Restituiteci il mondo, domani. Vi prego.

A cosa sto pensando? (è facebook che me lo chiede, almeno lui).

È notte fonda e Venere, luminosissima, è tramontata da ore. Il 4 marzo, due mesi fa, chiudevamo le porte del Teatro Bernini di Ariccia.

Da quel momento il lavoro, l'impegno quotidiano, la pianificazione costante del tempo prossimo venturo, le programmazioni estive, tutto ciò che riempiva il mio tempo di possibili certezze per garantire una relativa fiducia nel futuro, mi è stato tolto.

Temporaneamente, sembra. Come a tantissime altre persone, in particolare ai compagni d'arte. E per proteggere la vita di tutti.

Sono trascorsi due mesi.

La percezione dello scorrere del tempo si è progressivamente modificata.

In un primo momento, nei primi giorni vissuti relegati in casa, era distopica, ancora modellata sui ritmi fino a quel momento adottati o subìti, scanditi dagli orari di lavoro, dalle scadenze, dagli appuntamenti.

Dalla, spesso insensata, corsa attraverso un presente non goduto per orientare un possibile, desiderato futuro. Ma soprattutto lo scorrere inesorabile del tempo percepito come una perdita.

Poi, di giorno in giorno l’orizzonte degli eventi ha cominciato a spostarsi, ad allontanarsi, a smarrirsi in un indefinito momento futuro comunque stravolto. E il tempo ha cominciato a strisciare, a esitare, per contrarsi improvvisamente, e dilatarsi subito dopo.

Un potente e tragico racconto di Kafka - Il Messaggio dell'Imperatore - offre una possibile metafora di quello che sta inesorabilmente accadendo al mio tempo.

Un messaggio che non arriverà mai a destinazione. E comincio ad avere paura.

Non del coronavirus, di cui posso al massimo avere una paura astratta (almeno per il momento, e grazie a Dio).

Potrei dedicarmi a nutrire la paura del virus se non fossi, ogni giorno che passa, abitato da un'altra paura, ben più concreta, che cresce, e che credo - anzi ne sono sicuro - stia contagiando più del virus.

Lasciateci uscire al più presto. Lasciateci uscire.
Restituiteci il mondo, domani. Vi prego.
Altrimenti, quando sarà il momento, uscire, per me, non avrà più senso.


 

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La storia del nome del nostro paese Sante Marie ci riporta alla bolla del vescovo dei Marsi Pandolfo che, già nel 1057, cita “Altura Sanctae Mariae” forse per la nostra posizione a 1.000 metri sul livello del mare.
Molte credenze popolari, invece, attribuiscono il particolare nome di Sante Marie al fatto che nel nostro paese esistevano molte chiese dedicate alla Madonna. Con vari titoli ma sempre venerata con molta devozione e con riti tradizionali paesane.
Uno di questi risale a tantissimi anni fa: è la “Processione delle Madonnelle” del 25 marzo, il giorno in cui la chiesa celebra l’annunciazione alla Madonna della maternità.
In questo giorno la tradizione vuole che tutte le donne del paese, anziane, giovani e fanciulle, fanno “Le sette chiese” mentre gli uomini “Le sette cantine”.
[caption id="attachment_115741" align="center-block" width="750"] Foto di Marta Lattanzi[/caption]
La processione parte dalla chiesa di San Quirico, dove prima era ubicato il nostro paese, e sostando in tutte le chiese e le cappelle arriva alla Chiesetta dell’Immaginuccia, poco a nord di Sante Marie. Durante il percorso si recitano tutti i misteri del rosario e si cantano inni e canti mariani.

L’aspetto più importante di questa usanza era che ogni donna porta un quadro della Madonna o di altri Santi addobbato nel miglior modo possibile con nastri colorati, fiori di carta e altre decorazioni.


Gli stessi quadri che le donne riportavano e riportano tuttora dal pellegrinaggio annuale alla Santissima Trinità in Vallepietra.

