Tutti pazzi per il carciofo

In primavera siamo in piena stagione di carciofi e in molte parti fervono i preparativi per eventi di degustazione di particolarità, come nella Sagra dei Carciofi Romaneschi  di Ladispoli nata negli anni '50.

Solo a Ladispoli, ogni anno oltre 400.000 persone partecipano alla manifestazione, gemellata con l’‘Artichoke Festival’ a Castroville (nella valle del Monterey in California) e con la ‘Fiesta de la Alcachofa’ a Benicarlò, vicino Valencia in Spagna. E forse farà piacere sapere che Marilyn Monroe è stata incoronata “Regina del Carciofo” (Artichoke Queen) proprio nella I edizione del festival in California nel 1949, quando si chiamava ancora Norma Jean.

Il carciofo (Cynara scolymus) è una tipica pianta mediterranea della famiglia delle Asteracee coltivata per uso alimentare e, secondariamente, medicinale. I suoi fiori sono pronti da fine inverno fino a tarda primavera ed è proprio questo il periodo delle manifestazioni e delle sagre che attirano agricoltori, nutrizionisti, chef e appassionati.

Di fatto i carciofi si coltivano soprattutto in Italia, Egitto e Spagna e nella contea di Monterey in California. Da qualche anno anche in Perù a seguito di una epidemia di asparagi. Ed è proprio in questi luoghi che gli agricoltori hanno dato avvio a sagre avvicinando ed educando all’uso del carciofo con divertimento.

Storia del carciofo

Il carciofo ha origini mediorientali ed era già conosciuto al tempo degli Egizi e diffuso nell'area mediterranea sia per scopi fitoterapici che alimentari. Il suo arrivo in Italia si deve agli etruschi e ne sono testimonianza le raffigurazioni di foglie di carciofo in alcune tombe della necropoli di Tarquinia. Dalla Naturalis Historia di Plinio e dal "De re coquinaria" di Apicio sappiamo che i romani li apprezzavano lessati in acqua o vino.

La pianta chiamata Cynara era comunque conosciuta dai greci (kaktos) e dai romani (carduus), ma sicuramente si trattava di una variante selvatica. Una leggenda narra che il nome greco viene dal nome da una ragazza sedotta da Giove e trasformata in carciofo e da sempre le si attribuivano poteri afrodisiaci.

Intorno al mille gli Arabi lo hanno scoperto in Sicilia, elaborato una nuova varietà e portato in Spagna. Il nome moderno viene proprio dall’arabo ‘karshuf’ o ‘kharshaf’ da cui alcachofa in spagnolo, artichoke in inglese e carciofo in italiano. La storia di questa varietà si ritrova nel testo di Le Roy Ladurie, ‘Les Paysans de Languedoc’ sui contadini della Linguadoca.

Nel 1466 Filippo Strozzi porta il carciofo da Napoli a Firenze e Caterina de’ Medici lo introduce in Francia (la regina era golosa di cuori di carciofo) quando si sposa con Enrico II di Francia.

Dalla Francia all’Olanda e dall’Olanda in Inghilterra dove lo troviamo nell’orto di Enrico VIII nel 1530 (ricordiamoci che il carciofo era considerato un afrodisiaco e un bene di lusso). Francesi e Spagnoli lo portano poi negli Stati Uniti, in Louisiana e California dove è ancora molto coltivato. Anzi, in California i cardi sono diventati un'autentica piaga, esempio tipico di specie aliena invasiva.

Festival e Sagre del Carciofo

In Italia ci sono molte sagre ognuna delle quali incentrata su varietà locali come il ‘carciofo romanesco’ a Ladispoli, Sezze, Velletri, il ‘carciofo violetto’ a Piombino, il ‘carciofo spinoso di Sardegna’ a Uri e Masainas, il carciofo tondo di Paestum, il ‘carciofo bianco’ a Pertosa e il ‘carciofo siciliano’ a Ramacca e Niscemi.

La più importante manifestazione è forse quella della Sagra del Carciofo Romanesco di Ladispoli, una varietà riconosciuta e protetta, gemellata con la California e la Spagna che è diventata anche una fiera nazionale, con la partecipazione di espositori provenienti da tutta Italia e con la varietà di degustazioni da parte di differenti scuole culinarie. La manifestazione è talmente cresciuta che ne è nata una parallela della durata di due settimane in cui i ristoranti si sfidano nella preparazione di menu a base di carciofo, dall’antipasto fino al dessert.

Il gemellato Castroville Artichoke Festival, invece, è una sagra molto ‘americana’ e la città si fa chiamare ‘Il centro mondiale del carciofo’. L’industria del carciofo è stata avviata da italo-svizzeri nella contea di Monterey intorno al 1920 e questa sagra è nata come evoluzione di una precedente manifestazione bandistica. Per questo i giorni di festa del carciofo sono ancora caratterizzati dalla presenza di molte bande musicali e sfilate di tipo carnevalesco. Nel puro spirito americano, non possono mancare, poi, le competizioni per agricoltori sui carciofi migliori e più grandi e quelle artistiche per la realizzazione di opere usando le foglie di carciofo.

A Benicarlò, invece, la ‘Fiesta de la Alcachofa dura una settimana in cui bar e ristoranti offrono degustazioni particolari fra giochi e spettacoli. Per premiare quelli che si sono distinti nella promozione del carciofo viene organizzata una Cena di Gala in cui viene assegnato il premio "Alcachofa de oro" (carciofo d’oro).

