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Senti qua. Sbatto il naso oggi su una specie d'Urlo di Munch.
Littizzettooo!, direte voi subito!.
Macchè.
La faccia è l'altrettanto orripilata e sdegnata epperò furbetta d'una giovincella stile appunto Minchia-Sabry. La nostra "raga", avvolta da solita serpe tatuata al collo, si gonfia spericolata di vene e contro-vene e auto-scatti e frasi d'aiuto.
"Zzzo èèè la traasgreeessioooneee... stupitemi ggeeentee... stupitemi, se vi riesce!", implora la tapina.
Mi commuovo. Penso potrebbe essere mia figlia! (per quanto...), ma comunque, pare lì per lì che c'abbia bisogno d'una mano la raga: che so, magari due sole paroline di speranza.
Tento allora subito l'approccio paterno.
Dico che forse...un tentativo si potrebbe pure abbozzare, che ci si potrebbe stupire proprio da Noi, cioè nel senso del Di Noi da soli... no maledizione! e... volevo dire stupire lei ammmia, tanto a dire...cioè lei tra di noi. Nulla.
"Stupitemi, mooraliistiddimmeerdaa!!. Traasgressioone! insiste. Fine.

Vado al mare.
A fondo spiaggia, appoggiato coi suoi legni in acqua, emerge uno di quei bei cavalletti da disegno. Proprio a fianco, Lui!; il Pittore.
Piccolo, robusto e una barbaccia che gli incornicia il magnifico volto siculo.
Spalle e tela rivolte al mare, vestito da testa a piedi, l'uomo si guarda dietro, di fianco, attorno e dipinge e dipinge e dipinge.
Poi indugia. Osserva quei tratti di pennello, quei colori che impiastrano la tavolozza lì poggiata.
Nessuno che s'osi avvicinarsi a quel cavalluccio marino dalle zampette ben bene immerse nella bagnata sabbia della stupenda spiaggia di Timpi Russi.
In più, l'artista non aiuta gran che.
Dallo scoglio dov'è seduto, ci sbircia con l'aria severa di chi non vuol far comunella. Mica è ritrattista lui! Riguarda estasiato l'acqua lui!: le bianche boe più al largo e due vecchie barche là ammuffite.
Il posto è per lo più inaccessibile per via di scogli che ne impediscono il bagnetto e gli scostumati, pur curiosissimi, ben si guardano.
Il paesaggista, intanto aspira e s'ispira; annusa l'aria salmastra che lo circonda e ridipinge e ridipinge e ridipinge.
Non resisto. Basta! Vado mi dico, Ci vado.
Salgo su quella pietra scivolosa e, unico privilegiato, osservo la telaccia. Magnifica! Rimango fulminato.
L'isolano non fa una piega. Mi guarda serafico e fa l'occhiolino. M'avvicina allora un manipolo di curiosi e io me ne rimango lì muto. Faccio segno che non posso dire...che ho giurato a quello...
Mica sono scemo!
Mica ce lo vado a dire a 'sto bel pezzo di spiaggia, di tutto il popò di Natura Morta, di tutto 'sto bel quadro di cesti di pigne e castagne, adagiato su una sedia impagliata e con dietro pennellato uno sfondo montano non malaccio di vette innevate, abeti e, credo, pure un camoscio.
Minchia, Sabryyyy!.

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Berlino, 18 marzo 2018 - Pioggia
Da settimane non vediamo l'ora di fuggire allo stress quotidiano della capitale tedesca, prendendo un volo verso luoghi più caldi ed ecco che grazie a questo Contest mi torna in mente il mio viaggio in Sicilia.
In poco tempo il nostro aereo arriva a Catania, la città ai piedi del vulcano di fama mondiale che desideravo visitare con un gran desiderio sin dalla mia infanzia.
3000 anni di cultura europea, radice di tutte le culture che modellano il paese sin dagli albori, la patria della mafia, quella dipinta nei film, intendiamoci.
Ma soprattutto luogo ambito per molte persone del nord in cerca di cultura e sole.
Finalmente siamo sull'aereo, 2 ore di volo. Le nuvole si aprono, il pilota annuncia l'atterraggio ed ecco in pochi minuti si apre dinnanzi il grande vulcano con un cappello fatto di fumo.

