Isola del Liri- Parco Cascata piccola by Bettiol
Isola del Liri- Parco Cascata piccola by Bettiol

Uno dei migliori esempi di archeologia industriale si trova ad Isola del Liri. Ma cosa è l’archeologia industriale?

L’archeologia industriale affronta i temi della memoria architettonica, meccanica, storica e sociale delle grandi concentrazione industriali, dove una grande fabbrica con la sua innovazione tecnologica e la sua organizzazione del lavoro ha cambiato la storia locale, e talvolta nazionale.

Per dare una idea della importanza della tecnologia nella società possiamo ad esempio citare l’esempio di grandi potenze del passato come Roma e Venezia. Possiamo ben dire che i Romani erano dei grandi ingegneri e la loro fortuna è in gran parte dovuta ad un modo ‘industriale’ di concepire la logistica degli eserciti e la realizzazione di veloci vie di comunicazione. Non ci restano fabbriche romane ma richiami alla logistica degli accampamenti dell’esercito si trovano nell’urbanistica di molte città

Anche la Repubblica di Venezia è stata grande grazie alla tecnologia delle sue navi e alla organizzazione dell’Arsenale. Questo era il posto dove si costruivano con grande maestria, con una incredibile organizzazione industriale, e a ritmo impressionante, le navi che rendevano Venezia la regina dei mari.

Ma la vera archeologia industriale nasce in riferimento ai primi opifici iniziati a partire dalla seconda metà del Settecento in molte parti d’Europa. Famose sono le aree industriali in Inghilterra ma anche quelle del Regno Borbonico che fino all’unità d’Italia è stato uno delle aree più ricche, ad alta intensità industriale e all’avanguardia tecnologica.

Archeologia industriale a Isola del Liri

Perché la rivoluzione industriale a Isola del Liri? La ragione è dovuta in gran parte alla grande disponibilità di energia dovuta allo scorrere con potenza delle acque del fiume Liri e alle sue cascate. Queste muovevano numerose turbine che e ogni fabbrica aveva il proprio sistema di produzione di energia meccanica eppoi elettrica.

Grazie a questa disponibilità di energia, ad un certo punto ad Isola del Liri c’erano molte cartiere e lanifici, pochi dei quali sono ancora in funzione. Che cosa è successo degli altri? Molti sono stati naturalmente trasformati in attività di tipo diverso e quelli nel centro storico sono diventati abitazioni, teatri e sale ricreative, ma alcuni hanno conservato le loro linee produttive dell’epoca che oggi sono state messe in ordine e visitabili.

Turbine idrauliche

Il tour dell’archeologia industriale inizia con il parco pubblico sotto la cascata piccola, dove ancora c’è un feltrificio operativo, dove fanno bella mostra diverse ruote meccaniche, con pale di diverse forme, che venivano usate per la produzione di energia. Il parco faceva parte del lanificio e i locali industriali sono oggi residenze mentre una bella biblioteca moderna raccoglie molti volumi sulla storia industriale di Isola del Liri.

La differenza nella forma delle pale delle ruote racconta la storia della fluidodinamica e della meccanica dei liquidi ed è una incredibile sensazione vedere a colpo d’occhio l’evoluzione della tecnologia umana.

Guardando attentamente ai piccoli cambiamenti del flusso delle acque sul fiume si possono riconoscere le entrate e le uscite dalla rete di canali sotterranea che alimentava le ruote e le turbine di tutte le fabbriche.

Lanificio

Subito sotto la cascata del Liri si trovano i locali dell’ex Lanificio San Francesco oggi dedicati a sala multimediale di incisione e per spettacoli. In una di queste sale è visibile una macchina che faceva parte della originaria linea produttiva del lanificio. I macchinari sono protetti da una vetrata e hanno pannelli che spiegano il loro uso.

Cartiera Boimond

La cartiera prende il nome dall’imprenditore che la ha rilevata nel 1922 e che ha realizzato una centrale idroelettrica che alimentava due macchine a produzione continua. La cartiera è stata famosa per essere sempre all’avanguardia tecnologica fino alla sua chiusura.

