Docufilm CITTÀ NOVECENTO di Dario Biello e Pierluigi Ferrandini
Docufilm CITTÀ NOVECENTO di Dario Biello e Pierluigi Ferrandini

Colleferro c’è. Questa è l’estrema sintesi di un folle viaggio iniziato qualche anno fa da un giovane sindaco e due architetti che lo seguono nei suoi sogni. E avevano tutti ragione.

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Assaggia e divertiti

Se non fosse che il cuoco dietro la vetrata indossa un cappello bianco da chef e fa ondeggiare un impasto in aria è uno straniero con gli occhi infossati e il naso alto, questa piccola pizzeria in un angolo di una normale comunità residenziale di Xi'an sarebbe niente di speciale rispetto a molte altre pizzerie.

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Viterbo - CioccoTuscia
Viterbo - CioccoTuscia

Ad ottobre, a Viterbo due fine settimana dedicati alla cioccolata ma non solo.

CioccoTuscia torna a Viterbo con un programma a dir poco intrigante a partire dalla location: le scuderie dello storico Palazzo dei Papi e la vicina piazza San Lorenzo. Una sola informazione per chi non è ancora stato a Viterbo, questa è la zona dell’antica acropoli etrusca e racchiude l’essenza della medievalità di Viterbo.

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Il Cesanese si mostra

Per molti anni il Lazio è stata la Cenerentola dei vini nel panorama italiano, ma la riscossa è partita. 

Forse perché i turisti di Roma assorbivano tutta la produzione o forse perché viviamo in una regione in cui i turisti ci piovevano addosso e non dovevamo andarli a cercare, per anni i produttori laziali sono stati anestetizzati. 

Ma forse tutta l’Italia si era impigrita di fronte alla sua bellezza e alla sua diversità enogastronomica. Abbiamo dato per scontato di avere alcuni primati e non ci siamo evoluti nella cultura della promozione delle nostre imprese in Italia e all’estero.

Eppure è noto che il grande successo dei vini francesi è stato da sempre la vendita all’estero, e da sempre i francesi hanno iniziato a fare marketing promuovendo i vini con lo stile di vita francese, prima nelle corti reali e poi a scendere.

Certamente noi abbiamo avuto le ali tarpate da una unità d’Italia che aveva azzerato le tradizioni secolari dei singoli stati pre-unitari, ricchi di storia e cultura, per creare una nuova storia comune.

Un processo che ha richiesto tempo e anche dolore e che ha iniziato a dare i suoi frutti dal secondo dopoguerra, ma che non giustifica la nostra pigrizia mentale nei confronti della cultura enogastronomica.

Torniamo ai vini e all’enogastronomia

Possiamo dire che il 1986 è l’anno della svolta culturale (e quindi del marketing) con lo scandalo del vino al metanolo che causò 23 morti e molti feriti.

La reputazione italiana era distrutta, una intera generazione di produttori rovinata e quelli che volevano continuare a produrre vini hanno cominciato a studiare i modelli vincenti degli altri paesi.

Nel 1986 nasce in modo originale una prima forma di marketing della cultura enogastronomica italiana con il Gambero Rosso, inizialmente un supplemento del Manifesto, e ARCI Gola, che nel 1989 cambierà il nome diventando Slow Food.

La prima Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso esce nel 1988 ed è cresciuta sempre tanto che oggi è arrivata a premiare 467 vini con Tre Bicchieri.

Diciamo quindi che dal 1986 c’è stato un crescendo di qualità che ha portato l’Italia ai vertici delle classifiche dei vini mondiali.

Ma non sappiamo ancora fare marketing e non promuoviamo abbastanza i nostri territori.

Vini e territori

A differenza dei francesi che hanno poche varietà di vitigni (definiti internazionali e noti in tutto il mondo), noi abbiamo moltissimi vitigni autoctoni fortemente legati ai territori in cui si coltivano.

Non si può quindi prescindere il legame fra vino e territorio. Il primo brand dei nostri vini è il territorio che va raccontato in modo esaltante e moderno.

Cesanese del Piglio e Ciociaria

Per promuovere il vino Cesanese, la Strada del Cesanese e Salvatore Tassa, una stella Michelin di Acuto con il suo Colline Ciociare, hanno organizzato una cena con Marco Sabellico. 

Marco è uno degli autori della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, ma è anche un Ciociaro di Alatri (che per me è come il centro dell’universo e porto ogni amico straniero a visitare la sua acropoli e le mura ciclopiche).

La lezione di Salvatore Tassa

Un grande Salvatore Tassa ha presentato la selezione di Cesanesi del suo locale e ha ricordato a tutti l’orgoglio di vivere in questa meravigliosa terra e di vivere e lavorare in un territorio magico come quello della Ciociaria (che per lui è l’ombelico del mondo!).

“Noi abbiamo un’anima che crea una identità personale e collettiva. Noi non sappiamo comunicarla e poi venderla al mondo. L’idea della Maison del Cesanese, una esposizione di tutti i Cesanesi del territorio, nasce per stare insieme perché noi dobbiamo essere uniti e scontrarci con gli altri. Borgogna Vs Cesanese”.

