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Se il Foro Romano era il centro della Roma Antica, la zona tra Campo de Fiori e il Tevere è stata il centro della città nel Medioevo e nel Rinascimento.

Campo de Fiori non è una piazza progettata, come altre piazze famose, non ha chiese e palazzi importanti, ma era un prato su cui si svolgeva il mercato ed un luogo di passaggio, collegamento tra la Cancelleria, palazzo Farnese, il Tevere, il quartiere ebraico.

Luogo di esecuzioni e ora centro della movida serale. 

Al centro di Campo de Fiori c’è il monumento dedicato al filosofo Giordano Bruno, qui giustiziato.

Gli edifici che si trovano tra questa piazza e largo di Torre Argentina sono stati edificati, a partire dal crollo dell’Impero, sui ruderi del più antico teatro della città, il Teatro di Pompeo, ed ancora ne conservano la forma a semicerchio.

Palazzo Orsini Pio Righetti, (LEGGI ANCHE) con l’immagine dell’immobile incompiuto, affaccia su piazza del Biscione da cui parte il Passetto dalla volta affrescata. Le colonne dell’antica Roma affiorano dai muri, creando immagini suggestive.

Fortunatamente questo complesso è stato solo sfiorato dalle picconate che tanto hanno distrutto, dal 1870 al 1936, con la scusa dell’archeologia.

Attraversata via Arenula, creata con le demolizioni post unitarie, si entra nel quartiere abitato da sempre dagli ebrei. Quartiere diventato nel 1555 un ghetto. 

Infatti in quell’anno papa Paolo IV Carafa, personaggio deleterio, istituiva a Roma il Ghetto degli ebrei e imponeva loro una serie di dure limitazioni.

Questo quartiere veniva circondato da un muro entro cui dovevano risiedere gli ebrei, le porte venivano chiuse al tramonto e riaperte la mattina.

Gli ebrei dovevano portare un segno distintivo, non potevano possedere immobili né esercitare professioni o commerci, con poche eccezioni. Il muro restò in piedi per quasi trecento anni, fu fatto abbattere nel 1848 da Pio IX. 

Dopo il 1870 le case in gran parte fatiscenti furono demolite e nel 1901 venne edificata la grande Sinagoga.

All'interno del Ghetto c'è il Portico di Ottavia, edificio rifatto al tempo di Augusto e poi per secoli adibito a mercato del pesce. Nei pressi del ghetto ci sono una serie di palazzi delle famiglie Mattei e Costaguti, con al centro la bellissima Fontana delle Tartarughe, disegnata nel 1580 da Giacomo della Porta.

A pochi passi da qui c’è invece il palazzo della famiglia Cenci, che ci porta la memoria la storia di una ragazza sfortunata.

Infatti nel settembre del 1599 furono eseguite, davanti a Castel Sant’Angelo, le condanne a morte di tre nobili.

Beatrice Cenci di 22 anni, accusata di aver ucciso il padre (violento e depravato) in concorso con la madre Lucrezia ed il fratello, nel castello a Petrella Salto  sul Lago del Salto.

Dopo un anno di prigionia a Castel Sant'Angelo furono giustiziati in piazza con il taglio della testa, per ordine di Papa Clemente VIII Aldobrandini.

All'esecuzione era presente anche Caravaggio, che pochi anni dopo rischierà la stessa fine.
Palazzi, castelli ed altri averi della famiglia, messi all'asta, furono acquistati a buon prezzo dal cardinale Pietro nipote del Papa.

Pochi mesi dopo a febbraio del 1600, sorte analoga toccò al filosofo Giordano Bruno bruciato per eresia a Campo de Fiori. Sotto Papa Clemente, di nome ma non di fatto.

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La città di Roma, caso unico al mondo, è sempre stata abitata per oltre 2700 anni, e i suoi monumenti sono stati nei secoli riutilizzati più volte ed adattati a diverse situazioni.

L’esempio più antico sono gli obelischi egizi, portati a Roma durante l’Impero, crollati per invasioni e terremoti, recuperati e rialzati nel ‘500 e nel ‘600 per abbellire le piazze.

L’obelisco di San Giovanni ha avuto molte vite nei suoi 3500 anni d’età.

A partire dal tempo di Costantino si iniziò a recuperare statue e colonne da edifici precedenti per abbellire i monumenti dell’epoca.

