Dove l'Oriente incontra l'Occidente con i delfini nel Bosforo

Il Bosforo è la sottile striscia d'acqua che separa Oriente (Asia) da Occidente (Europa). E' stato il canale naturale che collega il Mar Nero al Mar di Marmara eppoi agli oceani di tutto il mondo ancora prima che Giasone superasse gli scogli e navigasse attraverso il Mar Nero, forse 7000 anni fa.

Forse anche allora c'erano i delfini che seguivano le scie delle navi su e giù per lo stretto. Certamente nel nostro tour in barca sul Bosforo dal Corno d'Oro al vicino Mar Nero, la vista di un branco di delfini che nuotano con la corrente contro il flusso delle navi e dei trasporti è stata emozionante.

A quanto pare, un simile spettacolo non è insolito e i delfini senza dubbio si godono le correnti del Bosforo, ma per quelli di noi di retaggio australiano, il delfino è stato più spesso visto cavalcare le onde su e giù per la costa orientale, non in competizione con centinaia di traghetti e navi mercantili.

Il tour è iniziato al molo di fronte al bazar delle spezie e dopo un breve soggiorno nel Corno d'Oro in un giorno sempre più caldo e soleggiato, il traghetto ha puntato verso il mar di Marmara, con il Palazzo Topkapi sulla nostra destra e ha virato a sinistra nel Bosforo. La magnificenza dei palazzi dell’epoca ottomana è in bella mostra a sinistra, la cui storia potrebbe essere davvero apprezzata solo registrando i dettagli e le storie narrate dalla guida.

Quei palazzi estivi non convertiti in musei ora occasionalmente si trasformano in uffici e sale riunioni per capi di stato in visita.

Alcuni palazzi sono stati convertiti in hotel dai marchi del lusso e sembrano competere sul terreno di come massimizzare i prezzi. L'attuale vincitore di questo premio è la Suite Sultano all'hotel Ciragan Palace, che Kempinski orgogliosamente pubblicizza a 30.000 € per notte - sicuramente un prezzo per incoraggiare un arrivo anticipato e check-out ritardato.

Le ville che seguono i palazzi, mentre ci muoviamo più verso il ruscello (o forse verso lo stretto) sono ugualmente appariscenti, anche se le costruzioni post-ottomane riflettono una vasta gamma di stili architettonici e abilità. Apparentemente i prezzi oltre i 100 milioni (qualcuno dovrebbe essere disperati o abbastanza annoiato da vendere) sono raggiunti.

Ai margini dei palazzi ci sono i famosi locali notturni di Istanbul, straordinariamente noiosi all'ora di pranzo. Passando sotto i due ponti sul Bosforo ciascuno oltre 60 metri sopra l'acqua, il traffico concorrente e la densità delle costruzione si diradano, e questo era il luogo dove ci è stato concesso lo spettacolo dei delfini.

Avvicinandosi al Mar Nero siamo stati informati che la gigantesca ‘gamba’ in piedi sulla riva sinistra è un pilone parzialmente completato del nuovo ponte sul Bosforo, una ‘gamba’ del nuovo Colosso. Ma data la densità dei traghetti che attraversano il Bosforo dubitiamo che questo nuovo ponte ridurrà notevolmente il traffico acqueo.

In questo tour ci hanno offerto la possibilità di sbarcare in un villaggio di pescatori nella parte asiatica, appena dentro il Bosforo. Il tempo non si ferma per nessuno, ed è stato sorprendente ma deludente che il villaggio di pescatori consisteva in una serie di ristoranti turistici, negozi di magneti per frigoriferi e una pletora di insegne della Coca Cola - non la Turchia che siamo venuti a vedere.

Il ritorno al Corno d'Oro lungo il lato asiatico ci ha esposto ad un numero altrettanto grande di palazzi esotici alcuni accessibili solo con l'elicottero o la barca oltre al club per le famose squadre di calcio di Istanbul. Dopo aver superato la Torre Galata il Bosforo è stato lasciato alle spalle con una vista fino alla Basilica di Santa Sofia e alla Moschea Blu dritto sulla destra e abbiamo girato nel Corno d'Oro.

