Prima del 1130 i maggiori centri della cultura occidentale, i grandi crogiuoli della nuova arte sono dunque i monasteri, e non le cattedrali” (L’arte e la società medievale).

E’ proprio per la sua capacità di rispondere all’ansia di protezione dei più, e di proporsi come una istituzione sociale, che il monastero altomedievale può moltiplicare se stesso in pochi decenni e può crescere in modo esponenziale.

Testimonianza di questa incredibile vitalità è la sua chiesa che verrà costruite e ricostruite più volte (si pensi a quanto accadde a Cluny) con un ritmo impressionante, giustificato solo dalla necessità di adeguarsi progressivamente ad una realtà sociale che cresce con la stessa impressionante progressione.

Monastero di Monte Maria

Il monastero di Monte Maria è una fondazione monastica risalente al XII secolo. Il luogo, antico insediamento dedicato a Maria, fu scelto dai nobili di Tarasp che vi edificarono quella che sarebbe diventata la più alta tra le abbazie benedettine.

Restano, del tempo, mirabili, gli angeli e il Pantocratore sulle volte della cripta, dai colori intensissimi e dai richiami orientali.

Gli affreschi si sono conservati in modo mirabile anche grazie all’oblio in cui era caduta questa parte del monastero: consacrata nell’anno 1156 la cripta era stata murata in epoca successiva ed è stata restituita solo nel 1980.


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bdr
L’Orto del Pellegrino di Velletri: la Via Francigena con le erbe officinali

Il medioevo può essere raccontato in tanti modi e a Velletri la storia della via Francigena viene vista da una angolazione veramente insolita: quella delle erbe officinali che usavano i pellegrini.

Un gruppo di donne ha ricreato nel cuore del centro storico di Velletri un orto che aiuta a ripercorrere la storia del pellegrinaggio europeo che, a partire dal 500 dC con Benedetto da Norcia, incrocia quella dei monasteri.

Un viaggio tra arte, storia, botanica e spiritualità alla scoperta della Via Francigena ma anche di uno dei primi fenomeni di massa che ha unito popoli europei all’insegna del cammino e dell’esplorazione del territorio.

Nel centro storico di Velletri, all’ombra delle Torre del Trivio, il Vicolo del Pero accompagna il Pellegrino fino ad una piccola corte interna su cui si affaccia un vecchio portone. La scala di pietra, gradino dopo gradino, si arrampica fra tegole, tetti e terrazzi prima di arrivare all’Orto dove il viaggiatore potrà trovare rimedi e medicamenti da utilizzare durante il cammino. Ci dice Chiara, una delle fondatrici dell’iniziativa:

“Abbiamo recuperato un vecchio giardino abbandonato nel centro storico di Velletri (Roma) piantando le principali erbe officinali che i Pellegrini che percorrevano la Via Francigena (che passa ufficialmente per Velletri), potevano utilizzare più frequentemente durante il percorso per risolvere i più comuni problemi di igiene e salute”.

L’Orto del Pellegrino nasce dal recupero di un piccolo giardino abbandonato tra i tetti di Velletri, nel cuore dei Castelli Romani. Il gruppo tutto femminile che è riuscito a dare una nuova vita a questo spazio urbano dimenticato, ha deciso di piantare nell’Orto le principali erbe officinali di cui i pellegrini si servivano: una sorta di pronto intervento portatile di cui potevano disporre in itinere per preparare medicamenta ad hoc.

L’Orto del Pellegrino custodisce piante medicinali in piccole aiuole, mantenendo nel suo cuore l’acqua come elemento centrale. La vite centenaria e la camelia bianca ombreggiano i vialetti di scorrimento che accompagnano i visitatori alla scoperta della Via Francigena.

E’ un vero e proprio esperimento di rigenerazione urbana perché non ha voluto creare quinte o nascondere le testimonianze di vita quotidiana delle case che si affacciano su questo spazio sospeso tra passato e presente, tra suggestione simbolica e realtà.