Ad esempio nel 315 d.C., quando il Senato decise di erigere un Arco di Trionfo in onore dell'Imperatore Costantino, vennero recuperate statue e bassorilievi da edifici del tempo di Traiano e di Adriano. Quindi già vecchi di 200 anni.


I primi cristiani per edificare le loro chiese presero le colonne ed i marmi dagli edifici imperiali abbandonati.

Dal 392 d.C., con i decreti di Teodosio il Cristianesimo diventò obbligatorio e venne sancita la possibilità di distruggere i templi pagani, o di trasformarli in chiese cristiane.

Anche se fino al 750 la Chiesa non ebbe il potere civile e quello giudiziario, che rimasero competenza dello Stato.

Fino dall’Alto Medioevo, molte fortificazioni vennero edificate su tombe e ruderi dell’antica città, come fecero i Caetani che edificarono la loro fortezza utilizzando la Tomba di Cecilia Metella, a via Appia.

I Cavalieri di Rodi, poi di Malta, costruirono il loro Palazzo nel Foro Romano sui resti dei Mercati di Traiano.

Invece la Chiesa di San Lorenzo in Miranda nel Foro Romano è stata edificata all’interno del Tempio di Antonino e Faustina, mantenendo il colonnato esterno.

Castel Sant’Angelo venne edificato sul Mausoleo di Adriano.


Un esempio clamoroso di riutilizzo di un antico edificio è il Teatro di Marcello.

Intorno all'anno 15 prima di Cristo, Giulio Cesare aveva fatto costruire un grande teatro per dedicarlo al nipote Marcello.

A Roma a quella data c'era solo il Teatro di Pompeo, del 55 a.C.

Il Teatro di Marcello aveva 15.000 posti e tre ordini di arcate, funzionò fino al 420 d.C., poi fu abbandonato per secoli.

Intorno al 1350 i Savelli costruirono sui ruderi, da cui erano stati sottratti marmi e statue, la loro fortezza.

La fortezza divenne un palazzo acquistato nel Settecento dagli Orsini.

Dal 1926 al 1932, quando venne aperta la via del Mare e demolito il quartiere circostante, il teatro venne restaurato, fu tolta la terra che aveva coperto la base, furono tolte le botteghe e furono ricostruiti alcuni archi del secondo livello.

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A Roma nel Seicento nasce quel movimento artistico che verrà chiamato Barocco, e che si diffonderà anche a Napoli, in Puglia, in Sicilia, poi in Europa ed in Sud America.
Sarà l'arte della Controriforma Cattolica e verrà diffuso soprattutto dai Gesuiti.
Adesso l'arte doveva essere stupefacente, mentre il Rinascimento aveva puntato alla ragione ora si ha come obiettivo il sentimento e l’irrazionale.

Ed è un movimento anticlassico, nel senso che le memorie dell'antichità vengono rielaborate e stravolte: le colonne si attorcigliano, il cerchio diventa ellisse.
Così come anticlassico era stato secoli prima lo stile gotico, arrivato nel 1200 dalla Francia.
Ora si vuole colpire la fantasia per dare l'idea dell'infinito.
Le opere di Bernini, Borromini e le pitture del Caravaggio devono dare l'idea del miracolo. Nelle costruzioni c'è anche uno sfoggio di ricchezza, con oro e marmi preziosi, e grandi spese.
A Roma nell'architettura avvengono operazioni diverse: si costruiscono nuove chiese partendo dal modello della Chiesa del Gesù, fatta dal Vignola a fine 500, oppure si interviene sulle chiese medioevali rifacendo le facciate e riempiendo le pareti con strutture superdecorate.
Nelle nuove chiese spariscono le navate, c'è un unico salone con cappelle laterali.
Nelle basiliche paleocristiane si aggiungono invece cappelle laterali, come in Santa Maria Maggiore.
In San Giovanni in Laterano al Borromini viene dato l'incarico di rivestire le colonne con paraste e statue.
Unendo architettura e scultura si ottengono effetti scenografici prima sconosciuti.  
Fortunatamente vengono conservati i pavimenti cosmateschi ed i campanili del 1200, le absidi con mosaici, i cibori marmorei come quelli di san Giovanni e san Paolo.
Nel ‘700 il Barocco si alleggerisce nel Rococò, diventando anche l'arte della Corte.
In molte chiese poi, dal 1890 al 1935, queste sovrapposizioni barocche e rococò sono state eliminate, in modo discutibile, per scoprire le forme antiche, come è successo a Santa Sabina, a Santa Maria in Cosmedin e in tante altre.
I più grandi artefici del Barocco Romano sono stati Bernini e Borromini.
Gian Lorenzo Bernini arrivò a Roma da Napoli nel 1606, con il padre Pietro e tutta la famiglia. Aveva 8 anni, il padre era scultore e anni dopo scolpì insieme al figlio la Fontana della Barcaccia di piazza di Spagna.

