Bellegra- Panorama by Benedicta Lee
Bellegra- Panorama by Benedicta Lee

Essere in una posizione con una incredibile strategica, avere un panorama che spazia fra diverse provincie ha i suoi vantaggi ma anche alcuni svantaggi.

Se durante i periodi di pace è un ottimo punto di avvistamento per preparare la difesa e osservare l’arrivo dei nemici, durante le guerre diventa uno degli ultimi presidi da difendere e viene subito attaccato in modo massiccio.

Il Territorio di Bellegra domina la Valle del Sacco e la Valle dell’Aniene, dalla sua cima si riescono a scorgere ben 49 paesi e l’importanza del panorama è nota nel corso dei secoli.

E questo si è ripetuto dal periodo romano sino alla Seconda Guerra Mondiale, quando Bellegra era il quartier generale del comando tedesco di Kesserling ed è stata pesantemente bombardata dall’aviazione alleata.

Il comando dell’esercito Tedesco aveva sede nella parte più alta del paese, dove un tempo vi era il castello, e costruì vari punti di avvistamento, di fuoco e bunker scavati nella roccia, alcuni ancora ben visibili.

Con lo sbarco degli anglo-americani nelle coste del Lazio di Anzio e Nettuno, Bellegra rappresentava un punto di controllo e si trovava lungo la linea Cesar dell’esercito tedesco. La linea difensiva attraversava tutta l’Italia e si congiungeva alla linea Gotica.

Durante i giorni dello sbarco, le fortezze aeree alleate operarono numerosi bombardamenti per disturbare la ritirata Tedesca e favorire lo sbarco.

La mattina del 24 maggio 1944, un aereo alleato bombardò l’attuale zona Via Tre Morette, che prese nome proprio da questo evento, per colpire una contraerea in località Macerone, e il risultato è stato la distruzione dell'area della via  con alcune vittime innocenti.

Il resto del centro storico è stato distrutto dalle truppe Tedesche che minarono alcune abitazioni per rallentare l’avanzamento alleato nel percorso verso San Vito Romano. Il generale Kesselring che si era rifugiato in una casa rurale bombardata e distrutta, si salvò e riuscì a raggiungere Roma.

Il centro storico è stato in parte ricostruito ma non il castello. Sono comunque riconoscibili alcune torri, dalle forme delle abitazioni, e il corpo principale dalla cui terrazza si gode uno dei maggiori panorami.

Per chi soffre di vertigini o non è abituato ai panorami a 360 gradi si consiglia molta prudenza perché si può provare la stessa sensazione di infinito di chi arriva su una vetta.
 

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Torre Cajetani castello - Giampiero Pacifico 10
Torre Cajetani castello - Giampiero Pacifico 10

Ci sono delle storie che sono scritte nel destino delle persone e che non possono essere evitate. Quando le storie sono belle, allora diventano veramente come un sogno che si realizza.

Una di queste storie è quella che lega la famiglia Teofilatto al castello di Torre Cajetani, uno splendido piccolo borgo vicino Fiuggi, che deve il suo nome alla famiglia di Bonifacio VIII che in questo luogo aveva scelto di avere una delle sue residenze. La famosa acqua di Fiuggi ha qui una sua sorgente che veniva usata proprio dal pontefice per curare il suo ‘male della pietra’.

La storia inizia, ma forse potremo anche dire ‘riparte’ nel 1944, quando un soldato passa nei dintorni del castello e ne rimane incantato. In cuor suo pensa: “un giorno lo difenderò!”.

Il castello è allora molto grande, ma in parte rovinato da un violento terremoto agli inizi del secolo che ne aveva distrutto varie parti. L’incuria del genio civile che aveva demolito le mura pericolanti, e dei cittadini che avevano utilizzato le pietre per la costruzione delle loro case, aveva completato l’opera di degrado.

Ma quel soldato non riusciva a dimenticarsi del castello e nel 1958 ne entra in possesso.

Era Achille Teofilatto e per uno strano destino la sua famiglia era già stata proprietaria del castello dal IX secolo fino al XII quando subentrano varie famiglie nobili di Alatri ed Anagni, in un periodo storico in cui non si hanno molte notizie.