Il ciclo di produzione continuo serviva per la produzione di carte da sigaretta. Nel 1958 morirono entrambi gli eredi Boimond e la fabbrica entrò in una crisi che portò al fallimento nel 1977. Da allora è entrata nel patrimonio dello stato che ha restaurato il capannone che ospita una delle linee produttive come esempio di architettura industriale.

Da notare accanto alla lunga linea produttiva la riproduzione in legno di molte parti meccaniche. I pezzi sono accatastati sul pavimento e servivano per poter far realizzare pezzi di ricambio dagli artigiani locali senza aspettare i pezzi dal Belgio, dove era stata costruita l’originaria linea produttiva.

Cartiera Fibreno/Lefevre

La originaria cartiera Lefevre si sviluppa sotto il piano stradale in corrispondenza di una piccola cascata del Fibreno ed è la prima cartiera ad essere costruita. Produceva carta dagli stracci vecchi e si possono ancora riconoscere alcune parti del processo industriale.

Una storia carina è quella che con il cambio di tecnologia e l’apertura della nuova fabbrica, si era persa la memoria di questo antico complesso industriale. Il tempo aveva fatto crescere una folta vegetazione che aveva sommerso tutto.

Solo durante i lavori di sistemazione della strada danneggiata da una frana sono emersi gli edifici e si è iniziato il loro recupero. Oggi sono stati in parte sistemati in un percorso di archeologia industriale all’interno di un parco.

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Castro dei Voslci- Monumento alla Mamma Ciociara by Bettiol
Castro dei Voslci- Monumento alla Mamma Ciociara by Bettiol

Ogni tre anni gli abitanti di Castro dei Volsci e di Ausonia danno vita ad una originale cerimonia religiosa e una festa popolare molto sentita: la ‘Festa dell’Incontro’ che si svolge l’ultima domenica di agosto.

Le due comunità si incontrano a Castelnuovo Parano per scambiarsi i gonfaloni e la statua della Madonna. Gli abitanti di Ausonia la danno a quelli di Castro affinché la riportino al santuario ad Ausonia, al suggestivo e prezioso Santuario della Madonna del Piano in Ausonia. 

Questo pellegrinaggio che dura 3 giorni è una rievocazione di un episodio miracoloso accaduto oltre 9 secoli fa!

La tradizione narra che ad Ausonia, piccolo paese della Diocesi di Gaeta, esisteva una zona paludosa dove le donne del luogo si recavano per abortire. 

In quel luogo, il 23 aprile del 1100 Remingarda, una pastorella con un corpo deforme, stava con il suo gregge quando le apparve la Vergine. Remingarda vide una scia luminosa attraversare il cielo e cadde a terra priva di sensi. Fu svegliata dal tocco della mano della Madonna che pronunciava il suo nome.

Remingarda pregò con intensità la Madonna fino a che non le riapparve per una seconda volta e le disse di andare in paese e di dire a tutti di smetterla con la loro vita lussuriosa e di costruire un tempio in suo onore proprio secondo un disegno che avrebbero trovato.

La ragazza andò in paese e fu creduta perché la Madonna la aveva guarita dalle sue deformità e questo apparve subito come un miracolo. Così il giorno dopo con grande solennità, il Vescovo e i Sacerdoti si recarono sul luogo del miracolo e anche a loro apparve la Vergine.

Il modo in cui la Madonna diede indicazioni della forma della chiesa è veramente originale perché furono le formiche a disegnare la forma dell’edificio disponendosi in file allineate sul terreno. Ogni volta che qualcuno cercava di realizzare qualcosa al di fuori di questo schema, la costruzione cadeva durante la notte. Alla fine gli abitanti seguirono precisamente le indicazioni delle formiche.

Mentre ad Ausonia si costruiva una nuova chiesa, i cittadini di Castro dei Volsci non trovarono più la loro immagine della Madonna nella rustica Cappella del Piano, e iniziarono a ricercare tracce del furto anche nei paesi vicini.

L’immagine fu ritrovata proprio nella piccola chiesa edificata seguendo le indicazioni di Remingarda vicino l’acquitrino. I cittadini di Castro ripresero la sacra immagine e la riportarono con una processione nella Cappellina del Piano. Per evitare nuovi furti decisero anche di custodirla di notte. Nonostante questo, al mattino la Madonnina era di nuovo sparita.

