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“L’Ego dice: quando ogni cosa sarà a posto, mi sentirò in pace. L’anima dice: trova la tua pace ed ogni cosa andrà al suo posto ...” massima ZEN


Un sabato sera di inizio marzo, un momento di relax e di “libertà” come tanti, in una cittadina del Veneto.
Molti di noi erano fuori casa con amici o parenti, a cena, al cinema, a teatro o anche solamente a zonzo per la città.
Ad un certo punto siamo stati bombardati da messaggi riguardanti l’ordinanza che chiudeva alcune province italiane, tra cui Padova, Venezia e Treviso, confinandole nella zona rossa, con una serie infinita di limitazioni.

In quel momento ci è sembrato di venire catapultati in un film di guerra. 
Tutt’ad un tratto ci siamo sentiti imbrigliati in un intrico di regole, che ci impedivano ogni movimento; ci siamo guardati attoniti ed abbiamo iniziato ad elencare quello che non avremmo più potuto fare, sin dal giorno dopo.
Tutto sarebbe cambiato, le nostre abitudini modificate, le nostre certezze svanite e la paura, nonché la diffidenza verso gli altri, hanno cominciato ad avere il sopravvento.
Fino al giorno prima eravamo travolti da un vortice, dove il lavoro, il successo, il denaro, gli impegni sociali, la cura della nostra immagine, i momenti di svago, … ci scandivano il tempo. 
Da quel momento in poi, ci saremmo dovuti fermare
Niente più colazione al bar o cene al ristorante, annullate tutte le gite fuori porta e qualsiasi tipo di viaggio, divieto di incontrare i propri figli o genitori residenti in altre province.  
Questo crescendo ha trovato il suo culmine con la sospensione della maggior parte delle attività lavorative.
A distanza di un mese da quel sabato sera, in cui il cuore del nostro Paese ha iniziato a rallentare e a modificare il suo ritmo, la paura e l’angoscia stanno lasciando il posto alla speranza ed al desiderio di ricominciare a vivere.
Come per le piante, che un mese fa sembravano prive di vita ed oggi sono ricoperte di gemme e fiori, anche quelle che, costrette in uno spazio ridotto, cercano altre vie per sbocciare, così è per noi!
Riusciremo a sconfiggere questo nemico invisibile e ritorneremo alla “vita normale”, ma dobbiamo prima prenderci cura di noi stessi, del nostro Paese e trovare vie alternative per la rinascita.
Ecco che allora ciascuno di noi, dalla gente comune ai grandi imprenditori, sta cercando di modificare il proprio stile di vita e di lavoro, adattandolo al presente, al “qui ed ora”.


Tutti i settori produttivi dell’eccellenza italiana, dalla moda al cibo, nel rispetto delle regole governative hanno iniziato ad effettuare la consegna a domicilio, o a vendere on-line i propri prodotti. 
Moltissime aziende continuano il lavoro in smart working ed alcuni grandi stilisti confezionano mascherine e camici per le strutture sanitarie.
Ed anche chi non può partecipare attivamente alla ripresa, comunque cerca di utilizzare al meglio il proprio tempo, dedicandosi ai propri cari e a se stesso, riscoprendo valori autentici, che erano stati rimpiazzati da altri più effimeri, cimentandosi nella cucina, dedicandosi al giardino e/o all’orto, contribuendo così ad un’alimentazione più sana per la propria famiglia.
Ci si sta rendendo conto che anche la spesa può essere fatta con maggiore consapevolezza, una volta la settimana, riducendo gli spostamenti e prediligendo prodotti della filiera italiana, meglio se a km 0 e con meno imballaggi, per contribuire a ridurre gli sprechi ed i rifiuti. 
Tutto questo inoltre, ha ridato vita al patrimonio naturale del nostro Paese, rendendo l’acqua del mare e dei fiumi più pulita, il cielo più azzurro, l’aria più tersa, … persino i canali di Venezia sono limpidi!
L’Italia, quindi, uscirà da questo duro periodo della sua storia, seppur lentamente e faticosamente, ma riuscirà a rimarginare le sue ferite, vestendosi di nuove e sorprendenti opportunità.
Grazie alla tenacia ed alla maturata consapevolezza di un indispensabile rinnovamento, ognuno di noi farà sempre la sua parte per riproporre al mondo il nostro Paese, in tutta la sua bellezza, la sua cultura, la sua storia ed il suo patrimonio di eccellenze.
Ed anche raccontare la propria terra, con la sua tradizione, i suoi piatti tipici, i personaggi caratteristici che la abitano è un modo per valorizzare l’Italia e farla conoscere, per riscoprire posti nascosti e storie interessanti che ognuno di noi ha sempre desiderato raccontare, ma non ne ha mai avuto l’occasione.   
Insieme possiamo farlo!
#ilfuturonellenostreradici
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Era passato circa un giorno prima di Natale quando l'inferno ha visitato la nostra casa e le foreste intorno a Hill Top. 

