Innocenzo III
Innocenzo III

Chi si ricorda di Papa Innocenzo III e dei suoi 800 anni?

Non tutti concordano sull’esatto numero dei Papi che si sono succeduti negli anni, ma il numero oscilla intorno al 268. Impossibile ricordarli tutti e conoscere il ruolo che hanno avuto nella loro epoca. Eppure ogni tanto qualcuno riemerge dall’oblio e questo ci fa scoprire qualcosa di più sul nostro mondo occidentale.

Ad Anagni, luogo di provenienza della famiglia di questo Papa che era nato a Gavignano, un gruppo di ricercatori ha trascorso molto tempo negli archivi storici ed ha tradotto tutta la corrispondenza di papa Innocenzo III con la corte inglese. Questa documentazione è presentata dal comitato "800 anni Innocenzo III 1216-2016” in occasione degli 800 anni della morte di questo papa, originariamente Lotario dei Conti di Segni.

Innocenzo III è il papa che ha benedetto San Francesco e dato inizio agli Ordini Minori, il papa della IV crociata con Riccardo Cuor di Leone, della lotta ai Catari, della lotta alle eresia eppoi del tribunale dell’Inquisizione. Sembra che sia stato anche il Papa che ha aperto all’“indulgenza dei 100 anni”, ispiratrice dei giubilei.

Ma cosa c’è di particolare in questa corrispondenza con la corte inglese? Uno dei momenti più significativi della storia europea, l'approvazione della Magna Charta Libertatum ossia del documento che possiamo considerare come la nascita della borghesia.

Con questo documento il re Giovanni Senza Terra riconosceva una serie di diritti ai baroni e, di fatto, poneva dei limiti al potere della monarchia.

Tra i più innovativi punti della Magna Charta il divieto per il sovrano di imporre nuove tasse ai suoi vassalli diretti, senza il previo consenso del “consiglio comune del regno” formato da arcivescovi, abati, conti e i maggiori tra i baroni. Un consiglio che doveva essere convocato secondo certe regole e che approvava a maggioranza dei presenti.

Un altro punto è la garanzia del giusto processo per tutti gli uomini liberi: niente prigione senza un giudizio di un tribunale (si ribadisce il principio dell'habeas corpus integrum). E la pena doveva essere proporzionale rispetto al reato.

Non deve stupire il fatto che nel consiglio di “controllo” del re ci fossero anche ecclesiastici. Papa Innocenzo III era stato molto attivo in Inghilterra nell’elezione dell’arcivescovo di Canterbury. Una delle decisioni più forti del suo papato era stata la nomina centralizzata di tutti i vescovi. Innocenzo III aveva abolito tutte le decisioni locali e i vescovi diventavano espressine diretta delle politiche papali.

Così a Canterbury sia il Papa che il re ne nominarono un proprio arcivescovo e iniziò un’aspra lotta per l’affermazione del potere della chiesa. Innocenzo III arrivò a scomunicare Giovanni Senza Terra e a supportare i baroni nella loro ribellione.

La Magna Charta, quindi, nasce anche per volere di Innocenzo III e la corrispondenza conferma questo ruolo attivo giocato dal papa di Anagni. Un papa che per affermare un suo primato temporale ha accettato la nascita di forze dal basso, come i baroni inglesi o San Francesco e gli Ordini Mendicanti. Un papa che ha consolidato il suo potere con lo strumento delle eresie seguite poco dopo con l’inizio dell’inquisizione da una parte, e delle indulgenze plenarie dall’altra.

Non so dove gli storici metterebbero Innocenzo III, ma i cittadini di Anagni, Segni, Colleferro, Ferentino e Gavignano sicuramente lo metterebbero in paradiso per l’occasione che sta donando loro di riscoprire le proprie radici. E’ nato un comitato guidato da Luca Pierron, un libro con la corrispondenza tradotto da Stanislao Fioramonti e le conferenze di presentazione del libro sono affollate.

"Innocenzo III fu il primo riformatore della curia pontificia, senza di lui e il suo famoso sogno ritratto da Giotto ad Assisi forse non avremmo avuto uno dei più grandi e amati santi: S. Francesco d'Assisi”.

Cresce l’interesse attorno alla figura di questo papa e intorno al patrimonio conservato nell’archivio storico della Cattedrale di Anagni: un motivo per essere sempre di più orgogliosi del proprio passato. E su questo passato iniziare un nuovo percorso di crescita.