Tornarono all'acquitrino di Ausonia e ancora una volta ritrovarono l’immagine nella stessa Chiesa e allo stesso posto di prima. Allora di nuovo ripresero l’immagine e con una nuova processione solenne e canti s'incamminarono ancora verso Castro.

Dopo una giornata di cammino, ad un paio di chilometri circa dalla Cappella, in un punto detto Colle Nuovo dove ora si trova una nicchia ricordo, improvvisamente il cielo si coprì di nuvoloni e si scatenò un temporale con pioggia violenta. Gli abitanti di Castro si tolsero i mantelli per proteggere l'immagine benedetta ed allora la pioggia cessò. Ma quando i portatori si avvicinarono per scoprirla e riprendere il cammino si accorsero che l’immagine era scomparsa di nuovo.

Questa volta tornarono subito ad Ausonia e ritrovarono ancora una volta l’immagine al solito posto. Si convinsero della volontà divina e non tentarono più di riportarlo a Castro ma decisero di organizzare una processione ogni anno in ricordo della Madonna. Da allora gli abitanti di Castro e di Ausonia si chiamano fratelli, perché ‘affratellati’ da una comune predilezione celeste.

Da allora, ogni anno la comunità di Castro con alla testa le autorità e il Gonfalone del Comune si reca in pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Piano in Ausonia. Qui incontra le autorità e il popolo di Ausonia con i loro gonfaloni. Le comunità si scambiano delle insegne e un abbraccio fraterno.

E in questi secoli sembra che non sia mai avvenuto un matrimonio fra abitanti di questi due paesi che si ritengono fratelli!

Nel frattempo nella Chiesa di Castro dei Volsci venne messa una nuova immagine della Madonna del Piano.

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Serrone- Premio Rocca dOro by Benedicta Lee
Serrone- Premio Rocca dOro by Benedicta Lee

Discoverplaces.travel è stato selezionato insieme a Eva Evola e Aaron Caruso, due cantanti lirici Italo-americani della Bellini Opera Foundation, per ricevere il prestigioso premio Rocca D'Oro alle presentazioni di Serrone.

Questa cittadina ciociara si stende sui ripidi pendii del Monte Scalambra ed è un famoso centro per il vino rosso Cesanese e per il volo libero.

La serata estiva arriva lentamente su Serrone e il caldo della giornata lascia subito spazio alla brezza serale, prima che l'inevitabile scialle sia disegnato sulle spalle delle signore appena arriva il crepuscolo.

La sera del 2 luglio siamo arrivati ​​presto e ci siamo seduti nella Piazzitella (il terrazzo più vicino ad una piazza che si può immaginare a Serrone) mentre ancora fervevano i preparativi per la 28esima edizione dei premi della Rocca D'Oro. Con languore guardavamo l'ultimo parapendio che scendeva dal cielo, si librava e scivolava con le correnti d'aria e, sopra di lui, le nuvole scure che sorgevano sulle cime della montagna e scomparivano muovendosi sulle pianure del fiume Sacco.

L'assegnazione del Premio Rocca D'Oro è un evento annuale creato e ospitato da Giancarlo Flavi, giornalista colto da Serrone e "uomo di spettacolo" il cui quotidiano raggiunge circa 120.000 persone ogni giorno prevalentemente in Ciociaria.

Ogni anno, la giuria, guidata dal generale Carlo Felice Corsetti, seleziona circa 20 persone e organizzazioni, vicine e lontane, per ricevere il premio che quest'anno era un modello di marmo di una torre Guelfa dello scultore Giuseppe Alveti.

Il palcoscenico, gestito con aplomb dal nostro ospite, è stato abbellito da Claudia Andreatti, una presentatrice statuaria e mattatrice di palcoscenico, vestita con fascino ma forse per una calda serata siciliana. Il terzo membro del triumvirato sul palco è stato il Maestro Massimo Cappello, vestito di bianco, il cui sorriso corrisponde allo scintillio delle sue dita sul pianoforte e che ha equilibrato i presentatori con interruzioni di melodie note e amate.

