Castro dei Volsci- Monumento alla Mamma Ciociara by Bettiol
Castro dei Volsci- Monumento alla Mamma Ciociara by Bettiol

Il Monumento alla Mamma Ciociara di Castro dei Volsci in candido marmo bianco è uno dei simboli della Ciociaria.

Non solo perché richiama il famoso film con Sofia Loren (La Ciociara) ma perché il belvedere su cui è posizionato.

La terrazza è costruita sulle mura dell'antico castello e ha una incredibile vista su tutta la Valle del Sacco da Frosinone fino all’inizio di Cassino, dai Monti Lepini agli Ernici e agli Ausoni.

Per arrivare alle montagne degli Appennini sullo sfondo.

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Ceccano. Porta Castello

Si oltrepassa Porta Castello lungo il percorso che da Piazza XXV Luglio conduce a Piazza Camillo Mancini (o Piazza Castello) a Ceccano.

Vicino questa porta si trova un antico torrione a pianta irregolare, divenuto nei secoli una abitazione privata.

A qualche decina di metri di distanza è possibile notare l'unico torrione circolare rimasto dell'antica cinta muraria di Ceccano.

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Ceccano- Villa Comunale by Alberto Bevere
Ceccano- Villa Comunale by Alberto Bevere

Un tempo giardino all’italiana di Palazzo Antonelli, è uno dei polmoni verdi della città di Ceccano.

Accedere dall’ingresso principale e percorrerne il viale è come “ripercorrere” la storia della città attraverso nomi altisonanti scolpiti su blocchi di travertino romboidali incastonati tra i sampietrini.

Quando il Palazzo con annesso giardino furono degli Antonelli, l’ultimo proprietario, il Conte Domenico, percorreva il viale con la sua potente Bugatti.

Nella parte alta si trova una porzione del Fontanone dei Delfini, fontana pubblica un tempo ubicata in Piazza Berardi (zona bassa della città) di fronte alla villa dell’omonimo marchese, entrambe distrutte dai bombardamenti del 1944.

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Ceccano- Casa Palaziata Gizzi by Alberto Bevere
Ceccano- Casa Palaziata Gizzi by Alberto Bevere

Elegante palazzo realizzato nel 1736 da Domenico Gizzi, uno tra i più celebri musici “castrati” che calcarono i palcoscenici dei teatri italiani del ‘700 e che lavorò a fianco del Farinelli.

E’ da notare l’imponente portale in pietra calcarea con lo stemma di famiglia scolpito e all'interno le volte, colonne, e stucchi sul modello delle abitazioni nobiliari napoletane del primo '800.

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Serrone- Palazzo Verzetti by Giancarlo Flavi
Serrone- Palazzo Verzetti by Giancarlo Flavi

Il signorile Palazzo Verzetti si trova nella frazione La Forma di Serrone.

Qui ha vissuto a lungo il maestro Manlio Steccanella che ha scritto “l’Inno dello Scalambra” con il quale le due bande locali aprono i concerti in paese.

La famiglia Verzetti ha creato la fondazione dalla quale è nato l’asilo di Serrone che oggi è diventato il museo dei Costumi di Teatro.

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Guarcino. Arco di Trevi

L’Arco di Trevi è un’ opera megalitica quadrata che, per alcuni studiosi, sarebbe precedente al secondo secolo a.C. e sarebbe stata una apertura su un muro di confine tra gli Equi e gli Ernici. Per altri, pur mantenendo la stessa funzione, sarebbe un’opera più tarda e, in questo caso, riguarderebbe il territorio dell’antica Aletrium ed il demanio imperiale.

Personalmente, in base a ricerche effettuate sulle immediate vicinanze, propendo per la prima ipotesi.

Non sono mancati studiosi che attribuivano all’Arco la funzione di supporto di acquedotto; ipotesi caduta dopo le ricerche e definitivamente smentita dai dati emersi dal restauro. Dal territorio degli Equi, ora in territorio di Trevi nel Lazio si arrivava all’Arco attraverso una mulattiera ed una carrozzabile che partivano dal ponte romano di “San Teodoro” sull’ Aniene (foto in basso), in prossimità dell’ antica Treba.

Passato il ponte si è già sulle pendici dei Monti Ernici e fino a Capo d’Acqua si cammina quasi sempre sull’antico basolato. A titolo di curiosità: su alcuni basoli sono evidenti avvallamenti provocati dal passaggio dei carri, vicino ai quali è spesso scolpita una piccola croce.

La tradizione vuole che queste croci siano state scolpite a devozione di San Domenico che, inginocchiato in preghiera, avrebbe lasciato quelle tracce. Già, molto prima di San Domenico, era passato su questa strada San Benedetto, nel suo viaggio verso Montecassino.

Tutta la pedonale e parte della carrozzabile antiche fino all’Arco, ad esclusione dell'ultimo tratto, non sono percorribili a causa degli arbusti. Dall’Arco, in territorio di Guarcino, si entrava nel territorio degli Ernici. Per una strada carrozzabile che ha sconvolto il fondovalle e distrutto i terrazzamenti che contenevano i campi coltivati, si raggiunge ora la strada statale Tiburtina.

In origine dall’Arco partivano tre strade: Una, la principale, che raccordava i siti ora toccati dalla Tiburtina, piegava, dopo pochi metri a destra e raggiungeva, da un lato, Fiuggi e Torre (basolato distrutto e basoli ai margini al bivio per Fiuggi). Sullo scollinamento, toponimo “Pugnano”, sono state trovate tracce della presenza etrusca.

Dal Bivio nei pressi della Croce del Guardiano, iniziava la strada per Guarcino che si raggiungeva attraverso Prato Lungo ed il Macerone. A guardia della strada, su Rocca Calamantina, esisteva una torre di epoca romana di cui rimangono consistenti rovine ed una costruzione di circa 4OO metri quadrati di cui rimangono le fondamenta. Di fronte, agli Arciuni di Tobia, si trova, se non è andata definitivamente distrutta negli ultimi anni, la cosidetta “ Garritta Ernica dalla quale si domina tutto il tratto di strada che attraversava Prato Lungo.

La seconda attraversava, presumibilmente, il fondo valle e la sua esistenza, sul versante di fronte, è testimoniata da un lungo tratto di basoli sconnessi per la crescita di arbusti, e dai muri di contenimento a monte e a valle. Non sono riuscito ad ipotizzare la destinazione ma, lungo il tracciato, si trovano tracce di ceramica antica grezza e i resti di una fornace.

La terza piegava subito a sinistra e raggiungeva la strada per l’Obaco, attraversata la quale passava sopra la villa di Calpurnio di cui rimangono i ruderi.
Interessante, a metà circa del percorso, una costruzione antica che ha tutto l’aspetto di un ricovero.

Che non sia una delle “Cone” che segnavano i bivi, lo dimostra il fatto che non presenta segni religiosi, non ha nome e non si trova su un bivio!
La Villa di Calpurnio prende il nome da un Calpurnio citato in una iscrizione rinvenuta tra i ruderi.

I ruderi della villa erano usatati come ricovero dai pastori ed erano stati esplorati già dalla fine dell’8OO da studiosi locali che hanno recuperato, oltre all’iscrizione, mosaici con scene di caccia ed altri reperti disgraziatamente tutti perduti.

L’eleganza dell’iscrizione potrebbe far risalire ad un Calpurnio poeta nella corte di Nerone.
Amilcare Culicelli

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