Ricette con Carciofo in Italia

Per il suo profumo intenso e floreale e la sua consistenza tenera e croccante, per il gusto corposo con una equilibrata sintesi di amarognolo e dolciastro, il carciofo si presta a molte differenti ricette. Una grande varietà testimoniata nel 1581 da Montaigne che durante il suo Grand Tour scrive: "in tutta Italia vi danno fave crude, piselli, mandorle verdi, e lasciano i carciofi pressoché crudi".

Anche se il vero centro culinario del carciofo è Roma e il carciofo è parte integrante della tradizione romana sin dal Rinascimento, quando i migliori cuochi del mondo competevano per lavorare con i Papi. Uno di loro, Bartolomeo Scappi, lo chef di Pio IV, è diventato famoso per il suo libro di ricette ‘Opera dell'arte del cucinare’ pubblicato nel 1750. Qui si trovano oltre 1000 ricette e il primo disegno che documenta una moderna forchetta.

Le specialità della cucina romana sono il Carciofo alla Romana (stufato in olio di oliva, Brodo vegetale, prezzemolo, aglio e mentuccia), il Carciofo alla Giudia (intero e fritto in olio di oliva) il Fritto di Carciofi in pastella e l'insalata di carciofi (crudi a lamelle). I carciofi alla giudía devono il nome al ghetto ebraico di Roma e vengono citati anche in ricettari e memorie del XVI secolo. Sono carciofi cimaroli (o mammole), la migliore varietà "romanesco" coltivata fra Ladispoli e Civitavecchia. Sono senza spine e possono essere mangiati integralmente.

Nelle campagne vicino Roma, tra Velletri e Lariano, la ‘Carciofolata alla Matticella’ è una delle ‘regine’ dei pranzi all’aperto. I carciofi ripieni di aromi vengono adagiati su un letto di brace e il nome deriva proprio dal tipo di legno usato per fare la brace: gli avanzi delle potature delle vigne.

I carciofi spinosi di Sardegna, vengono gustati crudi in pinzimonio (intingendo le foglie in olio extra-vergine, sale e aceto o limone) o in insalata (eliminando le foglie esterne). Si usano anche cotti con il tipico agnello sardo o il pesce. Si usano come primo piatto con la bottarga (uova di muggine o di tonno) o come secondo come ‘polpo e carciofi’ o con la variante ‘polpo, carciofi e patate’ (magari anche con una aggiunta di curry).

Ricette di Carciofo dal mondo

In Spagna i carciofi sono parte della tradizione soprattutto nella zona di Valencia, dove sono uno degli ingredienti della famosa Paella Valenciana. Altre ricette diffuse sono la frittata con i carciofi, lo stufato di carciofi e patate (Alcachofas Rellenas) e il pasticcio di carciofi e prosciutto.

In Grecia, soprattutto nelle isole dell’arcipelago vicino alla Turchia, è molto diffuso il piatto ‘aginares a la polita’ (Carciofi secondo lo stile di Costantinopoli) realizzato con cuori di carciofo, patate, carote e insaporito con cipolle, limone e aneto.

In tutto il Nord Africa, il Medio Oriente, la Turchia e l’Armenia, il ripieno del carciofo è fatto anche con agnello mentre le altre spezie associate riflettono la cucina locale. In Libano, per esempio, il ripieno comprende anche cipolle, pomodori, pinoli, uvetta passa, prezzemolo, mirto, aneto, pepe nero e l’immancabile menta che caratterizza tutta la cucina libanese. Una varietà vegetariana turca usa solo cipolle, carote, piselli e sale.

Mentre la Zuppa di carciofi di Gerusalemme è fatta con la radice del tubinambur che è chiamato ‘carciofo di Gerusalemme’, ed è un semplice brodo di pollo con cipolle e carciofi arricchito con menta.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti (artichokes.org/recipes-and-such), girando per internet si trovano moltissime ricette nate dalla contaminazioni di stili e usi di popoli differenti, partendo dalla tradizionale salsa di carciofi per cracker o per il pane pita. Molto diffuse sono anche tutte le varietà a base di burro con vongole e ostriche e insaporite da liquori secondo varianti dello stile cajun, un particolare gruppo etnico della Louisiana .

Di recente anche gli appassionati di cucina vegan hanno iniziato ad elaborare ricette aggiungendo latte di mandorla e spezie come curcuma, curry e zenzero.

Comunque, tutto il mondo ha imparato a conoscere i carciofi attraverso la Pizza 4 Stagioni e sul web si trovano divertenti storie di turisti che assaggiano i carciofi per la prima volta.

Usi in compagnia: bevande e cocktail di carciofo

In varie parti del mondo si usano Tisana e Te: una versione dolce è viene nella regione di Da Lat in Vietnam mentre in Messico si usa una versione più amara usando direttamente dei fiori di carciofo in acqua calda.

In Italia è famoso il Cynar, un liquore a base di carciofi (16,5% alcool) molto utilizzato come cocktail aggiungendo succo di arancia o con il nome di ‘Cin Cyn’ in Svizzera (una versione del famoso Negroni in cui si usa il Cynar al posto del Campari).