Le donne usano tutta la loro creatività nel realizzare fiori di carta velina fermati con il fil di ferro per decorare i quadretti che vengono legati ad un bastone di legno.
Durante la processione sfila prima il sacerdote poi le bambine, le ragazze ed infine le donne che si alternano a portare i quadri più grandi delle Madonnelle.
È veramente suggestivo vedere queste miriadi di colori che ornano i quadretti e i nastri che volano in aria quando tira il vento marzolino.
La processione termina nella chiesetta della Immaginuccia una piccola cappella la cui costruzione si fa risalire alla metà del 1600 dove viene celebrata la messa.
[caption id="attachment_115744" align="center-block" width="750"] Foto di Marta Lattanzi[/caption]
Alcune persone anziane del paese hanno riferito che a far costruire questa chiesetta sia stata una nobildonna del paese, Luisa Feggi, proprietaria di molti possedimenti terrieri tra cui quello che ha donato per costruire la chiesetta della “Immaginuccia”.
Questa donna prima di morire lasciò scritto di voler essere seppellita vicino all’altare della Madonna e così fu.
Questo suo desiderio è testimoniato da una lapide in chiesa. Nell’altare è poi custodita una statuetta in terracotta dipinta che raffigura la Madonna col bambino, e si dice che sia la protettrice delle persone affette dalla febbre alta.

Una Storia Curiosa


Nei tempi antichi le famiglie povere non avevano un quadro da portare in questa processione perciò c’era chi lo realizzava come poteva.
Una donna ha raccontato che non avendone uno per la sua bambina, ha preso un cucchiaio per girare la polenta, su un lato ha incollato una piccola immagine della Madonna, qualche fiore di campo e ha accontentato la sua bambina.

Detto Popolare


Alcune persone anziane hanno raccontato che il giorno delle “Madonnelle” mentre le donne facevano le “Sette Chiese” gli uomini facevano le “Sette cantine”.
Infatti mentre le donne visitavano e pregavano la Madonna, gli uomini si riunivano nelle osterie o nelle Fraschette, che erano le cantine dove i proprietari che avevano prodotto tanto vino lo vendevano agli amici.
La sera erano tutti brilli ed alticci e da qui il detto popolare:

“Il venticinque marzo le donne si rinfrancano nello spirito mariano, mentre gli uomini si rallegrano in onore del dio Bacco”.


E se avete bevuto e volete rimanere il giorno dopo, potete approfittare per andare a cercare il tesoro nella Grotta di Peschio Rossi lungo il sentiero dei briganti.

Foto di copertina di Marta Lattanzi
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Quanti di voi hanno giocato con un trenino da bambini?


O semplicemente lo avete inseguito con lo sguardo mentre passava su una ferrovia a fianco della strada...
Quanti hanno poi viaggiato in treno e scoperto che ci poteva aiutare a fare amicizia, scoprire nuove situazioni … o semplicemente leggere in santa pace un giornale o un libro?
Quanti ancora se lo sono trovato come compagno di strada in un libro o al cinema per condividere un momento di gioia, di passione, di avventura o ...

E quanti dopo tutto questo hanno pensato di farne un museo per grandi e piccini per condividere non solo una passione ma per raccontare la storia di un territorio un po’ dimenticato ma con tanti tesori nascosti da scoprire ...?
Beh… questa è la storia che vi voglio raccontare.
Correva l’anno 1960 e la mattina di Natale, con mio fratello poco più grande di me, ci affacciammo nella sala dove Babbo Natale (o chi per lui…) doveva aver fatto il suo dovere e rimanemmo a bocca aperta.
Su un bel tavolo di legno, che ci sembrava enorme, faceva sfoggio di sé un treno completo di locomotore, vagoni, galleria, alberi, stazione … un sogno!
Fu una emozione che non mi lasciò mai.
A quegli anni felici seguirono poi momenti molto più difficili, quel treno per varie vicissitudini familiari ed economiche scomparve e per molti anni, e fintanto che non iniziai a lavorare, non lo rividi più.
Ma lui non mi aveva mai lasciato, anche nei momenti difficili mi tornava in mente e mi faceva sorridere e sognare.
Mi riavvicinai, con un po’ di autonomia economica raggiunta, al mondo del modellismo ferroviario e nel tempo cominciai a divertirmi costruendo dei plastici di fantasia cercando di coinvolgere, con limitato successo in verità, i miei tre figli.
Con la maturità e viaggiando per lavoro tra l’Europa e le Americhe conobbi vari personaggi in giro per il mondo con la stessa passione. Però tutto questo sembrava ridotto ad una ristretta cerchia di appassionati, con le loro liturgie e momenti di incontro, ma alla fine con un orizzonte un po’ limitato e talvolta troppo esclusivo.
Ma ecco che accadde quel qualcosa che mi fece cambiare prospettiva in una maniera fino allora impensabile.

