Porta della Verità o Porta dell’Abate
Porta della Verità o Porta dell’Abate

Porta della Verità prende il nome dalla vicina Abbazia di Santa Maria della Verità e dall’uso che ne facevano i suoi abati. La porta è inserita nel circuito murario e il suo stile neoclassico è esaltato dall’intonaco con cui è state rivestita una sezione delle mura di cinta.

La porta viene dalle sistemazioni Settecentesche durante il pontificato di Papa Benedetto XIII Orsini, il cui stemma di si trova sulla porta accanto a quello del governatore della città e del comune di Viterbo.

Una grande epigrafe sopra l’arco di accesso racconta la storia della porta.

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Torre del Borgognone
Torre del Borgognone

La torre del Borgognone si trova su uno dei lati di Piazza San Silvestro o Piazza del Gesù a Viterbo caratterizzata dalla chiesa del Gesù dove nel 1271 venne ucciso Guido de Monfort, cugino del re Edoardo d’Inghilterra.

Le torri medievali di Viterbo risalgono al XI e XII secolo quando furono costruite per difendere il quartiere San Pellegrino, il cuore della città.

Con l’espansione della città, soprattutto nel periodo in cui la corte papale si trasferì a Viterbo, alcune di queste torri furono inglobate nelle abitazioni divenendo un elemento distintivo dell’importanza della famiglia.

La Torre del Borgognone era situata nella parte della città dove si amministrava la giustizia ed è suddivisa in 6 livelli. Questi sono stati probabilmente costruiti in fasi diverse, alcuni sono infatti coperti da solai in legno ed altre da volte a botte in laterizi.

Il suo nome deriva dalla famiglia dei Burgondioni o Borgognoni, i cui membri sono stati anche parte del governo della città.

Ai piedi della torre si riconosce una impronta di Messer Angelo Borgognone che veniva usata come strumento di misura per le lunghezze di Viterbo. Un po’ come ancora oggi il ‘piede’ anglosassone deriva dalla misura del piede di Carlo Magno, così i Viterbesi usavano il piede di Borgognone come metro di paragone.

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Il ponte di Paradosso era stato costruito a Viterbo nel medioevo per unire i due quartieri di Pianoscarano e di San Pellegrino separati dal fosso Paradosso.

Oggi il torrente è interrato e lungo il suo corso è nata una parte della città antica, ma il ponte è rimasto e unisce ancora le due parti medievali di Viterbo.

Siamo nella parte più antica di Viterbo, tanto che il nome Pianoscarano deriva dal longobardo ‘squara’ (schiera) con cui si indicava il luogo dove si trovavano gli accampamenti delle truppe nell’VIII secolo. Molto spesso le città nascono sui posti dove un tempo erano organizzati gli accampamenti militari con i loro servizi.

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La torre della bella Galliana è una delle torri medievali di guardia inserita nella cinta muraria di Viterbo nella zona antistante Valle Favl. Il suo nome si ispira a quello di una leggenda che riguarda una bellissima ragazza di nome Galliana e al centro della torre di trova una piccola finestra da cui si dice si sia affacciata per l’ultima volta.

La leggenda narra che durante il medioevo, Giovanni dei Prefetti di Vico, un nobile romano di una potente famiglia si fosse perdutamente innamorato di questa ragazza di Viterbo al punto che decise di rapirla. 

Si arrampicò sulla parete della casa della ragazza, ma un fulmine colpì la campana della Torre Monaldesca che svegliò la città. Giovanni venne bandito dalla città ma vi tornò con un esercito e iniziò ad assediare Viterbo.

Giovanni chiese di poter vedere almeno una volta Galliana e la ragazza si affaccio alla finestra della torre, ma una freccia scagliata da un soldato la colpì alla gola e la uccise.

La rabbia e il dolore dei viterbesi fu tale che scacciarono gli assedianti e nella battaglia morì anche Giovanni di Vico.

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La Torre di San Biele uno dei posti più fotografati di Viterbo per la sua particolarità: una torre che chiaramente ha l’aspetto di una porta di ingresso costruita al centro del paese.

In effetti la torre doveva far parte di un allargamento del sistema murario ed è stata costruita nel 1270 dal Capitano del popolo Raniero Gatti, forse l’uomo simbolo di Viterbo. E’ a lui che si deve la sistemazione del Palazzo del Popolo e della nascita del Conclave (chiuso a chiave) come lo intendiamo oggi. 

