Alatri Campo Le Fraschette
La storia del campo di internamento delle Fraschette di Alatri

Dall’alto del panorama mozzafiato che Fumone offre da secoli, si scorgono ancora oggi i resti del Campo delle Fraschette.

Alle pendici dello splendido borgo ciociaro, nel territorio della confinante Alatri, rimane traccia di un passato ancora vicino: il campo di internamento delle Fraschette è testimonianza e sintesi di mezzo secolo di storia locale, europea e nord africana.

A partire dalla metà del XX secolo, furono in molti che – per motivi diversi – si ritrovarono costretti a popolare le baracche: ognuno di loro fu obbligato ad abbandonare la propria casa, la propria famiglia e i propri affetti, trascinando con sé quel bagaglio di dolore che per anni ha nutrito il Campo.

Il 1° ottobre 1942 “Le Fraschette” di Alatri entrò ufficialmente in funzione con lo scopo di perseguire, attraverso un massiccio trasferimento di popolazione, una "bonifica etnica". Arrivò ad ospitare fino a 5.500 internati, tra cui molti bambini e anziani.

I primi a popolare il campo furono gli anglo-maltesi residenti in Libia, poi iniziò il trasferimento di civili provenienti dalla Venezia Giulia, dalla Slovenia, dalla Dalmazia e dalla Croazia. A questi si aggiunsero alcune centinaia di confinati politici.

Le condizioni di vita erano di forte disagio: cibo, medicinali e vestiario erano assai carenti. Gli internati che arrivavano a Fraschette portavano con sé le poche cose che erano riusciti a racimolare: bagagli a mano presi all’ultimo istante dalle proprie abitazioni durante le concitate fasi di rastrellamento effettuate dalla polizia militare italiana.

Subito dopo la fine della guerra il campo di internamento delle Fraschette fu interamente ricostruito e venne abitato da nuovi “ospiti”. Era in queste strutture che il governo italiano aveva disposto l’identificazione e l’internamento dei profughi “indesiderabili”: criminali comuni e di guerra, collaborazionisti, ustascia, e molti altri ancora. Ad essi si unirono anche esuli istriani, stranieri senza documenti e rifugiati d’oltrecortina ai quali non era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico.

Dagli anni ’60 inizia l’ultima parte della storia del Campo Le Fraschette. Una storia legata alla fine del colonialismo, quando nazioni come l’Egitto, la Tunisia e la Libia decretarono le nazionalizzazioni con le conseguenti espulsioni degli immigrati europei.

In questa “terza fase” i capannoni furono ristrutturati e resi più fruibili, pronti ad ospitare, nel neonato Centro Raccolta Profughi di Alatri, gli italiani che vennero rimpatriati, ad ondate, per un decennio almeno.

Da allora, da quando quest’ultima fase si è conclusa, il Campo è rimasto abbandonato all’incuria del tempo, anche se in molti, in primis l’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, intraprendono da anni azioni volte al recupero e alla tutela non solo dei luoghi, ma anche dei ricordi, della memoria e il vissuto di un luogo che ancora ha molto da insegnarci.

Chi fosse interessato ad integrare la nostra ricerca con ricordi, foto, documenti e racconti può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure chiamare il 338/4901414

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Francigena Strata Peregrinorum the guide book to discover the Via Francigena del Sud
Francigena Strata Peregrinorum the guide book to discover the Via Francigena del Sud