L’Orto del Pellegrino, durante la settimana, ospita visite guidate animate e laboratori didattici offrendo ai bambini e ragazzi la possibilità di conoscere le erbe medicinali e il loro impiego per la preparazione dei rimedi più comuni.

Durante i fine-settimana è possibile prendere parte a eventi come il Giardino delle Farfalle, la “Farmacia degli animali” oppure si può prenotare un piccolo tour di mezza giornata che oltre alla visita guidata all’Orto comprende, anche la visita al Museo Diocesano vicino la Cattedrale di San Clemente.

Qui, tra le varie opere, è conservata una Madonna con Bambino (1426-27) di Gentile da Fabriano e la celebre Croce Veliterna stauroteca (perché doveva contenere un pezzo della Croce di Cristo). La visita si conclude poi con l’ingresso nella Cripta della Cattedrale aperta solo in queste occasioni.

Per Maggiori informazioni visitate  www.lortodelpellegrino.it

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Mostra - Spettacolo su Marc Chagall: Sogno di una Notte d’Estate

Ho visitato pochi giorni fa la mostra–spettacolo su Marc Chagall che viene presentata per la prima volta in Italia a Milano, nel Museo della Permanente dove rimarrà aperta fino al 28 gennaio 2018.

Pur non essendo una esperta di arte, ho sempre ammirato le opere di Marc Chagall. Tuttavia questa mostra mi ha fatto conoscere la enorme varietà della sua produzione artistica. Grazie alla tecnologia multimediale si viene condotti per mano nella vita dell’artista che è durata quasi un secolo. Nato il 7 luglio del 1887 è infatti deceduto il 28 marzo 1985.

Non tutti però sanno che è nato a Vitebsk, in Bielorussia, e che il suo vero nome era Moishe Segal, naturalizzato francese e d’origine ebraica chassidica.

La mostra è tutta concentrata in due sale, una grande e una piccola. Lo spettatore che arriva in un momento di pausa, dopo aver ascoltato le interessanti informazioni all’entrata della mostra, si ritrova in un’ampia sala con pareti nude bianche, sedili lungo le pareti e una torretta centrale, alla quale si accede tramite una scaletta. Da qui si ha la possibilità di osservare dall’alto l’ambiente: pareti bianche nude e tanti faretti spenti sul soffitto. In sintesi: uno stanzone vuoto.

Ben altra cosa è quando la luce centrale si spegne e viene sostituita dall’accensione dei faretti che illuminano con una vasta gamma di colori pareti e pavimento: è l’inizio dello spettacolo!

Si assiste alla rappresentazione di 12 brevi storie sui vari aspetti delle opere dell’artista che personalmente in parte non conoscevo. È un viaggio nella vita personale e lavorativa di Marc Chagall che è stato non solo autore di quadri ma che ha anche realizzato vetrate colorate per cattedrali, sceneggiature teatrali e si è cimentato con sculture, ceramiche e vetri.

Un artista eclettico che si è espresso in varie discipline dell’arte contemporanea. Tutto ciò viene mostrato dalle bellissime serie di video offerte dalla mostra.

Come tutti gli artisti anche Chagall ha avuto periodi della sua vita caratterizzati da differenti stati d’animo che si sono riflessi nei suoi lavori: alcuni pieni di colori inneggianti alla gioia di vivere altri più tristi e densi di nostalgia.

Chagall si sposò per la prima volta nel 1915 con Bella Rosenfeld, figlia di ricchi orefici, e le rimase fedele fino alla sua morte avvenuta nel 1944 per un’infezione virale.

Solo nel 1949 Chagall riuscì ad uscire dalla forte depressione in cui era caduto e nel 1952 si risposò con Valentina Brodsky. Morì nel 1985, a 98 anni, senza avere mai interrotto il suo lavoro. Una delle sue ultime opere sembra siano state le vetrate della chiesa di Santo Stefano a Magonza in Germania.

La mostra evidenzia tutta l’ecletticità di questo artista. Le immagini che si susseguono, arricchite da luci e colori che quasi ipnotizzano e da una musica molto ben selezionata, ci fanno immergere in un mondo surreale nel quale diventiamo parte della presentazione e vi partecipiamo visivamente, mentalmente ed emotivamente.