Quest'anno i premi hanno visto la presenza di membri della Fondazione Opera Bellini di Detroit. La loro presenza a questa serata è grazie ad una amicizia di tutta la vita tra il co-fondatore, il baritono Dino Valle e il generale Corsetti. Il fondatore e sponsor della Fondazione, Rosolino Do Luca, è nativo di Cinisi vicino a Palermo ed è cittadino di Detroit, ma soprattutto è un grande ammiratore della musica di Bellini, compositore siciliano di grandi opere.

Due cantanti della Bellini Opera sono stati premiati ed hanno eseguito due delle canzoni più famose di concerti. In primo luogo, Aaron Caruso ha intrattenuto con una potente interpretazione della canzone che Sinatra ha reso celebre, "My Way".

E più tardi, nonostante la discendente brezza della serata, il soprano Eva Evola si è esibita con l'aria "Oh mio babbino caro",  dell'opera Gianni Schicchi di Puccini, dove l'eroina minaccia di gettarsi dal Ponte Vecchio di Firenze, a meno che suo padre non le lasci sposare il suo amato.

Questo piccolo capolavoro sembra sia stato messo nell'opera di un solo atto di Puccini solo per soddisfare il pubblico con una melodia che potevano canticchiare sulla strada di casa. Tuttavia, grazie, Giacomo per le note, e grazie a Eva per la bella interpretazione.

 

Il vicino ponte culturale tra Italia e USA è stato emozionalmente dimostrato da Dino Valle che, stimolato sul momento dal pubblico, ha cantato l'inno di Ciociaria ricevendo calorosi applausi e l'apprezzamento del pubblico.

Siamo orgogliosi che Discoverplaces.travel sia stato tra i destinatari di un premio e di ricevere i riconoscimenti dei partecipanti, in particolare per la Guida Turistica di Serrone in Italiano e inglese che abbiamo presentato durante questo evento.

Questo Guida è una delle 12 pubblicate fra le oltre 350 città di Lazio, le cui storie sono già state riassunte nel nostro portale. I libri non sono solo guide di viaggio ma raccontano storie meravigliose di ogni città ed evidenziano le caratteristiche e i racconti di persone speciali e del posto.

È stato gratificante entrare nelle figure principali fra le autorità, campioni di sport, giornalismo, chiesa e carità che sono state lodate questa sera.

Nella vera tradizione romana, anche se siamo rimasti nell'ombra lontana della città eterna, la sera ha raggiunto la sua conclusione con eventi e colpi di scena dopo qualche ora. Così, con l'inizio della degustazione ormai a tarda serata, siamo entrati nella ‘notte di approfondimento’ con un bicchiere di rosso per riscaldare gli accordi vocali necessari per la tradizionale "chiacchierata" di mezzanotte.

Un altro successo del Premio Rocca D'Oro e di Giancarlo Flavi!

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Bellegra- Monte Scalambra by Benedicta Lee
Bellegra- Monte Scalambra by Benedicta Lee

La prima delle novanta curve sulla strada verso il Monte Scalambra è una stretta a sinistra dalla strada di Piglio, vicino la fine di La Forma, il centro commerciale di Serrone che corre lungo la strada principale.

Da questo punta, la cima della montagna sembra vicino al cielo.

Poi dopo una mezz'ora ci siamo arrampicati attraverso le curve a U della vecchia Serrone, superato i resti della Torre dei Colonna, che si staglia poche centinaia di metri sopra la città, e abbiamo incontrato gruppi di bovini che usano questa strada come la propria autostrada tra le macchie di erbe verdeggianti che questa montagna offre ancora in questa calda estate prematura.

Le rocce affilate e i gruppi di mucche racchiudono la strada che segue più attentamente i sentieri dei vecchi pastori e si snoda fuori e dentro le parti scure avvolte dalle fronde degli alberi per poi uscire di nuovo nel sole luminoso. Intanto il vento fischia attorno all'auto ogni volta che sfuggiamo alla protezione della foresta.

Vicino alla sommità, la strada si stringe e la protezione sui bordi è scomparsa mentre compaiono i "pali che segnano la neve" che ci raccontano lo spettacolo dei profondi inverni.

