Cave- Interno San Lorenzo by Giuseppe Mosetti
Cave- Interno San Lorenzo by Giuseppe Mosetti

Una chiesa al contrario, semplice e mistica in cui si percepisce una profonda religiosità e il lavoro delle tante persone umili che la hanno realizzata.
Perché al contrario? Per una colonna messa sotto sopra, perché una navata è romanica e l’altra è gotica, perché l’affresco dell’Ultima cena di Gesù ha una tavola rotonda e perché un affresco del ‘600 ha una pietà in cui Gesù è sorretto da Dio Padre invece che dalla Madonna.
La chiesa si trova su una altura, che un tempo era fuori del centro abitato di Cave, e un documento del 988 DC racconta la presenza dei monaci Benedettini di Subiaco. I monaci scelsero questo luogo forse per la presenza di alcune catacombe e perché era già conosciuto dai cristiani. I resti delle originali catacombe sono ancora visitabili e sono meta di un particolare pellegrinaggio.
Un successivo documento del 998 conferma la presenza dei monaci e riporta della chiesa dedicata a San Lorenzo. San Lorenzo era al tempo molto venerato perché era stato diacono di papa San Sisto II, molto amato e morto durante le persecuzioni dell’imperatore Valeriano. San Lorenzo è morto nel 258 a Roma dove, secondo la leggenda, è stato martirizzato e messo a morire su una graticola ardente.
Questi i motivi della scelta del nome del piccolo monastero da parte dei monaci che, nel corso dei suoi oltre mille anni di storia, ha subito una serie di trasformazioni. Oggi resta una piccola chiesa che all’interno rivela tutte le tracce della storia che la ha attraversata.
La chiesa nasce come un unico ambiente al quale vengono poi aggiunte due navate laterali. Le due navate sono state realizzate in epoche differenti. La navata di destra ha uno stile romanico e l’altra ha uno stile gotico.
Si comprende che la chiesa è stata realizzata da maestranze umili, forse gli stessi monaci, e non esperte che hanno riutilizzato materiale di rcupero da antiche ville e costruzioni romane che si trovavano nella zona. Perché maestranze non esperte? Perché ogni colonna è diversa e una delle colonne che divide la navata centrale da quella laterale è stata messa al contrario. Perché sono sovvertite tutte le dimensioni.
Questi ‘difetti’ sono però la bellezza e la poesia di San Lorenzo che è un gioiello di arte medioevale.
La chiesa è poi arricchita da affreschi veramente originali che in parte sono sopravvissuti ai vari cambiamenti. Tra i più antichi una ultima cena in cui la tavola in cui siedono Gesù con gli apostoli è circolare e non rettangolare come in tutti gli altri dipinti del mondo. Una tavola rotonda che sembra anticipare tutte le storie cavalleresche future.
Un altro affresco del 1602 da uno spaccato molto originale della passione di Cristo. Il corpo di Gesù è rappresentato fra le braccia del padre in una particolare rappresentazione della Trinità.
L’ultima particolarità della chiesa riguarda il ritrovamento di alcune ossa di bambino nella cripta accanto alla immagine dell’affresco di San Nicola di Bari, protettore dei bambini. Qui c’era infatti l’usanza di portare i bambini per le benedizioni e per invocare la protezione del santo e la chiesa di San Lorenzo era meta di molti pellegrinaggi.
Nella stessa cripta si trova una raffigurazione della sacra famiglia che risale al primo nucleo della chiesa.
San Lorenzo viene festeggiato il 10 agosto a Cave con una processione che parte da questa chiesa e torna nella collegiata dove viene custodita la statua lignea del Santo con la sua macchina da processione.
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Cave- Museo Presepe Ferri by Bettiol
Cave- Museo Presepe Ferri by Bettiol

Lorenzo Ferri è uno di quegli scultori che abbiamo incontrato molte volte senza saperlo. L’armonia delle sue sculture e la grazia delle loro forme le fa apparire come parte dell’ambiente in cui si trovano e regalano momenti di pace a chi le osserva.

