Osservatorio Campo Catino
La visita all’ osservatorio Astronomico di Campo Catino, una delizia per gli Astroturisti

Ami lo spazio? Allora devi assolutamente venire all’osservatorio Astronomico di Campo Catino, in montagna a 1500 metri di altezza: uno dei più visitati dagli amanti dello spazio e dagli astroturisti di tutto il mondo.
Hai mai guardato un cielo stellato? Hai mai provato a guardare lo stesso cielo con le lenti dell’Osservatorio Astronomico di Campo Catino? Con la guida di un esperto, le emozioni si moltiplicano e possiamo veramente sentire di essere una parte di un universo più grande che ci avvolge e ci penetra.
L’osservatorio è gestito dall’Associazione Astronomica Frusinate da oltre 30 anni e in questo periodo è stato protagonista di ben 42 importanti scoperte scientifiche: 35 piccoli pianeti tra Marte e Giove e 7 pianeti extrasolari che ruotano attorno ad altre stelle. L’osservatorio è infatti specializzato proprio in asteroidi e pianeti.
L’attività di ricerca è portata avanti da ricercatori universitari anche in collaborazione con altri Osservatori della Rete Mondiale di cui l’osservatorio astronomico di Campo Catino fa parte. Sono attive collaborazioni con partner scientifici in Cile, Australia e USA.
Campo Catino è stato uno dei primi osservatori ad essere costruito in montagna ed oggi ha una posizione invidiabile. Allora i fondatori sono stati lungimiranti ad aver capito in anticipo il problema dell’inquinamento luminoso. La sua posizione sugli splendidi Monti Ernici ha favorito l’attività di ricerca ed ha dato origine ad un particolare tipo di turismo, quello culturale in cerca di emozioni uniche.
Il vicino piccolo borgo di Guarcino è il naturale completamento della esperienza di scrutatore dello spazio. Il borgo medioevale ha dato i natali alla madre del famoso papa Bonifacio VIII, quello dello schiaffo di Anagni, ed ha un caratteristico centro storico.
Le montagne attorno a Campo Catino offrono piste da sci in inverno e speciali passeggiate naturalistiche in estate. Si può provare il brivido di seguire le orme di uno dei sentieri percorso da San Benedetto, il fondatore del monachesimo e un patrono d’Europa, che è passato proprio da queste parti andando da Subiaco a Montecassino.
Le emozioni si arricchiscono poi con le delizie enogastronomiche di Guarcino e degli Ernici, che vantano un particolare tipo di prosciutto locale proveniente da maiali allevati in modo naturale e la caratteristica pasta fatta in casa. A chiusura del pranzo vengono poi serviti i caratteristici ‘amaretti’ di Guarcino, un particolare biscotto secco fatto con le mandorle.
Tutte queste varietà di offerta culturale rendono ancora più attraente una visita a Campo Catino e, in questi anni di attività, l’Osservatorio è stato visitato da oltre 140.000 visitatori distribuiti durante tutto l’anno ed ha organizzato oltre 400 eventi. La passione per le stelle non conosce stagione e ogni mese riserva emozioni particolari agli occhi di un attento scrutatore.
Un astrofilo, un viaggiatore in cerca di esperienze, non si ferma davanti a nulla pur di arrivare a realizzare il suo sogno e in questo piccolo angolo della Ciociaria sono arrivati astroturisti dal Giappone, dall’Australia, dalla Cina, dal Canada.
L’osservatorio ha attrezzato una parte della struttura anche ad uso didattico per le scuole e per chi intende avvicinarsi per la prima volta allo studio delle stelle e dei pianeti. E’ aperto 2-3 giorni a settimana e conviene scrivere una mail per fissare un appuntamento ed essere sicuri di riuscire a godere di questo piccolo gioiello tecnologico che ha già festeggiato 30 anni di attività.
 
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Festa della Madonna di Loreto ad Arpino
Arpino e il suo legame con la Madonna di Loreto

Beati quei popoli che hanno una storia…e ad Arpino non è la storia che manca, come quella del suo legame con la Madonna di Loreto, la celeste Signora Lauretana.