‘Hell hath no fury like a woman scorned’ (l'inferno non ha tanta furia quanto una donna tradita) dice un proverbio inglese, ed era Madre Terra che era stata disprezzata e bruciata dai fuochi dell'inferno.

Tutt'intorno, il cielo era solo nero e rosso, nessun sole splendeva attraverso il denso fumo che sembrava il nostro baldacchino. Le fiamme raggiungevano gli alberi più alti e saltavano da una pianta ad un’altra quando siamo stati costretti ad abbandonare la nostra casa nel bosco per cercare sicurezza a diversi chilometri di distanza nella locale caserma dei pompieri.

Anche qui le nostre vite erano in grave pericolo poiché rimaneva così poca acqua per proteggere i circa 20 abitanti del posto che cercavano la salvezza da Lucifero, pregando di essere salvati dall'essere bolliti o cotti vivi.

Siamo stati più che un po’ fortunati e pochi giorni dopo ci è stato permesso di vedere i resti del nostro bosco, un bosco ora senza foglie. Un'armata annerita di lance in piedi nella morte silenziosa. Dove una volta c'era stata una foresta verdeggiante, una copertura di foglie di gomma e un pavimento di cespugli, ora c’era una terra annerita colpita dal sole che splendeva e non si poteva vedere o sentire un uccello.

La nostra casa è stata miracolosamente salvata da squadre di vigili del fuoco che sono state in piedi come un esercito di fronte alle fiamme con solo le sole armi dei tubi. Ma a una ventina di metri di distanza, il garage e il capannone sono stati fatti a pezzi, le strutture d'acciaio e di ferro ondulato contorte e strappate dai pugni dilaganti di fiamme che non rispettavano nulla ma il loro inferno. 

Non è rimasto nulla di infiammabile. Niente ha resistito a questo incendio.

Eppure le nostre preghiere per spegnere le fiamme alla fine sono state esaudite quando dopo più di un mese della furia del fuoco si sono aperti i cieli e per giorni è caduta la pioggia, lavando via le scorie, il fumo e la polvere.

E ora sono passati due mesi da quei giorni di distruzione. Cosa vediamo? Si è verificato un miracolo. 

Dagli alti tronchi anneriti e piccoli cespugli stanno nascendo una miriade di germogli verdi freschi.

La vita è tornata dove sembrava che nulla potesse mai più vivere.

Da terra compaiono nuovi germogli ovunque mentre i semi che sono scoppiati dalle fiamme sono nutriti nel terreno sabbioso che ha accolto la forza vitale dalle piogge. Attendiamo ora di sentire i richiami degli uccelli nativi e il fruscio degli animali che popolano questo cimitero vivente.

Sì, la vita nasce eterna dall'inferno nelle foreste naturali di eucalipti dell'Australia.

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Per la prima volta ho partecipato alla inaugurazione di un Anno Accademico dell’università di Cassino e del Lazio Meridionale, con il ministro dell’università e della ricerca Gaetano Manfredi ed è stata l’occasione di una riflessione sul ruolo di questa istituzione nel nostro futuro e in quello dei nostri ragazzi.

Ho amato l’università nel profondo, poi mi sono allontanata e Cassino mi ha fatto tornare la passione iniziale.

L’inaugurazione consiste in una cerimonia molto particolare che emoziona e restituisce il senso delle istituzioni. Tutto inizia con il ‘corteo’ dei professori e dei rettori vestiti con la toga e l’ermellino che entrano nell’aula magna.

Sono arrivati una trentina di rettori da varie parti d’Italia e mentre venivano presentati con il loro nome mi sono accorta che sempre di più i nomi delle università hanno un chiaro legame con il territorio. ‘Università del Sannio’, ‘Università del Molise’, ecc… e quindi non è un caso se durante il periodo di crisi anche l’Università di Cassino ha cambiato il suo nome aggiungendo di “Cassino e del Lazio Meridionale”. Ma perché?

Il ruolo dell’Università Territoriale

Dopo oltre dieci anni di profonda crisi in Italia e in parte del mondo occidentale l’università ha cambiato il suo ruolo nella società e quelle che lo hanno capito sono diventate volano di sviluppo locale

Vediamo lo scenario generale: grandi fabbriche che chiudono, medie imprese che si ridimensionano e diventano piccole, un tessuto di ‘microimprese a bassa scolarizzazione’ in cui inseriamo anche il cosiddetto ‘popolo delle partite IVA’) e i giovani laureati che abbandonano l’Italia che non riesce più a farli sognare.

Io appartengo alla generazione del baby boom, nata nel periodo più florido per l’economia italiana e sono cresciuta in un ambiente frizzante e stimolante dove potevi realizzare qualsiasi sogno ed idea. La burocrazia era snella, le banche elargivano soldi, lo Stato tassava il giusto e il mercato tirava. Si respirava un’aria di sfida, di crescita e di competizione per avere il sogno più grande.

Credo che nessuno dei ragazzi di oggi possa provare questa sensazione se non va in Cina (a parte il virus). 