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Il Gran Bazar - Basilica del Corno d'Oro

Istanbul è il punto di incontro tra Asia ed Europa, dove il Bosforo, giorno e notte brulicante di navi, separa i due continenti.

Per molti l'unica ragione per viaggiare fino al punto di fusione delle culture del mondo è quello di vagare nel Gran Bazar, passando i 4000 negozi della più bella basilica tradizionale del mondo (un festival laico del commercio e degli scambi), e in questa città praticamente circondata da grande moschee. Questa basilica, o bazar, è stata favoleggiata per più di 500 anni proprio come la via d'acqua del Corno d'Oro.

Per questa visita al Gran Bazar abbiamo camminato dall'hotel e siamo entrati attraverso la Porta 7, che conduce direttamente alla strada dei mercanti d'oro, uno dei pochi ampi percorsi di questo bazar coperto. Non ci si impiega molto per ricordare perché questo bazar è quello che accoglie i visitatori che ritornano e di nuovo assaggiano le sue merci antiche e moderne e l'atmosfera di eccitazione.

I mercanti di Istanbul sono a un livello superiore rispetto a quelli dei mercati e bazar in altre grandi città. Sì, fremono per la caccia, per l'arte di vendere, ma sorprendente, per il visitatore che arriva una prima volta ed è messo in guardia contro eventuali rischi, il mercato è un luogo di sicurezza e cortesia. 

In nessun momento il visitatore si sente minacciato, e la maleducazione è un anatema. Invece di evitare gli occhi dall’attento mercante, il calore del loro approccio e le banalità ovvie ma benvenute vi porteranno a stabilire relazioni con loro, ma siate circospetti con il vostro portafoglio, perché non è il ladro che vi allevierà delle vostre lire, ma l'arte del venditore se il caso vuole che entriate nel suo piccolo negozio.

Ogni visita ha la sua storia e questa è solo una delle migliaia di ogni giorno. Forse desiderate acquistare una nuova borsetta nella zona in cui tutte le pelletterie sono concentrate. Adocchiando un possibile candidato, entrate in un piccolo negozio diagonale e vi confrontate con il commerciante - e per un acquirente occasionale, sapete che lui ha già vinto, perché avete fatto l’'errore' di entrare nel suo negozio. Ma non è mai una semplice conquista.

E' come, per una donna, aver accettato di ballare con Don Giovanni - sapete già la fine, è il percorso verso questa che è incerto. Il primo ballo serve a testare i vostri desideri, questo è il "valzer dei prezzi". Dopo che un paio di rivolgimenti, si è pronti per il 'quick step'. 

Questo accade quando siete invitati a fare qualche passo lungo il percorso danzante verso il suo 'grande magazzino' con dei colori sorprendenti e una gamma di merce più fine. E’ qui che troverete i quattro livelli del negozio del Gran Bazar, scale strette che metteranno alla prova il vostro stile di danza mentre salite verso il "paradiso" del bazar.

E’ qui che sarete messi alla prova, si può sfuggire alle grinfie della trattativa? Volete ballare ogni danza, quante borse comprerete? Ed è qui, intrappolati tra le sue braccia, che scoprirete il prezzo del vostro desiderio e inizierete le trattative.

E' una futilità dichiarare che tutto quello che volevate era ballare proprio mentre lui ha un tango pronto per voi, il vero negozio sta nascosto appena fuori dal bazar, con una pista da ballo e buon caffè del calibro che non avete mai visto. Ora, come il suo burattino danzante, lo seguirete rapidamente attraverso il bazar, spostandovi a sinistra e a destra, salendo ancora molte scale per il boudoir della sua accademia di danza.