Il culto ha inizio il 10 Dicembre del 1656, quando una grave pestilenza si abbatté su tutto il territorio confinante con Arpino provocando migliaia di morti. Il Duca Ugo Boncompagni, signore di Arpino, Sora e Arce, chiese l’aiuto alla Madonna di Loreto e fece voto di donare una lampada d’argento e di tenerla sempre accesa a sue spese.

Se fosse rimasto immune dalla peste sarebbe andato di persona a Loreto ”a fare quell’obbligo, et eseguire il voto”. Il voto fu annunciato durante una cerimonia solenne nella Chiesa di San Michele, la Madonna esaudì la richiesta e Arpino non subì la peste.

Ancora oggi, i cittadini di Arpino si recano a Loreto e a dicembre in paese si svolge una imponente processione religiosa e per un mese viene esposta la statua della Madonna.

Questa statua è gelosamente custodita dalle Suore di Clausura nel Monastero Benedettino di Sant’Andrea, in quanto si narra che fu proprio una di loro a chiederla come regalo a suo padre. L’uomo la fece costruire a Loreto e gliela donò. Per questo la processione parte dal convento e viene portata alla Chiesa di San Michele a Dicembre, mentre a Gennaio viene riportata con un’altra processione nel convento delle suore.

La storia della statua è particolare: 100 anni dopo il primo miracolo, nel 1756, il famoso artista Michele Stoltz, che si trovava in quel periodo in paese. È lui ad aver costruito la macchina in legno che ancora viene usata per il trasporto a spalla della statua nelle processioni.

Il culto si è rafforzato nei secoli perché la Madonna di Loreto ha protetto Arpino anche in altre circostanze. Come quando le truppe francesi di Napoleone conquistarono l’Italia spargendo sangue e distruzione.

Era il 1798: l’esercito francese si avvicinava minaccioso ad Arpino e il popolo si affidò ancora alla sua Madre Celeste, chiedendo la sua protezione. La mattina dell’11 marzo furono assalite Castelliri e Isola del Liri, ma quando arrivarono ad Arpino i francesi si fermarono.

Le campane di tutte le Chiese di Arpino suonavano a distesa, il popolo implorava la protezione della Madonna di Loreto, facendo processioni per penitenza, e tutte le statue della Madonna furono portate a San Michele. Poi le statue furono messe ‘fuori porta’ (dove oggi c’è il belvedere) e i francesi che erano giunti sotto le mura in assetto da guerra, scapparono impauriti senza alcuna ragione.

Fra’ Giuseppe Palma dell’Abbazia di Trisulti, raccolse le dichiarazioni dei francesi che dissero che si erano ritirati per non scontrarsi con un esercito vestito di bianco di 9 - 10 mila persone sotto Arpino. Gli anziani dicono che erano state le piante di ulivo ad apparire sotto le sembianze di guerrieri.

Per ringraziare ancora una volta la Madonna, gli abitanti di Arpino la nominarono come principale protettore della città, lasciando San Michele Arcangelo e San Pietro Martire come minori, e il 10 Dicembre è diventato giorno di festa solenne. Un altro giorno importante è l’8 Settembre 1902, in cui fu fatta l’incoronazione della Madonna e del Bambino che ha in braccio.

La festa del 10 dicembre continua e si è arricchita di un mercatino degli artigiani del posto e di un mercato con la vendita di prodotti locali dove si possono fare vari assaggini delle prelibatezze della Ciociaria.

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Sgurgola stemma Colonna
Sgurgola, Sculca, Sgorga, Scruta … ma sempre Bellatrix!

Ci sono molte storie sul significato di Sgurgola e dello spirito Sgurgolano, ma la più bella è quella legata al suo stemma Bellatrix! Sono chiamati ‘scoppettieri’ dai comuni limitrofi. Gente dal carattere indomito che nell’Ottocento li ha addirittura portati a creare una propria ‘piccola armata garibaldina’ per andare a conquistare Roma!