A 20 anni Gian Lorenzo ricevette dal cardinale Scipione Borghese, nipote di Paolo V, l'incarico di scolpire le statua per la sua grande Villa.
Dal 1618 al 25 realizzò il David, il Ratto di Proserpina, l'Apollo e Dafne....e divenne famoso.
Nel 1623 fu eletto papa Urbano VIII Barberini, che sarà il suo sponsor fino al 44, e gli affiderà l'incarico per il Baldacchino di San Pietro.
Nel 1644 subentrò papa Innocenzo X Pamphili, famiglia fieramente avversaria dei Barberini, per cui ci fu una pausa lavorativa, e Borromini divenne l’architetto ufficiale della famiglia.

Nel 1651 Gian Lorenzo realizzò però la Fontana dei Quattro Fiumi, uno dei suoi capolavori.
Nel 1655 cambiò di nuovo Papa, fu eletto Alessandro VII Chigi, e Bernini progettò la chiesa di Ariccia, quella di Castel Gandolfo e Sant'Andrea al Quirinale. Nel 1665 si recò per alcuni mesi a Parigi su invito del Re Sole, cui consegnò un progetto per il Louvre.
Tornato a Roma, ormai viveva come un principe, con decine di allievi.

Progettò le statue sul Ponte di Castel Santangelo e la sua opera più impegnativa, il Colonnato di Piazza San Pietro. Morì nel 1680.
Francesco Borromini invece era arrivato a Roma nel 1619 mescolato con i pellegrini, facendo tutta l'Italia a piedi.
Era nato venti anni prima in un paese sul lago di Lugano, poi aveva cominciato a lavorare a Milano. A Roma iniziò la collaborazione con il Maderno, poi fino al 1630 fece l'architetto insieme al Bernini, che aveva un anno più di lui ma era già ricco e famoso.
Nel 1634 ebbe il primo incarico autonomo con San Carlo alle Quattro Fontane, ed iniziò qui la rivalità col Bernini.
Ebbe l’incarico dall’Università di disegnare Sant'Ivo alla Sapienza, quindi per i Pamphili fece Sant'Agnese a Piazza Navona, la Galleria Spada, l'Oratorio dei Filippini e curò il rifacimento interno della Cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano.
Ma dal 1655 il suo rivale tornerà ad avere tutti gli incarichi e il Borromini andrà in depressione. Nel 67 morì trafitto da una spada, forse suicida.
È stato un grande architetto barocco, il suo stile molto originale si basa sulla contrapposizione tra curve concave e convesse.
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Per secoli l'ingresso a Roma per chi arrivava da Nord era attraverso Porta Flaminia e Piazza del Popolo. 

Da qui partivano le tre strade del Tridente Sistino.

Al centro c’era via del Corso, l’antica via Flaminia, diventata via Lata, in cui si facevano anche la corsa dei cavalli durante alcune ricorrenze come il Carnevale Romano, che portava fino al Campidoglio.

Poi c’era via di Ripetta, che passava vicino all’omonimo porto e portava i pellegrini fino a San Pietro passando davanti a Castel Sant’Angelo.

La terza era via del Babbuino che portava a piazza di Spagna, chiamata così da una statua antica ritrovata sul posto e non meglio identificata, chiamata dal popolo “il babbuino”.

A separare le tre strade erano state poste nel Seicento le due chiese gemelle e, al centro della piazza, Sisto V aveva fatto collocare il grande obelisco romano.

Dopo la caduta di Napoleone e il ripristino dello Stato della Chiesa con il Congresso di Vienna del 1815, papa Pio VII volle siglare con alcuni interventi urbani questa rinascita.

Quindi l’anno successivo il papa approvò il progetto, disegnato da Giuseppe Valadier, per dare una forma ellittica alla piazza, con le discese dal Pincio, e con le fontane alla base dell’obelisco.