Quanti di noi si sono seduti a piazza Trilussa a Trastevere sotto la statua del poeta romano? E quanti di noi sono andati a trovare una persona cara al cimitero di Prima Porta e hanno pregato sotto la scultura del Cristo Redentore?

Grazie ad una amicizia con Lorenzo Castellani, un arciprete che è stato nella collegiata di Santa Maria Assunta per quasi 50 anni, il maestro Ferri ha conosciuto Cave che all’inizio del secolo scorso era in pieno fermento artistico e culturale.

Il trenino che collegava Roma con Fiuggi e la stazione di Cave avevano portato questo piccolo paese al centro dell’interesse di molti borghesi romani che qui avevano realizzato splendide ville chiamando artisti e artigiani.

Lorenzo Ferri e monsignor Castellani avevano lavorato molto insieme sugli studi sulla Sacra Sindone. Ad un certo punto della sua vita, la sindone era diventata l’ossessione di Lorenzo Ferri che voleva riuscire a ritrovare “le vere fattezze di Gesù Cristo”. Questi studi lo proiettano a livello internazionale e diventa un punto di riferimento nella ‘sindologia’.

Nel frattempo, lo scultore si innamora del paese e realizza una prima opera per la città: la tela della Veronica per il "Comitato Pro Venerdì Santo". La tela è esposta nella collegiata.

Per la collegiata di Santa Maria Assunta, poi, realizza un vero capolavoro: le porte scolpite in bronzo che raccontano la storia della vita della Vergine. Fra le figure della porta si possono riconoscere lo stesso Ferri e Monsignor Castellani, a comprova del loro legame con questa città così particolare e unica.

Un portone in due ante maestoso che domina quella che era la principale piazza del paese, poi attraversata da una strada che ha cambiato la fisionomia dei luoghi.

Il Museo Ferri di Cave è proprio vicino alla collegiata ed è diviso in due sezioni, una che ti prende razionalmente e una che ti cattura le emozioni in un modo inimmaginabile.

La prima parte del museo si trova in un edificio che si affaccia direttamente sul corso principale, che nel passato ospitava l’ospedale del paese, ed è divisa in tre piani. Lungo il percorso museale si trovano i bozzetti in gesso dell’artista, compreso quello del Trilussa di Roma.

La seconda si trova nei sotterranei dell’ex convento agostiniano della chiesa di Santo Stefano. Un complesso veramente unico e originale con due chiese, una superiore e una inferiore e cunicoli che portano nei sotterrai del convento, che oggi è la sede del comune.

Attraverso un passaggio stretto si entra in una sala incredibile, con volte in mattoncini, pietre a faccia vista e pavimento in cotto. Un luogo di età imprecisabile in cui si capisce che si è svolta parte della storia di Cave.

E qui, con luci che creano magie fra i pilastri e gli archi in cui si intravedono le maestose sculture di Lorenzo Ferri. Si tratta delle figure in gesso del Presepe Monumentale, 9 figure alte più di 4 metri realizzate fra il 1947 e il 1948 per un concorso dei Padri Pallottini per il presepe di Sant’Andrea della Valle a Roma.

Le sculture rappresentano l’Epifania con i tre Magi, di cui uno inginocchiato, con i rispettivi paggi che portano i loro doni a Maria, San Giuseppe e il bambino Gesù.

Una visita al Museo Ferri, che combina le suggestioni del luogo con la magia di queste sinuose e maestose forme, merita un viaggio a Cave e la scoperta di un paese originale.
Una curiosità: il presepe di Cave è candidato al guinness dei primati come il più altro presepe mai realizzato. A presto il verdetto!

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San Sebastiano by Raffaello
San Sebastiano by Raffaello

La storia di questo santo è molto particolare e per questo motivo quasi ogni paese del Lazio ha una piccola chiesa, spesso di origine medioevale, dove si celebrava la sua storia.