Bellatrix vuol dire ‘donna guerriera’ (ed è anche una luminosa stella di Orione) e Sgurgola lo ha scritto nel suo stemma come simbolo della sua personalità. Un popolo di belligeranti focosi sempre pronti a lottare per far valere le proprie ragioni. Questi sono i pregi e i difetti degli sgurgolani: lottano sempre per le proprie idee e per questo spesso non riescono a mediare e a fare squadra con gli altri.

Sgurgola nasce come punto di vedetta per il controllo della Valle del Sacco. La sua formazione geografica, con un piccolo pianoro in quota, la rendeva perfetta per la costruzione di una torre, poi diventata presidio militare e poi trasformato in castello.

L’obiettivo era controllare la Valle del Sacco dove passavano tutti i vari eserciti.

La storia del Lazio si può riassumere in modo sintetico in questo modo: dopo la caduta dell’impero romano arrivano le invasioni di barbari e saraceni. Le popolazioni che vivevano in pace nelle fertili valli si spostano in alture vicino a torri o monasteri presidiati. Nascono poi i castelli, i borghi dentro le mura e arriva un feudatario nominato dalla Chiesa (siamo nello Stato Pontificio).

Nel Rinascimento torna la pace e molti castelli si trasformano in palazzi signorili e le valli tornano ad essere popolate. Con il Barocco arrivano nuovi fasti e si trasforma l’interno di molte chiese esistenti. Poi passa l’esercito di Napoleone che in modo scientifico depreda e distrugge molte chiese.

Sgurgola era un presidio militare abitato quindi da guarnigioni militari che, per loro natura, sono belligeranti. Le grandi vie commerciali, dove passavano e si scambiavano persone e idee, erano dall’altra pare del fiume e il paese ha quindi vissuto una vita sociale concentrata al suo interno.

Il suo feudatario, il principe Colonna, non prestava molta attenzione a Sgurgola e la usava come ‘bancomat’ imponendo un governatore preso sempre da altre regioni. Non ha costruito palazzi o opere particolari nel Rinascimento. Si vede un palazzotto vicino l’area del castello, si riconosce lo stemma sul portone, ma Sgurgola era utile soprattutto per le tasse dei suoi cittadini.

Un bambino che cresce senza amore è un bambino che può diventare triste o guerriero. Così gli sgurgolani diventano ancora più guerrieri e con un innato senso di ribellione a tutte quelle che sembrano proposte che vengono da una autorità centrale che non persegue il bene comune.

L’episodio più significativo di questa sofferenza all’autorità e di questo spirito guerriero è avvenuto nel periodo in cui Garibaldi stava risalendo l’Italia dopo lo sbarco a Marsala. Gli Sgurgolani si sentivano eccitati all’idea di liberarsi del feudatario e di un regime che fino ad allora non gli era stato vicino e decidono di supportare Garibaldi nella sua marcia su Roma.

Formano una piccola armata di una quindicina di uomini, indossano le camice rosse e si recano incontro all’esercito. Arrivati a Valmontone scoprono che Garibaldi si era fermato a Teano e che aveva fatto un accordo con il re d’Italia e tornano indietro.

Questa è Sgurgola, questo il suo fiero popolo. Se andate a Sgurgola e vi imbattete in accese discussioni non vi preoccupate. Quello che in altri paesi sarebbe un dibattito feroce combattuto all’ultimo sangue, qui a Sgurgola è una chiacchierata fra amici per decidere cosa fare la sera. Poi tutto torna sereno.

Ma durante le loro feste questo spirito si trasforma in caciara giocosa e in divertimento da non perdere!

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Piccoli Musei da scoprire: il museo del Costume Teatrale di Serrone

Il museo del costume teatrale di Serrone è un piccolo scrigno dove il visitatore può liberare la fantasia e calcare i palcoscenici del mondo immedesimandosi in questo o quel personaggio.