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Una visita a Città della Pieve

Anche se Città della Pieve si trova nel cuore dell’Italia, la sua storia è quella di una città di confine. Queste città sono speciali perché si ritrovano tracce di diverse culture che si sovrappongono nei secoli per poi confluire in uno stile e uno spirito del luogo che è unico.
Così anche per questa originale città, tutta fatta con mattoni di un rosso vivace che contrasta il cielo e si riconosce da lontano. Ha iniziato la sua storia come città di confine del mondo etrusco e si ritrovano ogni giorno nuove tracce come la recente tomba di Laris. Gli etruschi sono una delle prime popolazioni che hanno abitato l’Italia, forse provenienti dalla Turchia, e i primi re di Roma sono stati tutti etruschi.
Poi sono arrivati i popoli dal nord Europa e Città della Pieve ancora una volta si è trovata ad essere un confine, questa volta fra l’impero Romano d’Occidente ed il Regno dei Longobardi, di cui era il punto di avvistamento verso Perugia. A testimoniarlo una inusuale Via Lombardia (oggi via Manni) che attraversa il centro storico di questa cittadina.
Probabilmente proprio per questa sua posizione strategica, i vescovi costruiscono una prima Pieve, ovvero una chiesa di campagna con funzioni battesimali, dedicata ai patroni Santi Gervasio e Protasio. Le pievi erano il modo con cui nascente stato pontificio affermava la sua religione e si espandeva. Attorno alle pievi nascevano poi borghi e paesi. Dopo la Chiesa viene la fortezza militare, chiara espressione del dualismo fra regno dei cieli e regno terrestre.
E questo spazio fra cielo e terra e occupato dagli uccelli e i migliori osservatori e predatori sono le aquile. Forse per questo la forma urbanistica medioevale di Città della Pieve è proprio quella di un’aquila che guarda verso Roma. Il corpo di questa aquila era stato idealmente suddiviso in tre parti, “Terzieri”, che corrispondevano a tre diverse classi sociali e che ancora oggi si sfidano durante il famoso Palio dei Terzieri. La testa (Terziere Castello) corrispondeva ai cavalieri e all’aristocrazia, la pancia (Terziere Borgo Dentro) alla borghesia e infine l’ala-coda (Terziere Casalino) ai contadini. La sfida del Palio dei Terzieri rievoca la caccia al toro e i partecipanti si sfidano a gare di tiro con l’arco con sagome mobili di toro.
Poi inizia il periodo dei comuni e qui Città della Pieve è compresa fra Firenze, Siena, la belligerante Perugia e un sempre più forte stato pontificio. Sempre alla ricerca della sua indipendenza, orgogliosamente ghibellina (a favore dell’imperatore), finalmente riesce ad essere un comune libero grazie all’imperatore Federico II da 1228 fino al 1250. Florida grazie ai suoi commerci ma mai straricca.
Il suo ruolo “di cerniera” lo si capisce bene durante il processo contro Giovanni da Parma, ministro generale dei francescani. Assisi è non lontano da qui e se San Francesco “vince” la sua sfida con il papa e il suo ordine viene riconosciuto, il successore di San Francesco viene processato proprio qui a Città della Pieve nel 1262. Tanto per far capire chi ha il vero potere sulla terra.
Nel rinnovato clima di libertà e di benessere del Rinascimento, nasce Pietro Vannucci (1448-1523), detto il Perugino, uno dei più significativi pittori italiani. Qui a Città della Pieve si possono trovare alcuni suoi capolavori come quello molto particolare dell’Adorazione dei Magi. A parte la sua bellezza, questo grande affresco viene commissionato dalla Congrega di Santa Maria dei Bianchi per abbellire la loro sede. E ancora oggi lo si può visitare in questa sede entrando direttamente da Via Vannucci, la principale via cittadina tutta in mattoncini. Sembra di entrare nella storia, nella sala sono appese le tonache bianche che i confratelli ancora oggi usano per le loro cerimonie.
Uscendo dall’Oratorio e tornando all’esterno si ha la stessa sensazione di un tuffo nella storia. Risalendo Via Vannucci si arriva a Palazzo della Corgna, realizzato dal Marchese Ascanio, nobiluomo perugino, governatore di Città della Pieve e protagonista di grandi imprese e si può godere di un buon caffè di fronte alla Cattedrale. Oppure andare al Teatro degli Avvaloranti.
Ovunque si volga lo sguardo ci si accorge di essere al centro della grande bellezza dell’Umbria e dell’Italia.
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Nik Spatari and his open museum Geco
Nik Spatari and his open museum Geco

Audace, sfacciato, colorato, unico, armonico, vario sono solo alcuni degli aggettivi che vengono in mente per descrivere l'architettura e le opere di Nik Spatari fondatore, insieme alla sua compagna Hiske Maas, del più grande museo a cielo aperto d’Italia: il Museo Santa Barbara MUSABA .