Di certo la famiglia Teofilatto appartiene a quel ristretto numero di famiglie nobiliari con oltre mille anni di storia. Anche se i loro titoli nobiliari non affondano al feudalesimo ma sono ancora precedenti, al periodo in cui le persone si dividevano in patrizi, plebei e sacerdoti.

Ma chi erano i Teofilatto e cosa ci facevano a Torre Cajetani nel IX secolo?

Teofilatto era un potente patrizio romano appartenente al gruppo degli Optimates (una sorta di senatori) presenti nel governo di Roma fino all’XI secolo.

Erano ricchi latifondisti, ecclesiasti e alti funzionari. Il suo nome compare per la prima volta nel 901 con il titolo di Judex Palatinus su una disputa che coinvolgeva l’imperatore Ludovico III di Provenza. Segno che la famiglia Teofilatto con il loro palazzo in Via Lata vicino al Quirinale aveva già un ruolo di rilievo nell’aristocrazia romana.

Nel 904 è fra i sostenitori dell’elezione di un suo parente al ruolo di papa con il nome di Sergio III e ottiene il ruolo di Magister Militum (ossia generale dell’esercito), di Vestatarius, custode dei tesori del palazzo, di Dux glorioso e di Senatore dei Romani.

In questo modo Teofilatto divenne il capo assoluto di Roma con un potere superiore a quello del papa stesso e, quindi, uno degli uomini più ricchi e influenti dell’occidente di allora.

È lui che supporta Papa Giovanni X a stringere accordi con i potentati longobardi, bizantini, presenti in centro Italia, un’alleanza che sconfigge nel 1015 i Saraceni insediatisi lungo le sponde del Garigliano e che saccheggiavano periodicamente la città di Roma e i litorali.

Il suo ‘regno’ durò una ventina d’anni fino alla sua morte, a cui seguirono quelli di suo nipote Alberico II, Princeps Omnium Romanorum, dal 932 al 954.

Con Alberico II Il potere della famiglia si espande con il controllo di vaste zone del Lazio per combattere i Saraceni e per questo si consolida a Veroli, si allarga al castello di Torre Cajetani, che allora doveva essere più simile ad un castrum, ossia ad una torre di vedetta con una fortificazione di protezione intorno.

E’ il momento di massimo splendore dei Teofilatto, che annoverano vari papi in famiglia (Sergio III, Giovanni XI e Giovanni XII), che continuano ad essere presenti sul soglio pontificio con la discendenza diretta nei Conti di Tuscolo (Benedetto VIII, Giovanni XIX e Benedetto IX).

Ad un certo punto le vicende della famiglia Teofilatto si complicano a Roma e dintorni. Uno dei figli di Alberico II, Gregorio I, forma il ramo dei Conti di Tuscolo, che si trasferisce nella fortezza situata sui Colli Albani.

Ma la Famiglia resta coinvolta nelle lotte fra papato ed impero e dopo la distruzione della fortezza di Tuscolo nel 1191 deve rifugiarsi nelle proprietà di provincia, zone di transito tra centro e sud Italia, e probabilmente proprio a Torre Cajetani.

Il forte legame fra i Teofilatto e questo castello nonché con i centri fortificati di Gavignano e di Veroli trova origine proprio in questo periodo, ma la separazione avviene già nel XII secolo quando subentrano i nobili di Alatri, di Anagni, di Segni…

Il resto della storia è noto: arriva il feudalesimo e queste aree passano dai Caetani ai Colonna, se ne impadroniscono i Borgia e poi tornano ai Caetani. Una storia di realtà locali collegata nei secoli ai Saraceni, al potere temporale della Chiesa, al fenomeno dell’incastellamento, del controllo del territorio, all’amministrazione di tasse e giustizia.

Eppure, nel 1944, un soldato, un vero antico guerriero, improvvisamente riporta tutto questo alla luce e da allora le nuove generazioni dei Teofilatto si prendono cura con amore di questo castello dove i loro antenati si erano rifugiati dopo aver vinto gli invasori Saraceni

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Torre Cajetani- Sala grammofoni by Comune di Torre Cajetani
Torre Cajetani- Sala grammofoni by Comune di Torre Cajetani

Il museo dell’Operetta a Torre Cajetani è molto di più che una semplice raccolta di memorabilia di un grande attore come Sandro Massimini, ma è il racconto di un secolo di vita sociale.