Usi terapeutici e medici del carciofo

Il carciofo è usato nella medicina naturale nel trattamento dei disturbi della cistifellea e del fegato con una forte azione depurativa. Il basso contenuto calorico e la presenza di vitamine del complesso B1 e B3 lo rende indicato nelle diete dimagranti e la scarsità di zucchero lo rende ideale per i diabetici.

Il carciofo nell'arte

E se non riusciamo ad andare a Ladispoli o a Castroville o a Bentempò, forse possiamo provare emozioni leggendo il poema del premio Nobel Pablo Neruda ‘Oda a la Alcachofa’ (‘Ode al carciofo’ parte della raccolta Odas Elementales) o lasciarci stupire dai quadri de "L'ortolana" di Vincenzo Campi e "L'estate" e "Vertumnus" di Arcimboldo.

Possiamo anche rinfrescarci nelle fontane scolpite a forma di carciofo a Napoli, Firenze e Madrid.

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I giardini di Ninfa: un caleidoscopio medievale

Giardini di Ninfa fioriscono sulle sorgenti dell’incontaminato fiume Ninfa che nasce nelle cavità carsiche delle vicine montagne, le montagne su cui si arrocca la città di Norma.

I giardini Ninfa sono una forma ‘relativamente nuova’ di vita, cominciata solo 95 anni fa dalla famiglia Caetani sulla loro proprietà che originariamente comprendeva tutto il territorio di Sermoneta. I Giardini di Ninfa, che poi sono diventati parte di una fondazione istituita dall'ultimo membro del ramo Sermoneta dei Caetani, restituiscono a un bellissimo parco alberato i resti del borgo medievale di Ninfa, abbandonato circa 500 anni fa e salvato solo dall'entusiasmo della famiglia Caetani di lasciare un'eredità di bellezza al mondo.

I Giardini di Ninfa non sono un parco naturale ma sono stati modellati sui grandi giardini d'Inghilterra. E, certamente, ci sono molte 'rose rampicanti’ e grandi alberi ben cresciuti in magnificenza con i ‘piedi’ umidi e il microclima di questa zona compresa tra la costa laziale e i Monti Lepini. L'ispirazione per giardini di Ninfa viene dalle rovine della città medievale di Ninfa con le sue torri, le chiese, strade e case.

Mentre il mio sguardo vagava verso l’alta torre fino a Norma, molto al di sopra, ho notato che le alte mura e il parapetto stanno sostenendo piante e molti piccoli arbusti. Queste rovine destinate ad essere conservate dai Caetani, ma la natura ha una sua competizione con la volontà dell'uomo. In 100 anni di tempo saranno ancora in piedi o saranno la forza delle radici delle piante e delle viti gradualmente a trasformare le mura in pietre?

Le strade di Ninfa sono state abbandonate e la strada principale è piena di quelli che ora sono cipressi giganti. Alcuni affreschi della chiesa principale sono stati salvati e sono ora protetti dalla natura nelle sale di Castello Caetani a Sermoneta .

Gli spazi aperti della città sono diventati giardini floreali, in questo momento splendenti con i fiori del melo e del ciliegio, fiori rosa e bianchi piangenti, con precoci iris bianchi e viola, i magnifici e brillanti iris gialli d’acqua, le prime rose, un paio di campanule, gli ultimi fiori delle grandi magnolie ibride e altri che sono per me un patrimonio sconosciuto.

Ciò che i visitatori cercano è l'immagine caleidoscopica di una gamma completa di colori. Eppure, il mio spirito è sollevato dagli alberi giganti e con le viti che crescono fra e vicino le antiche mura.

Mi trovo di fronte a un eucalipto gigante, è un ‘ghost gum‘ o un ‘iron bark’. Potrebbe sfidare le dimensioni di qualsiasi dei suoi fratelli in Australia. E mi sorprende che accanto a questo orgoglioso gigante vi è una foresta impenetrabile di bambù, e mi chiedo quanti sforzi devono fare per controllarla per le generazioni future.

Ovunque ci sono canali d'acqua che la portano al fiume che scorre vivacemente sotto il ponte romano e poi quello medioevale alla fine della vecchia strada principale. Vengo a sapere che questo flusso chiaro è uno dei tre fiumi del mondo in grado di ospitare una certa specie di trote, ma nessuna si fa vedere per aumentare il nostro piacere.

Se c'è un difetto in questo glorioso parco è che gli ospiti non possono muoversi liberamente, ma sono radunati in visite guidate della durata di poco più di un'ora. Per quelli di noi che amano parlare con gli alberi, condividendo la foresta con gli Ent, guardare i pochi uccelli contando i colori dei fiori, o solo guardare l'erba crescere, il nostro cuore è un po' pesante.

Per sfuggire a questo resto sempre in disparte al nostro gruppo di appassionati e furtivamente vado ad abbracciare qualcuno dei giganti del giardino.