Personalmente mi sono sentita molto appagata, entusiasta di aver partecipato e molto rasserenata, nonostante una giornata di lavoro intensa. La bellezza dell’arte in ogni sua manifestazione si conferma come una grande e positiva terapia dell’anima e del corpo.

Non è necessario essere cultori della materia per provare forti emozioni di fronte allo spettacolo offerto dalla mostra. Basta lasciarsi trasportare dalla stupenda successione di immagini, suoni e colori sapientemente combinati.
 
Articolo scritto da Guglielmina PepeRenato Colombai

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Il bisogno del colore e la storia della carta da parati

Avete mai visto una delle case o dei negozi di Pompei o dell’antica Roma o Grecia? Sono tutte affrescate e colorate, così come lo erano le statue. La tomba di Filippo II il Macedone mostra chiaramente come erano colorati i templi del passato.

Nel Medioevo le pareti dei castelli venivano ricoperte di arazzi e nel Rinascimento si tornano ad affrescare le pareti di tutte le ville e palazzi. Poi arriva la rivoluzione industriale, la nascita della borghesia e il bisogno di colore si estende ad un grande numero di persone che ricorrono alla ‘carta da parati’. Ma quando nasce e quale è la sua storia?

 
Storia delle carte da parati

La carta è comparsa per la prima volta in Cina nel secondo secolo AC e veniva prodotta da corteccia d’albero, canapa e altre fibre. Dalla Cina arriva in Corea, Giappone eppoi fino in Arabia da dove approda in Europa. Nel 1190 in Sicilia si ha il primo documento redatto su carta e dal 1233, Fabriano diventa uno dei più importanti centri di produzione italiani.

L’uso della carta da parati inizia quindi in Cina nel I secolo DC dove diventa una vera forma d’arte. Viene usata come supporto per le pitture e poi per decorazioni per pareti, oggi come allora.

In Europa un documento del 1481 riporta una commessa del re francese Luigi XI che si riferiva a carta da parati. Ma si può dire che i primi esemplari ritrovati di carta da parati risalgono al 1509 quando lo stampatore inglese Hugo Goes imprime su carta disegni di fiori con uno stampo in legno. Questi fogli di carta venivano usati per rivestire scatole, armadi e tappezzare qualche parete e sono stati ritrovati miracolosamente integri.

Nel 1600 uno dei produttori più ricercati era l’olandese Herman Schinkel che realizzava fogli decorati con fiocchetti di lana tinteggiati sparsi su carta precedentemente decorata con disegni colorati. Siamo nel secolo del progresso economico dei Paesi Bassi e la borghesia cresce rapidamente: da questo momento la carta da parati diventa essenziale per ogni abitazione di un certo prestigio. La carta da parati è ancora realizzata con singoli fogli da comporre sulle pareti delle case.

Una vera curiosità è la ‘tassa sulla carta da parati’ introdotta nel 1712 in Inghilterra dalla Regina Anna che la dichiarava un bene di lusso. La tassa venne aggirata realizzando la carta con i disegni ma senza colori mentre un artigiano provvedeva a riempire di colori questi disegni dopo l’applicazione della carta sulle pareti.

La vera diffusione della moda si ha comunque con il progresso tecnologico dell’industria e l’introduzione delle rotative, ossia di una macchina di produzione della carta in modo continuo con dei rulli. I decoratori poterono allora realizzare disegni più articolati e complessi che venivano ripetuti a una certa distanza.

Nel 1785 in Francia Christophe-Philippe Oberkampf inventò la prima macchina per stampare carta da parati e nel 1839, in Inghilterra, Charles Harold Potter creò una macchina per la stampa a quattro colori adattandola da quella usata nel tessile. Nel 1874 si stampavano carte da parati con 20 colori diversi.

Con la nuova tecnologia la carta da parati ebbe un secolo d’oro e iniziò ad essere richiesta anche dall’alta borghesia e nascono prestigiose imprese in Inghilterra, Francia e Italia. Ogni paese aveva la sua moda: paesaggi classici e mitologici, vedute di porti e rovine romane o greche.