Francigena Strata Peregrinorum” è il libro-guida della Via Francigena del Sud che aiuta a scoprire le meraviglie del cammino e fornisce informazioni utili al pellegrino che percorre questo suggestivo tratto da Roma attraverando Lazio, Campania e Puglia.
Sotto gli asfalti lucidi delle strade statali e nel ricordo dei racconti tramandati, si celano preziosi sentieri. Non solo cammini da calpestare, ma veri percorsi interiori che portano oltre i luoghi geografici, con una ardimentosa camminata verso il ritrovo e la ricerca di sé stessi.
A volte è per la fede, altre per un pericolo scampato, una grazia ricevuta, un voto o una semplice curiosità umana, a spingere ogni anno migliaia di persone a percorrere la Via Francigena.
Così, Lucia Deidda e Oreste Polito dopo tre anni di incessante lavoro, hanno scritto il libro-guida Francigena Strata Peregrinorum, per aiutare con un sostegno, pratico come un libro e prezioso come una guida, tutti coloro che intraprendono questo cammino.
Mappare e indicare, con partenza da Roma, l’atavica strada francigena attraversando il Lazio, la Campania e la Puglia e al contempo immergersi in un affascinante libro di storia a cielo aperto in cui emozionarsi e lasciarsi coinvolgere, è stato un lavoro minuzioso e ben organizzato.
Presentato per la prima volta a San Giovanni Rotondo, il libro-guida che è in vendita anche on line, è a disposizione dei pellegrini e di chi vorrà percorrere la Via Francigena: informa e fornisce dettagli importanti quali mappe, altimetrie e una ben descritta relazione del percorso, con le segnalazioni dei punti di approvvigionamento.
Per chi vorrà mettersi in viaggio, grazie a questo libro-guida troverà i dati tecnici necessari: alloggi in ogni tappa con i relativi numeri di telefono, il meccanico per l’assistenza per la bicicletta, la scheda riassuntiva con le principali indicazioni, e tutto ciò che è necessario oltre alla motivazione personale.
Il libro racchiude le competenze degli autori, che ne hanno curato anche la veste grafica, mentre la prefazione è del pellegrino Philippe Seurre, che ha percorso più di 20.000 Km per tutta l’Europa.
Il cammino da percorrere sarà quindi accompagnato da un peso leggero e unico di 240 pagine, ma che contiene 500 chilometri di informazioni storico-culturali, precisazioni tecniche, e le testimonianze che si trasformano in contributi delle persone che vivono tutti i giorni quel percorso, degli abitanti del territorio che sono riusciti a creare una rete di ospitalità e servizi.
Un progetto editoriale unico e originale, necessario per chi affronta il cammino, sia che lo inizi per un intenso atto di fede, sia per un dogma di riferimento ma anche per il solo voler osservare discretamente l’alba del giorno di arrivo.
Il libro-guida racchiude e documenta anche le storie di pellegrini e di ciò che ha dato forza ed equilibrio ai loro passi. Il vivido interesse per i luoghi dell’Arcangelo, tappe storiche del pellegrinaggio, o i “luoghi-tappa”, con schede di approfondimento e la descrizione storica del simbolo del cammino - la Croce Viaria - foggiata nel Medioevo e ancora oggi icona di questo Viaggio.
Storia, fede, cultura, territorio, sono gli elementi cardine di questo libro, collegati tra loro per spiegare come affrontare la Via Francigena del Sud e viverla come un vero Pellegrinaggio: non solo il fine ultimo di una candela devozionale che arde dentro un santuario o nelle mani dei pellegrini non tutti privi di colpe da espiare.
Il libro spiega la storia di un viaggio ma invita anche alle riflessioni insite nel viaggio stesso. Le risposte saranno nelle notti di sosta, ospiti di un territorio senza più confini, figli di un’ampia vallata o di una feconda corona al fiume.
Le risposte saranno di tutti: cittadini laici o scettici amanti dei percorsi storici. Saranno di chi si incamminerà e incontrerà pastori e greggi, vedrà uccelli che spiccano voli improvvisi dai loro nidi, sentirà piogge leggere e camminerà sotto cieli di luce nuova, o sosterà in accoglienti luoghi sacri che profumano di fantastiche prelibatezze accompagnate da un buon vino, fino alla meta, lungo la Via Francigena del Sud.
 francigenastrataperegrinorum.blogspot.it
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Panorama da Patrica - Monte Cacume by Benedicta Lee
Panorama da Patrica - Monte Cacume by Benedicta Lee

Il Monte Cacume con la sua particolare forma conica appartiene alla catena dei Monti Lepini e domina tutto il basso Lazio dai suoi 1.097 metri di altezza.

Si riconosce immediatamente per la sua particolare forma a cono e la sua vetta si raggiunge dopo circa 1 ora e quaranta minuti di cammino da Patrica (link guida di Patrica).

È una delle poche montagne della zona ad avere ricche sorgenti poiché il suo cono è come un grande serbatoio naturale, grazie al suolo carsico.

Per il suo particolare microclima, influenzato sia dal mare che dall’entroterra appenninico, il monte ha una grande varietà di vegetazione, tra cui circa cinquanta specie differenti di orchidee.

La più interessante di queste è sicuramente l’Ophrys Lacaitae, rara orchidea spontanea che fiorisce nei mesi di giungo e luglio, attirando folte schiere di studiosi ed appassionati fotografi che si arrampicano sul monte proprio per poterla ritrarre.