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Sezze dalle architetture enigmatiche

E' l'inizio di aprile e siamo nella settimana delle Sagre del Carciofo in centro Italia, in particolare nel Lazio. Sul ricco suolo della pianura vicino a Latina la temperatura di 30 gradi è già quella di un inizio estate.
Stiamo guidando verso Sezze, che può essere vista da lontano impettita su una scarpata dei monti Lepini a est. La strada a zig-zag su per le colline è ovunque circondata da entrambi i lati da grandi succulento Fichi di India. Potremmo essere in Sicilia in questo giorno mite. Parcheggiamo sul bordo della città vecchia, saliamo a piedi fino Via Umberto a Palazzo Rapini e poi le nostre strade si separano: una per lavoro e l'altro per trovare una piazza con un posto libero all’ombra e, magari, trovare la Cattedrale di Santa Maria.
Imbocco la vicina strada a destra, via Fulvia, in direzione della parte alta della città, alla ricerca della inevitabile chiesa. Sono le 3:30 e la città non si è ancora svegliata dal suo riposo dopo pranzo. Ci sono pochi abitanti, e nessun turista. Stendardi blu scuro e cremisi pendono dagli edifici, forse sono i colori del Sezze, ma non c'è nessuno a cui chiedere e sicuramente nessun Internet caffè. Un cartellone annuncia che tra il 7 aprile e il 10 aprile Sezze celebra la sua Sagra di Carciofi.
Mi avvicino un grande edificio del XVII secolo che si annuncia come ‘Auditorium Comunale’ vicino all’inevitabile via Garibaldi e, un po' più avanti, all’indicazione di una chiesa' San Pietro', ma è priva di ingresso. Sono in piedi in una piazza, Piazza dei Magistris, abbastanza grande per un essere in un centro storico, ma non ci sono panchine e sembra essere semplicemente un parcheggio per gli abitanti. Così proseguo lungo il perimetro della chiesa e continuo e svolto l'angolo in Piazza Margherita.
Qui trovo una croce di legno sul muro, ma nessun segnale per l'ingresso. Dio chiama i suoi fedeli in modo strano a Sezze, forse attraverso la cruna dell'ago. La porta accanto si annuncia come Biblioteca Comunale. Accanto alla porta noto, forse per la quarta volta in questa breve passeggiata attraverso la vecchia Sezze, una targa che riporta un articolo dalla Costituzione italiana datato 2012, che mi lascia dubbi sulla ragione di questa ritardata fedeltà costituzionale a Sezze.
Alla fine della piazza trovo un piccolo parco, non erboso ma con asfalto, con sette pregiati alberi di medie dimensioni sempreverdi che non posso nominare, e una statua al centro circondata da bassi cespugli. Ma prima di selezionare una delle sei panchine di acciaio verde nel parco deserto ma piacevolmente ombreggiato, voglio ancora sbirciare nel vicolo stretto al termine del palazzo della biblioteca alla ricerca di una soluzione per l'enigma della chiesa di San Pietro ( del 1589).
Ancora non trovando una risposta immediata, mi avvicino alla statua di un uomo in ginocchio su una roccia che culla un altro uomo color rame. Le scritte mi dicono che è una statua di San Carlo di Sezze che ha vissuto fra il 1613-1670, ma è stato ricordato qui nel 2002 con le parole 'Il Comitato promotore, pongono' - un elogio interessante.
Quattro uomini giovanili si uniscono al mio 'appuntamento con gli alberi del parco' sebbene la loro gioia viene dalla condivisione di alcuni mandarini, dal fumo e dalla soddisfazione di colmare l'esigenza italiana di chiacchierare. Una campana nel campanile non ancora invisibile di San Pietro mi annuncia le quattro e mezza.
Una coppia parcheggiare in doppia fila la propria auto, spegne la radio a tutto volume e occupa la quarta panchina di fronte a me nel parco che, rapidamente, si va riempiendo. Forse questi sono gli unici posti del centro storico, ma lo rendono un po' difficile dopo un'ora o giù di lì . Forse un disegno pianificato per evitare la leggendaria troppa pigrizia dalle donne di Sezze.
Guardando indietro attraverso l'apertura della piazza posso godere di una meravigliosa vista delle più alte pendici brulle dei monti Lepini, che hanno visto poca neve durante l’inverno appena passato.
Tornando a Piazza dei Magistris, provo ogni apertura, ma singolarmente riesco a trovare il modo di salutare San Pietro e devo concludere che forse Dio ha spostato la sua sede da questo edificio a quello che non ho ancora trovato di Santa Maria.
Io sono rimasto con la possibilità data a tutti i viaggiatori in una città italiana, di entrare in un bar e prendere un caffè o una birra. Beh, sono le cinque di un insolitamente caldo giorno di primavera, il sole è ancora caldo. Torneremo a seguire la nostra ricerca ecclesiastica di Sezze e il suo centro storico, forse sorseggiando un'altra birra con il signore della bar, e magari incontrando una donna di Sezze.
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Trattoria Bruno Coppetta
Bruno Coppetta e la sua raffinata trattoria

Città della Pieve è una città fra l'Umbria e la Toscana dal sapore unico, medievale e rinascimentale che riserva molte piacevoli sorprese per il viaggiatore che si aggira fra i suoi vicoli, le sue piazze, nelle chiese, attraverso il mercato del sabato e le sue trattorie.

Il tour a piedi in Via Vannucci, schivando le auto in transito, è una esperienza da ricordare (con il traffico chiuso dovrebbe essere addirittura fantastico). Camminando in discesa troverete sulla destra, al numero 90, una insegna in rame con la targa Trattoria 'Bruno Coppetta'.

Non andate oltre ed entrate.