E passando attraverso le ultime case sulla strada verso il cielo, abbiamo raggiunto la cima, un piccolo atterraggio segnato dalle torri di telecomunicazione, un’area di lancio del parapendio e la statua di Nostra Signora della Pace.

La temperatura qui è circa dieci gradi più fresca che nella valle sotto La Forma e, mentre scrutiamo l'orizzonte per i punti di riferimento delle province del Lazio, nuvole nere rivestite di argento salgono da dietro la montagna e si girano per scomparire nell'aria più calda.

Prima di tornare al caldo dell'estate, bisogna fare una breve salita al memoriale per leggere il semplice promemoria 'AI CADUTI DI TUTTE LE GUERRE' e sussurrare una breve preghiera.

Poi è tempo di tornare giù verso la civilizzazione gareggiando con appassionati di mountain bike!

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Ceccano- Picchio verde Picus viridis by Paolo Fusacchia
Ceccano- Picchio verde Picus viridis by Paolo Fusacchia

C’erano una volta le Foreste di pianura. Sembra questo un titolo che appartiene al mondo delle favole ma, non è così, le foreste di pianura c’erano davvero e prosperavano dappertutto.
Bosco Faito è testimonianza di questo ambiente straordinario oggi quasi del tutto scomparso, essendo uno degli ultimi, sporadici relitti forestali planiziali presenti su tutto il territorio nazionale. Reliquia botanica e gioiello del patrimonio naturale di Ceccano.
Copre un territorio di poco più di 300 ettari dalla morfologia piuttosto varia caratterizzato da aree pianeggianti, piccoli rilievi dai versanti più o meno ripidi e stretti canali alimentati da falde acquifere superficiali. Inoltre la sua vicinanza ai fiumi Sacco e Cosa, determinano quelle condizioni di discreta umidità del terreno e dell’atmosfera da consentire la presenza di una nutrita varietà genetica ambientale in cui ‘emerge’ la presenza veramente abissale del Faggio (Fagus sylvatica) 160 metri s.l.m., ma anche la presenza significativa del querceto misto, che annovera 5 specie di Querce tra cui il Farnetto (Quercus Frainetto), essendo quest’ultima la stazione più a nord, prediligendo, come è suo costume, le zone peninsulari dell’Italia. Numerose le specie botaniche presenti, tra cui le spettacolari fioriture primaverili, in particolare di Bucaneve, Anemoni e Primule.
Gli animali che abitano il bosco appartengono alle specie di più notevole pregio, oggetto di particolare interesse con alcune di importanza prioritaria perchè svolgono la funzione di indicatori ambientali essendo sensibili ad ogni minima trasformazione del territorio. Tra questi da segnalare la Rana Dalmatina, la Polissena, il Falco Lodolaio e numerose specie di orchidee. Tra gli animali più comuni che è possibile osservare ci sono il Tasso, l'Istrice, la Volpe, la Poiana, il Picchio Verde, il Picchio Rosso maggiore, Il Saettone, il Biacco, l'Orbettino.
Il Bosco Faito è anche ricordato nella storia per aver ospitato in una località nota come “Pietra del Mal consiglio, o Pietra Rea” la riunione preparatoria tra i Conti De Ceccano, i loro alleati e il Nogaret per l'assalto a Papa Bonifacio VIII in Anagni nel 1303.
È stato di proprietà comunale fino al 1939 quando venne ceduto alla società Bomprini Parodi Delfino per la costruzione al suo interno, su circa 80 ettari, di una polvierera, ad oggi dismessa e completamente abbandonata.
Dal 2009 è stato designato Monumento Naturale rientrando così tra le aree naturali protette regionali.
 
Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Pesce P.(a cura di) 2006.  Bosco Faito – Conoscerlo con un colpo d'occhio, Dialogo con il “Vecchio Faggio”- Centro Studi Tolerus – Ambiente e Terriotio, Ceccano (Fr)

  • Fusacchia P. - Pesce. P 2002. Territorio Vivente – Ambiente Flora e Fauna – Comune di Ceccano (Fr)


 
Per informazioni e visite guidate:
Centro Studi Tolerus
via stazione, 4 – 03023 Ceccano (Fr) www.tolerus.itQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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Panorama Ceccano by Matteo Odargi
Panorama Ceccano by Matteo Odargi

La contea di Ceccano ha caratterizzato la storia e la vita di un grande territorio fra la Valle dell’Amaseno e i Monti Lepini per quasi 500 anni, dall’VIII al XIII secolo.