Il suo nome deriva dalla vicina Chiesa di San Michele, poi storpiato in San Miele e San Biele, che doveva essere protetta dalla nuova cinta muraria. Il nome Torre delle Pietrare o del Cipria, invece, deriva dal fatto che si trovava nella zona della città dove era ubicato un mulino che fabbricava la polvere di Cipro. La polvere di Cipro è oggi comunemente chiamata cipria e il suo nome deriva da quello dell’isola del Mediterraneo. 

La torre ha due piani e una targa racconta la sua storia collegata a quella del capitano Gatti ed anche al fatto che era stata costruita senza aumentare nuove tasse.

L’affresco della Madonna sul trono che un tempo adornava uno dei suoi lati, era consuetudine proteggere le porte con una immagine sacra, si trova oggi nel Museo Civico di Viterbo.

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Il palazzo Lomellino di Aragona-Carnevalini si trova a Viterbo in Via Cardinale La Fontaine e risale al XVI secolo.

Deve il suo nome ad una famiglia di origine ligure i cui membri furono tra protagonisti del Risorgimento e che contribuirono alla caduta dello Stato Pontificio a Viterbo. In particolare il marchese Giacomo Lomellini d'Aragona aveva invitato Garibaldi a soggiornare in questo suo palazzo di Viterbo.

E’ uno degli esempli migliore di palazzo rinascimentale con le sue sale interne riccamente affrescate. 

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Viterbo. Palazzo delle Poste

Il Palazzo delle Poste di Viterbo risale al 1936 ed è un magnifico esempio di architettura fascista disegnato dall’architetto Cesare Bazzani che ha scelto uno stile che in parte richiama alcune tipicità di Viterbo. Come molte strutture di quel periodo, è stato realizzato in parte demolendo alcune case medievali e il ‘bardelletto’, il bordello.

Questa era una zona dove si praticava la prostituzione sin dal medioevo e la vicina chiesa di Santa Maria della Salute era stata edificata proprio per accogliere le donne in cerca di redenzione.

L’edificio ha due caratteristiche fondamentali, un primo livello rivestito in peperino, che richiama i colori della città medievale, e i due piani superiori intonacati che terminano con una esile cornice in peperino.

Tutto l’edificio ha poi importanti segni stilistici verticali che scandiscono le ampie aperture e che culminano con una grande torre alta 39 metri con un orologio. L’orologio ha ancora una cornice in terracotta con i simboli dello zodiaco e un tempo sulla facciata si trovavano anche i segni del fascio e lo stemma della casa reale dei Savoia.

Sulla facciata si può ancora ammirare una scultura in bronzo di Francesco Nagni dedicata al telegrafo mentre quella dedicata alla posta venne rimossa e fusa durante la guerra. Molto bello il salone centrale con soffitto a cassettoni e pavimento in marmo policromo. Da notare che nel dopoguerra l’edificio venne alzato di un piano.

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Palazzo Grandori di Viterbo si trova subito dopo aver attraversato Porta Fiorentina e chiude un lato di Piazza della Rocca con il Museo Etrusco ospitato nella grande Rocca Albornoz. Il palazzo deve il nome alla famiglia Grandori, costruttori che avevano iniziato la realizzazione di questo edificio nel 1880 per realizzare un albergo a servizio della vicina ferrovia.

In realtà il palazzo non fu mai un albergo e venne venduto alla Cassa di Risparmio che ne fece una prestigiosa sede e che allargò la vicina Porta Fiorentina per permettere un migliore accesso alla piazza.

La famiglia Grandori era stata una delle più importanti di Viterbo e Don Alceste, un sacerdote molto amato dai Viterbesi e che ha vissuto a cavallo delle due guerre mondiali. Don Alceste ha distribuito tutta la sua ricchezza alla città in vari modi: ha fondato due squadre sportive (Robur e Viterbium) e ha fondato una tipografia insegnando un mestiere a molti ragazzi.

Fra le sue opere anche il restauro del Santuario di Santa Rosa e la copertura a piombo della cupola. E’ morto nel 1974 fra la disperazione della città ed oggi il suo corpo è sepolto proprio nel suo amato Santuario.

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