Ma prima di raccontarvi le sua immensa opera seguitemi nel conoscere la sua entusiasmante vita. Nicodemo Spatari, in arte Nik, nasce il 16 aprile 1929 a Mammola, sperduto paese aspromontano in provincia di Reggio Calabria.

Questa terra, in cui sono passati tutti, etruschi, greci e romani, sarà il punto di partenza ma soprattutto di ritorno dell’esperienza artistica di Spatari.

Spatari a vent’anni sente il bisogno di conoscere gli ambienti cosmopoliti europei così lascia la sua amata Calabria e incomincia ad attraversare tutta l’Europa. Vive a Parigi e Losanna, centri nevralgici dell’arte dove farà la conoscenza degli artisti più influenti della metà del ‘900. Come ci racconta lui stesso:

“L’amicizia e l’esperienza che mi legava ai grandi del momento dai miei lontani e densi anni parigini: Picasso, Cocteau, Marx Ernst, Le Corbusier, mi permise anche di consultare gli archivi della Sorbonne. Vi scoprii quanto desideravo: la vera individualità, l’humus e cultura della mia terra natia, che era detta Italia e non Calabria”.

Architettura e scultura onirica

Tutte le sue opere appaiono come modellate da mani gigantesche. Le architetture sembrano il frutto dall'elaborazione di forme straordinarie, imprevedibili e oniriche. Sono realizzate utilizzando i più diversi materiali: mattone, pietra locale, ceramica, vetro, legno.

La sensazione è quella di penetrare in un ambiente favoloso dalle continue ed eccitanti sorprese. Un parco che va fisicamente vissuto e materialmente toccato: è un'esperienza che scandaglia i sentimenti, che coinvolge l'anima e il corpo.

Architettura organica scaturita dalla fantasia e dai bisogni interiori di Nik Spatari, trova un linguaggio non usuale dove intuito e fantasia si intrecciano con la ragione. Si percepisce una religiosità diretta, una devozione per la natura e un ardente amore per la sua terra.

Musaba

Possiamo dire che Spatari ha fatto di Mammola la sua terra promessa. In più di 40 anni da una “terra di nessuno” ha creato un paradiso artistico costruendo il Parco Museo Santa Barbara, Musaba. Nel 1969 l’ambiente era degradato e violento, un luogo abbandonato. Sono stati necessari numerosi interventi di recupero per preservare la storia e le testimonianze del passato, e per collegarle al presente e al contemporaneo.

Il Parco MUSABA si estende su 7 ettari. Percorrendolo si incontrano le opere monumentali site-specific, il recupero e gli interventi architettonici dell’ex stazione della ferrovia Calabra-Lucana, la costruzione della foresteria e la nuova alla annessa al museo la “Rosa dei Venti”.

Spatari preferisce definire Musaba più che un museo un cantiere-laboratorio che non finirà mai, come non finisce la luce, la fantasia, il vento, l’arte. Con le sue opere ha esaltato le possibilità espressive delle lavorazioni artigianali. Qui gli allievi possono imparare attraverso la pratica, e Spatari rimprovera bonariamente alle nuove generazione l’incapacità di saper fare mestieri manuali, come il capomastro o il carpentiere.

I simboli

Questo parco non è solo un luogo dove riscoprire la manualità, è una cura per l’anima: il tempo si dilata e si vive in un altro modo. Un’esperienza che tocca tutti e cinque i sensi. Spiritualità e misticismo permeano le sue opere costellate di motivi simbolici complessi: simboli zodiacali e teologici.

La Bibbia è il grande libro di Spatari. L’ha letta e riletta, e rappresentata in migliaia di opere. Miti e leggende, divinità e popoli, peccato e salvezza, trasgressione e conversione. Una vicenda di uomini e donne che vivono l’avventura della vita superando mille ostacoli e vincendo mille battaglie.

La storia dell’uomo sono le piccole tessere del mosaico infinito raccontato da Spatari lungo le pareti della Foresteria di Musaba: dalla civiltà sumera fino alla resurrezione del Cristo, passando per il vecchio testamento. Certamente il mosaico monumentale più complesso e articolato dell’arte contemporanea italiana è il sogno di Giacobbe.

Il sogno di Giacobbe

Il Sogno di Giacobbe è un sogno lungo 14 metri, largo 6, alto 9. Si estende nell’abside e nella volta, dell’ex chiesa di Santa Barbara. Tutti lo conoscono come “la cappella sistina calabrese”.