In Inghilterra andavano di moda i decori floreali e dovevano essere così ‘invadenti’ che Oscar Wilde arrivò a dichiarare: ''O se ne va quella carta da parati o me ne vado io'!'.

Uno dei migliori esempi di carta da parati in Italia si trova a Casa Massimi Berucci al Piglio, la famosa terra del vino Cesanese del Piglio DOCG vicino Frosinone.

La carta da parati viene dalla Francia e riprende scene di campagne con pastori attorno a ruderi classici e sullo sfondo il mare con una nave che entra in un porto.

Nel Novecento la carta da parati ha un suo fascino particolare con disegni artistici di stile moderno come decori cubisti e futuristi. Molti creatori di moda hanno iniziato la loro carriera decorando carte da parati, ricordiamo Mary Quant, Charles Rennie Mackintosh, Lucienne Day, Peter Hall, Laura Ashley e Vivienne Westwood.

 
Una curiosità: la carta da parati della Casa Bianca

Pochi se ne sono accorti, ma l’importante Sala di Ricevimento Diplomatica della Casa Bianca è adornata con delle meravigliose decorazioni da parete, realizzate dalla famosa casa produttrice di carta da parati Zuber. Le pareti di questa sala raccontano la storia della “Conquista del Nuovo Mondo”.

La sala è stata arredata da Jackie Kennedy che ha voluto trasformare una semplice sala dei boiler in un salone di ricevimento. Jacqueline Lee Bouvier rinnovò sostanzialmente lo stile degli interni della Casa Bianca e per dare maggiore importanza e solennità agli ambienti scelse una carta dal nome "Vues d'Amérique Nord" – viste del Nord America, su raccomandazione di uno storico.

La carta riproduce monumentali panorami, sembra il diario di viaggio dei conquistatori che hanno creato l’America e sono basati su schizzi risalenti al 1820. Sono raffigurate 32 scene, fra cui il Ponte Naturale della Virginia, le cascate del Niagara, la baia di New York ed il porto di Boston. Al primo colpo d’occhio sembra più un disegno di un artista che una semplice carta da parati.

Zuber era un famoso casa di produzione di carta da parati fondata nel 1797 a Rixheim, in Alsazia, ed è stato l’ultimo a produrre questo tipo di tappezzeria fatta a mano e con metodi tradizionali. Possiede un archivio di oltre 100000 motivi intagliati nel legno ed oggi questo archivio storico che è tutelato dalla legge.
 
Museo della Carta da parati

Il Museo della Carta da parati si trova a Rixheim, nell’Alsazia, il paese delle tre frontiere fra Francia, Germania e Svizzera. Qui sono raccolte ed esposte molte carte da parati originali e tutti i macchinari e le tecnologie con cui venivano realizzate. Fra queste macchine ce ne sono due che risalgono al 1877 e al 1881, praticamente fra i primi esempi di industrializzazione.

La collezione comprende ben 130.000 documenti e una mostra in cui a rotazione vengono presentate le carte dipinte panoramiche e le carte decorate con motivi paesaggistici stampati realizzate a partire dal 1804 con scene di ogni parte del mondo.

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Atina e Parigi legate da una storia particolare: il Museo Académie Vitti