Il museo racconta la storia della ascesa della borghesia con la sua voglia di emanciparsi, divertirsi e creare un proprio stile. Se l’opera è legata soprattutto al melodramma, alle corti reali e ai grandi teatri, l’operetta racconta della vita sentimentale di persone in modo allegro e gioioso.

Nella raccolta di locandine originali provenienti da varie parti d’Europa si riesce proprio a percepire questo spettacolo scanzonato in cui anche la donna inizia ad assumere un nuovo ruolo. Non a caso nel nome della operetta più famosa è racchiuso proprio questo spirito: La Vedova Allegra, Die Lustige Witwe, di Franz Lehár.

L’operetta nasce intorno alla metà dell’Ottocento in Francia per poi andare a Vienna e a Londra. E’ una evoluzione dell’opéra-comique francese, del singspiel tedesco e della ballad-opera inglese che erano generi teatrali nati in opposizione al monopolio dell’opera italiana nell’Europa del ‘700.

E questa presunta rivalità è in parte la condanna dell’operetta ad un ruolo di secondo piano. Gli attori dell’operetta dovevano avere le stesse doti canore e artistiche di quelli di un’opera ma non avevano la stessa reputazione teatrale.

Il suo massimo splendore si è avuto con il periodo della Belle Epoque, e nei diversi paesi gli spettacoli iniziano ad avere stili e forme particolari e uniche. Stili che sono rappresentati da tre grandi compositori: Jacques Offenbach in Francia, Johann Strauss II in Austria e Gilbert & Sullivan a Londra.

Negli Stati Uniti il re dell’operetta è stato Victor Herbert che la contamina con il Jazz e il rock trasformandola in musical, spesso anche in pellicola. Si può dire che gli anni ’30 americani sono caratterizzati da pellicole di ballerini e cantanti spesso nati proprio da spettacoli teatrali.

In Italia l’operetta è legata ai nomi di Mario Costa, Virgilio Ranzato, Giuseppe Pietri e fra i titoli più famosi citiamo Addio Giovinezza e Acqua cheta (Pietri), Il paese dei campanelli e Cin Ci  (Ranzato), Scugnizza e Posillipo (Costa), La duchessa del Bal Tabarin e La Danza delle libellule (Lombardo).

Ma la rivalità con l’opera è troppo grande ed alla fine degli anni ’30 inizia la trasformazione nella rivista. Ma per pochi selezionati intenditori, l’operetta conserva il suo fascino intatto e le sue rappresentazioni sono una vera delizia.

Il più grande interprete dell’operetta è stato Sandro Massimini, nato a Milano nel 1942, che la ha rimodernata con nuovi ritmi e nuovi balli. Nella sua carriera Massimini per oltre 25 anni ha portato sulle scene le migliori operette italiane e internazionali.

Sandro Massimini si è spento giovane ma ha lasciato la sua collezione di cimeli al pubblico in modo da poter continuare a far vivere questo genere musicale capace di dare una immagine immediata degli ‘anni ruggenti’.

Una sala del Museo dell’operetta di Torre Cajetani è destinata alle proiezioni e sono visibili famose scene di spettacoli in cui apprezzare subito la sua arte e il potere coinvolgente e comunicativo dell’operetta.

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La visione di Alberico- Tonino Bernardelli
La visione di Alberico- Tonino Bernardelli

La Visione di Alberico è la storia di una visione, poi trascritta dal Monaco Guido di Montecassino, di un bambino di 10 anni che visita l’aldilà: Inferno, Purgatorio e Paradiso. La pergamena originale è ancora custodita nell’Abbazia di Montecassino ed è scritta in Gotico-Capuano.

La storia era molto nota ai tempi di Dante e si dice che lo abbia ispirato. Da notare che Dante nel corso della sua vita, si è recato almeno due volte da Firenze a Napoli facendo sicuramente sosta a Montecassino. Qui può aver sentito la storia della Visione ed aver tratto ispirazione per il suo capolavoro La Divina Commedia.

Alberico era nato intorno al 1100 da una famiglia nobile di Settefrati, nella Val Comino. All’età di 10 anni era rimasto privo di coscienza per nove giorni e nove notti, a causa di una malattia, durante i quali ebbe una visione in cui visitava l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.