Diventare un ballerino, un conte del settecento, un signore dell’Ottocento o indossare degli abiti che sembrano usciti da un quadro di Mirò.

Il museo del costume teatrale nasce grazie al dono di una famosa costumista del secolo scorso, Bice Minori, che era originaria di questo paesino ciociaro. Bice amava molto Serrone e qui aveva trovato anche assistenti nel suo lavoro di sartoria teatrale che svolgeva a Roma. Ha creato una piccola ‘scuola’ e così si è diffusa la cultura dell’abito di scena che poi ha dato vita ad un magnifico presepe.

Come sempre, infatti, la vita si sviluppa in processi di azioni e reazioni e questa passione per i vestiti di scena è quella che poi ha portato gli abitanti di Serrone a creare uno dei più grandi presepi etnografici. A Natale, oltre 150 manichini con accurati riproduzioni di abiti storici fanno rivivere scene della natività e scene di vita del secolo scorso in Ciociaria.

Ma torniamo al Museo del Costume di Serrone dove gli esperti di teatro e di sartoria possono rivivere emozioni particolari. Infatti nel museo si trovano costumi indossati da grandi attori in produzioni che alcuni di noi ancora possono ricordare. La maestria di alcune composizioni e l’arditezza di alcuni accostamenti sorprendono anche le menti raffinate.

Bice Minori era stata la sarta personale di Eduardo de Filippo e i suoi vestiti sono stati indossati da Vittorio Gassman e Beppe Barra. Alcuni costumi storici e fantasiosi provengono dall’Orlando Furioso, il famoso poema settecentesco di Ludovico Ariosto, altri dalla Gatta Cenerentola, la prima opera in lingua napoletana di Gianbattista Basile che viene considerata l’ispiratrice della favola Cenerentola di Perrault.

Il museo è ricavato in un edificio del centro storico al quale si accede passeggiando in uno dei borghi più caratteristici d’Italia realizzato in pietra calcarea bianca. Dai vicoli si gode di una incredibile vista che spazia da Roma a tutta la Valle del Sacco.

Serrone sorge sulle pendici del monte Scalambra ed il suo ruolo originario era proprio di vedetta e di presidio della strada fra Roma e l’Abruzzo. Una strada usata molto dai pastori per la transumanza fin dal tempo dei Romani.

Oggi la tradizione teatrale e la maestria della sartoria artigianale di grande qualità continua con le nipoti di Bice Minori che la hanno fatta diventare una caratteristica di Serrone.

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Agro Pontino a Berlino
Il ‘gustoso’ marchio Agro Pontino: dalla storia alla tavola

Per noi italiani il marchio Agro Pontino esiste da sempre ma serviva un logo per farlo riconoscere anche all’estero. La storia della Pianura Pontina e della nascita dell’Agro Pontino sembrano recenti ma affondano le loro radici nei secoli.

Per un particolare destino, nelle coste del basso Lazio, a sud di Roma, si era formata una lunga duna costiera che aveva impedito il deflusso a mare delle acque. La duna si può ancora vedere a tratti a Sabaudia e nel Parco Nazionale del Circeo ed ha un suo fascino particolare, con la sua vegetazione caratteristica della macchia mediterranea.

Dietro la duna si era formata una palude le cui dimensioni variavano nei secoli. Secondo una antica leggenda questa era dovuta alla ira di Giunone gelosa di una delle amanti di Giove.

I primi tentativi di regimentare i flussi con dei canali che raccoglievano le acque provenienti dai Monti Lepini erano stati fatti addirittura dal popolo Volsco. Il nome stesso di Pontina deriva dall’antica città Volsca di ‘Suessa Pometia’, poi sottomessa dal re romano Tarquinio il Superbo. Reti di canali sotterranei si possono incontrare un po’ ovunque.