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Chi di voi conosce Arce e la Valle del Liri?


Dalla mia esperienza ben pochi al di fuori del territorio, ma come in tutte le storie ad effetto per trovare il momento della svolta…. chercez la femme!
Arce è il paese natale di mia suocera, dove negli anni con mia moglie ed i figli abbiamo creato anche per noi un buon ritiro.
Il sottoscritto, romano di cultura e da sempre coinvolto per lavoro con il mondo delle multinazionali, ha cominciato a scoprire negli anni un mondo fatto di natura, rapporti costruiti nel tempo con la fiducia, una storia millenaria coperta però dall’ingombrante presenza di Roma e Napoli che schiacciano il territorio come una povera sardina.

Si direte voi … ma il treno?


Beh per accettare il buon ritiro ad Arce anche da parte mia, ebbi l’autorizzazione ufficiale a poter dedicare una stanza alla mia passione e cosi ho potuto finalmente costruire un plastico ferroviario come avevo desiderato da tanti anni.
Quindi una favola a lieto fine? In realtà è proprio da qui che comincia tutto.
Mi accorsi che anche se teoricamente felice mi mancava qualcosa. Quello che avevo costruito era in fondo solo per me o pochi amici. Mi sembrava che quel sogno di bambino fosse atterrato su un qualcosa costruito sicuramente bene ma un po’ arido. Non trovavo quella forza che solo la condivisione e la passione sanno dare.
Una domenica, era novembre del 2014, dalla mia casa di Arce sentii un fischio di un treno diverso dal solito. Dalla finestra si vede la stazione e vidi uno sbuffo di fumo.

Era il treno commemorativo della ferrovia Roccasecca-Arce-Avezzano che passava per la riapertura della linea. Ed io non lo sapevo!!!


Capii che quella era la mia nuova sfida: unire la passione del treno con quella del territorio e della sua ferrovia. In pochi mesi, con l’aiuto di alcuni amici abbiamo fondato l’Associazione Apassiferrati.
A quel punto capimmo che era necessario creare un punto di aggregazione forte che fosse un simbolo facilmente identificabile dall’esterno e che rappresentasse immediatamente quella miscela di Territorio, Ferrovia e Cultura che poteva dare sostanza al progetto.
L’idea fu quella di creare un Museo della Ferrovia della Valle del Liri, ma su basi nuove: non solo una raccolta di cimeli per addetti ai lavori, ma qualcosa di vivo che raccontasse una storia di duecento anni con un linguaggio facile da raggiungere.
Grazie a Dario di Palma, assessore al Comune, ne parlammo con il Sindaco Roberto Simonelli e nel giro di una riunione in un caffe l’idea piacque ed il sindaco mi propose di fare il museo in un ambiente del palazzo del Comune che era in disuso.
Era una grande sfida, chiaramente con capitali privati, ma gli elementi sembravano quelli giusti per realizzare il progetto.
A questo punto con gli amici di Apassiferrati definimmo un piano su 4 aree di attività:

    • realizzazione del Museo

 

    • editoriale con il primo libro dello storico Costantino Jadecola (oggi tradotto in 5 lingue)

 

    • comunicazione in Italia e all’estero (Madrid, Strasburgo, Norimberga, Lisbona, Caldas da Rainha)

 

    • realizzazione di eventi come i treni storici a vapore.



Abbiamo subito fatto un accordo con l’università di Cassino per attivare ricerche e studi sul territorio e la ferrovia e siamo riusciti ad inaugurare il Museo il 30 settembre del 2017. Una emozione me la ha regalata la riscoperta di un evento storico legato alla visita di Papa Pio IX nel 1863 nel territorio di Frosinone sullo straordinario treno di rappresentanza.
E se guardiamo alla storia della nostra ferrovia vediamo come anche nei momenti terribili del terremoto del 1915 o della tragedia della guerra ha sempre saputo ritrovare la strada per rinascere mettendosi a fianco della sua gente come un riferimento e un segnale di speranza.
Con questa speranza continuiamo questo lungo viaggio, iniziato quella mattina di Natale di 60 anni fa, con gli stessi occhi incantati dei bambini che ci vengono a trovare e che ci danno la forza per proseguire.
A presto dunque!
 