Per questa sua particolarità entrò nel monastero benedettino di Monte Cassino, allora retto dall’Abate Gerardo (tra il 1111 e il 1123) e condusse una vita da monaco esemplare. Nel monastero raccontò la sua visione al monaco Guido che la trascrisse, con qualche ritocco e aggiunta.

Il racconto di Alberico si arricchiva di particolari e storie e l’Abate decise di far riscrivere la storia da un altro monaco, ma questa storia non è stata conservata. Alberico nel frattempo era stato mandato probabilmente ad Atina dove è morto.

Nella Visione, Alberico viene sollevato in aria da una colomba bianca e accompagnato da San Pietro e dagli angeli Emanuele ed Eligio a visitare prima il pozzo dell’Inferno.

Qui scopre che le pene dei dannati variano di intensità con l'età e con la gravità del peccato: gli adulteri, gli infanticidi, i padroni ingiusti verso i loro sottoposti, gli omicidi, i vescovi che hanno tollerato preti spergiuri e adulteri sono immersi in un luogo ardente di fuoco.

Nel cuore dell'Inferno Alberico trova un enorme drago incatenato che inghiotte con la bocca di fuoco molte anime fra le quali Giuda Escariota, Anna, Caifa ed Erode.

Grazie a San Pietro, Alberico raggiunge poi un campo profumato di gigli e rose, dove le anime godono in letizia del refrigerium. In mezzo al campo c'è il Paradiso vero e proprio, dove le anime entreranno dopo il giudizio universale. Qui trova San Benedetto da Norcia perché gli angeli e i santi sono già ammessi al Paradiso.

Nella Visione non è presente anche il Purgatorio e si legge di un ponte sul fiume "purgatorio" dove le anime riescono a passare se sono leggere, perché cariche di pochi peccati.

Il ponte ha la particolarità di diminuire di larghezza con la gravità dei peccati in modo che le persone più colpevoli non riescono ad attraversarlo e cadono.

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Bellegra- Reliquie Museo convento Francescano
Bellegra- Reliquie Museo convento Francescano

Ci sono 4 gradi per arrivare ad essere santi (servo di Dio, venerabile, beato e santo) e quasi cento religiosi che sono passati per il Ritiro e Convento Francescano di Bellegra sono su questa lista. Ma come è possibile?

Per capirlo per prima cosa conviene andare a Bellegra in auto o a piedi lungo una deviazione del Cammino di San Benedetto. Subiaco si vede al di la della Valle dell’Aniene e si riconosce la rocca e il monastero di Santa Scolastica. Bellegra era una delle tappe nel cammino verso Roma.

Il convento, o ritiro, è immerso in un cono di silenzio. Non siamo abituati all’assenza di rumori e forse questa è la prima forte sensazione che si prova. Si sentono i suoni del bosco e degli animali e null’altro. Non ci sono strade, radio, schiamazzi cittadini. Null’altro che pace.

Il convento è stato fondato da San Francesco durante il suo andare e venire da Roma per far approvare la Regola del suo ordine. Innocenzo III aveva dato un suo consenso verbale, ma papa Onorio III e la sua curia cambiavano articoli, perdevano documenti e cercavano di ritardare la nascita dei francescani.

Ed è grazie a papa Gregorio IX che era passato per Bellegra, e aveva conosciuto San Francesco, che la Regola venne approvata ed insieme ad essa l’autorizzazione ‘ad essere poveri’.

Una chiesa povera faceva paura a chi ancora era immerso nel compito di avere sia il potere temporale e quello spirituale su questa terra.

Il ritiro di Bellegra conserva questa semplicità e la poesia di una vita semplice che si può appena percepire visitando il museo con le piccole celle dei frati. Si vedono antiche vesti, gli strumenti con cui si flagellavano e i pochi mobili che utilizzavano.

Due Santi hanno contribuito a creare questo ‘miracolo’ di pace: San Francesco e San Tommaso da Cori nel Settecento.
Partiamo dal primo: il convento di Bellegra era una tappa del cammino e san Francesco vi sostò donando anche al convento lo spirito che avrebbero dovuto seguire i frati nei secoli successivi.

Si racconta che nella zona vi fossero molte scorribande di briganti e che i boschi fossero pericolosi. I briganti avevano anche fame e spesso andavano al convento a chiedere da mangiare. La popolazione era nel dubbio se aiutare i briganti prima della loro conversione o aspettare il loro pentimento.