Una volta esibiti i suoi più belli passi di tango, cercherete rifugio, sperando in un salvataggio da un marito perso da lungo tempo, ma oramai tutto è perduto, i vestiti da ballo devono essere adornati non da una, non da due, ma da tre nuove borsette che mostrerete ai vostri amici come il risultato della vostra lezione di danza nel Gran Bazar.

E vi renderete conto anche, possibilmente con una punta di delusione, che non avete perso nulla se non il contenuto del vostro portafoglio, abilmente estratto con ‘amore’ e dato liberamente con un certo piacere a questo grande maestro di ballo che ora si sposta verso la sua prossima conquista con un tocco finale: "siete meravigliosa con quella vostra bellissima gonna" e sarete felice.

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lampade da tavolo a led

Le "sculture di luce" di Maurizio Signorini sono lampade da tavolo a led in pietra che grazie alla loro forma riescono a regalare sorprendenti giochi di luce.

Sin dagli albori del tempo le emozioni dell'uomo sono state guidate dai colori della natura, che nascono dal gioco di luce nel cielo, nelle rocce, nell’acqua e negli alberi.

I grandi artisti e architetti hanno interpretato questo imparando a gestire la luce nelle loro creazioni, mettendo pietre colorate e affreschi alle pareti e nei loro dipinti.

In alcuni periodi del secolo scorso questa comprensione è andata persa, soprattutto dopo l’introduzione delle materie plastiche monocromatiche nel 1960. Ma, come per tutta l'arte tradizionale, oggi assistiamo al rinascimento di quegli artisti e artigiani che, rispettando le tradizioni e sentendo un disappunto con la società, tentano di reintrodurre i valori naturali pur riconoscendo il contributo che la tecnologia moderna porta con sé.

Abbiamo incontrato Maurizio Signorini, un architetto Italiano che riesce a fondere l’utilizzo di tecniche moderne e dell’architettura con la comprensione delle tradizioni, nel suo caso sotto l'influenza della filosofia antroposofica di Steiner. La sua passione per l’illuminazione soft e naturale lo ha portato ad utilizzare la luce come una pittura creando effetti cromatici dinamici nelle stanze. Effetti che variano con l’intensità luminosa e la direzione della luce durante l’arco della giornata.

Dopo aver saziato il suo interesse con effetti di luce naturale, ha diretto il suo talento creativo verso la creazione di lampade con molteplici effetti di particolare pregio. Tra i più interessanti si possono notare quelli con le sfumature in giallo che sono esposti nel suo ufficio.

Di recente, Maurizio è ritornato alla natura per prendere ispirazione per i suoi progetti di illuminazione utilizzando pietre naturali come base naturale per lampade con LED moderni. Ancora una volta i suoi disegni prendono spunto dalla natura, attraverso linee fluide e aperture da cui fuoriescono i fasci di luce. Alcune volte il chiarore del lume a led e i riflessi dei colori delle pietre sagomate creano un effetto particolare tipo agata.

Le ultime mostre delle sue opere hanno mostrato una nuova gamma di luci integrate con pietre naturali, conosciute come “sculture di luce in pietra”, dove la parola 'luce' si intente come metafisica così come la natura fisica delle opere.

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Computer si … computer no… il dilemma nella moda

Sono Tiziana Paci, una scrittrice e disegnatrice professionista e insegno fashion design dagli anni ‘80, quando il computer non esisteva e tutto era fatto a mano sia a scuola sia in azienda.

Poi, dagli anni ’90, il computer ha invaso il mondo e tutti noi creativi e insegnanti ci siamo dovuti aggiornare sui vari software che accorciavano i tempi di lavoro in modo stupefacente, assolutamente inimmaginabile fino a quel momento.

Ora nel mio lavoro alterno disegni manuali a elaborazioni al computer, e non potrebbe essere altrimenti. Come insegnante che deve preparare i futuri professionisti di moda mi chiedo invece, quando sia ora di passare dal disegno manuale a quello del computer e quanta preparazione classica al disegno sia necessaria.