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Un Pub, una donna e 8 gruppi musicali provenienti da ogni parte del mondo che uniscono i loro talenti musicali, e i loro cuori, nell'International Stay at Home Fest (Il Festival Internazionale dello "Stai a casa"). Tanti spettacoli e un solo obiettivo, quello di tirarci su il morale, collegandoci in uno spettacolo senza precedenti per superare questa pandemia globale.

Il potere della positività, e dei Social, non conosce limiti.

Il problema del Covid19 lo sappiamo bene, sta coinvolgendo tutto il mondo. Dai primi giorni dell’anno è arrivato a mettere la nostra vita sottosopra, obbligandoci a fermarci nella nostra vita di tutti i giorni. Ora per fermare "lui", siamo costretti a prendere questa pausa e stare a casa, e a farlo oggi per tornare a vivere più felici di prima!

Una pandemia partita dalla Cina, arrivata in Italia... e adesso è sbarcata anche negli Stati Uniti. 

Non soltanto noi comuni mortali, sono molti gli imprenditori di ogni parte del mondo che si sono dovuti adattare a questa nuova realtà chiudendo le loro imprese, negozi e fabbriche. Ma in mezzo a tanta angoscia e preoccupazione, continuano ad esserci delle persone che, con le loro azioni positive, cariche di solidarietà, ci spingono a non perdere la speranza, e a guardare verso un futuro migliore.

Noi di Discoverplaces stiamo contribuendo nella nostra piccola grande piattaforma, a costruire questo futuro con tante iniziative. Tra queste c'è l’hashtag #ilfuturonellenostreradici, un messaggio di speranza, nato dalla voglia di raccontare le storie emozionanti delle persone che cercano di riprendere il contatto con le loro radici lontane o vicine. Lo facciamo insieme a loro, attraverso i racconti di storie, ricette e aneddoti dei borghi che hanno ancora nel cuore.

Ma in realtà per noi questa operazione è cominciata anni fa, quando nel nostro piccolo, raccontavamo le storie e le bellezze delle persone speciali che incontravamo nei nostri viaggi attraverso l'Italia e i suoi piccoli borghi. 

Una di queste persone speciali è la nostra cara amica Karen Lauria Saillant, che abbiamo avuto il piacere di conoscere in uno dei nostri viaggi.

Karen è una regista lirica e maestra di canto nella città di Philadelphia. Ogni estate organizza la "prima" di un’opera lirica nel piccolo, incantevole teatro di Città della Pieve in Umbria. Per saperne di più, potete leggere l'articolo che abbiamo scritto per Karen “Grande Lirica a Città della Pieve".

[caption id="attachment_114602" align="center-block" width="750"] Karen con il gruppo Scozzese "The Ronains" al pub The Fire[/caption]

Karen è anche la proprietaria del Pub "The Fire" nel cuore di Philadelphia, la sua città natale, che da anni offre emozioni e divertimento con musica dal vivo e intrattenimento dai toni a dir poco "Rock". 

Aperto dal marito di Karen nel 1988 come semplice pub, il locale ha cominciato ad essere un punto di riferimento per l’eclettica scena musicale di Philadelphia, diventando il trampolino di lancio per un caleidoscopio di nuovi talenti e artisti, alcuni oggi di fama mondiale, come i Maroon 5, che fecero i loro primi passi al Fire. Il pub è ancora oggi una tappa importante nelle carriere di molte altre band della scena "Indie". 

Tutto è iniziato da un piccolo palco, che permetteva agli studenti di Karen di mettere in mostra il loro talento e creatività davanti al pubblico del Pub. Da quei primi spettacoli, il palcoscenico negli anni si è sempre di più allargato, arrivando ad ospitare gruppi e cantanti da tutto il mondo.
Come tanti locali pubblici nell'epoca del Coronavirus, al momento il pub The Fire è stato costretto a chiudere le sue porte e cancellare i suoi spettacoli.

Ma la musica sorpassa qualsiasi barriera. Fa parte di un messaggio universale che viaggia ovunque, grazie ad un solo ed unico respiro.
Allora se non possiamo più goderla dal vivo, tanto vale assaporarla nella comodità e sicurezza delle nostre case!

Ecco perchè nasce l'International Stay at Home Fest (Il Festival Internazionale dello "Stai a casa")!