Sono sopraffatto!!
La nostra grande fortuna sta nell’avere conosciuto anni fa i nostri migliori amici, berlinesi di origini italiane che ci accompagnano in questo viaggio, disegnato apposta per noi da Take it Slowly.
Per il mio amico, venire in Sicilia e soprattutto a Catania, che è stata la culla dei suoi genitori e dei suoi affetti (glielo leggo sul volto) è una grande emozione ed il suo cuore batte ancora per questo luogo di nostalgia.
Usciamo dall'aereo, l'aria di primavera ci abbraccia. Un sorriso si insinua su tutti i volti.
Il primo viaggio in auto a Catania è uno shock culturale.
Che in Italia gli automobilisti guidassero in modo diverso rispetto alla Germania, lo avevo riscontrato spesso durante le mie visite nel nord Italia, ma qui in Sicilia non sembrano esserci regole: tranne che chi frena per primo perde.
Ma stranamente mi accorgo che qui non succede nulla, in qualche modo arriviamo senza alcun danno ai nostri alloggi. Ahahaha!
Nei giorni a seguire esploriamo l'isola, la cultura, i monumenti, i luoghi antichi: finalmente posso scoprire tutti i luoghi che ho sognato nei miei libri fin dall'infanzia e dalla giovinezza.

In realtà ci sono tante cose che catturano la mia attenzione: mercati, ristoranti, pizzerie, ospitalità e gente cordiale in ogni angolo.


I prezzi sono moderati, qualità di prima classe a prezzi che non sogneremmo mai in Germania. È così bello essere qui, in realtà voglio che non finisca mai!!
Ma poi arriva il momento clou dell'intero viaggio: Agrigento. Le radici dell'Occidente.
Come un uomo posso solo sognarlo, un magnifico tempio greco nel mezzo di ulivi sotto un cielo azzurro nel mezzo di questo meraviglioso paesaggio mediterraneo.
Quanto devono essere felici le persone a cui è permesso vivere qui. Continuo a chiedermi perché centinaia di migliaia abbandonano questa terra benedetta da Dio??
Tuttavia, come per ogni cosa su questa terra, l’altra faccia della medaglia mi lascia intravedere che non tutto sembra facile.
Per noi turisti del freddo nord è un paese da sogno, per le persone qui è comunque la vita di tutti i giorni, con pro e contro.
È sicuramente bello vivere qui, ma come ovunque nel mondo, bisogna trovare la propria strada. Una missione non semplice per l’essere umano.
Sfortunatamente, siamo su questa bellissima isola solo per alcuni giorni. Ma mi sono innamorato follemente di quest’isola e della sua gente.
Prometto che tornerò ancora e ancora e ancora
Sicilia Amore mio!

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Alla fine l’imprecisione risultò un’inezia: meno dell’1% di scarto su un ordine di grandezza di 250.000.

Per la precisione 257.142 stadi. Lo stadio, unità di misura del mondo ellenico, equivaleva ai nostri 157,5 metri.  

Protagonista di questo ‘errore geniale’ fu Eratostene, matematico, astronomo, geografo e poeta, originario di Cirene, vissuto tra il 276 ed il 194 avanti Cristo. 
Eratostene era a capo di quel formidabile santuario del sapere che fu la biblioteca di Alessandra di Egitto, centro nevralgico di quella epopea di globalizzazione ante-litteram che fu l’ellenismo.

E in nome di un sapere universale si ritrovarono ad Alessandria d’Egitto i migliori cervelli del tempo. Eratostene era appunto, uno di questi. 

A lui si deve tra l’altro il calcolo pressoché esatto dell'inclinazione dell'eclittica (in altre parole, l'inclinazione dell'asse terrestre), la stesura di una sorta di inventario stellare, oltre al cosiddetto “crivello di Eratostene”, una tecnica per compilare la tavola dei numeri primi.

Ma la sua fama è legata piuttosto ad un aspetto: il calcolo del raggio della Terra, che dedusse servendosi di strumenti davvero primitivi. 

In particolare uno, banale quanto efficace: lo gnomone

Niente di più di un bastone che, infisso verticalmente su un terreno pianeggiante permetteva di studiare, attraverso l’ombra generata, i movimenti del Sole durante il giorno e durante l’anno.

L’idea di come calcolare il raggio della Terra, ad Eratostene era venuta dopo avere notato che a Siene (l’odierna Assuan, in Egitto), il giorno del solstizio d’estate (21 giugno), il Sole illuminava il fondo dei pozzi. 

Si trattava di un epifenomeno generato dal fatto che, in quel giorno ed in quell’ora, i raggi solari a Siene erano perpendicolari al suolo.

Così, quello che non poté la tecnologia, poté la trigonometria. 

Eratostene infatti se ne servì per misurare l’immisurabile

Si affidò dunque a quella parte della matematica, la trigonometria appunto, che consente di determinare la lunghezza dei lati e l’ampiezza degli angoli di un triangolo, una volta noti tre dei suoi elementi, tra cui almeno un lato.