Con il computer anche gli alunni meno dotati riescono a creare progetti semplici impossibili da fare a mano. Il computer colora, sfuma, taglia, incolla, deforma, compone, consente una marea di possibilità tecnico-artistiche in un tempo relativamente breve. In più, nelle aziende di settore, la maggior parte delle operazioni creative si svolge attraverso il suo uso.

Magari lo avessi avuto ai miei tempi quando passavo a volte nottate intere a dipingere le fantasie di tessuti dell’ultima collezione. Ricordo ancora, un dipinto che feci per una ditta di moda, enorme quanto un tavolo, di una foresta tropicale con alberi, fiori, ruscelli, liane, cacciatori e animali di ogni genere.

Ma la scuola non è un’azienda e gli alunni non sono ancora dei professionisti, quindi?

I ragazzi ovviamente si fionderebbero sul computer, molto più affine ai loro tempi stretti e dai risultati quasi immediati. Come docente rifletto. Assisto da anni a un impoverimento nell’arte del disegno e nelle tecniche artistiche, ma anche al moltiplicarsi dei disturbi dell’attenzione e della concentrazione. Mi sembra che non ci sia più tempo per il fatto bene e a mano, la tecnologia attira tutto a sé come un enorme magnete e il suo fascino assoggetta.

La mia esperienza mi spinge ad affermare che è uno strumento al pari di altri, da utilizzare al momento opportuno e solo dopo l’acquisizione di tecniche manuali che ritengo insostituibili per la crescita individuale e una corretta formazione artistica. Una formazione che richiede tempi lunghi di apprendimento e pause precise di decantazione. L’idea non basta senza la cultura che si crea con il tempo e la riflessione.

E’ come togliere la grammatica alla scrittura e pensare che “tanto c’è il computer per farci diventare tutti sommi poeti”. O togliere lo strumento ai musicisti perché tanto c’è la musica digitale. Ma allora a che servono i Conservatori, i Licei artistici e le Accademie di Belle Arti?

Quindi assolutamente si al computer ma non subito. Che ne pensate?

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Energitismo porta l’arte nel rugby

Insieme al Museo del Rugby, Energitismo ha dato vita ad una iniziativa di promozione dell’arte nello sport del rugby con una performance alla scuola estiva di Mauro Bergamasco per giovani rugbisti a Jesolo (circa un’ora di nuoto da Venezia!).

Una disciplina sportiva si distingue perché lo sport entra nello stile di vita quotidiano e i maestri sportivi diventano maestri di vita. Nel rugby lo sconfinamento dello sport nella vita quotidiana è palpabile dal comportamento dei giocatori ma soprattutto da quello dei tifosi e degli appassionati. Il “terzo tempo” è l’esempio perfetto di questo legame fra sport e vita. E’ il momento del dopo partita in cui la rivalità espressa sul campo si trasforma in gioia e la goliardia diventa l’occasione per ritrovare il senso del gioco e della vita.

E’ forse per questo motivo che nel suo centro estivo, Mauro Bergamasco, giocatore italiano di fama internazionale, ha chiesto al Museo del Rugby ad Artena, di tenere ogni giorno una lezione di un’ora ai ragazzi. Il presidente Corrado Mattoccia ha allestito una mostra con una selezione di maglie scelte per l’occasione e quando gli abbiamo chiesto di cosa parla durante le sue lezioni, ci ha risposto: “di storia e geografia! Ogni maglia è stata indossata da un giocatore durante una partita in qualche parte del mondo, quindi racconto e faccio domande su alcuni paesi o su alcune vicende storiche”.

Per farci un esempio di quello che ha portato in visione, ci ha illustrato la “maglia fantasma”, la maglia di un’autentica leggenda del Rugby mondiale: Gareth Edwards. Il più giovane capitano dei Dragoni Rossi di tutti i tempi, 53 caps con la maglia del Galles, colui che ha realizzato quella che è tutt’oggi considerata la meta più bella di tutti i tempi.