I Social hanno una potenza enorme. Possono unire persone separate da qualsiasi distanza...basta essere connessi al WiFi!

Per tante imprese, inclusa quella di Karen, la chiusura a causa della quarantena ha fatto danni incalcolabile al loro lavoro. Un Pub dipende dall’allegria e dalla partecipazione dei suoi clienti, artisti e affezionati che arrivano tutte le sere per bere qualcosa e farsi due risate, staccando la spina dal tran tran di tutti i giorni.

Ma persone come Karen non sono abituate a gettare la spugna. Anzi, la loro grinta e positività finiscono per essere ben più contagiose del problema che stiamo affrontando ora.

L'International Stay at Home Fest (Il Festival Internazionale dello "Stai a casa") è uno concerto trasmesso in live su YouTube, con le esibizioni di artisti da tutto il mondo, a cui segue una sessione di interviste live con le band che partecipano, dando al pubblico la possibilità di interagire con i musicisti e di fargli delle domande.

Tutto questo è realizzato grazie all’impegno del pub The Fire, che ha scelto gli 8 gruppi protagonisti da ogni angolo del mondo, più 1 cantante solista. Ogni artista ha registrato il suo contributo da casa, “in quarantena”, e poi tutte le singole registrazioni sono state sincronizzate per produrre i video.

https://www.youtube.com/watch?v=EFDz9EzWTaM&t=10s

Dal Giappone, all’Italia fino alla Macedonia, ogni spettacolo è incentrato su un gruppo, alcuni dei quali, dovevano esibirsi dal vivo al The Fire. Adesso invece suoneranno davanti ai nostri schermi, ognuno dalla sua quarantena, davanti ad un pubblico (digitale) grazie al potere della musica e della rete.

Ecco i gruppi che prenderanno parte all'iniziativa:

Thundermother, Svezia

Eufemia, Messico

Hope The Flowers, Thailandia 

General Rest in Peace, Marocco 

Piqued Jacks, Italia

The Ronains, Scozia

Pinky Doodle Poodle, Giappone 

Dirty Soap, USA 

Darko Todorovsky, cantante della Macedonia 

Un appuntamento per divertirsi, e mostrare la nostra solidarietà

L'International Stay at Home Fest (Il Festival Internazionale dello "Stai a casa") è pensato non solo come un momento per dimenticare lo stress che stiamo vivendo tutti, ma anche come occasione per mostrare la nostra solidarietà verso il pub e i gruppi che malgrado tutto si sono mossi per farci ascoltare la loro musica. 

Durante le dirette dal vivo ogni ‘spettatore’ avrà la possibilità di fare una donazione alle band e agli artisti che prendono parte all'iniziativa. Il 100% dei ricavi andranno a sostegno degli artisti, e ai dipendenti del pub The Fire, che adesso non sono in grado di lavorare. 

Non c'è niente in questo mondo moderno che ci può fermare dal divertirci, anche in tempi come questi. Quindi, se siete Americani, Italiani, amanti della musica o fan dei concerti dal vivo, connettiamoci tutti quanti per aiutare la musica e le imprese come quella di Karen, che nonostante tutto non dimenticano il loro spirito combattivo e cercano di rimanere un punto saldo di positività. 

Allora cosa stai aspettando?

Puoi guardare lo spettacolo a partire dal 18 Aprile QUI (http://stayathomefest.live/https://www.firephilly.com/stayathome/)
Se volete conoscere il pub di Karen, The Fire cliccate QUI, e se volete donare a supporto dell'iniziativa potete CLICCARE il seguente link (https://venmo.com/FirePhillyEmployee)

Foto di copertina di Rebecca Martten
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Diario Covid19 e Diaro di Anna Frank

Caro diario,
eccomi di nuovo qui, a raccontarti di me, delle mie emozioni, delle mie paure e dei miei stati d'animo.
Scusami se ti sto trascurando e non ti scrivo tutte le sere, ma le mie giornate passano tutte uguali, tra alti e bassi, e, la sera, non ho niente di bello da dirti… purtroppo!
Ogni mattina, mi sveglio con la speranza che cambi qualcosa e che finisca questa brutta situazione, ma non succede niente: è come un brutto sogno che non finisce mai.
Trascorro le mie giornate facendo compiti, stando al telefonino o guardando una serie in TV. Le uniche ore che passo un po’ in allegria sono quelle durante le quali mi collego con i miei compagni nelle video-lezioni di scuola, oppure quando mi collego con la mia scuola di ballo “Officina di danza”. In questi giorni ci è molto vicina e, facendoci ballare, ci permette di distrarci da tutti i pensieri.
Sai, in questo periodo, sto rileggendo un libro che avevo letto circa due anni fa: “Il diario di Anna Frank”, il diario scritto da una ragazza di origine ebraica di tredici anni durante il periodo delle persecuzioni naziste.
È un documento commovente e drammatico, in cui Anna racconta le sue gioie, i suoi dolori e le sue speranze, come faccio io con te! Certo, la vita di Anna era molto più triste della mia!