Per questo Eratostene fece in modo che nello stesso giorno venisse misurata l’ombra dello gnomone (niente più di un bastone conficcato nel terreno) ad Alessandria, la città che, secondo le sue informazioni, si trovava a nord di Siene, sullo stesso meridiano, ad una distanza di 5000 stadi. 

Grazie a questa misurazione poté stabilire che la direzione dei raggi solari formava un angolo di 7,2 gradi con la verticale, cioè 1/50 di un angolo giro.
Con questo dato a disposizione Eratostene ricavò addirittura la circonferenza della Terra: equivaleva a 50 volte la distanza tra Alessandria e Siene. Quindi 250 000 stadi, ovvero più o meno 39 000 km. 

Diciamocelo però. Questa impresa ci riconcilia con uno degli argomenti più impegnativi del nostro percorso scolastico: la trigonometria. Questo elemento fondamentale della matematica ha sempre goduto di una pessima fama tra generazioni di studenti che la considerano una bestia nera, inutile, noiosa, complicata e difficile.

Era il 240 avanti Cristo, quando Eratostene di Cirene, misurò il raggio e quindi la circonferenza della Terra con una precisione pari alla semplicità del metodo.

Il modello di calcolo altro non era che l’applicazione del teorema degli angoli originati da una retta trasversale che taglia due rette parallele. Nel caso dell’osservazione di Eratostene, l’angolo a formatosi tra l’ombra ed il bastone a Siene è uguale all’angolo b che ha per vertice il centro della Terra, mentre i suoi lati passano rispettivamente per Siene ed Alessandria.

All’angolo b corrisponde l’arco che rappresenta la distanza reale tra Siene ed Alessandria (a quei tempi già nota con una certa precisione: 5.000 stadi).

Disponendo di questi dati, Eratostene svolse di fatto una proporzione in questi termini:

[distanza Siene-Alessandria (arco HK)]: (circonferenza della Terra) = 7°20’ : 360° (angolo giro)
cioè:

5.000: (circonferenza della Terra) = 7° 20’ : 360°

da cui:

(circonferenza della Terra) = (5.000 x 360) / 7,2 = 250.000 stadi.

Dato che uno stadio egizio valeva 157,5 metri, moltiplicando per l’unità di misura si ottiene che la circonferenza della Terra è pari a: 
250.000 x 157,5 = 39.375.000 metri = 39.375 chilometri

Assumendo che la Terra sia perfettamente sferica, oggi sappiamo che la sua circonferenza è di circa 40.075 km.

Come dunque spiegare il piccolo errore di Eratostene? Sottostimò di poco la distanza tra Siene ed Alessandria…

Capirai !!...

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Una bella chiacchierata con il sindaco Simona Guidarelli di Pergola splendido comune adagiato sulle belle colline delle Marche a due passi da Senigallia, dalle Grotte di Frasassi e dal sontuoso castello di Frontone.

Una intervista che è nata grazie stata all’adesione del comune di Pergola al contest #IlFuturoNelleNostreRadici che abbiamo lanciato per far conoscere i nostri borghi.

Per il sindaco e l’amministrazione comunale di Pergola, la vera sfida di oggi è quella di far conoscere sempre di più le bellezze e le attività uniche che offre il territorio. Un paese che è già nelle preferenze di olandesi e svizzeri che hanno comprato e gestiscono agriturismi molto apprezzati.

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Pergola - foto Fabrio Ceccarani[/caption]

Due parole per identificare in modo unico Pergola: colline, bronzi e vino.

La prima cosa che viene in mente arrivando a Pergola è la serenità delle colline dell’entroterra marchigiano, dove si vive a contatto con una natura non brutalizzata da costruzioni e fabbriche.

Una natura dove ancora si possono vivere i ritmi del sole e dove la terra profuma di buono. Un paesaggio dove i vigneti regalano un gustoso vino rosso, il Pergola DOC da pregiate uve Aleatico, perfetto in abbinamento alla cucina marchigiana, e soprattutto con il formaggio pecorino prodotto da allevamenti di pecore locali.

Ma ci sono tanti altri motivi per cui venire a visitare Pergola ci racconta il sindaco Guidarelli:

“Diversi anni fa, nelle campagne di Pergola è stato rinvenuto un complesso di statue che è unico nella storia dell’arte romana: 4 sculture in bronzo rivestite in oro che rappresentano due uomini a cavallo e due donne. Le sculture non sono tutte complete ma sono una vera rarità.
Per poterle avere nel nostro museo, 30 anni fa i pergolesi hanno combattuto e costruito simbolicamente anche un muro per non farle portare via.
Oggi siamo orgogliosi di averle esposte qui e del grande interesse che suscitano in tutti quelli che vengono a vederle!”