Noi ci siamo arrivati con la guida di Lorenzo Berna, il nostro partner a Città della Pieve. Essendo uno del posto Lorenzo è stato accolto a braccia aperte, così come lo siamo stati noi, vagabondi venuti da lontano. Appena siamo entrati, ci siamo sentiti come a casa. Ci siamo seduti ad un tavolo in fondo alla sala, vicino ad una vetrina con deliziosi tagli di carne ed al camino acceso.

Una signora in abiti da lavoro, seduta dall'altra parte della sala, vicino alla porta della cucina, parlava con un uomo, anche lui anziano ma pieno di energia, che è subito venuto ad accoglierci. Era Bruno Coppetta, 80 anni che non dimostra, con gli occhi sempre attenti alla ricerca della perfezione del servizio e al benessere dei clienti.

Bruno Coppetta è noto in città e, a quanto abbiamo scoperto dopo, anche in tutta l’Umbria, perché la sua trattoria ormai è una istituzione. La qualità di quello che offre, la calorosa accoglienza sua e di tutto il personale, colpiscono immediatamente e rimangono impressi in modo indelebile.

A poco a poco abbiamo approfondito la conoscenza della trattoria e della sua storia. Poco più di 50 anni fa, Bruno e sua moglie Santina hanno rilevato una vecchia trattoria in città per trasformarla in un luogo di grande cucina locale, piena di atmosfera e di grandi ricordi. Città della Pieve è zona di Chianina, famosissima per la grande qualità delle sue carni, e la trattoria di Bruno è il luogo ideale dove poterle gustare.

Ce ne accorgiamo subito dalle selezioni suggerite nel menu. Ogni giorno vengono proposti una gamma completa di piatti italiani per il menu del giorno. Le verdure locali, i funghi (ovviamente) porcini, i legumi, le verdure di stagione (a proposito, provate i cardi fritti), la pasta fatta in casa, tutti accanto ad una straordinaria varietà di tagli di carni chianine.

Essendoci seduti vicino il camino abbiamo avuto l'opportunità di ammirare i meravigliosi tagli alla Fiorentina e i filetti carnosi e di guardare lo chef che li prendeva sapientemente per cuocerli sulla brace.

Ho dato uno sguardo alla cucina, grande come una casa con tantissime persone che si muovevano al suo interno: abbiamo poi scoperto che da Bruno ci sono dodici persone tutte all’opera per fare la gioia dei clienti. Ad un certo punto Bruno ci ha chiesto permesso e, davanti al forno per le pizze, si è messo ad affettare un prosciutto dall’aspetto delizioso, mentre Santina è ritornata in cucina a preparare i pici.

Noi siamo arrivati presto e, in poco meno di un’ora abbiamo visto il ristorante riempirsi totalmente sia al piano terra che al piano di sopra. Per me, australiano ignaro, ho avuto la fortuna di essere stato consigliato da un giovane ma esperto cameriere che mi ha suggerito dei tagliolini al ragù di Chianina e porcini e poi, a seguire, semplicemente ‘Gobbi’ (cardi) fritti.

Il rosso umbro locale etichettato dal padrone di casa ha superato ampiamente le aspettative e tutto lo staff ha seguito le nostre esigenze con il sorriso ed il garbo che non sempre si riceve ovunque, assicurando che la nostra 'joie de vivre' fosse amplificata.

In sala il classico brusio italiano delle conversazioni dei clienti non ci ha disturbati e oltre ad aver mangiato bene abbiamo anche potuto parlare serenamente tra di noi. Quando ci siamo alzati, una stretta di mano da Bruno, un invito per la prossima volta, e, prima di pagare il conto un uomo sorridente ed occhialuto ci ha offerto un sorso di grappa Barricata del Trentino. Era Maurizio, il figlio di Bruno e Santina che, insieme alla moglie Gianna, porta avanti la tradizione di famiglia nella ristorazione.

Non era la prima volta che mangiavamo a Città della Pieve, ma questa è stata la migliore e uscendo abbiamo avuto una certezza: ci ritorneremo. Bruno Coppetta e il suo team lo trovate sul web www.trattoriabrunocoppetta.com o semplicemente passeggiando lungo Via Vannucci al civico 90.

Seguite il nostro consiglio: andateci prima possibile e arrivate un po’ prima dell’ora canonica del pranzo: potrete rivivere in prima persona e rivedere, come in un film, quello che io vi ho raccontato.

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Trasformazioni a Trani: il passato torna a vivere

Tornando a Trani ai primi di gennaio, in una giornata invernale offuscatamente ma piacevolmente tempestosa, abbiamo colto l'occasione di una deviazione per visitare Castel del Monte.

Dalla prima vista delle pallide rocce calcaree dell'edificio a 10 chilometri di distanz,a fino al 'massiccio' sulla cima della piccola montagna, Castel del Monte è lì per essere visto. E' un faro per vagabondi, crociati e persino marinai in mare a 20 km di distanza, per chi cerca e per i ricercatori.

Come ci si avvicina all'architettura ottagonale del 'castello' e alla costruzione in pallido calcare, diventa apparente ed ovvio che Federico II lo ha costruito come un esercizio matematico. Abbiamo letto che la sezione aurea è alla base della costruzione.

Passeggiando intorno, il castello mostra le sue otto torri ottagonali collegate all'ottagono centrale. Entrando nell'edificio la geometria è prepotente, un cortile ottagonale, camere pentagonali.