Gli edifici venivano messi vicino alle porte di ingresso del paese a protezione del borgo stesso dalla peste e dalle aggressioni. Ancora oggi San Sebastiano è il protettore della polizia municipale che ‘protegge’ i paesi.

Il giovane martire Sebastiano era vissuto durante le persecuzioni di Diocleziano (284-305 DC) ed era il comandante dei pretoriani che dovevano proteggere direttamente l’imperatore. Nella sua posizione aiutava molti perseguitati e li salvava da morte certa.

Iniziò poi a convertire molte persone alla religione cristiana e ad un certo punto accadde un episodio miracoloso che lo fece riconoscere dalle persone come un santo. Donò la voce ad una donna muta e fu visto contornato da una misteriosa luce durante una visita a prigionieri cristiani.

Per la sua vicinanza con l’imperatore, l’ira di Diocleziano fu veramente feroce e lo fece legare ad un tronco con i soldati che lo bersagliato da talmente tante frecce da farlo sembrare un istrice. Le frecce però lo ferirono ma non lo uccisero e venne allora curato da una donna, Sant’Irene. Una volta ristabilito, San Sebastiano tornò a diffondere il cristianesimo nel cuore dell’impero romano.

Si presentò al tempio di fronte all’imperatore e lo accusò di atrocità contro i cristiani. Diocleziano lo condannò di nuovo e questa volta venne frustato a morte e gettato nella cloaca. Il suo corpo fu poi recuperato e sepolto nelle Catacombe di San Sebastiano a Roma.

Il suo culto è stato così forte che era una delle poche figure nude dipinte nei teli e negli affreschi che erano ammesse nelle chiese. Nella collegiata Santissima Maria Annunziata a Fumone sono conservate alcune reliquie del santo: una parte del braccio e della testa.

L’origine del culto a Fumone risale al IX secolo quando, in occasione di un assedio, i soldati elessero il martire come loro speciale protettore. La prima festa religiosa popolare venne celebrata nel 1186.

Ancora oggi, la festa di San Sebastiano si celebra due volte l’anno: il 20 gennaio e il lunedì successivo alla Pentecoste.

Il 17 gennaio, alle ore 2 del pomeriggio viene designato un “festarolo”, la persona che si occuperà dei festeggiamenti per l’anno seguente. La designazione avviene nel palazzo comunale, per estrazione (“al bussolo”) tra coloro che hanno presentato la propria candidatura. Subito dopo l’estrazione ne viene data comunicazione al neo eletto, tramite il messo comunale che, di solito, è accompagnato dalla giunta, da alcuni concittadini e dal rullare di un tamburo.

La sera del 20 gennaio il festarolo uscente consegna a quello entrante “la mazza”, ossia il bastone sormontato dal busto di San Sebastiano che egli custodirà in casa sua per un anno. Il festarolo uscente, secondo una antica usanza, il 16 gennaio riceve in casa sua la cittadinanza. La porta d’ingresso della sua casa viene ornata da un arco di alloro e mirto, simbolo di pace gioia e festa, alla sommità del quale è posto un agnello impagliato. Durante la sera vengono poi distribuite ai presenti le “sagne pelose”, una pasta con salsa di alici: la prima forchettata viene simbolicamente offerta al sindaco.

In entrambe le occasioni, dopo la funzione religiosa del mattino, viene distribuita la panata, una minestra molto rustica servita con un tozzo di pane senza companatico. La sera, dopo la funzione religiosa, dal terrazzo della chiesa vengono lanciate alla popolazione in trepidante attesa sulla piazza, delle ciambelle attaccate ad un ramo di ulivo.

Dopo la messa della mattina, il festarolo presenzia la processione religiosa: la statua, realizzata intorno al 1696 dall’argentiere Giovanni Giardini sul modello in terracotta dello scultore milanese Camillo Rusconi. La statua viene portata in spalla da alcuni uomini per le vie del paese.