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Pergola - foto Marco Spadola[/caption]

Non è facile trovare statue in bronzo di epoca greca o romana perché il metallo veniva sempre fuso per creare nuovi manufatti o per soddisfare esigenze temporanee. Queste sculture rappresentano invece un vero capolavoro d’arte. Pensate che a Roma si è salvata la statua di Marco Aurelio perché si pensava che rappresentasse l’imperatore Costantino che aveva aiutato il Cristianesimo.

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Pergola - foto Marco Spadola[/caption]

Oggi Pergola si presenta con una offerta turistica integrata che unisce arte, natura e enogastronomia insieme ad almeno altre 2 eccellenze marchigiane conosciute in tutto il mondo: le grotte di Frasassi nella vicina Genga e il meraviglioso castello di Frontone.

“E questo anno, tra i Luoghi del Cuore del FAI votate gli affreschi dell’Oratorio al Palazzo, un capolavoro del XV secolo dipinto da Lorenzo d’Alessandro da San Severino Marche”.

E basta prendere la macchina per fare un tour nelle colline e in un’ora si è nella superba Urbino, nella Riviera del Conero o a Pesaro.

Cosa volere di più da una vacanza in una delle campagne più belle d’Italia?
Mi raccomando: aspettiamo storie per il contest che riguardano ricordi, ricette, racconti e storie divertenti. Così potremo sempre di più far conoscere Pergola ed invitare le persone a venirvi a trovare.

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Con alcune persone fidate (Nerchia, Tex Willer, Porcaccio, Sbattilana II e il Poeta) sono salito in cima al melo più alto della piantagione e abbiamo goduto della vista del frutteto in tutta la sua bellezza.


Il meleto ha 16 filari, contrassegnati con lettere dell’alfabeto, e la parte storica ha circa 500 piante di varie qualità. Dove c’erano dei vuoti ho messo a dimora le prime 110 piante di giovani meli del territorio: 50 limoncelle, 50 cerine e 10 annurche.

Studiando mi sono imbattuto in una notizia curiosa: a Geneva, nello Stato di New York, l’organizzazione governativa Plant Genetic Resources Unit ha in cura la più grande selezione mondiale di meli. Circa duemilacinquecento varietà provenienti da ogni parte del pianeta.
Questa notizia è stata lo spunto per iniziare quello che ho definito il “percorso didattico”.
Lungo la recinzione in basso, a confine con la strada vicinale che dal campo sportivo porta sotto le vasche che una volta venivano utilizzate per lavare i panni, ho messo a dimora le prime 21 differenti qualità di melo: limoncella, cerina, annurca, renetta, florina, tinella, san giovanni, antica, red delicious, sansa, mula, golden delicious, rosa, granny smith, fuji, gala, red love, abbondanza, janagold, stayman e imperatore.
Anche queste piante sono state oggetto di adozione e oggi recano tutte la targhetta attraverso cui risalire all’adottante.
Ma la storia continua e ho successivamente messo a dimora un kako mela (MM00K) e 7 nuove varietà di melo (gelata, elstar, zitella, astracan, pinova, paradisa e prima) che adesso aspettano un genitore.
È mia intenzione continuare a far crescere la famiglia che ha sposato questa iniziativa. Proverbio cinese:

“Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è oggi”.


E adesso qualche novità sulla difesa fitosanitaria delle piante da frutto, fra i mezzi naturali per combattere afidi, acari e insetti nocivi, mi è stato consigliato un infuso d’aglio tritando i bulbi in acqua e portandoli a ebollizione.
Ho così preparato il prodotto che abbiamo nebulizzato sulle piante insieme alla poltiglia bordolese e all’olio bianco. Potete immaginare l’odore che ci siamo portati dietro dopo il trattamento!
Le piante sono sfiorite e ora aspettiamo i profumi dei frutti…
Flashback!
Qualche anno fa mi trovavo a passeggiare per un mercato di Boston quando riconosco in mezzo alla folla il volto di un ortonese emigrato molti anni prima in America.
Mi sembra strano, allora mi avvicino e gli domando a bruciapelo se avesse a che fare con Ortona dei Marsi.
Dopo un attimo di perplessità, gli si illuminano gli occhi e insiste perché accettassi tutta la frutta che aveva appena comprato: c’era anche un chilo di ottime mele che, forse, gli ricordavano quelle paradisiache della sua terra.
Che bella Ortona dei Marsi!