L'unico tocco di colore è sulle cornice delle porte realizzate in 'breccia corallina', un composto di corallite rosso magenta e cemento calcare. Perché usare questo materiale erodibile, quale altro scopo dovevano adempiere? Non si tratta di una casa di caccia. Questo non è un bagno turco o un castello difensivo. Non ci sono elementi per sostenere quelle teorie.

Sembra che questo castello sia stato progettato da Federico II e dai suoi saggi per uno scopo esoterico (probabilmente correlato alle crociate) e con la sua morte, appena un anno dopo il suo completamento, il suo ruolo di progettista del regno non sia stato mai più coperto. Mi ricorda degli errori simili fatti da Evans che attribuì il mausoleo miceneo di Cnosso a Creta come il palazzo dei re (che in effetti lo è ma solo per la vita ultraterrena del re).

A Castel del Monte, gli scoli dell'acqua all'altezza della vita (di un basso uomo medioevale) intorno ad ogni stanza e i gradini simili ad una diga tra ogni stanza pentagonale, convincono che si tratti di un edificio per la meditazione o le cerimonie religiose e non per la guerra.

Lo scopo ultimo del passaggio da una stanza all'altra, non può essere conosciuto se gli storici non riescono a decifrare la missione che Federico ha assunto per sua vita dopo la 4° crociata. Qualunque altro sia stato il suo scopo, oggi questo sembra essere stato traslato e trasformato.

A circa una mezz'ora di distanza ci ricolleghiamo con Federico II nel castello di Trani, situato sulle rive dell’Adriatico. Questo castello è stato trasformato diverse volte nei quasi 800 anni dal suo inizio nel 1230, e non aveva Federico come un ospite fisso ma Manfredi, il suo figlio (illegittimo) preferito.

Federico era un re errante, su tutta la Puglia e il sud attraverso la Sicilia fino al suo luogo di riposo finale nella cattedrale di Palermo, dove negli ultimi 765 anni convive con una giovane donna. Perché ha viaggiato continuamente, se fosse per ricercare o per sfuggire alle sue molte signore o alla ricerca del miracoloso, dobbiamo chiederglielo nei nostri sogni.

La sua vita, però, aveva molte “condensazioni” in pietra, e Trani è uno degli esempi migliori. In questo momento è visitabile una splendida mostra sulla storia di Archimede, matematica e fisica sufficienti ad affascinare e sfidare uno come me abbastanza vecchio per leggere ma non troppo vecchio per dimenticare.

A pochi minuti, attraversando la piazza lungo il muro del mare, spicca la Cattedrale di Trani. È una costruzione curiosa ma magnifica, una trasformazione della necessità di avere una cattedrale per competere con le altre religioni del luogo? Perché mai troviamo un duomo dedicato a un pellegrino greco che era appena morto arrivando a Trani?

La popolazione locale e il Vaticano erano così coinvolte che la struttura fu consacrata prima di essere completata. Lo stile è quello di una basilica priva di qualsiasi vetrata, o di decorazioni, a parte un'icona occasionale e una reliquia, oltre ad un paio di magnifiche porte in bronzo conservate su un lato della chiesa.

Questa cattedrale emana pace, non esprime alcun conflitto, le sue travi in legno e il tetto si elevano sopra i fedeli. Tutti i visitatori sembrano risentire della quiete grazia dell’edificio.

Nella piazza di fronte, fra la città vecchia e l’ingresso della cattedrale, c’è il Polo Museale di Trani con il Museo Diocesano, ri-allestito e sistemato per ospitare il Museo della Macchina per Scrivere, da un 'cittadino speciale' della città, Natale Pagano. Questo nativo di Trani, di grande entusiasmo ed energia, lo ha trasformato per aggiungervi la storia delle macchine da scrivere donate dalla sua collezione privata.

Per noi, la storia della macchina da scrivere è la storia di una trasformazione, non solo dell'evoluzione della macchina da scrivere fino alla tastiera elettronica, ma della trasformazione del ruolo della macchina da scrivere nella trasmissione della conoscenza e delle storie.

Vagando in giro per le centinaia di macchine da scrivere e i dispositivi di battitura, sono stato attratto dal considerare il ruolo di questi dispositivi come trasformatori della voce e delle note di stenografi in parole scritte. Dispositivi di enorme complessità, le prime realizzate da Sholes nel 1873 in USA, le macchine da scrivere hanno rivoluzionato la comunicazione tanto quanto Marconi ha rivoluzionato le telecomunicazioni, e le automobili il trasporto.

Le parole, frasi, paragrafi e storia digitate, risultanti della pressione manuale di tasti, sembrano molto più di una trasformata di Fourier del suono. Di conseguenza, mi ha divertito trovare una tastiera con una scatola di legno dove i tasti rappresentano note e una melodia potrebbe essere composta dalle parole di una frase. La “canzone della comunicazione” può essere scritta in Trani.

Ogni volta che veniamo a Trani troviamo qualche nuova meraviglia, tra i pallidi blocchi di calcare, di trasformazione e di rinascita. La storia dei suoi pescatori deve ancora arrivare.

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Marostica città della bellezza e della diplomazia

La storia di Marostica si perde nella notte dei tempi. Un susseguirsi di domini e castellani che hanno reso così preziosi il Monte Pauso e Monte Pausolino, divenuti palinsesti di questa cittadina: un perla del veneto.