Per la processione il festarolo deve anche provvedere alle torce, due grossi ceri offerti al santo e portati dalle torcere, due ragazze vestite allo stesso modo. Quella del ‘festarolo’ è ‘una dura vita’ ma per un anno è la figura più importante di tutto il paese e il responsabile morale della vita sociale di Fumone.

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Cave- Villino Liberty by Giuseppe Mosetti
Cave- Villino Liberty by Giuseppe Mosetti

Ogni paese ha delle particolarità architettoniche ma quelle di Cave, vicino Roma, sono veramente uniche: una serie di Villini Liberty che hanno creato un’area di particolare interesse e pregio architettonico. Ma come sono nati? Perché proprio a Cave?
Il territorio di Cave è caratterizzato da una particolare condizione climatica: adagiato ai piedi dei Monti Prenestini e circondato da una profonda valle di un verde intenso con boschi di querce, lecci e castagni. La presenza di una sorgente di acqua leggera e salutare, la Fonte di Santo Stefano, ha contribuito a fare di questo territorio una meta ambita per soggiorni e colonie estive, sin dagli inizi del ’900.
Ai primi anni del secolo, una serie interventi infrastrutturali determinano un momento di importante sviluppo per il paese. Tra i più importanti la realizzazione di un nuovo asse viario e di uno ferroviario per un migliore collegamento con la città di Roma.
La ferrovia collegava Roma e Fiuggi attraversando un territorio pianeggiante, tra le colline e la valle. È proprio lungo questo percorso, attorno alla stazione, che si ha la nuova espansione del paese.
Il suggestivo collegamento con la città di Roma con il “trenino”, (detto a “scartamento ridotto”, avendo distanza tra le rotaie più stretta) era stato progettato appositamente per questi territori dall’ingegnere di Cave Antonino Clementi. Grazie alla stazione molte persone conoscono le bellezze di Cave e sempre più persone decidono di villeggiare e abitare nel territorio.
Cave è indicata nelle stampe e nelle cartoline dell’epoca come “stazione idroclimatica” e molti esponenti della borghesia romana la scelgono per trascorre le loro vacanze e soggiorni. Lungo la ferrovia e tutt’intorno sorgono una serie di residenze signorili realizzate secondo lo spirito e la sensibilità dell’epoca.
Le costruzioni sono signorili e vengono progettate secondo lo stile dell’epoca. Nella vicina Roma come nel resto di Italia, si era diffuso lo stile Liberty o Floreale dettato dalla volontà di guardare alla natura come fonte di ispirazione nelle arti e in architettura.
Proprio la vicinanza con la Capitale e la sensibilità di artisti, ebanisti e artigiani locali, determinano la nascita nel paese di una serie notevole di villini in stile Liberty, determinando una nuova immagine del paese unica in tutto il territorio.
 
Sono architetture eleganti e proporzionate caratterizzate da decorazioni originali ma mai eccessive, sempre misurate e in equilibrio con l’ambiente circostante.
La struttura è in muratura, dal disegno a pianta regolare, rettangolare o quadrata. La facciata è in genere a due livelli, anche se non mancano realizzazioni su tre livelli.
Quasi tutti i villini sono caratterizzati dalla presenza del torrino, che riprende la tipologia del castelletto, che contiene il corpo scala. Il torrino è anche l’elemento che porta luce all’interno della casa, attraverso le ampie finestrature, ed è adornato con bugnati e decorazioni che lo evidenziano e lo rendono elemento forte e autonomo dal resto dell’edificio.
Queste residenze sono in relazione stretta con la natura circostante. Anzi, la natura e la vegetazione che li circondano sono parte integrante dell’architettura stessa. In questo spirito ‘diverso’, i giardini sono arricchiti da palme, presenti ancora oggi, bellissime e che erano state importate nei primi anni del ‘900.
Pur nella tipologia simile, ogni villino è caratterizzato da diverse decorazioni e da dettagli originali che lo rendono unico e diverso da ogni altro.
Stucchi e ringhiere sono stati piegati come motivi floreali con grande maestria dagli artigiani di Cave per creare suggestioni che ancora oggi emozionano il visitatore.
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Fumone- Icona Madonna del Perpetuo Soccorso by Alberto Bevere
Fumone- Icona Madonna del Perpetuo Soccorso by Alberto Bevere