Le fabbriche avevano il ruolo di ‘ascensori sociali’, ossia si entrava e se si dimostrava di valere si poteva crescere fino ad arrivare ai vertici aziendali. Le fabbriche aiutavano quindi la crescita sociale delle persone all’interno della loro comunità. Questa opportunità aiutava i giovani a sognare e ad impegnarsi al lavoro.

Ma se non esistono più le fabbriche, se quelle che sono rimaste hanno la classe dirigente altrove, se le dimensioni delle piccole imprese danno spazio soprattutto ai membri della famiglia proprietaria, quali sogni restano ai ragazzi?

Oggi le università decentrate svolgono il ruolo di ‘ascensore sociale’ e supportano la crescita dei territori su cui insistono. 

Cambiando il suo nome in ‘università di Cassino e del Lazio Meridionale’, l’istituzione ha in realtà fatto un ‘patto di crescita’ con il territorio. L’università ha senso se il territorio cresce ed è vivace, il suo brand coincide con quello del territorio.

E questo significa un legame di tipo diverso, una presenza del rettore e dei suoi rappresentanti negli appuntamenti locali più importanti, un supporto alla crescita e alla conversione socio-economica delle comunità. 

Il rettore Giovanni Betta la ha definita come ‘la capacità di fecondare il territorio in cui operiamo’.

Una sinergia come quella avvenuta con l’Abbazia di Montecassino e la scuola estiva internazionale sul manoscritto antico, quella con grandi industrie del settore automobilistico sulla scommessa di essere protagonisti di Industria 4.0.
Significa anche stringere convenzioni con operatori della comunicazione, come quella con il nostro portale discoverplaces.travel che ha il compito di raccontare e valorizzare le ricerche che possono avere interesse per un turista. Per incuriosirlo e magari spingerlo a trattenersi più a lungo nel territorio durante il suo viaggio.
Se i piccoli bellissimi borghi del basso Lazio, Molise e Campania possono avere futuro solo imparando a ‘fare turismo’ in modo professionale, l’università supporta e stimola la crescita di figure che possano svolgere questo ruolo.
Ad esempio l’università di Cassino ha il primato italiano di primi laureati nelle famiglie d’origine. L’università diventa allora il faro guida, il luogo dove possono nascere nuove idee imprenditoriali con spazi di co-working e incubatori, come quello di Cassino.

Università GLOCAL e transculturale


Finora abbiamo parlato di Cassino come università territoriale, ma questo non deve far pensare ad una ‘diminutio’ ma solo ad uno dei suoi compiti e direi anche delle sue responsabilità. 
In realtà la ricerca è sempre internazionale e non vorrei tediare con l’eccellenza di quella di Cassino ma il dato della iscrizione in crescita di oltre il 10 % di ragazzi stranieri è significativo per raccontare il suo ruolo internazionale.
Ma una cosa mi ha colpito profondamente nel discorso inaugurale del prof. Giovanni Capelli a proposito della ‘transcultura’.
La creatività e la crescita delle nuove imprese avvengono sempre di più in contesti multiculturali inaspettati. Si cita sempre l’esempio di Steve Jobs che ha avuto l’ispirazione per il suo sistema di interfaccia uomo/computer frequentando un corso di calligrafia, ma non basta più.
Se la parola ‘contaminazione’ da l’idea di qualcosa di occasionale, il termine ‘transcultura’ da l’idea di un approccio nuovo dove persone con preparazione ed esperienze in settori anche distanti fra loro si riuniscono per costruire insieme il futuro dei ragazzi.
Insegnare anche nei banchi universitari ad avere questo approccio significa essere una università innovativa con radici profonde nel territorio ma uno sguardo che va lontano a cogliere i segnali del mondo e a convertirli in opportunità locali. 
Una università con ‘dual carreer’, ossia con doppi diplomi con università gemellate all’estero, che crea ponti culturali internazionali per ragazzi e imprese.

Il Piano di Comunicazione dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale

Una università moderna deve saper comunicare con tutti e mantenere connessioni in tempo reale. A proposito di transcultura, tutti dovrebbero imparare a comunicare nei social e nel web dove oggi avvengono la maggior nascono e crescono sia le relazioni interpersonali che quelle di lavoro.

Se le amicizie nascono sempre di più nel mondo digitale e le relazioni fra P.A. e cittadini e tra studenti e professori avviene con il telefonino, allora cambia il modo di comunicare. È sui social che si vanno a cercare nuovi studenti, si comunicano le ricerche più interessanti, gli appuntamenti e gli avvenimenti in corso.

La pluralità dei mezzi di comunicazione, e la reputazione che bisogna mantenere sul web, rende necessaria una condivisione di alcune regole di indirizzo che possano rafforzare sempre di più l’immagine dell’università e non frammentarla.

Ancora una volta Cassino è all’avanguardia, durante la cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico è stato presentato il Piano di Comunicazione, che in realtà è un vero Piano Strategico perché dalla percezione del valore dell’università dipende il suo successo nel territorio, nella società e fra il personale amministrativo e della ricerca.