La tecnica è una invenzione di Spatari: le figure sono ritagliate su fogli di legno, quindi dipinte e poi applicate come rilievi sospesi nell’aria. Leggeri aerei bassorilievi volanti. Giacobbe è l’uomo ossessionato dal doppio: il suo gemello, le due mogli, le due serve, le due patrie, le due terre. Giacobbe è Nik e Nik è Giacobbe.

“Giacobbe è l’uomo a me simile. Per sognare, vagare negli spazi dell’imprevedibile, alla ricerca del se e del mondo che ci circonda; l’amore, la lotta, il domani, l’infinito immaginario”.


Dostoevskij diceva che “La bellezza salverà il mondo”. Di certo Nik Spatari ha salvato la bellezza e la cultura Calabrese.

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La vita sotto il Montegrappa

C'è un nuovo respiro nel mondo di oggi, la vita diventa una poesia autunnale. Il respiro dell’inverno è alle porte. La scorsa settimana ci siamo avventurati dalle “terre di mezzo” a nord-est per trovare la pianura padana avvolta in foschia e nebbia diversa dalle diverse settimane di calma e caldo di metà autunno.

Gli agricoltori coltivavano i loro campi, siepi e alberi potati e bruciati i tagli ancora verdi che creano un morbido fumo bianco in tutte le regioni partendo dalle Marche arrivando al nord in Friuli e ad ovest verso la Lombardia. La vista dalle basse colline delle Prealpi era di una campagna persa nella foschia. Nessun città e le colline lontane forse non esistevano più.

Il Venerdì, durante la notte, è arrivata una brezza e ha portato una visita inaspettata ma gradita e il Sabato alcune gocce sono state spremute fuori il cielo grigio. Guidando verso sud per Bologna e la Toscana il cielo è diventato più pesante fino alle colline Lazio che hanno presentato il loro atteso buio freddo pomeriggio grigio e le piogge che rotolano sopra le cime e le valli.

Il nostro ritorno alla collina-comune di San Giorgio di Perlena apre un panorama delle montagne venete invisibili quest'anno. Il Montegrappa, che forse potrebbe essere in inglese ‘Mount-Gran-Pa', il vecchio delle Prealpi, il Nonno delle persone di colline, è in realtà una vecchia signora. Nonna è piegata di fronte l'Oriente con un nuovo scialle bianco drappeggiato sulle spalle a rimorchio dietro di lei mentre si trascina verso il mare. Quello che era iniziato come un velo si è infittito ed è diventato il primo cappotto di un inverno precoce.

Solo a due terzi di questo autunno settentrionale, accogliamo con favore un giorno che è calmo, senza vento, in cui i campanili, compresi quelli di Schiavon, Longo, Sandrigo, Nove, quello maggiore di Cartigliano, e a sinistra, di Breganze si ergono come sentinelle in un soleggiato giorno puro, ciascuno come un nastro rotante di ombra sui suoi cittadini. A nord, nelle basse colline dove la chiesa di San Giorgio si erge orgogliosa e sopra di esso la strada verso la torre di Lusiana.

Eppure oggi i nostri occhi sono attratti dal Montegrappa e dalla sensazione di pace che condivide con i suoi veneti e i visitatori ogni anno mentre indossa le sue vesti invernali. Abbigliamento che ripercorre la storia nuda di questa regione e porta canzoni e sonno sulle colline, mentre quelli di noi in pianura, senza il suo punto di vista, rimangono intrappolati in azioni di acquisto, vendita, costruzione e distruzione nel buio avvolgente di una società che attende il suo ri-risveglio.

Di cercare e trovare un pezzo di vita.

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Conoscere la storia attraverso i giochi: il Totopoli

La vita dell’uomo è fatta di tanti dettagli, dai vestiti alla cucina, dai giochi con cavalli e giocattoli alla tecnologia, dalle case all’arredo. Così possiamo ricostruire la storia e lo spirito dei tempi frequentando musei insoliti come il Museo del Giocattolo di Zagarolo.

Avevo già provato questa emozione quando avevo incontrato un anziano e arzillo signore che aveva fondato il Museo del Bottone e mi aveva aperto uno squarcio insolito sulla storia italiana, ma a Zagarolo sono entrata in un mondo incantato.

A parte la ricchezza e la varietà dei giocattoli esposti, le storie raccontate dalle guide e la bellezza delle sale affrescate di Palazzo Rospigliosi, la mia attenzione è stata catturata dalla vetrina dedicata ai cavalli e al gioco del Totopoli.