Dal 1886, un antico culto si ripete ogni anno a Fumone con la partecipazione di tutta la popolazione: la Madonna del Perpetuo Soccorso, un nome originale per una Madonna nella posizione di ‘soccorso’ (aiuto) nei confronti del suo bambino.

Fumone è uno splendido borgo medioevale tutto racchiuso dentro un circuito murario al cui centro si trova un castello con i giardini pensili più alti d’Europa.

L’inizio del culto risale al lontano 1886 quando l’arciprete don Vincenzo De Carolis fece realizzare una copia di una icona venerata nella chiesa di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, sul colle Esquilino nel pieno centro di Roma.

L’icona originale è dipinta a tecnica mista su una tavoletta in noce, delle dimensioni di 53 x 41 cm, e rappresenta la cosiddetta “Madonna della Passione” databile all’ultimo quarto del XV secolo. Questa icona deriva dalle elaborazioni del pittore cretese Andreas Ritzos, vissuto fra il 1421 e il 1492).

Il prototipo a cui l’icona di Roma si è ispirata, è stato rintracciato in un affresco della chiesa di Lagoudera nell’isola di Cipro, datato al 1192. La Vergine sorregge il Figlio con il braccio sinistro, il quale, rannicchiato verso di Lei, volge lo sguardo all’arcangelo Gabriele, in dimensioni minori, che mostra la croce.

Nel dipinto, l’arcangelo Michele porta con sé gli strumenti della “Passione” che sembrano spaventare il Bambino che chiede “soccorso” alla Madre rifugiandosi tra le sue braccia. La Vergine offre a suo figlio protezione e, figurativamente, a tutti i fedeli che la osservano.

L’icona di Fumone fu accolta trionfalmente dal popolo e ‘messa in trono’ nella collegiata della SS. Maria Annunziata in una particolare cappella dedicata al SS. Sacramento nel 1886.

Viene ancora festeggiata ogni prima domenica di settembre quando il quadro viene alloggiato nel suo trono in legno dorato ornato di angioletti e portato in solenne processione lungo le vie del borgo antico.

Quello della Madonna del Perpetuo Soccorso è il culto mariano principale di Fumone. Nel 1936, per il 50° anniversario, la collegiata fu restaurata al suo interno e venne realizzata una cupola, progettata dall’architetto Morosini, proprio nella cappella del SS. Sacramento.

Per l’anno del Giubeo del 2000, la decorazione della cappella fu restaurata dal maestro Paolino Cialone di Fumone. Nel gennaio 1980, ladri sacrileghi rubarono l’icona insieme a molte suppellettili sacre. La Guardia di Finanza di Roma la ritrovò ridotta in ventidue frammenti e con i volti delle figure abrasi e senza le corone d’oro. Il quadro fu affidato ai monaci Studiti ucraini di un monastero di Castel Gandolfo, i quali, dopo un delicato restauro, restituirono all’immagine l’antico splendore.

Papa Giovanni Paolo II, informato della vicenda, volle benedire il quadro nell’udienza del 30 aprile di quell’anno e tre giorni dopo l’icona tornò all’affetto dei suoi fedeli fumonesi.

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Fumone- Statua San Sebastiano by Alessandro Potenziani
Fumone- Statua San Sebastiano by Alessandro Potenziani

Un inedito documento ha permesso di ricostruire tutta la storia della statua di San Sebastiano che contiene la reliquia del patrono di Fumone: il conto della spesa e l’inventario dell’orafo! La statua d’argento di San Sebastiano di Fumone è l’unica rimasta che è stata fusa dal modello di creta del grande artista Rusconi di Milano (Milano 1658 - Roma 1728). Nel 2015 è stata in mostra nella prestigiosa sede del Braccio di Carlo Magno in Vaticano.