Sulla cima di Monte Cacume nel Medioevo sorgeva uno strategico insediamento dei Conti de Ceccano, chiamato “Castrum Cacuminis”, del quale oggi restano porzioni di torri e di mura. Il “Castrum” è stato citato da Dante nella Divina Commedia (Purgatorio, versi 25-27):

“Vassi in Sanleo e discendesi in Nolli;
montasi su in Bismantova e in Cacume con esso i piè;
ma qui convien che omo voli”.

Dante voleva far capire le difficoltà del ripido sentiero in salita del Monte del Purgatorio che sta percorrendo con Virgilio e stila una lista di luoghi di difficile accesso. Il Monte Cacume si vede e si vedeva bene dalla Via Latina (o Casilina) che il poeta percorse fino a Napoli.

Attualmente sulla cima del Monte si trovano la Chiesa dell’Immacolata e il Monumento al Redentore o Santa Croce. Il Monumento al Redentore è una grande croce in ferro, alta 14 metri e dal peso id oltre 40 quintali, che venne costruita nelle Acciaierie di Terni e posta sulla cima del Monte per volere di Papa Leone XIII in occasione dell’Anno Giubilare del 1900.

La messa in posa avvenne nel settembre 1903, dopo mesi di duro lavoro e fatiche da parte degli abitanti di Patrica che si occuparono di portare la Croce, pezzo a pezzo, a spalla o a dorso di mulo fin sulla cima del cono e poi di assemblarla.

La piccola Chiesa dell’Immacolata è stata consacrata nel 1906. È stata danneggiata dalla Guerra e dalle intemperie e ricostruita negli anni ‘80.

Una foto vicino alla croce è un ‘must’ per tutti gli amanti della natura e per coloro che si trovano a visitare uno dei borghi dei Monti Lepini.

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Panorama - Torre Cajetani by Giampiero Pacifico
Panorama - Torre Cajetani by Giampiero Pacifico

Ci sono luoghi pieni di storia, storie conosciute e raccontate, luoghi visibili e da ammirare. C’è poi il ricordo di edifici e spazi che ormai non esistono più, di cui si san ben poco. Ci sono stati tramandati dai racconti dei nostri anziani che potrebbero iniziare come tutte le favole con un “c’era una volta”.

C’era una volta Piazza del Carbonaro e la sua chiesa a Torre Cajetani, un borgo su un colle dei Monti Ernici vicino Fiuggi. Un borgo costruito attorno al castello Teofilatto e che prende il nome dal famoso papa Bonifacio VIII che in queste parti aveva spostato la sua sede per poter curare i suoi calcoli renali con le acque miracolose.

Così Zi Checco (memoria storica del paese) amava raccontare:

“Alle Case Nove ce steva na Chiesa Medievale, andò sta la fontanella ce steva l’altare e alloco affianco la sagrestia. Quando ie ero mammoccio ce rificcheveno gl’animali” (alle Case Nuove c’era una chiesa medioevale, dove ora c’è la fontanella ci stava l’altare e a fianco c’era la sagrestia. Quando io ero bambino ci ricoveravano gli animali).

Molti torrigiani avranno sentito queste parole dai propri nonni e la mente di noi ragazzi faceva voli pindarici che ti portava direttamente al medioevo e ad epoche che non ci sono più.

Tutta colpa del terremoto della Marsica del 1915, detto anche terremoto di Avezzano o di Sora, con epicentro proprio dietro queste montagne che prendono nome dall’antico popolo degli Ernici. Il terremoto ha cambiato il volto del paese portando distruzione da una parte e una rapida costruzione di nuovi alloggi dall’altra.

L’avvocato Teofilatto così descriveva le odierne “case nuove” nel libro della Pro-Loco (pag. 25):

“dopo il fossato, sempre al lato ovest del castello, si apriva un “cortilone” o “castellaro” o “bastia”, grande spianata destinata ad attività di mercato e di feste, che arrivava fino all’attuale cimitero e copriva l’area delle attuali case popolari fin verso il laghetto. Oltre questo luogo si conservavano i ruderi di una vasta chiesa medievale, abbattuti per far luogo alla costruzione delle case dei terremotati del 1915”.