Nella sua filosofia estrema, Salvatore Tassa è diventato uno dei cuochi più importanti d’Italia e la sua ‘cipolla’ si è scontrata con i piatti dei migliori chef diventando infine un emblema della cucina italiana. Semplice ma raffinatissima nella purezza delle sensazioni.

“La stessa filosofia dovrebbe guidare il Cesanese”. 

Salvatore ha incoraggiato ad essere fieri e orgogliosi di questi territori e dei suoi sapori così originari e identitari: ‘Alla disfida di Barletta c’erano 8 Ciociari e abbiamo vinto!”.

La cena della Trattoria Nu di Salvatore Tassa

Per poter gustare tutta (impossibile) la selezione di oltre 30 tipi di Cesanese, Salvatore e la sua famiglia hanno creato un menù simbolo del territorio. Ognuno poteva poi accompagnarlo con un assaggio di uno dei vini, che una esperta sommelier apriva e lasciava a disposizione su una madia in un angolo della sala.

Una varietà di metodi di produzione, di affinamento, di scelte enologiche che veramente fa competere il Cesanese con i grandi vini del mondo.

Dopo un tagliere di salumi e formaggi rigorosamente ciociari, il piatto sorpresa è stato un antipasto di funghi porcini con le foglie e i fichi dell’albero posto proprio davanti al ristorante. E uno spumante di Cesanese metodo Charmat di Casale della Ioria, praticamente a poche centinaia di metri dalla trattoria Nu.

Poi il piatto simbolo della tradizione Ciociara, i Fini Fini appena tagliati, conditi con pomodori arrostiti, foglie di basilico e menta. Una goduria seguita da un roastbeef glassato e costine di maiale.

Ed infine la chiusura con la tradizionale Zuppa Inglese, forse uno degli altri simboli delle tradizionali feste e matrimoni della Ciociaria.

Ed ora, se non provate ad assaggiare almeno qualche etichetta di Cesanese vuol dire che non avete capito di cosa sia il sapore autentico della Ciociaria.

 

 

 

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Appunti d’Estate, storie e ricette di Francesca d’Orazio

Stare chiusi a casa ci ha fatto diventare più amanti della buona cucina e desiderosi di sperimentare nuovi sapori. Vogliamo emozionare il nostro palato, sempre più raffinato, e stuzzicare la nostra mente desiderosa di scoprire le tradizioni italiane.

Ma non tutti siamo esperti come Francesca D’Orazio (https://francescadorazio.com), maestra di cucina ed esperta nell’arte del ricevere. 

Sempre sorridente nelle sue camicie colorate e fra i fiori delle tavole imbandite non potete non riconoscerla!

Di origine abruzzese vive da molti anni a Milano dopo esperienze a Singapore e New York che la hanno fatta diventare una ambasciatrice della cucina italiana nel mondo. Possiamo dire che è un ponte fra oriente e occidente e dovunque è andata ha insegnato l’arte e lo stile della cucina italiana.

Ha comunque assorbito i gusti dei posti dove ha vissuto e abbiamo pubblicato alcune sue ricette cinesi, i veri cuochi sono persone curiose!

Ma dal suo peregrinare nel mondo è nata l’esigenza di mantenere saldo il contatto con le sue radici. Conosce tutto dell’Abruzzo e se la seguite potrete scoprire alcuni dei piatti più gustosi e meno conosciuti della sua terra.

Francesca ha usato il lockdown per completare il suo secondo libro di storie e ricette “Appunti d’estate”, una preziosa guida per chi vuole avere il meglio della tradizione italiana con qualche innovazione nel piatto.

Ma questo è anche un libro con meravigliose fotografie che, con una luce particolare e colori sgargianti, regalano gioia al lettore. L’abbinamento dei colori dei servizi e delle tovaglie della tavola si abbina perfettamente ai piatti, e ci proietta direttamente a tavola con Francesca.

Francesca ha un suo mantra per definire lo stile che la caratterizza: “da semplice a speciale”. 

Seguitela nei suoi social per partecipare a lezioni o per rivedere le ricette mandate in onda dalla televisione.

La festa e il buon vivere inizia dal mangiare assieme e la bellezza di una tavola allestita con amore, fiori e colori è già metà del piacere.

“Mi dicono che ho reso felici intere famiglie perché attraverso il mio insegnamento ed i miei scritti, tante persone hanno preso a cucinare ed ora in casa si mangia molto meglio, in modo più attento e curato. Io stento a crederci, poi quando mi mandano le foto di un timballo o di una crostata, beh, sento davvero di aver fatto davvero qualcosa di buono”.

 

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Brioche con il “tuppo” e granita alle mandorle, un classico catanese!

Una torrida giornata di un’estate Siciliana, anzi Catanese, dove non può mancare un dolce che oggi voglio raccontarvi con una ricetta di famiglia molto speciale.