Nel 1822 venne completato questo capolavoro di urbanistica, arredo urbano ed inserimento paesistico. Valadier, architetto e orafo nato a Roma, ha fatto tante altre opere, dal 1800 al 1832.

Aveva disegnato il grande orologio sulla facciata di San Pietro, poi era diventato architetto dei Torlonia, la famiglia più ricca della città. Per loro aveva progettato il centro abitato di Fiumicino, loro feudo, e la grande villa sulla via Nomentana che diventerà nel 1923 la residenza di Mussolini.

Valadier ha curato la nuova sistemazione di Ponte Milvio, nonchè le chiese di San Rocco all’Ara Pacis e di San Pantaleo a Corso Vittorio.

Nei primi anni dell'Ottocento, il Pincio era al centro di molte attenzioni.

Nell'agosto del 1803 Paolina sorella di Napoleone aveva sposato il principe Camillo Borghese ed era venuta ad abitare a Villa Borghese.

Lo stesso anno suo fratello aveva acquistato Villa Medici, dal Granduca di Toscana, per farci l'Accademia di Francia, attiva ancora oggi.

Il più importante architetto del tempo, Giuseppe Valadier, nel progettare la sistemazione del Pincio con le rampe per scendere a piazza del Popolo, ideò nel 1810 una splendida costruzione neoclassica come punto di incontro e di ristoro, la Casina Valadier, da cui si gode un panorama unico della città.

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Nel 1650, papa Innocenzo X Pamphili bandì una gara d'appalto per la costruzione della Fontana dei Quattro Fiumi.

Questo pontefice era stato eletto nel 1644 e aveva subito sconfessato le opere del suo predecessore Urbano VIII Barberini, per cui i principali esponenti della famiglia dovettero fuggire in Francia, protetti dal potente cardinale Mazarino.

Per tutti i grandi lavori previsti in città quindi venne preferito Francesco Borromini a Gian Lorenzo Bernini, considerato architetto dei Barberini.

Il progetto della fontana fu inizialmente affidato al Borromini, ma con uno stratagemma il Bernini riuscì ad aggiudicarsi il lavoro.

Egli fece recapitare a Donna Olimpia, vedova del fratello del papa e sua ascoltata consigliera, un modellino d'argento della fontana con grotte, leoni, palme e sopra l'obelisco. Il Pontefice, vedendo "per caso" il modellino, ne rimase entusiasta e gli affidò i lavori.

La fontana fu pagata con i proventi delle tasse sul pane, sul vino e su altri generi di consumo e inaugurata nel 1651.
Francesco Borromini progettò per la famiglia il grande Palazzo su Piazza Navona, dove ora si trova l’Ambasciata del Brasile, e la Chiesa di Sant’Agnese.  

Papa Innocenzo X si preoccupò, nei dieci anni di regno, di arricchire enormemente la sua famiglia, ma anche di arricchire la città di opere d’arte.

A dirigere queste acquisizioni fu Donna Olimpia, vedova del fratello del papa e secondo le voci popolari amante del papa.

Donna Olimpia fu molto avida e per un decennio fu la persona più potente dello Stato, chi voleva parlare con il pontefice doveva prima passare da lei.

Le proprietà di famiglia andavano dal palazzo di piazza Navona, al Palazzo su Via del Corso, alla immensa Villa Pamphili, con il Casino del Buon Respiro. Fino al feudo di San Martino al Cimino.

Nel 1647 il cardinale Camillo Pamphili, figlio di Olimpia e nipote (o figlio) del Papa, conobbe un'altra Donna Olimpia Aldobrandini, giovane vedova del principe Paolo Borghese.

E nonostante il parere contrario della madre, ottenuta la necessaria dispensa papale, la sposò abbandonando così la porpora cardinalizia.

Il papa accettò il matrimonio, ma temendo litigi tra le due Olimpie, mandò gli sposi a vivere a Frascati a Villa Aldobrandini.

Li richiamò a Roma alcuni anni dopo, ed in effetti le due Olimpie vennero a contrasti ma fu sempre la suocera ad avere la meglio e restare unica signora alla corte pontificia.

Nel 1654 Donna Olimpia si comperò anche il feudo di Alviano con il suo castello.

Ritiratasi da Roma dopo la morte del papa nel gennaio del 1655 la curia romana tentò di rientrare almeno in parte in possesso delle ricchezze accumulate da Donna Olimpia a spese dello Stato Pontificio, ma inutilmente.