Durante i romani la palude era ‘domata’ e qui corre la via Appia che collegava Roma con il porto di Brindisi e, quindi, con tutto il Medio Oriente. In questo tratto la via Appia viene chiamata ‘Fettuccia’ perché corre rettilinea per oltre 40 chilometri. Più in alto, lungo la costa dei Monti Lepini, corre la via Francigena usata nel medioevo sempre per raggiungere Brindisi ma in un tracciato lontano dalle pianure infestate da barbari e saraceni.

I nomi dei canali raccontano proprio la storia dei diversi tentativi di bonifica: Rio Martino iniziato dai romani ma con il nome di un papa, Fiume Sisto per il papa Sisto V e Linea Pio VI per un altro papa (per molti anni queste terre sono state governate dallo Stato Pontificio). E infine il canale Mussolini che non ha bisogno di spiegazioni.

La vera bonifica si ha con il periodo fascista quando venne realizzata tutta la rete di canali e organizzato il sistema di idrovore per pompare le acque fino al mare. Per lavorare alla bonifica e per popolare queste nuove terre vennero chiamate colonie di persone dal Veneto, una terra impoverita dal primo conflitto mondiale. Così i nomi dei nuovi borghi e delle strade richiamano incredibilmente monti e fiumi del Veneto che erano stati il teatro di battaglia della prima guerra mondiale.

L’Agro Pontino ha quindi una identità unica data dalla geografia del posto e dalla storia. Una storia che si distingue da tutte quelle dei paesi vicini per questo arrivo di popolazioni ‘esterne’ ai luoghi. I veneti si sono perfettamente integrati e amano questi territori ma la loro identità nasce dal lavoro di squadra, dalla cooperazione e dalla voglia di raggiungere insieme obiettivi condivisi.

Il risultato è una pianura fertile grazie al suo passato, alle acque sorgive, al profumo del vicino mare e alla caratteristica geologica. Una terra che da subito è diventata il luogo preferito per coltivare gli ortaggi per Roma, molto ricercati per i loro sapori.

La nascita del marchio Agro Pontino

Le piccole imprese dell’Agro Pontino capiscono subito l’importanza della cooperazione anche da un punto di vista finanziario e nel 1952 fondano la Cassa Rurale e Artigiana dell’Agro Pontino. L'istituto di credito si evolve con l’Europa ma mantiene il forte legame territoriale e decide di favorire la nascita di un marchio ‘Agro Pontino’ proprio per trasmettere meglio l’identità e la qualità delle produzioni agricole della pianura pontina.

‘L’idea del marchio è stata come un ‘uovo di Colombo’. Il marchio era già dentro ognuno di noi. La qualità dei prodotti dell’Agro Pontino era già nota e riconoscibile da tutti gli italiani ma non avevamo mai pensato di associarla ad un disegno e di utilizzarla tutti insieme. Se si va a leggere i siti di tutte le cooperative aderenti si trovano praticamente le stesse parole sulla storia e sulla identità dei prodotti. Il marchio era già in ognuno di loro, occorreva solo formalizzare un logo.

Questo sono le parole di Maurizio Manfrin, presidente della banca che ha patrocinato l’iniziativa. L’idea di racchiudere le radici comuni degli agricoltori nel marchio Agro Pontino è nata in occasione di una missione all’estero di alcune cooperative. Siamo nel 2017 e questa volta 10 cooperative che raccolgono centinaia di piccoli agricoltori decidono di partecipare insieme alla manifestazione Fruit Logistica a Berlino.

Grazie alla storia di questa pianura, le piccole imprese hanno una lunga esperienza di lavoro in gruppo. Sappiamo tutti che lavorare in squadra non è una caratteristica italiana, ma qui è nel DNA delle imprese. Hanno tutti iniziato nello stesso modo e non ci sono storie del passato a dividerli. Hanno iniziato a creare cooperative di piccoli produttori già dal dopoguerra e questa esperienza ha consolidato la capacità di comprensione reciproca e di focalizzarsi su obiettivi comuni.