Negli anni terribili dell’Apartheid le squadre sudafricane erano bandite dal resto del mondo: per protesta contro il razzismo dei bianchi nessuna squadra di rugby poteva accettare di giocare contro un XV sudafricano.

Ma nel 1978 una squadra di un college sudafricano chiese ed ottenne di giocare un partita in Galles, nei pressi di Neath, sede del più vecchio club gallese. La partita si giocò “di nascosto”. Edwads era in campo nelle fila del Neath. Indossò la maglia nera in quell’unica occasione.
Un altro esempio è quello dell’importanza del rugby nella storia dell’Irlanda. Il rugby era l’unico sport in cui competevano sia squadre dell’Ulster che dell’Irlanda.

Con queste premesse e con la convergenza fra le nostre iniziative e gli scopi del Museo, che sono un avvicinamento fra cultura, vita, arte e sport, ci siamo ritrovati a Cavallino vicino Jesolo.

Con il suggerimento dell’artista della ceramica Giuseppe Facchinello e dell’artigiano Alessandro Facchinello, su come enfatizzare il legame fra arte e sport con trofei e oggetti collezionabili, abbiamo mostrato degli ovali di ceramica che avevano realizzato in varie forme e colori. Poi abbiamo portato un ovale di ceramica bianca e delle ciotole con colori diversi. Di fronte a tutti i ragazzi e allo staff, alcuni hanno impresso le mani nel colore e hanno lasciato la loro “firma” sull’ovale.

Arturo e Mauro Bergamasco, Andrea de Rossi, Cinzia Cavazzuti, Davide Giazzon, Corrado Mattoccia, Francesco Tognon, Claudia Bettiol, Samuel Piazzolla, Alessio D’Aniello, Emma Stevanin, Edoardo Sommacal e Pietro Casarin hanno segnato questa storica palla che sarà cotta al forno da Alessandro Facchinello e successivamente donata al Museo del Rugby.

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Corrado Di Giacomo, Camerlengo del Nobile Collegio degli Orefici

L’arte orafa tramandata sotto l’ombra dello Stato dei Papi sino oggi: intervista con Corrado di Giacomo, Camerlengo del Nobil Collegio degli Orafi.

Se amate i gioielli e amate Roma, allora dovete andare a visitare il Nobil Collegio degli Orafi in via S. Eligio, nell’unica chiesa disegnata dal grande Raffaello Sanzio. E se non trovate il campanello per entrare non dovete preoccuparvi, infatti la sede è proprio nella chiesa. Il Nobil Collegio è stato fondato nello Stato Pontificio ed era una sua istituzione, quindi era naturale che proprio una chiesa fosse la sua sede istituzionale.

A Sant’Eligio abbiamo incontrato Corrado di Giacomo ossia il Camerlengo, il nome storico con il quale si designa il presidente del Collegio, che ci ha introdotto all’archivio storico. Abbiamo potuto vedere e sentire il passato e per un attimo siamo entrati nelle “botteghe” dei grandi maestri come Benvenuto Cellini.

Corrado, cosa si prova a rappresentare una istituzione così storica?

E’ un onere e un onore, significa preservare e far crescere una cultura che accompagna l’uomo da sempre. Il Nobil Collegio nasce come sodalizio tra maestri artigiani, allo scopo di conservare e tutelare nel tempo l’antica e preziosa arte e la cultura dell’oreficeria e dell’argenteria. Per questo da secoli svolgiamo attività di animazione culturale come conferenze, corsi, premi, rivolti, con una particolare attenzione ai giovani che un domani dovranno prendere il nostro testimone.