La chiesa in realtà non era medioevale, la sua costruzione iniziò a partire dal 1793 ma non fu mai terminata. Sul suo nome in realtà si sa poco. Un’anziana del paese ricordava che dovesse esser dedicata a San Sebastiano, mentre Don Mariano Morini (libro Torre Cajetani a cura della Pro Loco, pagina 138) nel suo lavoro di copiatura degli Statuti di Torre, afferma che fosse dedicata a San Michele in Carbonaro.

Oggi di quella chiesa e di quella piazza non resta nulla, c’è qualche foto sbiadita di qualche muro e qualche carta ingiallita del Catasto Gregoriano. Ci sono solo quei ricordi tramandati dai nostri anziani e proprio per questo è giusto che vadano difesi e quindi “ricordati”.

Sulle rovine della Chiesa furono costruite nel 1930, circa, le case popolari per i terremotati del 1915, progettate dall’ingegnere Fortunati. Sull’ingegnere ci sarebbero alcune curiosità interessanti da raccontare che riguardano una strada e il suo papà, ma quella è un’altra “favola” paesana…

Nel frattempo possiamo consigliare di non perdere una visita a Torre Cajetani con il suo castello dalla storia unica e particolare, con il suo Museo dell’Operetta e soprattutto con dei giovani che stanno riscoprendo e valorizzando questo suggestivo borgo.

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La storia di San Rocco e della formidabile dedizione degli italiani

Il 16 agosto si festeggia uno dei santi più amati in Italia, San Rocco, che era morto a Voghera in questo giorno di agosto in un anno intorno al 1379.
Praticamente ogni comune italiano ha una chiesa o una cappella a lui dedicati e sono oltre 263 i paesi che lo hanno come santo protettore perché è stato sicuramente uno dei santi più amati nel medioevo. Inizialmente era adorato come protettore dalla peste ma lentamente a lui si rivolgevano per la protezione contro ogni grandi catastrofi.
Rocco era un francese di Montpellier, una graziosa cittadina nel sud della Francia, nato da genitori anziani e agiati e venne educato ad una profonda religiosità soprattutto verso la vergine Maria.
Quando i suoi genitori morirono, Rocco regalò tutto ai poveri e decise di fare un pellegrinaggio a Roma attraversando l’Italia che in quegli anni era colpita da numerose epidemie di peste. Le storie del santo narrano che giunto ad Acquapendente, Rocco riusciva a guarire le persone dalla peste toccandole con la mano e facendo il segno della croce.
In breve tempo San Rocco riuscì a fermare l’epidemia di peste. Gli stessi episodi si verificarono in molte altre città fino a che giunse a Roma e qui curò un cardinale, forse il fratello di papa Urbano V.
Poi accadde che a Piacenza il corpo gracile di Rocco fu attaccato dalla peste e San Rocco si rifugiò in una grotta vicino il fiume Trebbia a Sarmato in Emilia Romagna. La storia della peste di San Rocco è quella riportata in ogni suo ritratto e statua: un piccolo cane aiutò il santo portandogli ogni giorno una fetta di pane sottratta alla mensa del suo padrone.
Il cane apparteneva al padrone del castello di Sarmato che si commosse alla storia del cane e di san Rocco e decise di seguire l’esempio del santo donando tutti i suoi beni e rifugiandosi a vivere nella grotta.
Dopo la sua guarigione, la peste tornò violenta in Italia e San Rocco contribuì a salvare la città di Piacenza prima di tornare in Francia ma il suo viaggio si interruppe a Voghera dove fu arrestato con l’accusa di spionaggio. Morì in carcere e a fianco del suo corpo venne ritrovata una tavoletta con scritto «Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato da questo flagello».
Si dice che fu nominato santo durante il concilio di Costanza del 1414 quando la città era stata colpita da una pestilenza e i cardinali, per salvarsi, si affidarono proprio a San Rocco.
Ma forse la storia più avventurosa di San Rocco inizia dopo la sua morte quando la sua fama raggiunge ogni città d’Europa e inizia una competizione per avere qualche sua reliquia.
Per certo nel 1485 i suoi resti vennero trasportati da Voghera a Venezia, di cui è compatrono, a parte una parte delle ossa di un braccio. Forse i ricchi mercanti veneziani acquistarono il corpo nel 1483 per assicurarsi la protezione da ogni futura malattia!
Oltre un secolo dopo. Nel 1595, papa Clemente VIII volle una reliquia di un braccio e la chiesa di Montpellier, dove San Rocco era nato, chiese una tibia. Ma negli anni pezzettini sono stati inviati a Genova, Voghera, Penta, Locorotondo, Grisolia, San Cesario di Lecce, Alezio, Pignola, Satriano di Lucania, San Giovanni la Punta e Troina.
Praticamente ogni chiesa in Italia ha una statua o un ritratto del santo che lo ritrae in abiti da pellegrino, con una ferita alla gamba dovuta alla peste e con un cagnolino al suo fianco.
Una vera particolarità è il Museo Iconografico Europeo di San Rocco a Capriati a Volturno in provincia di Caserta dove sono raccolte immagini, dipinti e tanti arredi e paramenti legati al culto del santo.
Ma anche nelle grandi città si trovano chiese dedicate a San Rocco come a Parigi, Lisbona e New York.
In ogni caso il 16 agosto in quasi tutta Italia si fanno processioni, feste e fuochi d’artificio al grido “Evviva San Rocco!”
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La strana storia di San Liberatore che diventa San Liberato e viceversa