Il piano è stato redatto da Roberta Vinciguerra in stretta sinergia con il gruppo di professori e professionisti composto dai Professori Lucio Cappelli e Marcello Sansone e da Vincenzo D'Aguanno, Manuela Scaramuzzino e Rosalba Cavaliere. Una ‘orchestra’ di comunicatori, tutti erano sui social a commentare e raccontare in diretta la cerimonia di apertura.

Alcune volte si prendono in giro i ragazzi che stanno troppo tempo sul cellulare, ma ad un certo punto mi sono girata nella sezione delle istituzioni e ho visto tutti i rettori sul cellulare.

Siamo cambiati ed esserne consapevoli aumenta le nostre possibilità di successo e la comunicazione è sicuramente uno degli aspetti fondamentali. 

La capacità di intendere la comunicazione e la promozione come un investimento e non una spesa è il motivo per cui molti delle nostre imprese e dei nostri splendidi borghi non riescono ad avere la notorietà che meritano. 

E se posso dare un suggerimento all’università di Cassino le chiederei di aiutare le imprese a capire il ruolo della comunicazione strategica.

Da troppi anni la comunicazione è relegata ad essere un settore marginale e non strategico. Una miopia che certamente non hanno i nostri competitor francesi, tedeschi e spagnoli.

La nota positiva di conclusione è stata che grazie alla riconquistata stabilità economica Cassino si è candidata ad ospitare i Campionati Nazionali Universitari del 2021 a cui partecipano oltre 5.000 atleti studenti, tecnici, dirigenti ed accompagnatori. Intanto si sta realizzando il campo di cricket per i tanti studenti stranieri.

Ad Majora! Ci vediamo il prossimo anno. 

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Il giorno di San Valentino è una delle feste più attese dagli innamorati di tutto il mondo, cade il 14 Febbraio, e tra una scatola di cioccolatini e un’altra ogni anno bisogna essere sempre più creativi per stupire la nostra dolce metà. 

Stupiamoli con un tramonto!

Abbiamo scelto i 3 migliori tramonti del Lazio, per passare un San Valentino di puro romanticismo.

Un diamante è per sempre, ma il sole è più vintage. 

La festa degli innamorati è un appuntamento fisso nella cultura del nostro mondo moderno, una festa che ha radici nell’Antica Roma. Era conosciuta con il nome di Lupercalia e celebrava la morte e la rinascita di tutte le cose, una festa che prende il tono romantico che conosciamo oggi solo a partire dal XIX secolo.

Una giornata per celebrare l’amore, la vita e la spensieratezza...rendiamola unica!

Una cena con un bacio al tramonto a là “Via col Vento”…. quello non se lo scorda nessuno!

Ecco quindi per noi, i 3 migliori tramonti del Lazio dove passare un San Valentino...di fuoco!

I 3 Migliori Tramonti del Lazio

1) Nemi, Sei la mia fragolina! 

Il borgo vicino Roma nel Parco dei Castelli Romani a strapiombo sull’omonimo lago. 

[caption id="attachment_107629" align="center-block" width="750"] Veduta del Lago di Nemi[/caption]

Dai ristorantini del centro storico si può godere di una doppia vista delle acque: il lago e il mare. Se siete appartati con un menù di piatti tipici e prodotti locali di qualità, potete gustare un bicchiere di vino godendo di un tramonto sulle acque veramente particolare. 

Una manciata di minuti che vale un amore!

Il paese è famoso anche per la produzione delle “Fragoline di Nemi”, perfetto per un regalo last minute di coppia a base di liquori, piccoli charms o anelli che raffigurano forse uno dei frutti più romantici al mondo.

2) Tarquinia Chi più romantici degli Etruschi? 


Tarquinia - Marina di Tarquinia foto di Claudia Bettiol

La città di Tarquinia vanta di una posizione splendida: la parte medioevale è immersa da una parte nei paesaggi ampi della

Maremma Laziale alla “Romanzo dell’800”, quella del litorale si trova a pochi minuti dal mare. 

Un mare che è ben visibile dalla città medievale appena si varca la cinta muraria che porta all’interno del centro storico.

Un tramonto sul mare che si riesce quasi a percepire in tutta la sua bellezza, con l’aria della costa nel nostro respiro sembra quasi di essere in spiaggia. Tarquinia, come “dodecapoli Etrusca” vanta di un immenso patrimonio culturale e museale, perfetto per le coppie che amano la storia. 

Un bacio al tramonto del sole rosso che si infiamma a febbraio vi farà sentire unici e stupirete il vostro partner con ‘effetti speciali’

E il vino? Non preoccupatevi, ce n’è a fiumi nelle preziose botteghe e piccole osterie che vi offriranno un’esperienza culinaria Etrusca DOC.

3) Settefrati e Val Di Comino Una montagna che non tramonta mai!