Lei si rifiutò di pagare persino le spese del funerale. Il nuovo papa, Alessandro VII fece confinare Donna Olimpia a San Martino al Cimino dove morì due anni dopo per la peste, lasciando miliardi agli eredi e materia per tante leggende popolari.

Camillo Pamphili nel 1651 acquistò il feudo di Valmontone. Sua figlia Anna sposò un Doria (di Genova) ed inizierà la dinastia dei Doria Pamphili, che cesserà nel 2000 con Orietta e continuerà con i suoi figli adottivi.

Villa Doria Pamphili del Comune di Roma è il parco pubblico più grande della città, dopo quello dell’Appia Antica, ma l’edificio della Villa è riservato in quanto utilizzato dal Governo per incontri ufficiali.

È incredibile notare come da corruzione e ruberie siano nati i più grandi capolavori di questa città.

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Insieme alle strade, gli acquedotti sono state le grandi opere di ingegneria con cui i Romani hanno stupito il mondo. Dal 312 avanti Cristo costruirono undici acquedotti per alimentare palazzi, fontane e terme.

Molti di essi seguivano un tracciato simile, più o meno lungo, dalla Valle dell'Aniene, sopra a Tivoli, attraversando Prenestina e Casilina, costeggiando via Latina e via Appia, entrando in città da Porta Maggiore.

Porta Maggiore infatti non era una porta ma un Arco di Trionfo costruito tra il 38 ed il 52 dopo Cristo, quindi ben 220 anni prima di diventare la Porta principale delle Mura Aureliane, per consentire agli acquedotti Claudio e Anio Novus di scavalcare le vie Prenestina (diretta a Praeneste) e la via Labicana diretta a Labico.

Nerone poi fece fare partire da Porta Maggiore l'acquedotto che alimentava la Domus Aurea, passando per San Giovanni.

Anche la Porta Tiburtina è diventata una Porta in seguito, prima era un Arco per scavalcare la strada.

Invece l’Arco di Dolabella è il caso opposto.

Prima era una Porta delle antiche Mura Serviane e poi è diventato un arco per consentire all’acquedotto neroniano di passare la strada.

Gli acquedotti alimentavano i palazzi imperiali e le grandi Terme, ma percorrere 80 Km con pendenza costante, portando fino a 3000 litri al secondo, non sarebbe stato facile neppure con le moderne tecnologie eppure ci riuscirono.

Due acquedotti invece arrivavano da nord, dalla zona di Bracciano, costeggiando la via Aurelia per alimentare Gianicolo e Vaticano.

L'acquedotto dell’Acqua Vergine del 19 a.C. è invece tutto interrato. Partiva dalla Collatina ma entrava da nord passando da Villa Ada, Parioli e Pincio.

È stato restaurato varie volte ed alimentava la Fontana di Trevi, la Barcaccia e piazza Navona. Le tubature passavano a “via Condotti”.

L'ultimo acquedotto antico fu l'Acqua Alexandrina, fatto da Alessandro Severo nel 226 d.C., e ha dato il nome al Quartiere Alessandrino.

Intorno al 530 durante la guerra Gotica gli acquedotti furono interrotti e non funzionarono per 1000 anni, tranne in parte quello dell'Acqua Vergine che continuò ad essere attivo.

Fino a quando Papa Sisto V nel 1585 non fece realizzare l'Acqua Felice, ripristinando vari tratti degli acquedotti Acqua Marcia e Acqua Claudia, dal paese di Colonna alla fontana del Mosè, passando per Porta Furba, Porta Maggiore e Porta Tiburtina.

Nel 1605 poi Paolo V fece realizzare l'Acqua Paola, restaurando la linea da Bracciano fino al Fontanone del Gianicolo.

Ma l'acqua Paola era meno buona, suscitando l'ironia dei romani, che dicevano “vale come l’acqua paola” indicando cosa di poco valore.

Per concludere questa storia bisogna ricordare che l'ultimo Papa Re, Pio IX, fece restaurare l'Acqua Marcia portando l'acqua fino a piazza Esedra, con l'inaugurazione avvenuta nel 1870, soli 9 giorni prima della presa di Porta Pia.

La bella Fontana delle Naiadi di piazza Esedra fu fatta invece 30 anni dopo.