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origini della Città Morandiana
origini della Città  Morandiana

Prima di iniziare a parlare di rigenerazione urbana, sarà opportuno chiarirci sul significato di città, in modo da evitare fraintendimenti rispetto agli obiettivi che vogliamo raggiungere.

[caption id="attachment_117466" align="center-block" width="750"] Le origini - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Oggi intervenire sul tessuto urbano significa ripensare la sua struttura fisica, nell'ottica delle esigenze del vivere contemporaneo e di una visione del futuro, soprattutto tenendo conto dei suoi caratteri identitari e connotanti.

La città, ontologicamente, non è. La sua fisicità è solo una parte del suo esistere, in quanto organismo complesso. L'altra parte, la più importante, è la comunità grazie alla quale la città vive, cresce e assume una sua riconoscibile identità.

Questo principio, più filosofico che tecnico, è il presupposto dei nostri progetti per lo spazio pubblico. Ed è opportuno che la politica accetti il confronto, avendo il coraggio di fare sintesi tra le tesi che arrivano dallo studio ai più alti livelli della ricerca scientifica e le pulsioni provenienti dalle comunità insediate.

[caption id="attachment_117469" align="center-block" width="750"] Nascita della Fabbrica - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Il progetto dello spazio pubblico, diventerà, così, concreta occasione di un piano di rigenerazione urbana e non si ridurrà alla solita, sterile operazione di maquillage. Al contempo, sarà, per la comunità, strumento di crescita sociale, culturale, economica, di coinvolgimento, di partecipazione attiva, di coesione e inclusione sociale. La comunità ritroverà, nella città, la sua identità e i tratti connotanti del suo appartenere ad essa.

In questo modo è nato il progetto Ri-Gymnasium per Colleferro , per il quale, la chiave è stata la riscoperta, la tutela e la valorizzazione, del nucleo originario di fondazione, la Città Morandiana, su cui si sta costruendo un nuovo modello di sviluppo, per la città e per il comprensorio.

[caption id="attachment_117481" align="center-block" width="750"] Piano Morandi - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Il caso della Città Morandiana di Colleferro

Colleferro nasce dalla spinta del governo Giolitti che ha la necessità di sviluppare l’industria bellica italiana e, dunque, promuove investimenti privati per la realizzazione di fabbriche di esplosivi.
[caption id="attachment_117472" align="center-block" width="750"] Fabbrica BPD - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Da questo impulso, nel 1912 nasce la società B.P.D. Bombrini – Parodi Delfino. La sede della fabbrica è l’area della stazione di Segni-Paliano a sud di Roma, un importante centro di comunicazione che ancora oggi è al centro di qualsiasi intervento di rigenerazione.

[caption id="attachment_117478" align="center-block" width="750"] La comunità - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

L’attività imprenditoriale della B.P.D. grazie all'intelligenza e alla lungimiranza di Leopoldo Parodi Delfino, unisce all’espansione produttiva quella sociale, rivolta ai lavoratori della fabbrica. Per certi versi un anticipatore di alcuni imprenditori illuminati come Adriano Olivetti

Dopo la Prima Guerra Mondiale le produzioni di Colleferro iniziano a diversificarsi, si amplia l’area produttiva e cresce il numero dei lavoratori impiegati. Alla fondazione, nel 1916, del primo villaggio operaio liberty di Michele Oddini, segue nel 1935 la nascita del nuovo Comune di Colleferro.

Leopoldo Parodi Delfino affida al giovane Ingegnere Riccardo Morandi la progettazione del Piano di Fabbricazione della nuova città: nasce la Città Morandiana.

Morandi qui lavorerà fino agli anni ’70, sperimentando l'uso del cemento nelle sue estreme e nuove applicazioni, tra cui il precompresso e il Telaio Morandi, essendo colui che

«Ebbe la ventura di realizzare il sogno di Le Corbusier: quello di costruire un’intera città, Colleferro» (M. Orazi).

Riccardo Morandi dirà: «Sono entrato nel campo dell'architettura dalla porta di servizio, a un certo momento gli altri si sono accorti che facevo architettura».

[caption id="attachment_117487" align="center-block" width="750"] Piazza Italia - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Il centro del Piano Morandi è rappresentato da Piazza Littoria (oggi Piazza Italia), uno spazio dove si ritrovano gli elementi tipici della Città di Fondazione: il porticato, la casa del fascio e il municipio. La chiesa di Santa Barbara, disegnata dallo stesso Morandi, spostata dalla piazza e inquadrata in una prospettiva estremamente suggestiva, è caratterizzata dal pronao e dalla torre campanaria, realizzati in conglomerato di cemento lavato.