Ma quale è la storia della statua?

Il documento che ha permesso di risalire al nome dell’artista è un conto pagato per la statua di un “S. Bastiano”, come custodia d’argento per conservare la reliquia del capo del Santo, all’illustre argentiere Giovanni Giardini (Forlì 1646 - Roma 1721) intorno al 1697.

La scultura di San Sebastiano mostra la figura del martire avvinta a un tronco in bronzo dorato. A terra si trovano: l’elmo, lo scudo con l’iscrizione «COMMVNITAS FVMONIS PROTECTORI SVO DICAVIT AN°: 1697», alcune frecce e una faretra. 

Il piedistallo in legno dorato, nel quale è incastonata la teca che contiene la sacra reliquia, è stato realizzato nel 1750 con il baldacchino processionale dall’intagliatore tirolese Jean Stoltz.

La statua era stata commissionata nel 1689 da monsignor Niccolò Grimaldi, il governatore di Campagna e Marittima (il nome della provincia dove si trovava Fumone), il quale ordinò che dei dodici scudi stabiliti per le spese della festa, nove fossero annualmente devoluti dal Comune alla Compagnia di San Sebastiano.

Queste somme dovevano servire per la realizzazione di un’opera in argento che contenesse la sacra reliquia.

Per questo motivo fu quindi abolita l’antica usanza della “panarda”, una sorta di minestra di pane che veniva distribuita nel giorno della festa patronale.

Il marchese Pietro Longhi fece da intermediario tra la comunità di Fumone e l’argentiere Giardini, visto che il conto è a lui intestato. Il marchese, si rivolse a Giardini, per avere ‘un artefice di assoluto prestigio’, in quanto era l’argentiere del Palazzo Apostolico e, nel 1698, sarebbe divenuto anche il fonditore ufficiale della Reverenda Camera Apostolica.

Giardini era assolutamente l’orafo-argentiere di maggior rilievo tra i maestri del tardo Seicento.

Il conto dell’argentiere reca la data del 22 aprile 1697, descrive la statua e le varie lavorazioni occorse alla sua realizzazione: poco più di 3 chilogrammi d’argento e circa 10 chilogrammi di bronzo, per una spesa totale di 268 scudi, poi pattuiti in 254.

Tale spesa fu affrontata grazie ad un prestito di 100 scudi, effettuato dalla Compagnia del Rosario di Fumone e autorizzato dalle varie gerarchie ecclesiastiche.

Nel conto per il San Sebastiano non è specificato alcun prezzo per il modello da cui ricavare la fusione, e questo fa presumere che l’argentiere l’avesse già a disposizione nella sua bottega. Dall’inventario redatto dopo la sua morte si trova: «un San Sebastiano di creta modello del Signor Camillo Rusconi».

Questo è l’indizio che mette in connessione la statua di San Sebastiano di Fumone con il grande artista Rusconi.

Anche nell’inventario dei beni della chiesa di Fumone del 1770, si legge che la statua è «opera del celebre Rusconi», ulteriore conferma della derivazione della statua argentea dal modello dello scultore milanese.

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Trivigliano- Festa di SantOliva by Bettiol
Trivigliano- Festa di SantOliva by Bettiol

Sant’Oliva è una di quelle sante che vengono scelte come patrone per le numerose opere miracolose che hanno compiuto: l’ultima nella Seconda Guerra Mondiale.

È la patrona di Trivigliano, Castro dei Volsci, Pontecorvo e Cori. Ma è anche molto venerata a Legowo in Polonia, vicino Danzica per una strana leggenda.