Magliano Sabina ha avuto un ruolo strategico nella vita di Roma prima e del papato poi per il suo porto sul Tevere e la possibilità di guadare il fiume. Per questo motivo tutti volevano ingraziarsi la benevolenza del borgo e dei suoi abitanti, commercianti e militari. 

Ma la storia che racconteremo ha dell’incredibile e riguarda una chiesa e le reliquie che custodiva, riguarda la storia di San Liberatore che è stato sostituito da San Liberato e viceversa. 

Per molti secoli durante il medioevo avere una reliquia significava aumentare il prestigio delle chiese e farle avanzare nella gerarchia di importanza e nel ruolo nel circondario. Più era importante il santo della reliquia e più la chiesa poteva aspirare a diventare 

La chiesa di San Liberatore si trovava vicino l’ingresso del paese e nel 1459 papa Pio II Piccolomini la dichiarò Collegiata, ossia retta da un collegio di preti e le affida anche i beni di altre due chiese decadute.

Nel 1495 papa Alessandro VI Borgia nominò Magliano Sabina sede vescovile per permettere un più semplice passaggio del suo esercito e di quello di suo figlio Cesare Borgia, detto il Valentino, e la chiesa di San Liberatore diventa Cattedrale. 

Precedentemente la sede del vescovo si trovava a Vescovio che viene descritto da papa Borgia come un ‘luogo campestre’. Ma gli abitanti di Vescovio fedeli alla famiglia Orsini non accettarono questo declassamento e misero in salvo tutti i tesori della loro chiesa. Soprattutto le reliquie che vengono portate a San Polo.

Ma non poteva esserci una cattedrale senza reliquie e inizia una pressione per spostarle a Magliano Sabina!  Nel 1505 la Madonna appare a San Polo e si decide di lasciare le reliquie dove si trovavano.

Alla morte di papa Alessandro VI Borgia ci furono un po’ di trambusti soprattutto quando nel 1521 il cardinale Carvajal chiese di riportare la cattedrale a Vescovio che nel frattempo aveva risistemato e abbellito.

Papa Leone X cerca una via per far felici entrambi i comuni e nomina Vescovio come “Antiqua Cathedralis Sabinorum” e san Liberatore di Magliano come “Nova Cathedralis”. Ma questo fece arrabbiare Magliano che doveva restituire alcuni privilegi e si vide costretta a mettere delle tasse sul ponte per poter finire la facciata di San Liberatore, che nel frattempo aveva trovato le reliquie del suo santo, e finire il palazzo vescovile.

I nuovi vescovi dovevano scegliere dove risiedere e qualsiasi scelta, Vescovio o Magliano, era sicuro che qualcuno si sarebbe offeso.

Nel 1576 venne costruito finalmente Ponte Felice sul Tevere, dal nome del papa, anche se il fiume non si decideva a passare sotto le sue arcate e per anni continuava a cambiare corso. Ma la vera tragedia avviene nel 1582 quando vendono rubate le reliquie di San Liberatore lasciando la Cattedrale senza reliquie!

I frati Agostiniani di Montefiascone hanno però una reliquia del loro santo, San Liberato di Africa, che viene portata nella cattedrale di San Liberatore e inizia ad essere festeggiata il 15 maggio, lo stesso giorno di San Liberatore. 