I soleggiati pendii, in comunicazione con la sottostante pianura, hanno reso la zona favorevole all'insediamento umano sin dalla preistoria. In epoca romana sul colle Pauso è stato costruito un castello con le sue mura che cingono tutt’ora la città storica. Dopo la caduta dell’Impero Romano, Marostica fu attraversata da diverse dominazioni: ostrogoti, bizantini, longobardi e franchi; dominazioni che arricchirono il suo tessuto.

Ad oggi Marostica è famosa per due cose: le sue deliziose ciliegie egli scacchi. Marostica è chiamata “la città degli scacchi” e sulla sua piazza, ogni due anni, viene rievocata un antica tradizione, si disputa una partita a scacchi con personaggi viventi.

Quest’anno la partita verrà giocata il 9-10-11 settembre 2016. Per maggiori informazioni potrete consultare il sito dedicato all’evento

Lasciatemi raccontare la leggenda che ha dato vita a questa meravigliosa piazza e manifestazione.

Correva l’anno 1454 quando a Marostica due cavalieri si sfidarono a duello per amore di una donna. I nobili erano Rinaldo d’Angarano e Vieri da Vallonara. La bella da contendere era Lionora, la figlia del governatore di Marostica Taddeo Parisio.

Il Governatore, per non inimicarsi nessuno dei due contendenti, impedì il duello appellandosi a un editto di Cangrande della Scala. Così decise che la bella Lionora sarebbe andata in sposa a chi fra i due rivali avesse vinto una partita a scacchi, tenuta con pedine viventi al centro della piazza del paese. Il perdente avrebbe comunque vinto, sposando la sorella del castellano, la bella Oldrada.

Mai come oggi questa storia la trovo utile e attuale, vi spiego perché. Penso che racchiuda tutto il savoir faire e il problem solving tipicamente italiano. Il governatore a Marostica aveva utilizzato un'innocua partita a scacchi per risolvere un conflitto. Insomma, “una scazzottata tra amici” fatta con delle pedine, che serve a dissipare l’aggressività accumulata senza fare danni irreversibili.

Molto interessante al riguardo è il pensiero si Massimo Del Papa che dice: “Siamo così: bellicosi a parole, molto meno sul campo, più portati a fare all'amore che la guerra. Cosa che in molti ci rimproverano, però sta di fatto che chi viene qua, poi non se ne va più: forse succederebbe anche a questi scalmanati, solo a dargliene il tempo.”

Insomma gli italiani sono degli eroi che risolvono i conflitti attraverso il gioco. Nel passato con il gioco degli scacchi. Oggi, attraverso i giochi di parole. Ecco, attraverso i giochi i problemi magari non li risolvono, ma di sicuro sanno incassare bene i colpi di un mondo che gioca troppo con le vite.

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Candele di Candelara

Una folla di persone arriva a Candelara da tutte le strade locali dal primo pomeriggio per tre fine settimana natalizi. La maggior parte arriva dalla direzione di Pesaro e cerca parcheggio per ridurre la salita verso questo borgo collinare.

Il sole finisce il suo giorno sulle colline e le montagne a ovest poco dopo le 4, in questo periodo dell'anno, e la gente del posto e visitatori abituali irrobustiti dal pallido calore del giorno sono pronti al fresco brivido nel borgo. Il gelo esaurisce subito gli stand di vino brulé delle bancarelle del mercatino di Natale, e le migliaia di visitatori attendono il crepuscolo vagando da una bancarella all’altra confrontando la moltitudine di candele e di idee regalo correlate.

Ci sono alcuni artigiani speciali che mostrano la loro merce, uno scultore di metallo la cui specialità è appropriata alla festa, i titolari di vecchio stile di candela, un intrecciatore di fronde di salice di ceste per i raccoglitori di funghi, oltre tradizionali borse, e decorazioni di vetro per l'albero di natale. Gli artigiani delle candele di Candelara con le creazioni dimostrano i loro diversi approcci per creare ricercati disegni.

Ogni sera ci sono due spettacoli a lume di candela. Il primo assomiglia a un gremito concerto rock senza la band, o ad una cerimonia di santificazione. Le persone si mettono in piazza stretti come sardine per sperimentare lo spettacolo delle luci di candela e l'illuminazione della torre della chiesa, un evento che confidiamo non porti alla perdita del legame di malta tra le pietre.

Ad un tempo selezionato, le luci elettriche si spengono e il borgo risuona con famosi brani classici come le ouverture rossiniane. I piccioni sanno che è il momento di volare quando i loro posti dormitori nella torre diventano rosa e verdi per le fiamme effervescenti dei fuochi d'artificio di Guy Fawkes. Le luci di Natale appaiono sul campanile della chiesa e, dal balcone, un centinaio o più di grandi palloni bianchi vengono rilasciati dai bambini. Queste sfere salgono rapidamente verso il cielo scuro creando un flusso di piccoli diamanti nella serata scura.

Le luci si ri-risvegliano e i visitatori si disperdono rapidamente verso i loro autobus e camper. Le famiglie con carrozzine e passeggini non formano più un blocco di bambini sovreccitato, e le vie del paese e la piazza tornano disponibili al passeggio per una piacevole ricerca dei prodotti degli artigiani. Ora è tempo di passeggiare, aprire il portafogli un po', e anche di condividere un vino in attesa del secondo spettacolo, che premia con una vista senza ostacoli dello spettacolo festoso delle candele e di un'altra corsa dei piccioni.