San Francesco non ebbe dubbi e chiese ai suoi monaci di andare nel bosco a cercare i banditi per offrire loro a mangiare pane e formaggio. Le volte successive chiese di portare pane, formaggio e di aggiungere il vino.

La conclusione fu che i briganti cessarono le loro scorribande e tre di essi entrarono nel convento e oggi sono santificati. La conversione dei tre ladroni è la storia che ha avvolto il convento e creato l’alone di santità attorno ad esso.

Forse per questo nel 1700 San Tommaso da Cori decise di stabilirsi proprio qui dove resterà per tutto il resto della vita. Qui viene scritta la nuova Regola dei Frati Minori: 12 punti incentrati sulla meditazione e sulla povertà che poi sono stati adottati da tutti i Francescani.

Ad esempio viene fatto divieto assoluto di possedere denaro anche per usarli a fini giusti. I frati possono solo avere fiducia nella provvidenza e nella preghiera che muove la provvidenza stessa.

San Tommaso era un vero maestro spirituale e ha plasmato questo luogo sullo spirito francescano, che si era affievolito nei secoli, e ha fatto del silenzio e della ricerca interiore le basi della vita quotidiana dei frati di Bellegra.

Non a caso, dopo di lui sono avvenute le incredibili manifestazione di santità in molti frati tanto da essere giunti quasi al numero di 100 persone che sono sui vari gradi verso la santità.

Il convento ospita una scuola di meditazione per religiosi e pellegrini che vogliono sostare una notte nel loro cammino, che è sempre anche un cammino interiore. Una esperienza a San Francesco di Bellegra è qualcosa che segna la vita e, forse, può essere l’inizio per molti altri verso la santità.

Non dimenticate di sostare una notte in questo convento durante il cammino verso Subiaco. 

Vi cambierà la vita!

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I sotterranei della Cattedrale di Anagni

Nei luoghi più nascosti dei grandi edifici che hanno fatto la storia, sotto i nostri piedi, si nascondono ambienti affascinanti, quasi sempre sconosciuti persino a chi vive nelle immediate vicinanze.

È questo il caso delle strutture sotterranee della Cattedrale di Anagni. Molti conoscono la celebre cripta di San Magno (nota come la “Cappella Sistina del Medioevo”) con i suoi mirabili affreschi perfettamente conservati, posta al di sotto dell’altare maggiore della Cattedrale, ma pochi sanno che esistono degli ambienti interrati nel vicino Orto dei Canonici, detti “grottoni”. I grottoni sono in realtà le fondamenta di un palazzo vescovile che nel medioevo era unito alla Cattedrale.

Probabilmente, ai tempi di papa Bonifacio VIII, funzionavano da scuderie e mettevano in collegamento l’episcopio con il vicino Palazzo Trajetto, appartenuto allo stesso papa.

In questo luogo si può rivivere la storia della grandezza di Anagni attraverso le più misteriose strutture che nel corso dei millenni hanno caratterizzato il colle sacro della città, la cittadella fortificata con la Cattedrale e i palazzi papali.

I primi scopritori credettero di trovarsi di fronte a delle grotte e solo più recentemente, grazie agli studi degli archeologi e degli storici, i segreti legati a questi luoghi si stanno svelando ai cittadini e ai molti visitatori che raggiungono la Città dei Papi per riscoprire le nostre tradizioni.

Per coloro che visitano il percorso museale della Cattedrale, il tour si conclude con gli ambienti del Lapidario, aperti su una grande terrazza panoramica affacciata sui verdi monti Ernici, alle spalle di Anagni.

In pochi si accorgono che sotto il pavimento si cela un enorme spazio cavo, usato fino a qualche decennio fa come cisterna per la raccolta dell’acqua piovana e mai aperta al pubblico.

Durante la visita speciale organizzata nel weekend del 2, 3 e 4 giugno 2017 sarà possibile accedere in questo ambiente dal fascino unico. Tenteremo di capire insieme la sua storia e di verificare in prima persona le diverse teorie che ruotano attorno ad esso: si tratta di un’antica chiesa? Di una cripta?