San Liberato vs San Liberatore

Un po’ perché gli agostiniani non erano molto amati, un po’ perché i maglianesi si erano affezionati al loro santo. Per un secolo e mezzo i cittadini di Magliano si divisero fra devoti a San Liberato (che era un semplice frate) e devoti a San Liberatore (che era stato un vescovo).

Nel frattempo il Concilio di Trento aveva fatto superare la necessità di reliquie per avere diritto al titolo di Cattedrale e Magliano si era consolidata definitivamente come sede vescovile. A questo punto ci si poteva sbarazzare di San Liberato e degli agostiniani. 

Per certo nel 1670 gli Agostiniani lasciarono Magliano ma non certo in armonia e con un certo malcontento che si trascinava ancora fra la popolazione. Alcuni di loro volevano cacciare dal paese anche il santo degli Agostiniani e nel 1679 papa Innocenzo XI proibisce a Magliano il culto di San Liberato.

Nonostante il pronunciamento del papa, la Sacra Congregazione dei Riti nel 1679 si pronuncia in modo contrastante e dichiara che il nome della Cattedrale è quello di San Liberato. Anche perché Liberatore non appariva nell’elenco dei martiri.

Ora si viene a verificare una strana situazione in cui due papi del passato (papa Pio II e papa Alessandro VI) vengono sconfessati dal giudizio della Congregazione dei Riti che è un organo a servizio del Papa e non è superiore.

Fu sollevata questa questione e papa Innocenzo XI decise di farsi aiutare dal cardinale Casanate che concluse che San Liberatore non era mai esistito e nel 1679 il papa emise un ‘breve’ in cui si proibiva il culto di San Liberatore.
Sulla facciata della cattedrale venne scritto il nome di San Liberato e fu scolpita una sua statua.

Vince San Liberatore?

Dopo il Concilio di Trento la chiesa attraversa una fase di esasperata trasformazione giuridica e i sostenitori di San Liberatore decidono di tentare nuovamente di far tornare il culto del loro santo.

Per prima cosa nel 1727 avevano fatto arrivare dalla chiesa di Santa Sofia di Benevento delle reliquie di un San Liberatore vescovo e martire autenticate da papa Benedetto XIII.

Come facevano ad esserci così tanti martiri? Semplice, per un certo periodo tutti i sepolti nelle catacombe vennero considerati martiri e di molti di essi non era possibile ricostruire il nome e vennero attribuiti loro nomi simbolici. Grazie a questi nomi veniva redatto una sorta di ‘catalogo dei santi e dei martiri’.

Così in un catalogo del 1613 era stato riportato un San Liberatore, anche se l’autore del catalogo lo aveva inserito dopo aver appreso notizie orali da Benevento, Magliano Sabina e Sulmona dove si presuppone sia stato vescovo. 

I maglianesi iniziano quindi a riproporre l’esistenza di un San Liberatore come vescovo e martire e si ripresentano a Roma. Finalmente nel 1735 e ottengono una nuova sentenza della Sacra Congregazione dei Riti totalmente opposta a quella precedente. Ora si dichiara che San Liberato è un santo oscuro e che il culto deve tornare a San Liberatore.

Forse questo San Liberatore di Benevento era diverso da quello di qualche secolo prima ma nessuno voleva indagare troppo e vengono risistemate le scritte sulla facciata della chiesa ma non sull’altare e nel volgo. Ossia molti cittadini di Magliano si chiamano Liberato e il loro nome non viene cambiato in Liberatore. E ancora oggi non si usa il nome di Liberatore che ‘non è di buon augurio’.

Sulla facciata si può vedere la trasformazione della scritta LIBERATI in LIBERAToris. E la statua di San Liberato viene modificata allungando la mitra e aggiungendo delle tavolette inchiodate.

Oggi nella chiesa non ci sono più le reliquie dei santi ma resta la festa del 15 maggio dedicata praticamente ad entrambi e il culto della Santa Croce mai sconfessato da alcun papa.

Una disputa fra santi durata molti secoli che ancora suscita emozioni.

Per ulteriori approfondimenti consultare il sito www.parrocchiasanliberatore.it

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La Taverna di Aquino è un antico edificio con terreno su un poggio roccioso ai bordi del centro storico della città e le sue origini sono veramente un mistero che la tenacia dei proprietari ha svelato.

Si trova vicino al Tempio della Madonna della Libera e ha ingressi sia da Via Soldato Ignoto che da via Taverna Vecchia. Il fabbricato originale risaliva al XVI-XVII secolo ed è rappresentato in un’antica stampa che lo ritrae dal fondo della valle (Fig.1).