La qualità è il vero elemento unificante e la voglia di far conoscere a tutti le particolarità di ortaggi a cui la combinazione del terreno, del clima e della vicinanza con il mare dona un sapore unico. Un sapore che si distingue e che è apprezzato da chef e da chi si intende di cucina.

Berlino è l’occasione per far conoscere al mondo le Zucchine, le Angurie,Ravanelli Rossi, le Rape Bianche, i Cavoli Rapa, le Melanzane, i Pomodori, i Meloni e gli altri ortaggi dell’Agro Pontino e anche di far conoscere un pezzo dei 3000 anni di storia di questi territori.

E non abbiamo citato le Insalatine da Taglio che da qualche anno sono fra le preferite dai consumatori italiani!

Le cooperative e le imprese che hanno da subito aderito a questo marchio e che si presentano unite sono la Sotea, la Agri Italia, la Agrieuropa, la Cooperativa Baselice, la Cooperativa Agricola, la Cortese, la Ortofrutticola Sabaudia, la Agricola Di Girolamo Gianni, la Mediana e la Pontinatura.

Il cammino è iniziato, l’Agro Pontino è pronto a far conoscere al mondo la qualità e il gusto delle sue delizie e l’amore dei suoi agricoltori. Buon Appetito!

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Rocca Priora: un affaccio sull’eterno

Quando per qualche motivo mi ritrovo a salire a Rocca Priora, mi è irrinunciabile affacciarmi da quella terrazza naturale, che dal punto più alto dei Castelli Romani, domina tutto l’orizzonte.
Il panorama spazia da tutti i lati: da nord a sud, da est a ovest, il limite celeste non si interrompe continuando senza fine il suo severo disegno.
Dietro il Palazzo dei Savelli si apre un piazzale panoramico che costituisce la più invidiabile attrattiva del paese. Da questo terrazzo si domina la Valle del Sacco e lo sguardo indugia volentieri con un senso di sorpresa e di smarrimento. Arrivare a questa terrazza naturale passando per gli angusti vicoli medievali del borgo, mi da la sensazione di entrare in un osservatorio stupendo in cui lo sguardo abbraccia tutto intorno, bellezze di una suggestione indimenticabile.
La vallata senza fine è disseminata di centri abitati, ricchi di storia, adagiati nella pianura o addossati sui pendii. Appare da lontano Anagni con l’imponente edificio del Collegio Leoniano e ancora più in là Fumone, sul cucuzzolo di una montagna, in cui fu segregato papa Celestino V per mano del suo successore Bonifacio VIII.
Mostrano i loro austeri castelli Paliano e Valmontone, mentre Colleferro si riconosce dai suoi fumaioli. Piglio si affaccia timidamente nella sfumatura della lontananza. Distintamente si delineano Palestrina, Labico, Zagarolo, San Cesareo, Gallicano, Cori, Rocca Massima, la foschia sovrastante il bacino del lago di Bracciano e più giù ancora la cima del Monte Soratte.
E poi Roma, la Città Eterna, con gli infiniti monumenti che si elevano dai suoi colli, le numerose strade della pianura brulicanti di vita. Chiude l’orizzonte ad occidente la luminosa striscia del mar Tirreno, in cui alla sera occhieggiano i fari di Ostia e di Fiumicino. E a oriente, dietro questo grandioso spettacolo, si erge la catena appenninica dei monti Lepini, Ernici, Prenestini, Tiburtini, Sabini ed Etruschi e sullo sfondo i dorsi innevati della Maiella e del Gran Sasso.
Sotto gli occhi, a breve distanza, si elevano dai loro poggi Monte Compatri, dominato dal Convento di San Sebastiano, e Colonna con il serbatoio idrico, mentre in direzione sud occidentale si stagliano i lineamenti di Castel Gandolfo con il palazzo pontificio.
Sembra di sognare quando al tramonto il sole accende con i suoi ultimi raggi fantastiche cortine di nubi e più tardi quando dai monti al mare, la pianura si dissemina di luci come una selva incantata, punteggiando le strade dell’immensa città, le vie consolari, le borgate e paesi, villaggi e cascine a migliaia.
Nel fondo della notte il cielo non ha più confini. Il reticolato stellare della volta celeste si confonde con quello terreno delle luci dei borghi e delle abitazioni isolate.
Al curioso che si affaccia su quel balcone, lo sguardo spazia oltre alle distanze anche nel tempo. Non sarà difficile intravedere nel mezzo della pianura, il via vai degli eserciti che dal Regno di Napoli marciano verso la Città dei Papi. Oppure riconoscere le tende degli accampamenti militari sparsi qua e là nella campagna romana, vigilare costantemente per gli attacchi dei briganti che a cavallo svaniscono nei boschi. Oppure, in dissolvenza, scorgere il corteo variopinto di papa Paolo V che seguendo il rettilineo della via consolare, si appresta a salire sulla rocca col suo codazzo di dignitari.
Realtà e fantasia non sono più scindibili. Tutto ciò che è terreno, passeggero, provvisorio e precario si sostituisce ad un senso di eternità. La descrizione più appropriata di questo stato d’animo la ritrovo nelle parole del Dandini e del de Juliis:
“L’enumerazione dei particolari del quadro, non può essere che incompleta ed insufficiente, perché essa non dice l’inesprimibile. Non sa dire quali dall’ampia corona dell’orizzonte sono le luci che la ravvivano con combinazioni di toni spesso così squisiti da sembrare portentose, ma che pure talvolta, quando oscure fumano le nubi sull’Appennino, la tramutano in spettacolo quasi fantastico di severità imponente e neppure quale e quanto fascino emani, come un effluvio, da questa terra di incanto, il cui verde si attenua tutto intorno nel glauco pallore degli ulivi e dei pampini rigogliosi e dei grani che ondeggiano al vento di ponente”
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La tradizione dello Scottone nelle mani di un giovane Pastore