La storia narra che il principe Stanislao cadendo da cavallo in un bosco, si ferì e chiese aiuto suonando un corno. Arrivò in suo soccorso una signora con un ramoscello d’olivo che gli disse di diventare cristiano. Stanislao si convertì e poco dopo arrivò un monaco che lo salvò e lo battezzò. Il principe costruì poi un grande convento dedicato a Santa Oliva.

Dopo qualche anno, i fedeli sentirono il bisogno di avere un legame più intenso con la santa e, nel 1703, i frati polacchi chiesero una reliquia della santa al Vescovo di Anagni che la concedette subito: un pezzetto del braccio.

Il culto si Sant’Oliva si diffuse allora in tutta la Pomerania fino al 1830, quando la geografia di quella parte d’Europa cambiò totalmente con la nascita della Prussia.

La reliquia allora scompare e si perdono le tracce del culto di Sant’Oliva che resta solo nei cuori di alcuni fedeli, fino a quando il signor Fabrizio Drago di Trivigliano arriva in Polonia e scopre la chiesa dedicata alla stessa patrona del suo paese.

Nel 2012 ci sono scambi di lettere fra il vescovo di Danzica e quello di Anagni e una nuova reliquia del braccio di Sant’Oliva viene spedita a Danzica dove dal 2013 viene festeggiata ogni anno con grandi riti. In suo onore è stato composto un inno musicale composto da Luigi Brandi, direttore del Coro Polifonico Città di Anagni, con le parole che Ivo Roweder aveva composto per un precedente inno nel 1700.

Oggi Trivigliano è gemellata con Legowo.

Oliva era nata ad Anagni e morta il 3 giugno del 492 dopo aver passato gran parte della sua vita in un monastero dove aveva avuto molte visioni. Anagni è una città sacra sin dal tempo degli Ernici ed è famosa per essere la città di 4 papi (Innocenzo III, Alessandro IV, Gregorio IX e Bonifacio VIII) e 6 santi (San Magno, San Pietro, Santa Secondina, Santa Aurelia, Santa Neomisia e, appunto, Santa Oliva). La sua storia si legge in una epigrafe del 1133 dell’antipapa Anacleto e il suo corpo si trova nella cattedrale.

Le prime notizie della chiesa di Trivigliano risalgono invece al 1295 e l’attuale chiesa è in una cripta sotto la Chiesa di Santa Maria Assunta.

A Trivigliano il culto è ancora molto sentito e si festeggia con una doppia processione, la sera del 10 giugno viene portato in processione il braccio di Sant’Oliva in un suggestivo corteo con fiaccolate lungo le piccole vie del centro storico.

La mattina seguente, poi, si svolge la solenne processione con la statua montata su apposito piedistallo portato a spalla dai membri della confraternita. Le processioni sono scandite dalla musica della banda di Trivigliano.

Ma i miracoli di Sant’Oliva continuano e c’è un incredibile aneddoto che riguarda la seconda guerra mondiale. Pontecorvo si trovava lungo la linea Gustav di difesa dell’esercito tedesco che fu fortemente bombardata dall’esercito alleato. Per qualche motivo nessuna delle bombe colpì il paese e l’unica che cadde nel centro, non esplose.

Dopo la guerra, il soldato americano che aveva sganciato le bombe su Pontecorvo si trovò a passare per il paese e fu portato all’interno della chiesa. Quando passò davanti al ritratto di Sant’Oliva restò pietrificato e iniziò a piangere. Disse che mentre lanciava le bombe una signora distese il suo mantello a protezione della città e tutte le bombe rimbalzarono e colpirono altri bersagli:

“Quella signora aveva il volto del ritratto di Sant’Oliva della cattedrale di Pontecorvo!”.

Forse proprio per questa sua avversità alla guerra, Sant’Oliva è sempre rappresentata con una colomba e un ramoscello di olivo, come nei racconti del diluvio universale.

Un’ultima curiosità: Sant’Oliva è molto venerata a Charlottesville (USA) dai discendenti degli emigranti ciociari!