Il nostro archivio è parte di questa cultura ed è possibile visitarlo concordando un appuntamento con il console conservatore. Entrare a contatto con gli antichi manoscritti è una esperienza unica, particolarmente per gli americani che spesso mostrano un rispetto assoluto per tutto ciò che risale a prima della scoperta dell’America nel 1492 e non osano sfiorare le pagine. Assistere a queste scene mi riempie di orgoglio per il ruolo che ancora svolgiamo attivamente per la categoria degli orafi e da un senso nuovo alla nostra istituzione.

Dove arrivano le vostre radici, quanto lontano arrivano nel tempo?

La nostra storia è in realtà ancora più antica: siamo l’erede delle antiche corporazioni d’arte che affondano le proprie origini in epoca romana. Infatti, la fondazione delle corporazioni - o meglio dei Collegia - risale a Numa Pompilio uno dei primi sette re di Roma. Quella degli orafi, chiamati prima aurarius faber ed in seguito aurifex, è tra le più antiche.

L’Università degli Orefici, Ferrari e Sellari è la VI Corporazione e aveva originariamente sede presso la Chiesa di S. Salvatore alle Coppelle, eretta nel 1196 sotto il Pontificato di Celestino II. Un regolamento scritto della nostra attività si trova già negli statuti di Roma del 1358, in cui si stabiliva che l'argento dovesse avere un "punzone" di garanzia e, quindi, l’autorità papale necessitava di una organizzazione di controllo dei punzoni.

Nel 1404, la VI Corporazione si scisse nelle tre Arti ed ebbero origine le confraternite autonome, che continuarono ad avere come vincolo il Santo protettore Sant’Eligio Vescovo di Nojon e la sede. Solo alla fine del XV secolo gli Orefici decisero di fondare una propria corporazione indipendente dalle altre anche nella sede.

A due passi dal Tevere e nella zona più bella di Roma: anche la storia della vostra sede merita di essere ascoltata.

Il 13 giugno 1508, la Corporazione degli Orefici acquista un terreno nel rione Regola, vicino al Tevere e inoltra al Papa la richiesta di edificare una nuova chiesa da dedicare a Sant’Eligio come sede della Corporazione.

L’autorizzazione alla costruzione venne concessa il 20 giugno 1509 da Giulio II con bolla papale. Il progetto della chiesa fu affidato a Raffaello il quale, pur con l’influenza del Bramante suo maestro, impresse all’edificio il suo genio e fece della piccola costruzione un gioiello da tramandare ai posteri. L’undici novembre 1516 venne commissionata a Sebastiano da Como, muratore, la costruzione della nuova chiesa. Oggi ci troviamo ancora in quella chiesa e la nostra sede non è mai cambiata durante tutti questi secoli.

Quanti Camerlenghi si sono susseguiti e come ci si sente a guidare una istituzione con radici così profonde nella storia?

Negli anni, ma direi nei secoli, si sono avvicendati all’incirca 250 Camerlenghi. Personalmente, vivo questa carica con molto orgoglio, ma allo stesso tempo con grande responsabilità: cerco di lavorare, sempre, mantenendo salde le fondamenta di questo antico e nobile sodalizio, con un occhio vigile verso il futuro e con grande attenzione per le nuove generazioni.

Passato e futuro: vede nel Collegio un ruolo “attuale” nella diffusione dell’arte orafa?

Certamente, il nostro sodalizio nasce per tutelare questa antica arte ma, contemporaneamente continuiamo a vivere proprio perché quest’arte non vada persa. Oggi più che mai sono convinto che l’artigianato ha un ruolo attivo nella società e possa essere il volano per una completa affermazione del made in Italy nel mondo. In questo siamo maestri e non dobbiamo dimenticarlo!

Invito tutti a venirci a trovare ed a condividere con noi i piaceri di un concerto e di una chiacchierata sull’arte orafa nelle diverse manifestazioni che trovate sul sito

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Il lago di Chao Binhu dove tutti I sensi si soddisfano

'Un paradosso, un paradosso, un paradosso più geniale' (dai I Pirati di Penzance o Schiavi del dovere di Gilbert & Sullivan) potrebbe riflettere la realtà del Lago Chao in Anhui, Cina.