Sembra che anche con l'introduzione di percorsi a senso unico a piedi, Candelara potrebbe aver raggiunto il punto di saturazione per questa piccola festa di paese, e auguriamo alla Proloco e al team organizzativo 'bocca lupo' nella gestione delle folle di quest'anno e dei festeggiamenti futuri. La sfida emozionante sarà quella di migliorare ancora di più l'esperienza dello spettacolo delle candele mantenendo la sensazione del borgo tradizionale antico e i desideri della folla turistica.
Torneremo l'anno prossimo per condividere un pomeriggio o due con i visitatori di tutto il mondo le candele di Candelara.

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Colleferro e la sua associazione di modellismo

La festa di Santa Barbara è il momento in cui le persone di Colleferro si avventurano per la fiera e i musei locali come quello del modellismo.

Colleferro è spesso conosciuta solo per il suo passato industriale e il suo attuale ruolo di importante centro di gestione dei rifiuti, e meno per i diversi musei che ospita. Eppure non dovrebbe sorprendere che gli uomini di Colleferro nel loro tempo libero dalle occupazioni industriali, come quella spaziale della costruzione di razzi, si siano dedicati con passione ad hobby storici e tecnologici.

Uno di questi hobby, perfetto per artigiani della tecnologia come elettricisti, pittori di dettaglio e meccanici, è la costruzione di modelli. A Colleferro è possibile visitare una meravigliosa e sorprendente collezione di modelli e conoscerne i costruttori.

L'Associazione Culturale "Club 2000" Modellisti Colleferro rappresenta lo spirito e la “sede” per circa 20 uomini del genere. Non è però un club facilmente rintracciabile.

La sua sede attuale è in un grande scantinato sotto il Museo delle Telecomunicazioni, con il suo omaggio a Marconi che racconterò in un'altra occasione. L'edificio mi ha ricordato di un puntello del palcoscenico del film Ghostbusters. La porta d'ingresso, in un vicolo laterale ad un parcheggio è identificata da una tradizionale cabina telefonica inglese abbandonata, forse un refuso dall’edizione di un Dr Who - Signore del Tempo.

L'ingresso non dà alcun idea delle meraviglie che si possono trovare sia nel grande memoriale per le telecomunicazioni che nella qualità artigiana delle creazioni di modelli esatti. Come si entra nel palazzo, se ci si avventura a sinistra, è possibile trovare delle scale che conducono ai locali dell'associazione nel seminterrato.

A prima vista, di fronte a noi, subito un modello immacolato della 'Victory' di Nelson e intorno, sulle pareti e sui tavoli, molti altri modelli di famose navi da guerra e di alcune navi moderne funzionanti. Il nome Ennio De Rosa è sulla targhetta della 'Victory' e di diverse altre navi e imbarcazioni. Il nostro anfitrione chiama “Ennio!” e subito ci appare un uomo dai lucenti capelli grigi.

Incontriamo e salutiamo Ennio De Rosa e lui ci racconta la sua vita e le inevitabili connessioni con Claudia e la sua famiglia. Il suo primo modello di barca, La Couronne, la famosa nave della marina francese, è stata costruita nel 1973, facendoci notare un'altra imbarcazione che ha donato per la mostra del Club. Ora in pensione, Ennio ha ampliato i suoi interessi e ci porta verso l'altra estremità della sala per mostrarci la sua ferrovia a scartamento 'ridotto' con tutte le necessarie gallerie, incroci, stazioni, cortili, passaggi a livello e la varietà di treni, fino all'attuale modello di Italo ad alta velocità.

Troviamo anche un grande tavolo, lungo forse 7 metri, sul quale la squadra del club sta lavorando per espandere la complessità del loro 'gioco'. Dico 'gioco' perché, come Ennio ci dice, lo scopo originario dei trenini doveva essere di creare un giocattolo per i figli ma, come anche nel mio caso, il padre era più affascinato e interessato a questi magici modelli del figlio.

Siamo attratti da una piccola stanza con una serie di Presepi, tutti modellati sulle scene di Roma. Alberto Vita ci introduce e ci spiega la storia di ogni Presepe: uno tratto dalla vecchia Trastevere e un altro da un acquedotto romano. Ancora una volta le arti e il mestiere imparato durante la carriera nel settore high-tech ha aiutato questi appassionati a creare questi esatti modelli della vita del 18° secolo a Roma.

Un uomo più giovane è seduto con una serie di mini-cacciaviti intento a riparare una videocamera, senza il supporto di un manuale. Stefano Murro è un socio di Alberto Vita e un altro membro del Club. Ognuno di questi uomini ha un vasto interesse nel modellismo. Ci sono arrivati in differenti modi: da aerei (fissi o modelli radiocomandati), auto, barche radiocomandate, soldatini, treni, o vecchie navi. Sembra che il desiderio di creare modelli perfetti attragga ognuno di loro, vista la varietà di mezzi di trasporto e di espressione artistica, e il loro entusiasmo riempie il seminterrato del Club di gioia.

Portate qui vostro figlio, o veniteci da soli ma rimaneteci un intero giorno.

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