Lei vive in una soffitta, per sfuggire ai nazisti, per ben due anni e, con i suoi scritti, fa capire a chi legge il suo grande desiderio di libertà. Libertà mai più assaporata, visto che fu presa e portata nel grande campo di concentramento di Auschwitz, in cui si ammalò di tifo, morì e venne sepolta in una fossa comune, insieme ad altri cadaveri…
I dolori e le speranze che Anna racconta in queste pagine mi hanno travolta e mi hanno scossa e, proprio adesso che c'è questo brutto mostro chiamato CORONAVIRUS, mi hanno fatto tanto riflettere su quanta sofferenza ha provato Anna.
Una sofferenza più cruda della nostra, che stiamo in casa nostra, con tutti i nostri giochi, la tv, le nostre comodità e con internet, che ci permette di guardare e parlare anche con chi sta lontano da noi.
È vero che questo virus ci ha tolto la libertà, ma ci ha dato in cambio “IL TEMPO”, quel tempo che avevamo dimenticato, perché troppo presi dai mille impegni e dalla vita frenetica di tutti i giorni.
Questo periodo di quarantena ha restituito alla natura aria pulita, con meno smog e meno inquinamento, e sono sicura che quando sarà tutto finito saremo persone migliori. E anche noi ragazzini di dodici anni sapremo dare il giusto valore alla vita!
Mio caro diario, per oggi, ho finito, ma ti prometto che tornerò presto a scrivere, perché, nei prossimi giorni, sono sicura che le cose miglioreranno e riempirò le tue pagine di attimi di felicità.
Te lo prometto!
Ti racconterò di quanto sarà bello riabbracciare i miei nonni, i miei compagni e la mia cara amica Carlotta, che mi manca tanto!
A presto, la tua Giorgia
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Quella tenda che è tornata…

“Non si ricordano i giorni.
Si ricordano gli attimi.”
(C. Pavese)


Stamattina, mentre mamma sistemava alcuni oggetti nell’armadio della mia casa di Genzano, all’improvviso, dallo scaffale centrale, è comparsa la tenda bianca a fiorellini arancioni.
Quella che fu confezionata da nonna Annarella nel 1983 per le finestre di quella che Valentina chiamava “la casina”, ossia del prefabbricato donato dai bergamaschi a noi, terremotati lionesi.
Improvviso, il ricordo di attimi lontani.
Il container che ci fu donato era bianco e azzurro, di forma rettangolare, con cucina, due stanze da letto e bagno.
Era arredato in modo semplice ma fine.
A noi, che eravamo bambine, sembrava una casetta accogliente e sicura, anche se umida in inverno e calda in estate.
Era il rifugio, piccolo e sicuro, in cui sognare. Io mi affacciavo spesso dalle finestrelle che immettevano nella parte retrostante del “Villaggio Bergamo”, dove vi erano i containers giallo ocra, dalla forma irregolare.
Lì abitavano Edmondo e le Piccole Sorelle che, con la loro presenza, rendevano le giornate più serene. Amavo osservare la vita che ricominciava a scorrere fuori dall’abitacolo, salendo sulla sedia di paglia e spostando quella tenda, dimenticata e ritrovata stamattina… Mi piaceva guardare fuori, restando dentro, al sicuro.
La finestra era un affacciarsi sul mondo, che riprendeva a pulsare dopo la sospensione del terremoto, ed anche una protezione. Ogni mattina, bevendo latte e Nesquik, ed ogni sera, per osservare le luci dei lampioni, spostavo quella tenda e… guardavo.