Questi ambienti saranno visitabili insieme per la prima volta grazie ad un percorso guidato realizzato appositamente per quei visitatori curiosi e intraprendenti, novelli speleologi che hanno voglia di scoprire la storia più affascinante della nostra cattedrale attraverso le vicende edilizie dei suoi angoli più nascosti.

venerdì 2, sabato 3 e domenica 4 giugno 2017 saranno organizzate visite di un’ora che possono essere effettuate solo con guide del Museo della Cattedrale di Anagni e dall’Associazione Artesìa. E’ indispensabile che tutti i partecipanti indossino calzature e abiti comodi. Si consiglia la prenotazione al tel: 0775 728374 (9:00 - 13:00 / 15:00 - 19:00) Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Sito internet: www.cattedraledianagni.itwww.artesiaroma.it 

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Vico nel Lazio chiesa Santa Maria - Bettiol - 14
Vico nel Lazio chiesa Santa Maria - Bettiol - 14

Per una tradizionale famiglia italiana, non ci può essere orgoglio più grande che quello di consegnare un bambino al servizio di Dio, sia come prete o suora.

Per uno straniero questa può sembrare una situazione insolita in una società moderna dominata da rapporti umani egoistici e dal denaro, ma quando si cammina all'interno delle mura di una vecchia città come Vico nel Lazio, e si è proiettati indietro nella sua storia medievale, è possibile comprendere un po’ di più la storia della Chiesa e l’effetto che ha sulla sua gente.

Una storia dove i nobili e perfino le famiglie con meno "sangue" davano i loro figli più giovani alla chiesa. Naturalmente, per i nobili, l'ambizione era di salire la scala del potere per ottenere un cardinale, o magari anche un papa.

L'assenza di un figlio per i diversi anni di studio e di preghiera viene premiata se quel 'ragazzo' diventa prete e torna alla comunità per servire e aiutare. Per una famiglia deve essere una grande gioia quella di accogliere a casa come sacerdote nella sua città natale il figlio, ora figlio di Dio, specialmente all'interno delle mura di Vico nel Lazio.

Questa celebrazione si è svolta domenica 14 maggio, quando Don Mattia ha celebrato la sua prima messa all'interno delle mura di Vico nel Lazio tornando da Roma. Solo la domenica precedente, infatti, don Mattia era stato ordinato da Papa Francesco a San Pietro dopo aver frequentato il Pontificio Seminario Maggiore di Roma.

Ora immaginate la scena a Vico nel Lazio attraverso gli occhi e le orecchie di uno sconosciuto, quando la città ha aperto le sue mura e ha accolto il figlio a casa per celebrare la sua prima messa.

Ci sono molte chiese disseminate dentro e fuori le mura di Vico, ognuna con una targa vicino alla porta d'ingresso che racconta la sua storia. Santa Maria è una chiesa benedettina romanica del XIII secolo ed è dedicata alla Madonna del Rosario ed è stato qui che Don Mattia ha scelto di iniziare la sua guida delle anime di questa città.

L'ingresso principale della chiesa è dalla piazza, sul lato sinistro dell’edificio. Vicino l’ingresso, appena oltre la porta, in una teca di vetro, si trova una bella statua di Madonna in un mantello bianco splendidamente ricamato mentre la statua principale della Madonna è sopra l'altare ornato.

A quanto pare, Don Mattia era stato membro della Confraternita della Madonna del Rosario sin dall'infanzia. Ed era un membro particolarmente importante nei giorni di festa per portare la statua in processione per la sua forza. Tuttavia, in questo giorno la processione, dalla sua casa materna all'entrata principale della chiesa, era in suo onore.

Siamo arrivati presto in una calda giornata di primavera per trovare posto sulle panche già affollate. Fuori la chiesa, la banda locale, per lo più ottoni e tamburi guidati da alcuni clarinetti, era preparata per la cerimonia di accoglienza. Nel momento in cui le campane suonavano, la chiesa era già traboccante.

Mentre sedevo ad aspettare, osservavo il pubblico e mi divertivo con le statistiche: sembrava che l'età delle signore del Vico nel Lazio avesse strane connessione con la loro presenza in chiesa. La mia scelta di un posto alla fine di un banco, infatti, non ha protetto la mia relativa giovinezza, dato che ad un certo punto sono arrivate una serie di signore ottuagenarie con una maggiore necessità di tali posti.