Un aspetto particolare della vecchia costruzione, come dell’edificio attuale, è dato dal fatto che risulta realizzato sulle pareti e sul fondo di un grande serbatoio di epoca romana.

Secondo quanto è stato tramandato, la taverna nel lontano passato era un posto di ristoro per avventori locali e viandanti in transito nella vicina via Latina. Ai primi dell’800 il fabbricato cessò la vecchia attività e divenne dimora di contadini poi, nel 1900, i proprietari Spezia lo restaurarono. Ampliarono l’edificio e modificarono l’uso del terreno per renderlo una signorile residenza di famiglia.

Per il suo passato ruolo, i cittadini vollero nominare la strada, dove si trovava il vecchio ingresso, Via Taverna Vecchia per ricordare il luogo.

Durante il secondo conflitto mondiale (1943-1944), prima che il fronte si fermasse a Cassino, il palazzo venne requisito dai tedeschi e fu sede di comando. In quel periodo, il seminterrato dell’edificio fu utilizzato come rifugio e dotato di un’uscita di sicurezza scavando una galleria nel muro del serbatoio romano e nella roccia per circa otto metri, per realizzare una apertura nel giardino.

Nel corso della guerra il fabbricato fu gravemente danneggiato e solo negli anni del 1960 gli eredi Spezia iniziarono la ricostruzione e curarono nel giardino un piccolo parco di reperti archeologici, in parte già esistenti in loco.

La Taverna desta un certo interesse archeologico perché, come già detto, le mura dell’edificio poggiano su quelle di un grosso serbatoio di epoca romana che ne costituiscono le fondamenta. Questo invaso ha la forma di un parallelepipedo cui manca la parte superiore, con una capacità è di circa 400 m3 (le dimensioni sono 14 x 80 x 9,80 metri e con un’altezza di 4,0 metri) (Fig. 2-3).

Le sue mura sono a diretto contatto con la roccia del luogo, hanno uno spessore di 60-70 cm e sono costituite in “Opus caementitium secondo la tecnica romana del calcestruzzo. Sulle pareti interne presentano ancora piccole tracce di “cocciopesto” che aveva la funzione di renderle impermeabili all’acqua (Fig. 4-5).

È stato dimostrato che il serbatoio nell’antichità era collegato ad una conduttura proveniente dalle sorgenti di Capodacqua, e si può quindi ipotizzare che fosse il “Castellum aquae” (la camera di compensazione), del secondo acquedotto della antica e importante città di Aquinum, posto nella collina opposta della Valle.

L’acqua poteva essere utilizzata dalla cittadinanza e principalmente dai laboratori dell’industria e delle tintorie dei manufatti di lana, molto noti e citati anche da Orazio nelle epistole. Queste industrie nel I secolo AC erano di proprietà di M. Barronius Sura duoviro della città. Forse l’acquedotto fu fatto costruire proprio da lui poiché su alcune vasche delle fontane presenti nel territorio è inciso il suo nome.

Per finalità culturali, i reperti archeologici presenti nel giardino della Taverna e le mura romane del suo “serbatoio” sono da tempo inserite negli itinerari delle visite guidate dei vari monumenti di Aquino e di quelli delle “Passeggiate Archeologiche Annuali” organizzate dal Museo della città e hanno fatto parte delle iniziative del FAI ad Aquino (Fig. 6).

Legende alle Figure

Fig. 1 Immagine di una stampa dei primi anni del 1800 che mostra l’edificio della Taverna, come si osservava dal fondo della valle nei pressi del vecchio ingresso della Cartiera

Fig. 2 Disegno geometrico del serbatoio con le misure delle sue dimensioni di lunghezza, larghezza ed altezza

Fig. 3 Disegno schematico di un taglio trasversale dell’edificio della Taverna e del serbatoio

Fig. 4 Fotografia di un tratto della parete del muro del serbatoio costruito in “opus caementicium”

Fig. 5 Immagini di macchie di cocciopesto ancora presenti sulla malta della parete interna del muro del serbatoio

Fig. 6 Reperti archeologici presenti nel giardino della Taverna

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‘Il respiro’ del convento di San Lorenzo Piglio

Piglio e i suoi dintorni sono stati oggetto di molte attenzioni dalle fazioni impegnate nella distruzione durante la seconda guerra mondiale. Come per molti altri luoghi di meditazione e di culto, il convento e la chiesa di San Lorenzo, appollaiati sulle pendici del Monte Scalambra sopra Piglio, sono stati particolarmente benedetti.