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Fumone e Celestino V monaco eremita e papa
Fumone e Celestino V monaco eremita e papa

Fumone e il suo castello sono intimamente legati alla figura di papa Celestino V, una delle figure più emblematiche della chiesa cattolica avvolta ancora da un fascino particolare. Qui il santo ha trascorso i suoi ultimi anni chiuso in una cella.

Pietro Angelerio dal Morrone, nasce in Molise nel 1215, e sin da giovane mostra una straordinaria predisposizione all’ascetismo e alla solitudine. Da giovane, si ritira in solitario eremitaggio in una piccola grotta nel Monte Morrone, vicino Sulmona, da cui prende poi il nome. 

La sua figura è molto seguita e con i suoi seguaci fonda la Congregazione dei Fratelli dello Spirito Santo. La sua fama disturba Roma che vuole sopprimere l’ordine, così Celestino si reca a Lione, dove si svolgevano i lavori del Concilio di Gregorio X, per impedire che l’ordine monastico fosse soppresso.

Nel 1292, alla morte di Niccolò IV, i 12 cardinali del Conclave non riuscivano ad eleggere un nuovo papa soprattutto per la lotta fra le famiglie Caetani e Colonna ognuna spalleggiata da qualche monarca europeo.

I cardinali si riuniscono in varie parti d’Italia ma senza mai arrivare ad una soluzione fino a che il re Carlo d’Angiò irrompe nel conclave di Perugia e sollecita una scelta. Con questa pressione e dopo varie vicissitudini, si sceglie come futuro papa proprio Pietro Angelerio, una persona pura totalmente al di fuori dei giochi politici e ignara delle dinamiche pontificie.

Pietro tra la sorpresa e lo sgomento, accetta e l’elezione a Papa avviene nella basilica di Collemaggio a L’Aquila il 29 agosto 1294.  Pietro da Morrone sceglie il nome di Celestino V. 

Dietro consiglio di Carlo d’Angiò, Celestino V trasferisce la sede della Curia a Napoli, ma nel corso delle sue frequenti meditazioni, tra insidie e intrighi, il nuovo papa giunge alla decisione di abbandonare il suo incarico e il 13 dicembre 1294, da lettura della propria rinuncia nel corso di un concistoro che sembra gli sia stata suggerita dal cardinale Caetani.

Undici giorni dopo viene eletto pontefice Benedetto Caietani con il nome di Bonifacio VIII. Bonifacio teme disordini e rinchiude l’anziano monaco nella Rocca di Fumone, che allora era controllata dalla famiglia Caetani. Il soggiorno divenne prigionia e dura 10 mesi e si conclude con la morte di celestino V il 19 maggio 1296, all’età di 81 anni. 

Secondo una tradizione, una luminosissima croce appare alla finestrella dell’angusto carcere e nel 1313 Celestino V fu iscritto nell’Albo dei Santi da Clemente V. Il suo corpo riposa oggi nella basilica di Collemaggio a L’Aquila ed è ancora molto venerato.

Nei suoi pochi giorni di pontificato, Celestino V compie un atto molto significativo che può essere considerato come l’emanazione della prima indulgenza formale. Con una Bolla Papale, Celestino V emana la Perdonanza, un atto di carattere universale diretto a tutti i cristiani. 

Egli invita tutti alla riconciliazione e fissa le condizioni: entrare veramente pentiti e confessati nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio nel giorno della ricorrenza della decollazione di san Giovanni Battista.

È il primo giubileo avente carattere universale a cui potevano accedere tutti e, soprattutto, non prevedeva altri fini se non quelli spirituali. Qualche anno dopo, esattamente nel 1300, l’idea di Celestino fu ripresa da Bonifacio VIII con l’indizione del famoso giubileo. 

Ma forse sia Celestino V che Bonifacio VIII ripresero l’idea di Innocenzo III della ‘Indulgenza dei Cento Anni’. In ogni caso Celestino è sempre più moderno e la sua figura ancora ispira molti scrittori e poeti.

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