Vicine le sue vaste acque inquinate (è il quarto più grande lago d'acqua dolce in Cina) è stata costruita Nuova Binhu (che significa proprio 'vicino al lago'), una città ultra-moderna di condomini forse per 2 milioni di persone e parte della più grande città di Hefei in Anhui.

Il governo è stato lungimirante e prevedendo le esigenze del popolo, ha creato una cintura verde intorno al lago nei dintorni della città. Questo comprende una moderna strada che porta alle diverse attrazioni della natura e dell'uomo.

Le attrazioni dell’uomo includono un museo che ricorda un’area vicina dove l'Esercito di Liberazione Popolare di Mao ha attraversato lo Yangtse nel 1949 e una grande torre pentagonale di 99 metri che sembra una stella a 5 punte nel cielo. La lunga strada vicina al lago è recintata con basse ringhiere di ferro architettonicamente piacevoli e dipinte in blu e bianco con colonnine ogni 3 metri con una scatola di fiori in cima - tutto incontaminato e mantenuto meravigliosamente.

In altre aree ci sono zone umide tra la strada e il lago con passerelle di assi costruite per i visitatori. E il paradosso è qui. La prima cosa che si nota è un mare di colore, no, non l'inquinamento, ma magnifici campi di piante acquatiche.

Ci sono vaste aree di gigli d'acqua giallo chiaro, grande perfetto fiori di loto rosa, iris d'acqua gialli luminosi, canne e gigli rossi e arancioni molto alti – tutti che si alimentano con grande piacere con il concime inquinato del lago, e tutti fanno il loro dovere di creare bellezza mentre eliminano l’inquinamento – la natura di Energitismo. La vita del lago non si limitata alle piante acquatiche. I pesci vivono e ora prosperano da quando la pesca è stata vietata. 

La domanda è, la bellezza sopravvivrà una volta che l'inquinamento sarà stato eliminato?

Un'altra meraviglia della zona è un parco forestale costruito come solo un nativo dell'Asia orientale poteva fare. Ogni aspetto della foresta è stato incluso. Ci sono tre livelli di vegetazione con alberi di alto fusto a foglia caduca, poi abeti medi sempreverdi, cespugli e palme, e infine un sottobosco di aree umide naturali.

 I laghi artificiali sono ormai pieni di fiori d'acqua, in particolare di loto e il posto è il favorito dalle spose. Ci sono diversi modi per visitare la foresta, a piedi, con eco-minibus, in barca sul canale, o, ciò che è stato il primo per me, un quadriciclo con quattro sedute - una versione a ruote del pedalò acqua, che ha una sola sfida - assicurarsi che i due ciclisti anteriori condividano la stessa intenzione di direzione.

In estate questa area Cinese è un bagno turco dove la liquefazione della carne sembra inevitabile, così che l'ombra è un sollievo. Rotolando lentamente sui sentieri ben strutturati sotto rive di alberi di alto fusto, avete solo la compagnia di due tipi di insetti, una linea a bassa quota di migliaia di innocue mosche drago, che testimoniano l’avvicinamento della pioggia, e cori di cicale, che si gonfiano in una cacofonia prima di spegnersi. Naturalmente voi non noterete nessuna mosca ordinaria o zanzare, non ce ne sono. 

Anche qui non manca la passione cinese per la pulizia. Mentre prima della nostra visita ero rimasto sorpreso di trovare un pezzo di spazzatura da depositare in una pletora di bidoni per il riciclo, qui nel parco della foresta tutto è perfettamente pulito - con solo un altro paradosso – lavoratori diligenti spazzano le foglie dai percorsi mentre altre foglie svolazzanti le sostituiscono rapidamente.

C'è qualcosa di giusto in quello che i cinesi stanno facendo alla città e alla comunità. Forse possiamo imparare.