Siamo in una valle vicino Frosinone, nella splendida Val di Comino

Per questo tramonto si parla di natura, una cosa che potrete notare per la sua vicinanza al Parco Nazionale di Lazio Abruzzo e Molise, ma anche di storia perché ogni collina di questa valle ha un suo castello. 

A vedere il tramonto che illumina l’intera Valle si respira un’aria di leggerezza, accompagnata dai freschi venti di Febbraio che da qualche parte dietro la montagna già imbiancano il PNALM (non è una parolaccia ma le iniziali del Parco Nazionale di Lazio, Abruzzo e Molise) e le sue montagne.

[caption id="attachment_49580" align="center-block" width="750"]Settefrati- Sentiero per Civitella Alfedena by Tonino Bernardelli

Settefrati - Sentiero per Civitella Alfedena foto di Tonino Bernardelli[/caption]

Un territorio ricco di storia, popolato da alcuni dei borghi più belli e antichi del Lazio, in particolare quello di Settefrati da cui si può ammirare il tramonto sulla valle. 

E’ impossibile non passare un fine settimana nella Val di Comino, alternando tra le bellezze di Lazio e Abruzzo soprattutto se siete una coppia alla ricerca di una buona passeggiata o un trekking estremo sulle montagne di questo splendido pezzo di Italia.

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Sei un passeggero di una nave da crociera? Sei arrivato a Civitavecchia e non vuoi andare a Roma e scoprire il posto dove ti trovi?

Perfetto. Hai tante cose da scoprire.

La prima cosa è quella di osservare dal ponte della nave il porto. Ti senti un po’ un imperatore? Pensa che questo porto era stata realizzato dall’imperatore Traiano ed è stato funzionante fino alla seconda guerra mondiale quando ha subito i bombardamenti alleati.

Per quasi 1800 anni ha funzionato ed è stato uno dei porti principali del Mediterraneo, prima per i Romani e poi per i Papi e ora ti aiuto a riconoscere come era fatto.

La sua storia nasce nel 106 quando Roma aveva il problema che il porto fluviale sul Tevere si insabbiava e aveva bisogno di un porto moderno. A nord la costa è sabbiosa fino a Civitavecchia, che allora si chiamava Centumcellae (cento insenature) per la costa rocciosa che offriva riparo alle navi. L’imperatore Traiano era un conquistatore, e potete vedere parte delle sue gesta raccontate nella famosa Colonna Traiana a Roma, e incaricò il migliore architetto dell’epoca: Apollodoro da Damasco.

Ora dovete concentrarvi e guardare davanti a voi: il porto romano aveva una forma ad anfiteatro con due bracci curvi che si protendevano verso il mare. Nel mare poi c’era un molo di protezione che era una linea retta parallela alla costa. Una sorta di isola artificiale che era stata realizzata con le rocce stesse di scavo del porto.

E se pensate che Dubai e la sua palma sono moderne ora potete ricredervi e pensare che non ci sono stati ingegneri migliori al mondo dei romani. Tutte le meraviglie delle costruzioni sono già state sperimentate nella Roma Imperiale dove gli imperatori avevano chiesto alle migliori menti di osare ma di rispettare la natura.

Ora probabilmente la vostra nave si trova ancorata proprio dove un tempo si trovava questa isola, voi dovreste vedere la città moderna proprio di fronte a voi.

Se ora guardate alla vostra destra non riconoscerete nulla perché il molo si è unito ad uno dei bracci e non c’è separazione. Ma se guardate alla vostra sinistra potrete riconoscere la forma dell’antico braccio e quindi del porto romano.

Questo molo termina con un forte che poi nel rinascimento era stato utilizzato dai papi per metterci i malati di peste e oggi si chiama ancora Lazzaretto. Ma fate attenzione alla struttura del molo perché è uno dei capolavori di ingegneria dei romani (che forse avevano ereditato dagli etruschi che abitavano questa terra prima di loro.

Se non riuscite a vedere bene la base del molo prendete lo zoom di un telefonino e osservate tutti gli archi che si trovano sotto il piano di calpestio del molo. E’ come se fosse ‘bucato’: sembra quasi un antico acquedotto interrato.

Eppure questa tecnica è voluta per mantenere il collegamento fra l’acqua del porto e l’acqua del mare e questo evitava l’interramento del porto. Manteneva pulito il fondale ed evitava il bisogno di continua manutenzione.

Ma ora torniamo a guardare la città perché noterete che è separata da un muro dal porto: il porto era un’area militare e commerciale e tutto doveva essere controllato. Ancora oggi si parla di dazi e di tasse e l’arrivo di una nave comportava diverse attività.

Intanto si controllava lo stato di salute dell’equipaggio e poi le merci dovevano essere subito fatte sbarcare e messe nei magazzini. I magazzini si trovavano dove oggi potete vedere la rocca, un edificio medioevale costruito per difendersi dagli attacchi dei saraceni.