La mia passione per i cavalli è nota e, ovunque vado, cerco giochi o arte connessa con il mondo equestre. I cavalli hanno accompagnato l’uomo da sempre e con loro si stabilisce un legame speciale che spesso nasce proprio già in tenera età. Così mia figlia è cresciuta con giochi con cavalli, ma a Zagarolo ho imparato qualcosa di nuovo grazie alle storie raccontatemi dalle curatrici del museo.

Totopoly – Totopoli

Monopoli e Totopoli sono nati quasi contemporaneamente e al loro esordio avevano uno scopo ludico e didattico. Monopoli era stato inventato nel 1903 da una donna, Elizabeth Magie, per spiegare le teorie dell’economista Henry George e si chiamava “The Landlord's Game”. Un gioco educativo per supportare le teorie antimonopolistiche è invece diventato il principale strumento per premiare i bambini che diventano monopolisti.

Totopoli riguarda le corse dei cavalli (e ora mi spiego l’origine del nome Totip) ed è nato nel 1938 dalla società inglese di giochi Waddingtons. La passione degli inglesi per le corse e le scommesse è leggendaria ma il gioco non era basato sulle somme di denaro vinte bensì sulla attenzione verso i cavalli.

Il gioco in svolge in due tempi proprio come nella realtà: una fase di allenamento e una di competizione che si giocano in modo totalmente diverso. Durante la fase di allenamento si possono conquistare carte di “vantaggio” o “svantaggio” che possono essere poi utilizzate durante la gara. Nella fase della gara, invece, ci sono le scommesse e i primi tre cavalli ricevono un premio.

I cavalli devono essere accuditi e curati, un po’ come accade oggi con alcuni giochi elettronici o come il fenomeno degli anni 2000 del Tamagochi, una creatura digitale che richiede continue attenzioni web altrimenti si ammala.

Inizialmente il vincitore del Totopoli era chi arrivava primo nella competizione, mentre con il passare del tempo il ruolo delle scommesse e del denaro ha prevalso e il vincitore è diventato quello che alla fine del gioco ha “guadagnato” il maggior importo.

Un dettaglio curioso è che i cavalli del Totopoly avevano i nomi dei vincitori della Lincolnshire Handicap nelle edizioni dal 1926 al 1937, una gara che si svolgeva a Lincoln fin dal 1853 e che oggi ancora si corre a Doncaster.

Il gioco del Totopoli è arrivato in Italia nel 1950 dalla “Editrice Giochi” e il Museo di Zagarolo ha delle versioni del 1960 splendidamente conservate con degli esempi di primi usi della plastica per scopi ludici.

Giochi con cavalli

Oltre al Totopoli, la collezione del museo ospita altre versioni di competizione come quella francese chiamata Ascot (maliziosamente i francesi hanno chiamato il gioco con il nome dell’ippodromo più famoso al mondo: quello inglese di Ascot). Molto simile al gioco inglese, prevede le due fasi di allenamento e gara ma le scritte sui tabelloni sono in “francese”.

Nella versione italiana del “Gioco delle Corse” i cavalli sono in piombo e il gioco si basa solo su quale cavallo arriva più lontano grazie ad un sistema che “proietta” i cavalli lungo una pista rettilinea. Scompaiono le caselle e le tappe con i lancio dei dadi e resta la “velocità” e non c’è riferimento alla fase di preparazione e allenamento degli animali.

E’ interessante notare il passaggio culturale che hanno avuto questi giochi con cavalli dopo la seconda guerra mondiale che riflette lo spirito dei tempi: prima, durante la depressione, uno spirito educativo, poi nel dopoguerra e nel boom economico uno principalmente di passatempo speculativo.

Infine, per gli amanti dei cavalli una vera “chicca”, una sorta di roulette di cavalli dove i giocatori a turno fanno correre i loro “animali”. Una scatola con un disco su cui possono girare 3 coppie di cavalli che si muovono grazie ad una leva. I cavalli iniziano a girare e vince il giocatore che arriva più vicino a certi segni. Il gioco sembra un po’ noioso ma la cura dei dettagli e la maestria della costruzione lo rendono un’opera che vorrei assolutamente nella mia collezione.

E’ grazie a luoghi come il museo del giocattolo di Zagarolo che si ritrovano le nostre radici e si può capire come una buona società inizia facendo giocare giochi “sani” ai bambini. Il Monopoli dovrebbe tornare a spiegare i mali della finanza e il Totopoli dovrebbe insegnare ad amare i cavalli.