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Domenica in Veneto con l’Australia che ci segue

Ci siamo incontrati con i creatori di D'Orica, Giampietro Zonta e Daniela al Vivaio della Rive in Zulgarno, ai margini delle colline che portano alle Prealpi appena ad ovest del Montegrappa. Apparentemente il pranzo della domenica era stato prenotato a circa 15 minuti di distanza.

Quindi, dopo aver guidato in su e in giù, in circolo, dentro e fuori attraverso villaggi e boschi per 25 minuti su strade che fanno sembrare quelle della Toscana come la A1, siamo arrivati attraverso una anonima strada in una grande bella casa rustica.

Siamo stati accolti come i primi ospiti del pranzo domenicale da un uomo di una certa età che indossava un vestito casual con una camicia nera e un sorriso raggiante. È il suo agriturismo, 'Ai Canifi', dove tutto quello che si consuma è coltivato ed allevato. Odone Parison ha parlato a ciascuno di noi e, con una certa facilità, ha notato subito che il mio accento non avrebbe passato il livello 1 in Italiano.

'Australiano?!' e subito si è tuffato nel racconto di suo padre e dei tre fratelli che sono emigrati da questa regione traumatizzata dopo la Grande Guerra, quella ricordata del notevole memoriale sul Montegrappa.

Ha raccontato la storia della costruzione del ponte di Sydney Harbour nel 1932 e del ritorno di suo padre in Italia una prima volta nel 1937, quando il suo denaro gli aveva dato grande ricchezza ma poveri consiglieri, e di una seconda volta alcuni anni dopo, quando lo stesso denaro lo aveva lasciato con poco da vivere. I ricordi dei consigli dell'avvocato sono duri a morire.

Sembra che non ci sia una sola persona nelle Prealpi venete, senza una storia australiana, è per questo che io sono attratto da questa bella regione?

Ci siamo seduti sulla veranda al calore che la tarda primavera dona prima della tempesta del pomeriggio, e presto al tavolo accanto sono arrivate due coppie. La prima vedeva un uomo di 90 anni e sua moglie con qualche anno di meno, la seconda comprendeva lui di 92 anni, che faceva l’occhiolino ed aveva movimenti spiritati, con una 'fidanzata' di una generazione più giovane.

Il pranzo di questa domenica è stato un banchetto fisso di sette, o forse più, portate di pietanze eleganti. Queste storie che scrivo non sono guide su ristoranti o critiche culinarie. E’ sufficiente dire che in questo tempo di asparagi, la cucina è andata orgogliosa di presentare antipasti caldi e freddi, risotto e pasta - perfettamente al dente.

Per dare un compagno all'acqua abbiamo scelto un Refosco, sufficientemente morbido e non troppo forte con il sapore del legno. Il formaggio con la marmellata di asparagi è stato un gusto da ricordare e l’insalata con arance e noci era bilanciata alla perfezione. E questo non è per criticare quello che li aveva preceduti, che aveva lasciato i cinque di noi sbalorditi al tavolo.

Ho scelto Anatra in salsa di arance per il mio secondo e ho sostenuto la mia parte di una seconda bottiglia di Refosco. Frutta dall’orto e dolce fatto in casa hanno concluso il pasto dopo circa 3 ore da quando ci eravamo seduti e, prima di salutare, siamo stati benedetti con grappa e Pruno, un glorioso e sconosciuto liquore che deve il nome da un frutto oscuro, mentre gustavamo un po' di ciliegie.

Ho avuto solo una riserva, e questa è che non ho una prenotazione per la prossima Domenica. Se si vuole rischiare di godere “appena troppo” di un pranzo della Domenica, bisogna chiamare Odone Parison “Ai Canifi” e unirsi a lui e alla sua squadra per un meraviglioso pomeriggio di buon cibo con giusto vino collegato. Portatevi solo la fotocamera delle vostre papille gustative.

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