Ma nel porto si trovavano anche le caserme che si trovavano pressappoco dove oggi potete ammirare un imponente forte rinascimentale chiamato Forte Michelangelo, perché ci ha lavorato anche il grande Michelangelo che ha preso parte alla costruzione del maschio (la torre). Il Forte rinascimentale è molto più massiccio di quello antico romano perché nel frattempo erano arrivati i cannoni e le città venivano bombardate dalle navi. Qui vi ha soggiornato anche Leonardo da Vinci che per studiare tutta la grandezza dell’ingegneria romana.

Un’ultima nota: una parte del porto è rimasta intatta, ed è la darsena romana che ancora oggi viene usata da piccole imbarcazioni. Paradossalmente è quella che ha bisogno di minori manutenzioni. Ogni tanto pulendo il suo fondo escono fuori oggetti romani e qualche colonna del tempio del Dio Nettuno che era stato realizzato a protezione del porto e dei naviganti.

Oggi la patrona dei naviganti è Sta Fermina, una martire cristiana sfuggita alle persecuzioni di Diocleziano, e la sua prima cappella si trova all’interno del Forte Michelangelo, nelle fondazioni romane.

Se ora vi siete rilassati con un po’ di storia dall’alto, forse è ora di scendere per vedere da vicino la grandezza dei romani e per andare a gustare un po’ di cibo locale.

Vi diamo qualche consiglio perché in questa area dell’antica Etruria si possono assaggiare dei piatti squisiti realizzati con prodotti locali.

La prima cosa chiedete pasta locale, nella vicina zona di Tolfa e Tarquinia si sono tornati a coltivare grani antichi e si produce una pasta particolare dal sapore unico che può essere condita anche con i pomodori penduli di Civitavecchia che vengono conservati per mesi stesi su fili e che racchiudono il sapore del mare e della terra.

Potete scegliere pesce (chiedete sempre la ‘paranza’ che è l’insieme del pescato locale) oppure della carne di manzo ‘Chianina’ proveniente da allevamenti allo stato semibrado della Maremma Toscana o Laziale.

Per il vino non abbiamo dubbi: questo è la zona del Tarquinia DOC, ma vi consigliamo anche un Cacchione a piede franco di Nettuno, uno dei pochi vitigni autoctoni che arriva direttamente dai romani.

Con la storia del porto e queste delizie enogastronomiche siete potuti entrare nello spirito del posto comodamente e con una esperienza unica. Trovate il romano che è in voi!

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Chi ama il connubio tra arte e natura, tra passato e presente, deve assolutamente fare un viaggio in Sabina, una particolare area ad est di Roma lungo la via Salaria. Anche se la Salaria è una delle grandi strade consolari nate con l’impero romano, la mancanza di autostrade ha preservato questo territorio dove lo sguardo si perde tra castelli e valli incontaminate.

Un paesaggio dove si incontrano suggestivi borghi antichi come quello di Cottanello sul cucuzzolo di un colle che si affaccia sulla verde Umbria. Boschi e paesaggi rurali nascondono poi un piccolo segreto: una cava di marmo rosso di Monte Lacerone dove un tempo si estraeva il marmo usato da Bernini nei suoi capolavori.

La magnifica basilica di San Pietro è emozionante anche grazie alle 46 colonne di marmo dell’altare di Bernini realizzate con la pietra di Cottanello. Per poter far giungere i marmi a Roma furono allargate le strade e riaperti nuovi sentieri e si può dire che parte dell’allegria del Barocco Romano si deve anche al gioioso rosso del marmo di questa zona della Sabina.

Ma ci sono molti altri motivi per programmare una visita in questo borgo e uno di questi è sicuramente la possibilità di fare turismo equestre. L’associazione Cavalieri e Allevatori del Cavallo Tolfetano di Cottanello è nata da un gruppo di amici appassionati di equitazione di campagna e oggi si esibisce in rievocazioni del lavoro degli antichi butteri in tutte le migliori manifestazioni italiane come Fieracavalli a Verona.

Il turismo equestre, lungo le ippovie vicine a Cottanello, e la fama dei butteri locali attraggono un numero sempre crescente di appassionati equestri da ogni parte d’Europa. Per maggiori informazioni potete rivolgervi ad Alessandro Volpi, presidente dell’associazione che ha sede nel suo allevamento.

L’associazione può ospitare gruppi di appassionati in alloggi nel borgo antico e far vivere loro una esperienza sui sentieri della Sabina. Mentre i più esperti possono cimentarsi nelle esercitazioni dei butteri con gli allevamenti di giovani

Ma un viaggio è anche la scoperta dei sapori locali e la qualità delle produzioni di Cottanello non ha pari in tutta la Sabina. Se volete gustare le eccellenze potete andare a ‘La Foresteria’ il locale di Matteo Ricci dove potete gustare i suoi speciali ‘Stringozzi Piccante Bianco’. Una ricetta originale che rivisita il piatto della tradizione della Sabina, una pasta a base di acqua e farina chiamata Stringozzi.

La salsa è fatta con formaggi pecorino, aglio e peperoncino amalgamati dall’olio extra vergine di Cottanello e aggiunta a fine cottura sulla pasta scolata. La pasta non va mantecata e il risultato finale è assolutamente una delizia e una sorpresa.