E tutti dovremo giocare tutta la vita!

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Candelara, cori, cornamuse e candele

L'ultima domenica di Novembre, con un cielo azzurro e l’aria fresca, ma non invernale, siamo andati a vedere il secondo giorno della festa delle candele a Candelara, sulle colline sopra Pesaro.

Questo festival è nato solo nel 2004, ma è presto diventato una calamita fra i mercatini di Natale di tutto il mondo nel giro di pochi anni. Le mura e parchi della periferia della città medievale di Candelara sono assediati da camper, autobus e "millepiedi" di vetture. La nostra fortuna è che Maurizio Giannotti e Tiziana Paci, che scrivono per Energitismo, risiedono a pochi metri dal centro storico in modo che noi possiamo trovare un rifugio e iniziare riposati a girare tra la folla.

La nostra missione non è la pletora di artigiani e di bancarelle di candele regalo per Natale, ma riscaldarci con un brindisi iniziale di vino brulé (vino caldo) prima dei canti natalizi dal coro locale nel pomeriggio. Avventurandosi in una piccolo vicolo dalla strada principale del borgo di Candelara, frazione di Pesaro, Claudia ha dato sfogo alla sua passione di esaurire la memoria del suo iPhone con i ricordi di una piccola candela accesa in un unico lampione rosso sul lato del muro di mattoni.

Essendo arrivati alcuni minuti prima dei canto in programma, siamo in grado di stare in piedi e osservare gli altri, con simili interessi e includerci nella loro visione pomeriggio. Ci viene presentata, Chiara, un membro del coro e cantante d’opera, legata da vincoli matrimoniali a Maurizio. Si tratta di un piccolo villaggio, e la sua storia, più il tremolio delle candele riempiranno altre pagine di questo blog.

Alla mia destra siede un uomo che età dai piedi verso l'alto. Le sue scarpe sono nuove in pelle marrone, morbide accuratamente cucite, con suole nere pulite. I pantaloni sono puliti, stretti e blu scuro. Il suo giaccone di media lunghezza è ben calzato, un giaccone verde oliva scuro resistente all'acqua. Intorno al collo una vecchia sciarpa, e sulla sua testa un berretto calzato senza particolari caratteristiche. Nascosto sotto il berretto, un piccolo volto ben delineato e una età indefinita con i capelli grigio pallido e una barba stile 'a la souvarov', che gli dona l'immagine di un uomo che ha trascorso molti anni in mare. Aspetta e, quando il numero delle persone in attesa aumenta, proprio mentre il coro si appresta a sfogare le sue voci, la mia attenzione è presa, e lui scompare tra la folla di Candelara.
L’alto direttore del coro è apparentemente olandese, un uomo il cui talento è più per la regia e la direzione di quello che oggi è il gruppo ridotto di 9 donne e 6 uomini, tutti non più nel fiore della giovinezza e tutti ben preparati per il freddo previsto di prima serata.

Solo alle 4 il direttore d'orchestra, risplendente in un berretto di Natale rosso e bianco del suo elfo, ha portato i soprani, contralti, tenori e bassi insieme in un’unica voce per interpretare una selezione di canti europei e di canzoni di Natale.

Segni particolari per distinguere i membri del coro dal pubblico erano pochi, soprattutto i libri porta-spartiti neri diligentemente posseduti da ciascun cantante. In caso contrario, le loro variazioni di abbigliamento hanno fornito un'immagine leggermente cacofonica con il pubblico. Sono stato particolarmente preso da un corista, una signora di circa 50 anni, vestita di marrone scuro con un cappello tipo Mary Poppins e e un abito forse scelto per essere in sintonia con i canti, e da quello che sembrava essere il chirurgo locale in pensione e vestito con eleganza domenicale che intonava bassi sul suo collo di pelliccia.

Il direttore non è stato in grado di resistere a benedire il pubblico con un canto olandese, e canti tradizionali tedeschi.

Eppure, dopo appena cinque canti, dal borgo più in basso un lontano suono di cornamuse è arrivato e si è diffuso sui tetti e tra le viuzze. Era ovvio che il direttore del coro ha cercato di raccogliere la sfida con questo gruppo di potenziali intrusi.

Ma il potere dei pifferi e tamburi della banda di 10 uomini del “Pipe Band di Candelara” del Castello di Bazzano, ha lasciato la voce del nostro coro sparire nel crescente crepuscolo. Forse la programmazione non andava o c'è stato un problema tra gli olandesi e gli scozzesi?