Dal 2017 è visibile un tratto dell’Acqua Vergine, ritrovato sotto alla Rinascente di via del Tritone.

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Ci sono varie ville storiche a Roma in cui è impossibile o molto difficile accedere, due di queste sono sedi diplomatiche extraterritoriali e quindi molto riservate: Villa Wolkonsky e Villa Abamelek.

Per parlare di Villa Wolkonsky, che si trova vicino alla Basilica di San Giovanni, bisogna raccontare la storia di Zinaida, una principessa e scrittrice russa che ha vissuto quasi sempre a Roma.

Zinaida era nata a Dresda in Sassonia nel 1789, anno della rivoluzione francese, ed era figlia di un ambasciatore russo.

Con il padre girò per l’Europa, e per un periodo visse anche a Torino dove imparò l’italiano.

Poi dal 1806 visse a San Pietroburgo alla corte dello Zar Alessandro, ed era sua amica personale per tanti anni e forse amante. Nel 1810 sposò il principe Wolkonsky, aiutante dello zar, da cui ebbe il figlio Alexander.

Viaggiò molto, a Parigi, Dresda, e in altre capitali, formandosi una vasta cultura e conoscenza delle lingue. Nel 1820 venne a Roma, dove il padre aveva acquistato la grande Villa Wolkonsky davanti a San Giovanni, dentro al cui parco c’è un lungo tratto dell’acquedotto neroniano.

Zinaida iniziò in questi anni a scrivere libri e a creare intorno a sé un circolo di personaggi di cultura. Nel 1822 tornò per alcuni anni a San Pietroburgo, anche perché il figlio era rimasto là, ma nel 25 morì lo zar Alessandro e lei l’anno dopo decise di convertirsi al cattolicesimo.

Lo Zar Nicola non accettò la cosa e Zinaida nel 1829 dovette tornare a Roma, lasciando il figlio in Russia.
Abitava un po’ a Palazzo Poli, quello su cui cento anni prima era stata costruita la Fontana di Trevi, e un po’ a villa Wolkonsky e intorno a lei si era formata una cerchia di intellettuali, tra cui Stendhal, Belli, Donizetti e Gogol.

Nel 1844 morì il marito e lei divenne molto religiosa, si impegnò in opere di beneficenza e non si mosse più da Roma fino alla morte che avvenne nel 1862. Fu sepolta nella Chiesa di San Vincenzo ed Anastasia, davanti alla Fontana di Trevi.

Il figlio Alexander dal 1850 fu ambasciatore per conto di Pio IX in vari Stati e adottò una figlia Nadia, che continuò a vivere nella villa.

Nel 1922 la villa fu venduta al governo tedesco che ci fece la sua ambasciata. Poi dopo la guerra fu requisita dall’Italia e concessa in uso al governo inglese che nel 1951 l’acquistò utilizzandola come sede per eventi e come residenza dell’ambasciatore inglese.

Villa Abamelek è invece di proprietà della Repubblica Russa ed ha un parco immenso di trenta ettari tra il Gianicolo, villa Pamphili e San Pietro.

L'edificio principale è stato costruito a fine Seicento. Nel 1792 la villa fu acquistata, tanto per cambiare, dal ricchissimo Giovanni Torlonia ma dopo, nel 1849, fu danneggiata durante la battaglia che concluse la Repubblica Romana.

Nel 1907 fu acquistata dal principe russo Abamelek e dal 1936 passò all’Unione Sovietica.

Ora è la residenza dell'ambasciatore russo e nel 1998 vi è stata costruita una chiesa ortodossa, accessibile dall’esterno.

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Piazza di Spagna è indubbiamente una delle più belle piazze del mondo, un capolavoro realizzato nell’arco di 150 anni.  

Il piano urbanistico Sistino, disegnato da Domenico Fontana nel 1585 su incarico di papa Sisto V, aveva previsto il Tridente, ossia le tre strade che partono da piazza del Popolo.

Via del Babbuino, una di queste tre strade, arrivava a piazza di Spagna chiamata così per la presenza dell’Ambasciata di quel paese. In cima al pendio erboso che sovrastava la piazza negli stessi anni era stata costruita la Chiesa di Trinità de Monti, su progetto di Giacomo della Porta e con il contributo del Re di Francia.