La famiglia dei Conti de Ceccano ebbe assoluto rilievo fra le casate feudali del Lazio medievale e dominò Ceccano e numerosi castelli nella Valle dell’Amaseno e in aree dei Monti Lepini per circa cinque secoli. I rapporti della casata ceccanese con la Chiesa non furono sempre ottimali e in alcuni periodi divennero anche pessimi (i conti de Ceccano furono tra i promotori dello Schiaffo di Anagni).

Le avvincenti vicende della famiglia ci giungono ancora oggi dagli Annales Ceccanenses (conosciuti anche come Cronache di Fossanova), la più antica cronaca laica di tutto il Lazio ancora oggi disponibile. Gli Annales narrano le vicende della famiglia e danno preziose informazioni storiche sui dintorni.

La narrazione inizia dalla nascita di Gesù Cristo seguendo con brevi annotazioni fino all'anno 1000. In seguito la narrazione si amplia così come la descrizione degli avvenimenti relativi ai de Ceccano, per giungere al 1217, anno in cui la cronaca si interrompe. Oggi si conservano copie trascritte del manoscritto originale, purtroppo scomparso.

Gli storici si dividono su fra varie ipotesi circa le origini della famiglia. Secondo alcuni storici come Ferdinand Gregorovius, la famiglia era di origine germanica e scese al seguito dei longobardi nel VIII secolo e da allora quel nucleo familiare si stabilì sul luogo prendendone il nome. Secondo altri deriverebbe dalla stirpe di Petronio Ceccano, comes di Campagna (antica regione a Sud di Roma) al quale la città deve il nome attuale.

Le prime notizie certe su di essa si hanno dalla seconda metà del ‘900 DC, quando su alcuni documenti dell’Abbazia di Montecassino si parla di Leone, Uberto e Amato che donarono molti beni all’Abbazia Benedettina.

La famiglia non ha dato Papi alla storia ma numerosi cardinali tra cui il Cardinale Giordano, abate di Fossanova, creato cardinale da Clemente III nel 1188 che lo inviò come Nunzio Apostolico in Francia e in Germania.

Tornato l’anno dopo a Ceccano, fece restaurare la Chiesa di Santa Maria a Fiume che consacrò con una solenne cerimonia descritta accuratamente sugli Annales Ceccanenses.

Il Cardinale Stefano, abate di Fossanova poi creato cardinale da papa Innocenzo III e amico di San Domenico di Guzman. Fu uno dei fondatori dell’Abbazia di San Galgano e della poco distante cappella dedicata alla Vergine della Rotonda sul luogo dove era morto San Galgano. Qui è conservato un affresco che lo raffigura in preghiera davanti alla Vergine.

La figura del Cardinale Teobaldo è strettamente legata a San Tommaso d’Aquino. Il Santo, gravemente malato, volle andare incontro alla morte in un luogo adatto alla sua vocazione religiosa e si fece condurre nell’Abbazia di Fossanova, dove spirò all’età di quarantanove anni fra le braccia dell’Abate Teobaldo de Ceccano (1274).

Il Cardinale Annibaldo IV, teologo e professore alla Sorbona di Parigi, amico degli artisti Giotto e Petrarca, nel periodo del Papato Avignonese, aprì il Giubileo del 1350 per conto di Clemente VI. Ad Avignone si trova ancora l’edificio che fu la sua residenza, la Livrée Ceccano, importante mediateca della Provenza, con gli ampi stanzoni arricchiti da numerosi affreschi con lo stemma araldico del cardinale.

Altri personaggi importanti furono Donna Egidia, tra le prime donne nella storia ad intraprendere il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, che partì nel 1190 tornando l’anno seguente guarita dal male che l’affliggeva e il figlio, il Conte Giovanni I. Nel 1190, venne creato cavaliere dall’Imperatore Enrico VI di Svevia.