Tempo per un altro vino brulé, e poi per una marcia del coro dei bambini.

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A teatro fra le antiche rovine

“La bellezza del passato va vissuta e goduta nel presente”, questo è il messaggio di Marco Scuotto e della sua associazione Extramoenia che organizza teatro nei monumenti, fra i resti della storia.

L’idea nasce ad Agostino De Angelis, un allievo del miglior teatro italiano, quello di De Vita e di Eduardo De Filippo, che per primo avverte l’esigenza di riappropriarsi delle emozioni che emanano i posti storici e di organizzare speciali manifestazioni di teatro nei monumenti.

Per gli appassionati d’opera lirica è normale immaginare uno spettacolo alle terme di Caracalla, sul lago di Massaciuccoli o all’abbazia di Casamari (ho evitato l’arena di Verona  o il planisfero di Macerata ). Per gli appassionati di tragedie o commedie antiche i tanti teatri greci e romani son una tappa immancabile in estate. Ma cosa dire di tutti gli altri di posti speciali sparsi per l’Italia?

Il grande Giorgio Albertazzi recita parti di Memorie di Adriano - uno fra i dieci libri che porterei con me se fossi in una isola deserta – in Villa Adriana a Tivoli passeggiando fra le rovine della casa di Adriano. Mentre in tutti gli altri luoghi ci pensano Agostino de Angelis, Marco Scuotto e tutte le altre compagnie che sono nate seguendo il loro esempio.

Ascoltare Marco che racconta della sua storia regala belle emozioni positive. Marco è giovane ma sin da bambino aveva deciso di lavorare nel mondo dello spettacolo. La sua famiglia di Siracusa non sapeva bene se prendere sul serio questo ragazzo ma non ha mai cercato di tarpagli le ali.

Un giorno in città arriva il maestro de Angelis per una rappresentazione nella diocesi e il papà gli chiede se è disponibile a conoscere il figlio Marco. Scintilla a prima vista e Marco inizia il suo apprendimento dei rudimenti del teatro ed in particolare del teatro fra le rovine storiche.

Queste rappresentazioni sono diverse dalle altre e sono una sintesi di conoscenza tecnica e artistica. Per loro natura piazze, antichi templi, rovine storiche, cortili e scalinate non sono idonei a spettacoli tradizionali: mancano di fondale, effetti acustici e illuminazione di scena.

Quando si progetta un evento si deve progettare anche la sua illuminazione, che deve essere efficace ma non visivamente impattante, lungo tutto il percorso. E già, in uno spettacolo del genere spesso il pubblico è in piedi e si muove seguendo l’attore nel suo andare senza microfono ma usando il diaframma come gli antichi greci. Allo spettatore è offerta l’opportunità di godere della bellezza e delle emozioni del luogo appropriandosi dei diversi scorci e delle diverse situazioni collegandole a particolari parole.

Dovunque organizzano uno spettacolo teatrale, subito dopo in quel luogo nasce una associazione o una compagnia teatrale che continua ad organizzare eventi su quello stesso luogo o nei dintorni. In questo modo in questi anni di attività sono nate decine di compagnie di teatro o danza senza sovvenzioni o sussidi pubblici.

Il pubblico? Tutti gli spettacoli registrano il tutto esaurito. Il numero degli spettatori dipende dalle autorizzazioni della soprintendenza all’uso di quel particolare monumento, 200, 500, 1000 ... E la cosa interessante è la presenza di turisti stranieri che non parlano italiano.

“Vivono le emozioni del teatro attraverso l’energia del luogo e degli altri spettatori. Già il fatto di godere di un monumento di notte, con una particolare illuminazione, con una voce armoniosa che vibra nell’aria e passeggiando con altri regala emozioni indimenticabili”

Ricevono lettere di ringraziamento da tutto il mondo e questo li spinge sempre di più a continuare nel loro lavoro che ormai comprende tutta l’Italia. Marco mi sorprende quando gli chiedo quali sogni vorrebbe ancora realizzare, le sue parole hanno una saggezza che non mi aspetto da un giovane uomo che avrà sicuramente un lungo percorso davanti a lui.

“In fondo il vero sogno che ho è di poter sempre continuare a fare quello che sto facendo e di trasmettere ad altri quello che ho imparato. Ci sono mille opportunità che si aprono e che possono far nascere nuove imprese nel campo culturale, attrarre nuovi turisti e rendere la nostra società più sostenibile. Sono Felice”.