E se siete appassionati di carne non dovete esitare a chiedere una tagliata di Chianina da animali allevati allo stato semibrado che potete anche acquistare nella macelleria locale, dove potete anche trovare il famoso Olio della Sabina, ma attenzione a scegliere quello prodotto a Cottanello dai produttori locali che lavorano in modo biologico.

La carne profuma delle erbe del territorio e ha una consistenza morbida al punto che viene servita senza aggiunta di olio per poterla gustare fino in fondo. Il suo sapore è delicato come l’armonia che si respira nel borgo e nelle campagne.

Per il vino chiedete il vino della Cantina Sociale dei Vini dei Colli Sabini: noi abbiamo scelto un ’29 settembre’ rosso IGT del Lazio di Magliano Sabina.

Ricordatevi che tutti i pranzi in Sabina si chiudono con formaggi e miele. E non potete farne a meno!

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Ci sono tanti buoni motivi per venire a visitare Tarquinia e il primo è sicuramente la straordinaria necropoli Etrusca di Monterozzi, una magnificenza che non ha caso è stata inserita dall’UNESCO fra i Patrimoni dell’Umanità insieme a quella di Cerveteri.

La necropoli comprende circa 6.000 tombe ma 62 sono quelle che lasciano a bocca aperta: tombe a camera in cui si scendono alcune scale dal piano di campagna per entrare in degli ambienti scavati nella roccia e dipinti con colori ancora accesi e vivaci.

Una emozione unica che aumenta se poi si prova ad entrare nella testa di chi si è fatto dipingere la tomba, i soggetti raffigurati sono molto vari fra loro e rappresentano forse proprio la varietà di personalità umane. Mentre la ricchezza dei corredi si può ammirare al Museo Nazionale Etrusco di Tarquinia proprio al centro del paese nel portentoso Palazzo Vitelleschi.

Gli Etruschi hanno rappresentato molte scene di banchetti, forse per rappresentare l’aldilà ma in ogni caso di sicuro erano scene che si svolgevano anche nella vita reale. Come nella Tomba del Guerriero con suonatori e danzatori in un banchetto di oltre 2500 anni fa (la tomba risale al 520 aC) o nella Tomba dei Giocolieri (la tomba risale al 510 aC) dove sono rappresentati saltimbanco e giocolieri che animano le feste in modo molto moderno e che oggi chiameremo buskers.

In alcune tombe sono rappresentate le porte dell’aldilà e qualche volta sono i morti che guardano i vivi che banchettano in uno strano gioco di emozioni della vita.

Gli Etruschi sono popolo misterioso che ha dato l’inizio a Roma, i primi re erano tutti Etruschi e alcuni storici dicono che Roma sia iniziata come una città Etrusca. Un popolo di ingegneri, a vedere i numerosi resti di acquedotti e canali che si trovano nelle campagne dell’altro Lazio, di artisti, come si vede proprio nelle tombe affrescate della necropoli di Monterozzi a Tarquinia.

Ma anche un popolo di buongustai e agli Etruschi si deve l’arrivo della coltivazione della vite e della produzione del vino dall’oriente intorno al VII secolo aC. Il successo è stato talmente grande che per molti anni l’Italia veniva chiamata con il nome Enotria, ossia Terra del Vino. Anche se il nome deriva dal personaggio greco Enotrio che portò le prime barbatelle, una talea della vite da cui può nascere un’altra pianta.

A sottolineare la passione per il buon cibo e il vino, il re Mezenzio aveva istituito la festa dei Vinalia il 23 aprile e il dio Fufluns (germoglio) può essere considerato il parallelo del Dio Dioniso greco, uno a cui piacevano le feste e soprattutto il vino.

Sono note tutte le tecniche di vinificazione degli Etruschi e anche il particolare modo in cui si beveva allungandolo con acqua, miele, spezie, formaggio grattugiato e altre sostanze a seconda della creatività della persona.

Dopo la visita alla necropoli cosa c’è di meglio che andare a chiacchierare davanti ad un bel piatto sorseggiando il vino?

A Tarquinia ci sono due scelte altrettanto suggestive (per cui si consiglia di stare due giorni e di provarle entrambe): andare nel centro storico medioevale con la grande terrazza vicino al Museo Archelogico che guarda al mare e offre incantevoli tramonti. Mangiare in uno dei vicoli è una esperienza, soprattutto se si gusta la famosa pasta di grani antichi che alcuni agricoltori sono tornati a piantare nella Tolfa. E pensare che questa era da sempre una delle aree migliori per la coltivazione dei cereali che poi era stata abbandonata con la meccanizzazione dell’agricoltura.

Oggi sono tornati i semi antichi e le antiche tecniche di molitura e di preparazione della pasta.

Per i condimenti non ci sono dubbi: lasciatevi consigliare ma seguite la stagione. I carciofi romaneschi sono particolarmente saporiti perché vengono dalla vicina Cerveteri dove crescono su ‘saporiti’ suoli vulcanici ricchi di minerali. Ma un po’ tutte le verdure coltivate in questa area riflettono positivamente la ricchezza del suolo.