L’aspetto monumentale e rigido del cuore civico cittadino, si ammorbidisce sinuosamente nello sviluppo del piano urbanistico che, nella parte residenziale, segue l’orografia del terreno con elementi formali riconducibili alla città giardino inglese.

[caption id="attachment_117490" align="center-block" width="750"] Chiesa di Santa Barbara - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Colleferro è sintesi delle Città di Fondazione del ‘900, urbanisticamente nasce come Villaggio Operaio Liberty, con abitazioni e servizi primari per le maestranze, e si sviluppa negli anni ’30 diventando Città Aziendale, con un linguaggio tipico dell’architettura razionalista e della Città Giardino.

L'intervento di Ri-Gymnasium

Abbiamo cominciato costituendo le reti di imprese, concepite con legami stretti alla pubblica amministrazione, necessarie a supportare il progetto Colleferro '900, con il quale comunicare la bellezza complessa dello spazio urbano.

Una azione volta all’esterno ma anche ad alimentare la percezione del valore del nucleo di fondazione tra i cittadini residenti.

Con “Colleferro '900” la città ha conquistato il titolo di Città della Cultura della Regione Lazio 2018 e il nucleo di Fondazione è diventato Complesso Monumentale Città Morandiana.

[caption id="attachment_117493" align="center-block" width="750"] Mercato - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Questo lavoro sulla ricerca identitaria e sulla comunicazione ha visto protagonisti il Sindaco Pierluigi Sanna e l'intera amministrazione comunale, in una visione condivisa e ad ampio spettro. Grazie alla condivisione ha innescato un processo di rinnovata consapevolezza e di orgoglio, nei cittadini residenti e in chi arriva da fuori, rispetto alla percezione del valore e della bellezza della città.

Tutto ciò, unito ad un lavoro coerente sulla qualità fisica dello spazio urbano e delle strutture che ne sono parte, ha consentito a Colleferro di essere dichiarata Capitale Europea dello Spazio 2021.

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Le Reti di Imprese possono essere un modello per la ripresa del paese nel dopo Covid19.

Il modello di rete territoriale di imprese è ormai diffuso nel paese e può configurarsi come la via maestra per fare ripartire le piccole attività imprenditoriali. Se ben progettati possono ri-animare la vita dei centri e, al contempo, gli ambiti territoriali omogenei di riferimento. Questo porta ad una ricostruzione del tessuto economico e sociale.

Il fenomeno delle reti territoriali di imprese si è tanto sviluppato negli anni scorsi, anche se la sua diffusione nel paese non è omogenea. Si evidenzia una forte e generalizzata presenza al nord, una buona presenza in Emilia Romagna, in Puglia e nel Lazio.

La costituzione di reti di imprese è stata incentivata dalla Regione Lazio, che ha investito molto nella realizzazione di un sistema ramificato, volto in particolare alla salvaguardia e allo sviluppo dei sistemi commerciali e produttivi di ambito omogeneo.

Punto cardine della politica regionale è stata l'introduzione della figura del Manager di Rete, da scegliere tra professionisti di riconosciuta esperienza, per una gestione di tipo professionale.

Con il contributo regionale, nel 2017, sono nate 161 reti di impresa, diffuse sull'intero territorio, alle quali si sono aggiunti altri sodalizi nati sull'onda di quelle iniziative.

Tra le esperienze di maggiore successo, si evidenziano le reti costituite a Colleferro e nel suo intorno: Colleferro Commerciale, Paliano Opera Mista, Serrone in Excelso, Rete di Imprese Olevano Romano.

Tutte queste, oltre ad avere dato vita a programmi di rete coerenti in una logica di comprensorio, si sono poi aggregate costituendo Le Campagne Romane, un sodalizio a più ampia scala.

Una aggregazione proiettata ad allargare i propri interessi su tutta l'area riconosciuta come la Valle dei Latini che comprende territori della Città Metropolitana di Roma Capitale, della Provincia di Frosinone e della Provincia di Latina.

E’ stato proprio durante l’organizzazione in rete che è nato il progetto Colleferro '900, che ha permesso a Colleferro e al suo ambito, di conquistare il Titolo di Città della Cultura della Regione Lazio 2018.

In quel caso, la valorizzazione territoriale e il recupero di valori come l'identità e i tratti connotanti delle città e delle comunità coinvolte sono stati realizzati attivando le reti territoriali collegate tra loro. Il metodo ha funzionato e l'attività delle reti di imprese non si è limitata alla gestione dei singoli progetti, ma è andata oltre, generando nuovi processi di sviluppo.

Questo ha portato l’effetto di aver migliorato la brand reputation di un intero territorio.