La chiesa e il convento sono stati danneggiati e nel 1954 le strutture ricostruite sono state riconsacrate: il ricordo degli eventi resta in una grossa bomba "strappata" integrata nel muretto che si affaccia sul vecchio oliveto del convento.

San Lorenzo è il santo patrono di Piglio, quindi questa chiesa con la sua pianta circolare è particolare per i locali che nel 2012 hanno contribuito all'installazione di un nuovo portone di ingresso in vetro colorato alla chiesa.

La chiesa è adiacente al convento francescano e ha un tetto con una cupola divisa in due sezioni che ha "magiche" apparizioni nella sottostante città di Piglio. Se state un giorno in piedi nella piazza vicino al municipio di Piglio non potete sapere se la chiesa di San Lorenzo esiste o no.

Un giorno non si riesce a vedere la cupola, mentre in un altro giorno la cupola è visibile a tutti i frequentatori della piazza. Come e perché la chiesa e il convento di San Lorenzo cadano e risorgano in tal modo è un mistero di Dio. Alcuni dicono, un mistero della geologia legata a un possibile aumento e diminuzione della sottostante falda d'acqua.

Ai piedi della chiesa di San Lorenzo non si ha alcun accenno di mancanza di solidità o di cambiamento di altitudine del terreno e dei solidi edifici. Non ci sono segni di danni causati dal movimento.

Eppure la gente insiste.

A parte le dissertazioni sulla apparente altitudine, la ragione principale delle camminate a zig-zag lungo il monte Scalambra verso la Chiesa è quella di visitare la grotta del beato Andrea Conti, uomo di profonda fede religiosa, per lo più sconosciuto al resto della il mondo.

Andrea De Comitibus (dei Conti) di Segni è nato intorno al 1240 a Anagni ed era un parente stretto dei Papi Innocenti III, Gregorio IX, Alessandro IV e Bonifacio VIII, gli ultimi due erano zio e nipote rispettivamente. Dalla città di Anagni, dove si unì all'Ordine francescano, cercò di trasferirsi al vicino eremo di Piglio, dove rimase per i successivi 40 anni della sua vita.

Si narra che in questo convento sia stato un modello perfetto di umiltà e mortificazione francescana, di modestia e di pietà. Morì il 1 febbraio 1302, a circa 62 anni, nello stesso eremo dove il suo corpo ancora giace nella chiesa di San Lorenzo.

Oggi la gente viene in chiesa in pellegrinaggio a piedi o in auto attraverso una corsia di pini giganti che proteggono la strada dagli elementi. Per visitare la grotta si passa di fronte al convento dove, inscritta con mattoni rossi nelle pietre bianche del marciapiede, si legge "PACE E BENE".

Se ora il convento manca nei residenti, l’area ha guadagnato in un ‘sacco’ di gatti, tutti che assorbono la pace e la serenità di questo posto. La passeggiata verso la grotta è lungo un ampio tappeto erboso verdeggiante con una recinzione in pietra a sinistra e pini invecchiati a destra. La fine della passerella è segnata da un albero di abete rosso gigante a sinistra e una quercia sempreverde davanti all'entrata della caverna a destra.

La grotta non ha un limite all’entrata a parte il problema della corpulenza. A destra dell'ingresso della grotta si vede una croce scavata nella parete rocciosa con una grata di piccoli fori. Alcuni dicono che essi dovevano trattenere il diavolo, che faceva incessanti visite ad Andrea Conti. Altri dicono che questa particolare croce è stata intagliata da Andrea Conti dopo che il diavolo aveva interrotto l'approvvigionamento idrico e che la croce ha aperto un nuovo canale per l'acqua.

Qui c'è molto da vedere, si può andare con lo sguardo attraverso le colline e le valli per vedere le città come Paliano che Andrea Conti una volta benediceva quotidianamente.

Le storie raccontate da un disponibile padre sui dipinti e sulle statue della chiesa interesseranno i visitatori, mentre ci sono più "modi" di interpretare il personale viaggio di ognuno di noi verso la pace.

La visita al ritorno nella piazza di Piglio sembra essenziale per cercare la cupola della Chiesa di San Lorenzo che sale dalle pendici del Monte Scalambra.

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