La sua è la più antica testimonianza di un’investitura cavalleresca nel Lazio meridionale e denota l'alto rango raggiunto dalla famiglia dei conti di Ceccano a quell’epoca. Nel 1200, nella Cattedrale di Anagni, il Conte Giovanni giurò fedeltà al Papa Innocenzo III che gli assegnò in beneficio la città di Sezze.

La Contea viveva in quel periodo il suo massimo splendore; sotto il governo dei de Ceccano erano posti: Ceccano, Arnara, Patrica, Cacume, Monte Acuto, Giuliano, Santo Stefano, Maenza, Rocca d’Asprano, Prossedi, Pisterzo, Carpineto, con diritti vantati anche su Montelanico, Alatri, Frosinone, Priverno, Torrice, Ceprano e Ninfa.

Nel 1216 Giovanni respinse con fermezza Ruggero dell'Aquila, lo raggiunse a Vallecorsa e lo sconfisse costringendolo a ripassare il Liri e facendo prigioniero lo zio Roberto e settanta soldati. In seguito attaccò la famiglia Colonna, che aveva parteggiato per Ruggero dell'Aquila, assaltando il castello di Morolo e causando la morte di oltre 400 persone.

Si potrebbe concludere scrivendo che la famiglia verso la metà del '400 rimase senza eredi e si estinse. Le ultime esponenti donne si legarono in matrimonio con i Caetani (i quali in un certo senso ereditarono i loro beni). Gli ultimi esponenti uomini erano dei cardinali o comunque dei religiosi.

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Cave- Madonna del Campo
Cave- Madonna del Campo

Una delle celebrazioni più antiche e dal rituale originale: questa è la Festa della Madonna del Campo di Cave il 27 aprile di ogni anno. Ma come ha inizio e come si svolge?
Nella festa religiosa i cittadini portano per le vie del paese una antichissima macchina per processioni che è stata realizzata seguendo le immagini de quadro che si trova nella chiesa. La macchina è una vera opera d’arte e durante l’anno è nascosta al pubblico in una antica cassa che la preserva dalle rovine degli anni.
Nella macchina vengono sistemate le 4 statue che rappresentano la Madonna con il bambino in braccio, San Pietro e San Paolo. Ogni statua è molto lavorata e la figura della Madonna viene addobbata con gioielli che nel corso degli anni sono stati donati alla chiesa.
Il complesso della macchina e delle statue è così pesante che servono circa dieci persone per portala in processione e queste si danno il cambio in modo da non stancarsi troppo.
Ma come nasce questo culto ancora così sentito da tutti i cittadini di Cave?
La storia ha inizio nel 1655 quando un contadino che arava la terra con i buoi vede gli animali inginocchiarsi davanti ad una immagine sacra: era una tavola che rappresentava una Madonna con bambino fra i due santi Pietro e Paolo.
Probabilmente l’immagine in stile bizantino faceva parte di una antica chiesa dedicata a San Pietro da papa Simmaco nel IV secolo. La chiesa era stata abbandonata e distrutta durante le invasioni barbariche. Si era persa la memoria della chiesa i cui resti erano stati presto coperti da terra e detriti.
Il nome di Madonna del Campo deriverebbe proprio dal modo in cui è stata scoperta o forse il nome della località ‘Campo’ deriva dal campo di battaglia dove si scontrarono Romani e Prenestini contro Volsci ed Ernici, nel 267 AC. Questi campi aperti erano anche il luogo degli addestramenti militari nel medioevo e rinascimento.
L’immagine venne considerata sacra e divenne meta di pellegrinaggi. Per questo sul luogo del ritrovamento si decise di erigere una nuova cappella soprattutto quando nel 1656 scoppiò la peste nel Lazio e la popolazione aveva bisogno di santi protettori. Nel 1659 iniziarono i lavori che però andavano a rilento perché in contemporanea era in corso di costruzione la nova chiesa di Santa Maria Assunta.
In realtà i soldi finirono per entrambe e le chiese e solo un altro cataclisma, il terremoto del 1703, spinse a completare in fretta i lavori del santuario che venne consacrato nel 1707.
La data del 27 aprile venne scelta in occasione di una nuova emergenza: era il 1837 e fra gli abitanti di Roma di diffuse il morbo del colera. I cittadini di Cave commerciavano con i Romani e avevano bisogno di protezione. Fu scelta la Madonna del Campo e si decise di dedicare il giorno del 27 aprile alle sue celebrazioni.
Nel 1880, il Cardinal Antonio De Luca, con suo decreto, proclamò la Madonna del Campo, Patrona di Cave, insieme con San Lorenzo.
Ancora oggi la festa in onore della Madonna del Campo è un modo di continuare una tradizione molto sentita e di fa rivivere il senso della comunità. E’ un modo per far presentare le i prodotti e le eccellenze del territorio.
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Cave- PONTE VECCHIO by Giuseppe Mosetti
Cave- PONTE VECCHIO by Giuseppe Mosetti