Seguendo il percorso di Colleferro, altri ambiti territoriali stanno progettando il loro futuro. Tra questi, il Mare di Circe, con San Felice Circeo, l'Isola di Ponza  e l'Isola di Ventotene, e Arpino, la Città di Cicerone, candidata a Capitale Italiana della Cultura 2021.

Questo è il lavoro che facciamo con il gruppo Ri-Gymnasium.

Sulle reti di imprese, territoriali e di filiera, dunque, si può immaginare l'attivazione di processi di sviluppo, per il dopo Covid19, in grado di soddisfare le esigenze delle singole imprese, all'interno di un generale soddisfacimento.

Perché questo possa accadere si rendono necessarie però necessarie due condizioni: la propensione a lavorare in rete e la disponibilità ad investire sulla professionalità e su progetti che abbiano una visione a breve, medio e lungo termine.

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Spanish View Vineyard Landscape in Lanzarote La Geria Tropical Volcanic Canary Islands Spain
Malbec, come il grande uomo dalle montagne rese fertile anche il deserto

Il grande uomo se ne stava tutto rinserrato in un angolo della sua orribile capanna-prigione, lassù sull’altopiano. Faceva freddo ma la rabbia che lo bruciava di dentro non gli bastava a farlo scaldare anche fuori.

Erano passati già sette giorni da quando, il proprietario della haciendas di canna da zucchero, lo aveva imprigionato al suo lavoro come uno schiavo.

Essere un uomo imponente e non poter far nulla per la propria salvezza è veramente umiliante, specialmente se chi ti domina è un gracile tiranno.

Mai avrebbe pensato di finire così. A quel tempo era normale lavorare la terra in condizioni quasi feudali. Non però fino a privarti della tua sacra libertà.

Eppure era successo davvero. L’ira diventò pianto.

Alzò la testa verso l’unica finestrella del suo tugurio. La luna!

Dove era finita la luna? Un istante prima era lì, al centro di quella modesta apertura verso l’esterno. S’alzò incredulo e con la faccia appiccicata a quell’unico sbocco cercò inutilmente lassù fuori, in quello spazio celeste, sereno, stellato. Niente.

Come era possibile? D’improvviso cantò un gallo: stava per salire l’alba?

Ancora un canto; ancora. L’aria non cambiò luce minimamente. Nessuna aurora. Non sapeva l’ora ma, di sicuro, per alzarsi era presto anche per il sole.
Cosa stava accadendo?

Mentre ancora stava cercando una risposta alle sue domande, sentì la porta della prigione aprirsi dietro di lui. Sulla soglia, comparvero sorridenti due bei bambini bruni; un maschio ed una femmina.

“Ciao grande uomo, non temere!” disse la bimba.

“Chi... chi siete?!?”

“Siamo i figli della Pastora dell’altopiano. Ha saputo che ti tenevano incarcerato qui ed addolorata per la tua condizione ci ha chiesto di liberarti”.

L’uomo li guardò con lo stupore di una notte impossibile.

“Come avete fatto a passare il recinto alto e spinato sulle cime?”

“Ci siamo passati sotto!” disse la bimba con aria furbetta.

L’uomo sorrise e per l’emozione nemmeno ci pensò che quella terra era troppo dura per essere scavata da due bambini. Ci aveva provato lui stesso, invano, il giorno prima.

Comunque, ora, non ci volle tanto a convincerlo a scappare.

Lo presero per mano ed insieme attraversarono tutto il campo fino alla recinzione. Passarono quindi lì sotto, dentro ad uno scavo grande giusto come la sua persona, neanche gli avessero preso le misure addosso.

Ci passò veloce, senza procurarsi il benchè minimo graffio.

Poi su, su; arrampicandosi sulle rocce. Molto più in alto. Lassù fin dove viveva la loro madre. Quando giunsero alla loro casa, la Pastora li stava aspettando davanti ad un allegro falò.

“Grande uomo! Che felicità saperti libero!”

“Grazie a te e ai tuoi figli. Vi ringrazio con tutto il mio cuore! Come potrò mai sdebitarmi con voi?”

“Saperti in salvo mi rende già felice” disse la Pastore voltandogli le spalle e tornando a ravvivare il suo falò. Dopo un attimo di silenzio però, con voce indagatrice, gli chiese: ”Ci tieni così tanto a sdebitarti con noi?”

“Certo. Con tutta la mia anima, signora Pastora!”

“Bene. Un modo ce l’avresti per farlo. A sud; molto, molto lontano da qui, ci sono alcune terre che mi appartengono ma che nessuno ha mai coltivato”.

“Vuole che vada io a lavorare quei terreni?”