Ad Atina, in provincia di Frosinone, il piccolo Museo Academie Vitti ripercorre la storia di tre innovative sorelle ciociare che aprirono a Parigi la prima scuola di disegno e pittura dedicata alle donne.
La storia inizia con la prima emigrazione in Francia alla fine dell’Ottocento quando le modelle e i modelli ciociari erano molto richiesti da pittori, fotografi e scultori. Era il periodo del Grand Tour e questi modelli con le loro vesti ciociare erano di moda tanto che molti dei ritratti di famosi pittori nei più importanti musei del mondo sono stati ispirati da modelli Ciociari.
Cesare Vitti di Casalvieri era uno di questi modelli assieme a sua moglie Maria Caira che fece arrivare a Parigi anche le altre due sorelle Giacinta ed Anna da Gallinaro. Tutti venivano dalla Val di Comino che dopo l’unità d’Italia si era ritrovata in condizioni non proprio favorevoli.
Nonostante questi modelli si esibissero nudi per i più famosi artisti, vi era una limitazione: le donne pittrici non potevano ritrarre nudi di uomini.
Le sorelle ebbero allora una intuizione che diventò una realtà grazie alla loro caparbietà e coraggio: aprire una scuola per donne in cui le artiste potevano avere a disposizione modelli e tutto quello che occorreva per poter esercitare la loro creatività.
La scuola si trova a Montparnasse nel cuore del quartiere artistico ed è stata aperta fino al 1914 quando, all’arrivo della prima guerra mondiale, le sorelle decidono di tornare in Valle di Comino e si stabiliscono ad Atina.
Poco dopo il suo inizio, la scuola ammise anche artisti maschi e nei suoi 25 anni di attività ha visto passare molti artisti tra cui il padre di Sylvia Beach, prima editrice dell’Ulysse di Joyce e animatrice della Belle Epoque a Parigi negli anni venti. Sylvia ha posato come modella nella scuola anche per Cesare Vitti, che era anche un bravo scultore.
L’Academie Vitti divenne così importante e un punto di riferimento per gli artisti che ha avuto fra i suoi insegnanti grandi nomi come Paul Gaugain e Jacques-Émile Blanche, il ritrattista di Proust.
Quando le sorelle si trasferirono ad Atina riportarono tutti i loro beni, opere d’arte e schizzi, mobili e oggetti di uso comune. Negli anni molte cose sono andate disperse ma uno dei loro eredi ha raccolto tutto quello che ha trovato ed ha allestito una suggestiva casa-museo, Museo Académie Vitti, nell’edificio dove viveva la famiglia.
Entrando si è catapultati in un mondo del passato con le parate ricoperte di grandi schizzi di ritratti di nudi eseguiti dagli allievi della scuola in cui a volte si possono notare ancora le correzioni dei maestri.

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MACA Fine Arts Academy linked to Frosinone
MACA Fine Arts Academy linked to FrosinoneMACA Fine Arts Academy linked to Frosinone

Il MACA: un Museo di Arte Contemporanea all’interno di una Accademia di Belle Arti di Frosinone!

Il primo esempio di integrazione fra musei e istituti ed ora tutte le accademie d’Italia seguono questo esempio aprendo musei e integrandosi sempre di più con il luogo dove si trovano. L’accademia diventa un luogo pulsante per gli studenti e i cittadini, un centro culturale.

Ma come nasce questa idea semplice e rivoluzionaria al tempo stesso?

Tre anni fa l’accademia si sposta in una nuova sede, un enorme edificio scolastico risorgimentale che domina una intera collina di Frosinone. Palazzo Tiravanti è imponente e luminoso e gli spazi regolari fanno venire voglia di interrompere la regolarità con idee creative.

Così la fantasia può liberarsi e su due dei lunghissimi corridoi è stato allestita una galleria d’arte con quasi 80 opere. Le opere interrompono la regolarità con forme e colori provocatori. Sono state tutte donate da artisti che hanno collaborato o avuto relazioni con l’Accademia nei suoi oltre 43 anni di attività.

Sarà la luce della valle che si riflette nelle pareti bianche dell’istituto, sarà la posizione storica o forse solo lo spirito vero dell’arte, ma da quando si sono trasferiti in questo palazzo, l’accademia è come se si fosse integrata (o forse ‘fidanzata’) con la città.

La simbiosi culturale è iniziata con dei sottopassaggi alla stazione ferroviaria, dove sono stati realizzati dei giochi di luce con una installazione di pannelli chiamata ‘Buio a colori’, ed è continuata in superficie. Dopo la costruzione del nuovo stadio di calcio, sono gli studenti dell’accademia ad aver vinto il progetto della realizzazione del nuovo Parco urbano del Matusa.

Nel frattempo, gli ‘Appuntamenti del Giovedì’ con personaggi e artisti sono aperti ai cittadini che accorrono sempre più numerosi a sentire le storie o le lezioni sull’arte contemporanea.