La carne che dovete assaggiare è quella del Vitellone della Maremma allevato nei pascoli incontaminati dei Monti della Tolfa dove si produce anche il famoso formaggio Caciofiore di Columella, l’antenato del Pecorino Romano, prodotto ancora oggi seguendo la descrizione datane da Columella nel suo trattato del I secolo d.C. Magari metteteci sopra un po’ del miele locale.

Se invece siete un po’ più goderecci, approfittate della visita alla necropoli per andare nelle sabbiose spiagge di Tarquinia per un bagno di sole e un bagno nelle limpide acque del Tirreno. In questo caso consigliamo un pasto a base di pesce, soprattutto quello locale che in genere è il pesce azzurro o quello che viene chiamato di ‘paranza’, dal nome delle barche dei pescatori.

L’olio è certamente quello della Tuscia e provatelo sul pane bruschettato per gustarlo fino in fondo, con o senza sale a seconda dei gusti mentre io aggiungo anche un po’ di aglio.

E il vino è quello della Strada del vino e dei prodotti dell’Etruria su cui primeggia il celebre Tarquinia DOC. Gli Etruschi hanno lasciato il segno!

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Ci sono mille motivi per venire a Sonnino ma noi ve ne vogliamo dare 2 e mezzo.

Il primo è il Museo delle Terre di Confine che già nel nome racchiude tutta la storia di questo borgo medioevale arroccato su Colle Sant’Angelo nei Monti Ausoni. Sonnino è al confine: per secoli fra i Volsci e i Romani e poi ancora per secoli fra lo Stato Pontificio e il Regno Borbonico.

E dove c’è un confine spesso ci sono storie da raccontare: se il confine è aperto ci sono scambi culturali e contaminazioni, se il confine è chiuso ci sono briganti e storie d’avventura.

Sonnino ha entrambe, una contaminazione che resta soprattutto in cucina e tante storie di briganti al punto che il 18 Luglio del 1819 il Cardinal Consalvi proclamò l’Editto per la distruzione del paese in quanto covo di briganti.

Secondo l’editto tutti gli abitanti dovevano essere portati altrove e le abitazioni distrutte. E questo accadde solo in parte con la distruzione di 39 abitazioni grazie alla intercessione di Don Gaspare Del Bufalo (1786-1837) oggi santo e fondatore della Congregazione missionaria del Preziosissimo Sangue.

Il museo racconta con istallazioni artistiche la storia dei banditi e del leggendario Antonio Gasbarrone di Sonnino che era diventato un personaggio famoso e molto apprezzato dalle donne di tutta Europa in cerca di emozioni.

Il secondo motivo è dato dal cibo e dai piatti della tradizione locale. Tutti i prodotti della terra e le erbe dei prati risentono di un’aria particolare che porta i profumi del mare e quelli della montagna. Una zona carsica che crea un microclima unico che si riflette sui profumi delle coltivazioni.

Per chi ama assaggiare li prodotti e i piatti locali, Sonnino è famosa per la sua “Zazzicchia di Sonnino” celebrata anche in una sagra locale molto partecipata. La potete trovare nelle macellerie o nei ristoranti. Se siete fortunati potete partecipare alle fasi di preparazione di questa famosa salsiccia.

Da provare assolutamente la carne di capra che viene cotta in diversi modi. Le capre vivono libere sulle montagne e oltre a dare un gustoso latte per dei formaggi eccezionali sono anche uno dei piatti della tradizione.

Da qualche tempo è possibile mangiare la Bazzoffia, una zuppa di pane con le verdure di stagione che fa parte delle tipicità locale. Viene prima preparata una zuppa fatta con le verdure colte nei campi e con cipolle, poi questa viene messa in una teglia con strati di pane e messa in forno. Una delizia.

Ovviamente tutto viene condito con l’olio Extravergine fatto con le olive Itrane, che sono forse più note come Olive di Gaeta dal nome del vicino porto di Gaeta in cui venivano imbarcate per raggiungere tutta Europa. A Sonnino si preparano anche le olive in vari modi per poter essere gustate tutto l’anno e si preparano anche creme spalmabili di pasta di olive.

E si chiude il pranzo con i famosi Fichi Secchi, il formaggio e il miele. Alcuni produttori hanno iniziato a preparare una crema di pistacchi all’olio d0oliva: cosa chiedere di più?

Il mezzo motivo per venire a Sonnino riguarda il periodo che scegliete. Va bene ogni giorno dell’anno ma in un particolare fine settimana di maggio si può vivere una delle celebrazioni più suggestive d’Italia: la Festa delle Torce. Questa festa notturna riprende una antica festività pagana e in una processione notturna gli abitanti percorrono tutto il confine del paese lungo i sentieri di campagna sulle montagne illuminati dalla sola luce delle torce, una specie di grandi candele che vengono ancora fatte a mano.

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