Anche Cave è attraversata dalla via Francigena del sud, una via percorsa nel medioevo da pellegrini che andavano in Terra Santa e da chi cercava di utilizzare sentieri meno battuti da malfattori e conquistatori.

Si riconosce l’antico percorso nella parte bassa della città, quella vicino l’antica porta medioevale, e si riconoscono ponticelli che attraversano fossati. Alcuni di questi sono moderni ma altri sono decisamente antichi, forse medioevali?

Cave si trova su una altura circondata da fossati, perfetta per la difesa nel medioevo ma una disgrazia per i collegamenti in tempo di pace, quando la ricchezza di un paese è data dal commercio di beni e produzioni locali.

Era chiaro che per favorire gli scambi si dovessero costruire ponti e a Cave si trovano ponti di ogni epoca e stile. Il più suggestivo per la forma e la grazia è un ponte del 1621, la sua mancanza di simmetria lo rende particolarmente attraente ed è un luogo amato dagli artisti del paesaggio.

Poi arriviamo al Settecento e alla potenza del neoclassicismo con un maestoso ponte ad arcate, detto ‘ponte vecchio’ sul quale finalmente poteva transitare il progresso e gli scambi commerciali. Era da poco avvenuto un terremoto e quel ponte così solido ispirava fiducia e certezze.

Con il ponte a Cave fioriscono i commerci e inizia un periodo di entusiasmo che porterà emotivamente fino al ponte nuovo. Siamo arrivati nel 1904 e accanto a quello settecentesco viene realizzato un nuovo ponte capace di ospitare sia una strada che la ferrovia della linea Roma –Fiuggi.

Il ponte è una delle prime costruzioni in cemento armato ed è un orgoglio di ingegneria per il tempo. Sarà il segno di un nuovo cambiamento socio-economico di Cave. L’arrivo della ferrovia con la stazione fa scoprire a Cave da migliaia di persone. Con loro arrivano nuove idee e nuove esigenze e Cave viene scelta come stazione idro-climatica per il suo fresco in estate e come un luogo di rifugio dei ricchi Romani.

Nei primi del Novecento a Cave viene costruito un nuovo quartiere in stile floreale o liberty e il paese diventa conosciuto in tutta Roma come un luogo di villeggiatura.

Le automobili portano poi nuove esigenze, e per loro si cambia definitivamente tutto l’assetto urbanistico del paese. La piazza davanti la Collegiata viene aperta su due lati per permettere il passaggio di una importante arteria di comunicazione. Anche qui la nuova strada passa su un imponente viadotto in cemento armato che ne allarga la carreggiata altrimenti troppo stretta per le automobili.

Non si può fermare la modernità!

L’ultimo ponte è quello che ricostruisce l’unità del paese, che ricollega la pare moderna e quella antica. È un ponte pedonale in ferro e legno che collega la zona rinascimentale e moderna con quella medioevale.

Con questa ultima infrastruttura il centro è tornato a vivere, si è aperta la sezione del Museo Ferri del presepe monumentale, il comune ospitato nell’ex convento di Santo Stefano è di nuovo il cuore del paese.

Il ponte praticamente ripercorre in quota l’ultimo tratto della via Francigena e, al tramonto, regala al viaggiatore le stesse suggestioni medioevali, ma in modo nuovo!

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