Quello che vedevo era il mio stato d’animo.
Anche le giornate fredde erano luminose ed il paesaggio era sempre nitido: gli alberi, i campi, le persone davano l’impressione di una gelida fragilità, come se un semplice colpo di vento o un urto potesse frantumarli di nuovo.
L’aria vibrava, come le nostre vite.
Guardavo dalla mia finestra, oltre quella tenda, un paesaggio che era già dentro di me e “sentivo emozioni che erano già nel paesaggio”.
Anche oggi, dopo trentasette anni, la tenda mi ha fatto provare lo stesso senso di labile stabilità provato da bambina ed il mio pensiero è andato subito a Bergamo, alla “città alpina d’Italia”, tanto distante dall’Irpinia, ma profondamente vicina.
Non so se chiamarla casualità. Non so se è solo uno scherzo del fato.
So di certo che, da stamattina, ho Bergamo nella mia testa.
Ho quegli attimi passati molto vicini.
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Coincidenza sul 3 aprile: da Gesù a Marlon Brando

Secondo gli astronomi, Colin J Humphreys e W.G. Waddington, venerdì 3 aprile è un giorno speciale nella storia. Quest'anno, nel 2020, secondo questi eminenti ricercatori è il 1987° anniversario della morte di Gesù Cristo.

Questa conclusione è stata pubblicata su Nature 306, 743–746 (1983).

Apparentemente, la data è stata confermata dal verificarsi di un'eclissi lunare segnalata dopo la crocifissione, i dati sono stati calcolati dallo studio del calendario ebraico del I secolo d.C. Questo può quindi sembrare un giorno particolarmente propizio per lasciare questa terra mortale, specialmente se desideri tornare la domenica successiva!

Ma non molti personaggi famosi hanno seguito questo approccio alla ricerca dell'immortalità e solo un papa, Onorio IV, altrimenti l'italiano Giacomo Savelli, che sedette sul Trono papale dal 1285 al 1287, è riuscito nella prima azione necessaria. Non siamo a conoscenza di alcun risultato successivo.

Alcuni talenti musicali molto noti sono andati al loro creatore in questo giorno. Johannes Brahms, l'ultimo grande compositore classico che si godeva alcune delle sue estati passeggiando sulle colline italiane, lo fece nel 1897 dopo una vita dedicata alla grande musica, e Clara Schumann. La sua musica ha raggiunto almeno l'immortalità.

Di fama più moderna fu Kurt Weill, che morì in questo giorno nel 1950 all'età di 50 anni, essendo stato un famoso compositore di opera satirica, non gradita da Adolph che bandì il suo capolavoro "L'ascesa e la caduta della città di Mahagonny", composto tra il 1927 e il 1930 basato sul testo di Bertold Brecht e che dà al mondo la stranamente meravigliosa "Alabama Song" - la luna dell'Alabama ...

Non posso tralasciare quelli per i quali questo è stato il loro ultimo giorno senza ricordare Graham Greene il cui romanzo più enigmatico per me è stato Travels with My Aunt e che ci ha benedetti fino al 1991 con oltre 86 anni del suo vagabondo mondano ha scritto una biblioteca piena di romanzi, racconti, sceneggiature teatrali e libri di viaggio, la maggior parte dei quali affascina il lettore casual.

 

Ma non dovremmo soffermarci sull'infinito, e ricordare anche la scintilla creativa della procreazione umana notando una speciale anima ben nota che si è unita a noi il 3 aprile ma da allora è andata avanti. 

Il Padrino è ricordato dai banchieri per essere il film di maggior successo commerciale di tutti i tempi, mentre L’Ultimo Tango a Parigi ha introdotto la realtà sessuale sul grande schermo e Apocalypse Now, un'esperienza tagliente della guerra del Vietnam, tutti interpretati da Marlon Brando.

Ma il mio ricordo è di Don Juan DeMarco con Jonny Depp e Faye Dunaway e il tema musicale ossessivo che la maggior parte degli uomini può sentire: "Hai mai amato davvero una donna?”.

Per coloro che amano gli eventi storici e per i quali la crocifissione non è sufficiente, non c'è un gran numero di azioni malvagie, e io sono attratto una volta dall'età per il genere musicale e la registrazione in questo giorno a Nashville dal King, che nel 1926 ha composto una lirica con il testo:

Are you lonesome tonight,
Do you miss me tonight?
Are you sorry we drifted apart?
Does your memory stray to a brighter sunny day…

Ho pensato di voler cantare insieme!

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