La chiesa era piena di emozionante attesa quando Don Mattia è entrato accompagnato da sacerdoti locali. Il coro, in piedi a sinistra dell'abside, è stato completato dai membri della banda che avevano terminato la loro prestazione pre-messa. Il coro era una combinazione di bambini abbastanza piccoli e di uomini in anni avanzati, che adempivano ai ruoli di basso e baritono.

Nei banchi frontali vi era la famiglia e i rappresentanti delle autorità, mentre ai lati vi erano gli uomini della città, soprattutto adeguatamente vestiti per l'importanza della celebrazione.

Il celebrante Don Mattia ha celebrato le sue funzioni della messa con dignità emotiva e gioia manifesta. Il ‘segno della pace’, la comunione, è stato dato liberamente e ampiamente, e i comunicanti si sistemavano in lunghe code per ricevere la benedizione dal loro nuovo sacerdote.

La "festa di compleanno" è entrata nel suo pieno svolgimento dopo la conclusione della messa, quando sono stati annunciati e consegnati i doni: in primo luogo una icona dalle parrocchie di Vico, poi un set con il necessario per celebrare la Messa dal sindaco e una casula mariana dalla Confraternita.

E poi sono venute le feste, i fuochi d'artificio in pieno sole, un lungo pranzo e una torta! Questo è come si Accogliere, celebra e adora Dio con un felice spirito italiano!

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Anagni - Rio e Marmitte dei Giganti - Carlo Ribaudo
Anagni - Rio e Marmitte dei Giganti - Carlo Ribaudo

Molto vicino al centro storico di Anagni esiste un ecosistema che è rimasto immutato da millenni: quello del torrente Rio.

Il Rio è, come dice il nome, un torrente che nasce nella zona montuosa a nord di Anagni, i famosi Monti Ernici dal nome del popolo pre-romano che li abitava. Nel suo percorso il Rio scava canali molto profondi tra strati di arenaria prima di arrivare in pianura e confluire nel fosso delle Mole, che a sua volta si getta nel fiume Sacco.

Il Rio è formato da più rami e quello che proviene dal monte San Giorgio è il più ripido. Su questo monte si trovano ancora i resti di una fortificazione medievale, lungo l’antico tracciato che collegava le città di Anagni e Acuto.

Questo ramo del Rio ha dato origine a particolari fenomeni: un elemento che ha disegnato la morfologia di questo ambiente e stata l'acqua abbondante dell'ultima glaciazione terminata circa diecimila anni fa.

L'elemento più caratteristico del Rio sono le cosiddette vaschette, nelle quali si possono riconoscere le "marmitte dei giganti", una sorta di pentoloni. Si tratta di profonde depressioni a forma di pozzo presenti nelle rocce, che nascono dall'erosione fluviale, in presenza di una grande quantità d'acqua e di una forte pendenza.

Scendendo con una certa impetuosità il torrente trascina una grande quantità di pietrisco e nei punti in cui si forma un vortice, i ciottoli, scagliati con forza contro la parete rocciosa, la erodono. Così, nel corso dei millenni, si sono scavati questi pozzetti. Ovviamente la condizione essenziale era che il pietrame trasportato fosse più duro di quello della roccia del letto del fiume.

Il nome "marmitte dei giganti" deriva da antiche credenze popolari. Si dice che queste incavature regolari aperte nella roccia erano degli enormi calderoni usati dai giganti per preparare i pasti.

Queste leggende si potrebbero associare ad altre che raccontano della costruzione delle imponenti mura megalitiche, dette anche ciclopiche, molto diffuse in questa zona del Lazio Meridionale

In ogni caso, le ‘marmitte’ sono una suggestiva formazione geologica che assume brillantezza particolare con lo scorrere delle acque e che merita una passeggiata per visitarle e fotografarle. Purtroppo attualmente il Rio versa in condizioni di grave degrado, a causa di rifiuti e scarichi illegali, che ne stanno compromettendo la bellezza.

Le ‘marmitte’ sono presenti in altre regioni italiane, in particolare in quelle dell'arco alpino, dove sono sempre di grande richiamo turistico. Nella provincia di Frosinone si trovano nelle gole del Melfa, nella valle di Canneto e nelle Grotte di Falvaterra.

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