Una piazza nel paese, un tegame in rame, un giovane pastore diventano protagonisti dell’antica tradizione del formaggio Scottone a Rocca Priora.

La Sagra dello Scottone anima le fredde domeniche di Rocca Priora, che occupa la vetta più alta dei Castelli Romani in una atmosfera magica. Il formaggio scottone è qualcosa di diverso dai tradizionali formaggi.

Per conoscere i segreti dello scottone, vado al caseificio dove Damiano e la sua famiglia vivono in simbiosi con la natura. Mi allontano dal paese, percorrendo una strada che sembra tagliare a metà il bosco fino a che non compare di nuovo il sole. Ad un certo punto il panorama si apre verso prati e colline dal declivio dolce ideale per lasciare pascolare il proprio gregge.

Lì mi aspetta Damiano Felici, l’ultimo di sette generazioni di pastori, una persona moderna ma legata alle tradizioni. Mi accoglie con una gentilezza di altri tempi aprendomi le porte del suo mondo: il camice bianco, gli alti stivali e un volto gioioso mentre mi mostra con orgoglio i frutti del suo lavoro.

Si definisce “l’Ultimo dei Moicani”, lui che fin da bambino ha coltivato l’amore per la natura e per la pastorizia. Quando gli altri cercavano “mestieri comodi” lui ha scelto di conservare la tradizione.

Ho la fortuna di conoscere Damiano da trenta anni, eravamo dei bambini e già condividevamo lo stesso amore per il nostro paese.

Ne approfitto per farmi raccontare della tradizione dello scottone roccapriorese.

È un fiume in piena: le sue giornate iniziano alle 3,30 di mattina con la mungitura delle pecore, rigorosamente pascolate nei prati di Rocca Priora. Poi si passa alla lavorazione del latte che viene portato ad una temperatura di 35/36°C a cui viene aggiunto del caglio, un enzima naturale che solidifica il latte. A quel punto decide cosa realizzare: una fresca caciotta o del prelibato pecorino romano.

E’ con lo scolo di queste lavorazioni che si realizza lo scottone! Un siero privato in gran parte della caseina che viene ricotto fino alla temperatura di 80°C e servito in tradizionali piatti di coccio quando è ancora bollente.