“Mi faresti un gran piacere davvero! Vorrei coltivarli con vigneti fino ad oggi sconosciuti a quelle regioni: con uve della varietà Malbec”.

“Mai sentita nominare in vita mia. D’altra parte, però, io non ho mai coltivato uva ed un po’ d’ignoranza ci può stare...”

“Dunque?”

“Dunque, devo comunque sdebitarmi con voi. Una maniera la troverò certamente per farvi questo favore”.

Si fece spiegare per bene dalla Pastora dove si trovava quel posto. Si fece dare i semi per quelle viti e partì, senza nemmeno avvertire la sua famiglia. Ci avrebbe pensato personalmente la Signora dell’altopiano.

Il grande uomo camminò per lunghi giorni e notti, attraverso quei monti dalle incredibili altezze. Un panorama costante di cordigliere che lo cingevano da oriente ad occidente, come se non ci fosse uno sbocco verso il piano, in una morsa psicologica soffocante.

Durante il viaggio però, in contrapposizione a questa oppressione, trovò la pacificità disarmante degli animali selvatici che gli offrirono generosamente del latte per dissetarsi, della lana per scaldarsi e delle prede per sostenersi.

Mentre dagli altri animali, solitamente più aggressivi e pericolosi, ricevette solo indifferenza, come se obbedissero ad un comando inverosimile della Natura.

Così, dopo il suo lungo tragitto in mezzo a questi sentieri rocciosi millenari, giunse infine alle sconfinate Terre dalle Crete Colorate che, con il loro superbo spettacolo di striature a sfumature cangianti, avrebbero riempito di meraviglia gli occhi di qualsiasi avventore.

Quando fu sazio di guardare tanta bellezza, cominciò a cercare tra di quelle pianure e colline il passaggio di un qualsiasi fiume o torrentello; almeno la presenza di un lago! Niente. Non si scorgevano né abitazioni, né coltivazioni fino a perdita d’occhio.

Senz’acqua non può esserci la vita. Quella distesa bellezza colorata si rivelò invero un deserto. Abbattuto da questa sconfortante scoperta ed esausto dal lunghissimo cammino si coricò a riposare sulla nuda terra. Prese sonno subito e sognò ancor prima.

Nel sogno apparve la Pastora con i suoi due bambini: “Grazie per aver dato alle mie terre un vigneto fecondo!”

“Ma io non ho fatto ancora niente, signora...” La Pastora sorrise e lo invitò a voltarsi.

Dietro di lui le valli avevano mutato d’aspetto: lunghe fila di floride viti cingevano i fianchi dei monti come ornamenti di una bella sposa. Alberi, fiumi, terra e cielo collocati perfettamente nell’infinità di quegli spazi vergini.

“Quando mai è successo questo?” chiese l’uomo.

“Nel tempo di un sogno” gli rispose la Pastora.

“Cosa? Chi siete dunque voi, veramente?”

“Io sono la Pastora, la Madre, la Sposa, la Terra: io sono la Pachamama!”

Il grande uomo d’istinto s’inginocchiò a terra, in preda ad un timore reverenziale.

Intanto i due bambini furono elevati al cielo e presero a brillare con i loro corpi, di una luce diversa l’uno dall’altra.

Il bimbo emetteva una luce accecante. Salì verso mezzogiorno e divenne il Sole.

La bimba, dalla luce più tenue e dolce, si pose nell’aria verso ponente e divenne la Luna.

L’uomo riaprì gli occhi e risvegliandosi, si ritrovò dentro ad una elegante casa, seduto nel soggiorno.

“Ah, ti sei svegliato infine! Povero il mio marito: oggi ti sei affaticato così tanto, là nei campi, che ti sei addormentato subito appena hai toccato il divano!”

Un bimbo gli s’infilò a sorpresa tra le gambe e gli gridò con la faccia dolce: -Babboooo!!!-

Il buon lavoratore allora prese in braccio quel bambino e con il cuore colmo d’emozione uscì dalla casa.

Era tutto come nel sogno. I vigneti, gl’alberi ed il fiume.

Lassù, dietro le imponenti montagne azzurre, il cielo degradava dal celeste all’arancio fino al rosso, dove il sole si perdeva sciolto tra di quelle vette.

Era il tempo della vendemmia. La Pachamama lo aveva benedetto con dei frutti fecondi, sia dalla terra che dalla sposa.

Un figlio, illustre dottore entro i vent’anni ed un superbo vino rosso che non avrebbe trovato eguali in tutto il mondo.
Fu così che, quindi, il grande uomo dalle montagne, con la dignità degli assopiti, rese fertile anche il deserto.
 

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