Nella piazza arrivava l’acquedotto dell’Acqua Vergine lungo via Condotti (da cui prende il nome), e nel 1620 Gian Lorenzo Bernini, con il padre Pietro, realizzarono la stupenda Fontana della Barcaccia all’incontro dei due triangoli che formano la piazza.

Trecento anni fa i due spazi venivano finalmente uniti dalla splendida Scalinata di Piazza di Spagna. La storia che c’è dietro è poco conosciuta e sintomatica di abitudini che si ripetono da secoli.

Al posto della scalinata c’era un pendio erboso di proprietà dei frati che gestivano la Chiesa di Trinità, pendio che separava la piazza dalla chiesa. Si pensava da tempo di sostituire il sentiero con una scalinata.

Nel 1717 i frati decisero e ottennero il via libera da papa Clemente XI Albani, ma si creò un contenzioso per decidere di chi fosse la competenza di progetto e costi. Arrivarono vari progetti, il migliore era sicuramente quello di Francesco De Sanctis, un architetto romano di 38 anni poco conosciuto.

Ma nel 1721 il papa, già vecchio e malato, morì e la cosa si fermò fino al 1723, quando il nuovo papa Innocenzo XIII dei Conti di Poli dette il via ai lavori.

Prima dell’inizio il progetto fu inviato al Re di Francia Luigi XV per l’approvazione, poiché la Francia si era impegnata a pagare parte dei costi in quanto sponsor dell’opera.

Infatti, si era conclusa una delle tante guerre tra Francia e Spagna e la scalinata era un simbolo di pace perché univa Trinità de Monti, chiesa legata alla Francia, con la piazza dove c’era l’Ambasciata di Spagna.

Dal 1723 al 1726, il De Sanctis completò l’opera e progettò anche i palazzi laterali, realizzando un grande capolavoro in stile Rococò.

La storia non finisce qua perché due anni dopo per infiltrazioni d’acqua crollarono alcuni muri e i frati ingrati citarono in giudizio il bravo architetto, cha amareggiato finirà così la sua carriera

Sulla collina del Pincio ai lati della Chiesa di Trinità de Monti si trovano alcuni edifici ricchi di arte e di storia.

Da un lato c’è la cinquecentesca Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia. Villa Medici ha un parco molto vasto che è delimitato dalle Mura Aureliane, con l’affaccio su via del Muro Torto. È di proprietà della Francia, essendo stata acquistata da Napoleone nel 1803.

Dall’altro lato della chiesa c’è il Palazzetto Zuccari. I fratelli Zuccari erano pittori originari di un paese vicino ad Urbino. Il più grande Taddeo venne a Roma nel 1543, il fratello Federico lo raggiunse nel 1555, quando aveva appena 11 anni.

Nel 1555 Taddeo Zuccari era già conosciuto, aveva infatti decorato con successo Villa Giulia, la villa fuori porta Flaminia di papa Giulio III. Il cardinale Farnese affidò loro l’incarico di affrescare il suo palazzo di Caprarola, a partire dal 1562.

Il loro ispiratore era soprattutto l’altro grande urbinate, Raffaello, morto nel 20. E anche Taddeo morì a 37 anni come il suo maestro, e accanto a lui fu sepolto nel Pantheon nel 1566.

Federico continuò a fare molti dipinti, finché Filippo II lo chiamò a Madrid dove fu pittore di corte dal 1585 al 1588.

Tornato a Roma, visto che il Della Porta stava sistemando Trinità de Monti e Sisto V aveva fatto arrivare l’acqua, pensò bene di acquistare il terreno dove pochi anni dopo iniziò la costruzione del Palazzetto Zuccari.

Questa costruzione, caratterizzata dalle sculture dei mostri sulla porta e sulle finestre, fu la sua abitazione fino al 1609 e poi cambiò vari proprietari fino al 1910 quando fu acquistato da Enrichetta Hertz.

Ora è di proprietà della Germania ed ospita i 160.000 volumi della Biblioteca Hertziana.

Dal 1702 fu l’abitazione di Maria Casimira regina di Polonia, donna colta ma intrigante ed ambiziosa che già era a Roma dal 1699.

La regina, cui si deve l’ideazione del portico balconato, realizzato da Filippo Juvarra nel 1711, aveva creato qui un importante centro culturale, ma dovette fuggire nel 1714 in Francia protetta da Luigi XIV per evitare i creditori.

In questo palazzetto D’Annunzio ambienta il suo romanzo “Il piacere”.

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