Il segreto per un perfetto risultato? L’utilizzo di pentole di rame stagnato per una cottura lenta, che continua anche a fuoco spento, e l’aggiunta di rametti di fico per condensare il siero ricotto. Gustarsi lo scottone da oggi diventerà per me un’esperienza emozionale: conoscere la storia di chi mantiene in vita questa tradizione mi rende il suo sapore ancora più speciale!

Ah, dimenticavo!! Damiano Felici vi aspetta per gustare i suoi prodotti a Rocca Priora e la cosa di cui potete star certi è che ad accogliervi ci sarà un ragazzo speciale!

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Scorrendo lungo il fiume Liri, sport e cultura uniscono tutti i paesi

Il fiume Liri ha segnato la vita di due regioni ed oggi segna la loro rinascita con un evento che coinvolge 15 comuni e tutta la loro popolazione. Scorrendoconilliri è sport e cultura in un abbraccio che rende la manifestazione una delle più emozionanti e coinvolgenti a cui si possa partecipare.

Lo sport è dato da tre maratone di 10, 27 e 65 km che si corrono fra la primavera e la fine dell’estate. La cultura è data dalle bellezze dei luoghi e dalle manifestazioni organizzate da ognuno dei 15 comuni coinvolti.

L’idea è nata da amici che percorrevano il Liri per andare al santuario di Vallepietra, e che ogni volta rimanevano senza parole di fronte alla bellezza del paesaggio e dell’arte dei paesi che attraversavano. Qualche anno fa hanno pensato che sarebbe stato bello fare il percorso al contrario, ‘scorrendo con il Liri’ e organizzare una manifestazione sportiva riconosciuta anche dalla federazione.

È successo tutto in modo naturale ma la manifestazione è cresciuta in modo incredibile, come se tutti stessero aspettando un catalizzatore che desse soddisfazione alle proprie aspettative.

www.scorrendoconilliri.it coinvolge 2 regioni, Lazio e Abruzzo, 15 comuni e ha il patrocinio dell’Unesco, del Coni e della federazione delle maratone. E da questo anno anche noi di discoverplaces.travel collaboriamo con loro per promuovere le bellezze dei territori e farle conoscere ad un pubblico italiano e internazionale.

Il fiume Liri evoca subito immagini ed emozioni: la cascata ad Isola del Liri, la nascita a Cappadocia, il fluire lungo le valli Abruzzesi, i Sanniti e i Romani, Fregellae, la sua grande portata, il Garigliano e l’arrivo a Minturno con il famoso Ponte Real Ferdinando.

Il Liri è uno dei fiumi più lunghi d’Italia e con la sua grande portata di acqua ha condizionato la vita delle antiche popolazioni italiche che non lo potevano oltrepassare facilmente. Poi è stato generoso e quando si è capito come sfruttare il corso d’acqua per produrre energia ha dato vita ad uno dei maggiori sviluppi industriali europei del XVIII secolo.

Lanifici e cartiere esportavano in tutta Europa, tanto che il Times veniva stampato su carta fatta ad Isola del Liri. Allora non era ancora Ciociaria ma i territori facevano parte del Regno Borbonico e Carlo III fu così fiero dei successi che nel 1744 venne in visita ad Arpino.

Una storia che verrà raccontata in una mostra fotografica sull’Archeologia Industriale delle terre del Liri del fotografo inglese Steve Johns. La mostra sarà solo uno degli eventi culturali ma è significativa per far riscoprire un passato che per secoli ha caratterizzato la vita di questi territori. Scoprire il passato significa anche trovare le radici vive e far tornare in vita qualcosa. Non la stessa pianta ma qualcosa di positivo per tutta la comunità.

Seguiremo ‘Scorrendoconilliri’ e racconteremo storie di arte e cultura dei comuni che attraversa e realizzeremo delle guide per conoscere meglio questi splendidi territori.

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