La vera ‘cerimonia di fidanzamento’ con la città di Frosinone è avvenuta lo scorso giugno con l’evento dell’Open Day, che si ripeterà ogni anno trasformandolo in un Festival delle Accademie.

Il palazzo è stato lo scenario di una sfilata di moda, mostre e concerti. In serata, poi, la facciata si è trasformata in un grande schermo per una installazione di Mapping, l’arte di giocare con le luci creando suggestioni e immagini accompagnate da suoni.

Una gigantesca installazione che ha lasciato a bocca aperta per la qualità tecnica dell’esecuzione e l’intensità emozionale dell’opera.

Con questo Open Day l’accademia è entrata a pieno titolo nella vita della città, e non solo degli studenti, rendendo Frosinone sempre più viva e presente. Una città molto amata dai suoi cittadini che partecipano con entusiasmo ad ogni iniziativa culturale.

E questo è anche un segno di apertura ad un intero territorio dove l’arte ha avuto un ruolo fondamentale nel passato e può giocare ancora molto per attrarre turismo, soprattutto giovanile.

L’esperienza di soggiorni dove l’arte antica è una cornice per la creatività attuale ha un fascino particolare e l’accademia di Frosinone già ha collaborazioni attive con molte altre accademie nel mondo.

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Trivigliano- Stemma by Bettiol
Trivigliano- Stemma by Bettiol

In un momento in cui il cibo biologico prodotto secondo metodi tradizionali, che spesso erano naturalmente biodinamici, è molto ricercato, sappiamo come produrlo?

Il Museo della Civiltà contadina di Trivigliano è uno dei posti in cui si possono vedere gli attrezzi del passato e imparare gli antichi metodi di coltivazione del terreno e preparazione dei cibi.

Allestito in un signorile palazzo proprio all’ingresso del centro storico di Trivigliano con affaccio sulla piazza del Belvedere, il percorso del museo è studiato per colpire il cuore del visitatore.

Accanto agli attrezzi, infatti, sono esposti ritratti di famosi scrittori che hanno raccontato della storia della vita nei campi. Poeti e scrittori che nelle loro opere hanno sottolineato il legame profondo tra l’uomo e la terra, tra i cicli vitali dell’uomo e quelli della natura.

Gli attrezzi sono raccolti in funzione delle diverse stagioni e delle diverse lavorazioni: dall’aratura e la semina fino alla raccolta. Infine una parte è dedicata alla conservazione e lavorazione dei prodotti: produzione di farine, olio, marmellate e produzione di pane e biscotti secchi.

Gli attrezzi e gli utensili per cucinare, sia per il consumo immediato che per la loro conserva, sono mostrati in un allestimento di una cucina e alcuni nomi riportano alla mente le storie dei nostri nonni.

Conservare i prodotti dell’orto e dei frutteti significava avere cibo durante l’inverno che a Trivigliano poteva essere lungo, come nella nevicata del 2012 quando con 2 metri di neve la popolazione è stata irraggiungibile per 4 giorni.

Eppure nel passato si rispettavano i cicli della natura e le rotazioni delle produzioni, si sapeva quali erano le piante che combattevano i funghi e, ad esempio, proteggevano i frutteti ed i vigneti dagli attacchi dei parassiti.

Riavvicinarsi alla natura con rispetto e con cognizione, con amore e con professionalità, è una delle nuove professioni che qualifica l’offerta Italiana per il nuovo turismo esperenziale. Dall’altra parte la varietà delle specie ortofrutticole e vegetali che ha l’Italia grazie al suo microclima e la riscoperta da parte di agronomi e di nuovi contadini ha resto il cibo made in Italy famoso nel mondo.

Un piccolo museo come quello di Trivigliano che associa letteratura e attrezzi agricoli del passato è perfetto per far crescere le nuove generazioni di ragazzi con l’amore per la coltivazione dei campi in modo nuovo e rispettoso dell’ambiente.

Per informazioni rivolgersi alla amministrazione comunale o alla Pro Loco.
 

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