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Guerra e pace fra le rive del Brenta. Nove e Cartigliano

C'era un po' di destino nel fiume Brenta la cui larghezza, tra Cartigliano e Nove, era cresciuta fino ad essere quasi un chilometro nel 19° secolo, e ha mantenuto separate le ‘tribù’ concorrenti delle due cittadine.

L'essere agricoltori e amanti della seta per i Cartigliani, e l'essere industriali e artigiani dell’argilla del letto del fiume Brenta, emersa dopo che Romano d’Ezzelino deviò il corso del fiume nel 13° secolo, per i Novesi.

Queste cittadine sono ora collegate dal cemento, da un ponte sul fiume Brenta che, nel frattempo, è stato ristretto nel 19° secolo e ha solo un canale di deflusso che passa per la piazza, il campanile e la gloriosa villa Morosini Cappello della città Cartigliano.

La rivalità tra le città è stata riaccesa appena 60 anni fa quando Cartigliano ha iniziato la costruzione del proprio campanile per competere con la torre di Nove, allora una delle più alte in Veneto dopo San Marco.

I campanili sono la caratteristica della pianura del Veneto, punteggiano tutto il panorama come punti-guida per i villaggi e le città che altrimenti sarebbero persi nei campi di granturco dell'estate.

Se la torre Cartigliano sia ora la seconda più alta in Veneto o meno (considerando le affermazioni di Breganze), non cambia il fatto che ora fa apparire fuori scala la ‘prima costruita’ Torre di Nove raggiungendo il cielo a 82 metri.

Sembra che le due città abbiano scelto di evidenziare la loro animosità attraverso campanili, Nove mostra la parte posteriore della sua statua a Cartigliano e questa sceglie di mettere il suo orologio solo su tre facce del campanile, per non mostrare curiosamente l'ora del giorno ai Novesi.
Se uno ha la fortuna di visitare l'ufficio del sindaco a Villa Morosini Cappello, l'unica stanza che ha ancora i suoi affreschi, c'è una bacheca sulla sinistra con un modello in creta, un dono di Nove, sul ripiano di fondo.

Mostra i due campanili, quello di Nove in piedi dritto e alto, quello di Cartigliano un po' più alto ma che pende lontano dal potere dell'edificio Nove.

Villa Morosini Cappello è fortunatamente non collegata al Doge del tardo 17° secolo che è stato tristemente responsabile della distruzione del Partenone. Il patrimonio della villa è la famiglia Morosini di San Silvestro che aveva basato i suoi interessi a Cartigliano.

L'edificio ha richiesto circa un secolo per essere completato. Il suo impianto originale è palladiano ma risulta evidente anche ad un dilettante che è stato modificato e, infine, completato da Antonio Sardi.

Questa grande villa con palazzo fu sede di molte celebrazioni e feste come tutte le altre sparse lungo i fiumi che conducono a Venezia. La villa passò attraverso diverse famiglie nei successivi tre secoli e alla fine è stata concessa al comune nel 1966.

Villa Morosini Cappello è una splendida struttura e ha una sua storia preminente nel mondo della seta veneziana. La barchessa (fienile) sul lato est ospitava una grande filanda di seta ed era un importante centro per la produzione della famosa ‘organzina’ di seta. L’area intorno a Cartigliano era un mare di gelsi.

E poi tutto è passato. Meno di 70 anni fa, dopo la seconda guerra mondiale tutta la gloria e il mondo agricolo connesso alla seta fu abbandonato e gli alberi sono stati estirpati dai campi. Il sogno di un economista è diventato la distruzione di una regione.

Eppure, oggi, un imprenditore dall’altra parte del Brenta, un orafo di Nove, Giampietro Zonta, ha aperto la porta al rinascimento di Cartigliano, alla sua reinvenzione dell'industria della seta italiana in modo etico creando la prima filanda della seta di questo Rinascimento in Villa Morosini Cappello.

I padri della città, il sindaco, Guido Grego e il suo team guidato da Tiziano Borsato, Vice Sindaco, hanno afferrato l'opportunità e hanno proposto di aprire il 'granaio' ristrutturato ai cittadini come un 'bene comune', uno spazio per la loro bachicultura e per riporre gli attrezzi della seta, un posto per unire la gente di Cartigliano insieme per il loro comune bene.

Ancora una volta i campi intorno Cartigliano saranno riempiti con il fruscio dei gelsi alla brezza estiva e il rosicchiare morbido di milioni di bachi da seta potrà essere ascoltato nella quiete delle serate. E per Nove? Giampietro ha i diritti esclusivi per la seta italiana nella nuova gamma di gioielli seta e d'oro di Dorica, prodotti dalla filiera etica.

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