La brioche catanese col “tuppo”, è conosciuta in tutto il mondo e il suo nome deriva, dal tradizionale chignon basso delle donne, in dialetto catanese si chiama proprio “tuppu”, che portavano tempo addietro e che ancora qualche meravigliosa donna di “altra generazione” porta con orgoglio. La sua storia dalle origine antiche, e il suo gusto indimenticabile fanno di questo dolce un must della pasticceria Catanese.

La ricetta della Brioche con il tuppo e granita di mandorle

Proprio lo scorso anno, durante la pandemia, quando tutto sembrava surreale e ci ha costretti a coccolarci in casa, son tornata a sfogliare il ricettario di famiglia per realizzare le mitiche brioche.
Ecco la nostra ricetta!

Ingredienti:

  • 200 gr latte
  • 20 gr lievito di birra
  • 2 uova
  • 10 gr miele fiori d’arancio
  • 30 gr acqua circa
  • 70 gr olio di semi
  • 80 gr zucchero semolato
  • 1 buccia di limone grattugiato
  • 1 zafferano
  • 500 gr farina 00
  • 10 gr sale fino

 

Procedimento:
mettere in una ciotola latte, zucchero, miele, lievito, olio, buccia di limone grattugiata e mescolare fino ad ottenere un composto omogeneo.
Aggiungere il sale, le uova, l’acqua, la farina ed impastare bene.
Trasferire l’impasto in una ciotola e lasciarlo lievitare per almeno 2 ore coperto da pellicola.

Sgonfiare l’impasto lavorandolo con le mani (risulterà leggermente appiccicoso) e formare, su un piano leggermente infarinato, palline da 80 gr l’una e palline più piccole da 15 gr.
Disporre le palline più grosse su una placca da forno rivestita da carta da forno, praticare una conca su ognuna, spennellarla con uovo sbattuto con poco latte e posizionarvi sopra le palline più piccole.
Spennellare nuovamente il “tuppo” e lasciare lievitare ancora per altre 2 ore, in forno spento con la luce accesa.
Spennellare nuovamente con uovo e latte ed infornare in forno statico e preriscaldato a 180° per 20 min. circa

Per la granita di mandorle, la più classica catanese, io acquisto solitamente il panetto di mandorle, ci sono in Sicilia tanti produttori artigianali che mantengono i sapori genuini come quelli d’un tempo…
250 g di pasta di mandorle, 500 ml di acqua e un pizzico di sale.

Aggiungete l’acqua e un pizzico di sale al panetto che avrete fatto a pezzettini ed in un contenitore scogliere il panetto fino ad ottenere un composto omogeneo. Passare il composto attraverso un colino per avere una granita più cremosa. Mettere il contenitore nel freezer per circa 1 ora, rompendo i cristalli di ghiaccio ogni qual volta si formeranno, fino a circa 4 ore, quando otterrete una consistenza cremosa, avendo cura con i rebbi della forchetta di “grattare” la granita per ridarle la consistenza desiderata.
Chiaramente Vi invito a provare anche quelle artigianali nel catanese che sapranno stupirvi per la loro bontà e per la differenza di gusti da scegliere, tutte da degustare, quali: fichi e gelsi, le mie preferite, ma anche mandorla tostata, limone, fragola, pesca… a seconda delle stagioni, perché il km0 e seguire la stagione per una corretta eco-sostenibilità fa di questo prodotto la chiave vincente!

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Se sai sognare puoi volare, Enzo Celli

Cos’è una piccola meravigliosa cittadina della Valle del Liri in Ciociaria per qualcuno che vuole volare? Per Enzo Celli, Sora è un punto di partenza, ma anche un porto sicuro dove tornare.

Sora è presente come una gabbia con le porte aperte che poi diventa un nido.

I nuovi emigrati di Sora sono molto diversi da quelli che partivano nel secondo dopoguerra e che potevano solo scrivere lettere per restare in contatto con la famiglia di origine. Aerei, internet, mondo digitale e mondo virtuale intrecciati creano nuove dimensioni del vivere dove le relazioni si scompongono e si ricompongono in modo inaspettato.

Ma torniamo all’inizio perché la storia di Enzo Celli è una serendipidy di occasioni trovate, mentre non smetteva di sognare, e occasioni colte per volare sempre più in alto:

‘Vivo insegnando alla gente a ballare. Non è meraviglioso?

Gli piace muoversi e si sente a suo agio nello spazio. È un fisico atletico, un allenatore, ma i suoi movimenti non seguono tanto le regole sportive quanto quelle dell’anima. Per caso aveva scoperto la danza a 15 anni, troppo tardi per seguire un percorso tradizionale ma abbastanza presto per essere libero di fluttuare.

Lo nota Vittoria Ottolenghi, una esperta di danza e una delle migliori amiche di Rudolf Nureyev. Anche Vittoria è un outsider che con il suo ruolo di critica e i suoi programmi di danza per la Rai ha fatto scoprire la danza agli italiani. Aveva cura dei giovani e si emozionava a scoprire i veri talenti.

Vede Enzo Celli e se ne prende cura. Capisce che è un sognatore ma anche un grande lavoratore. Gli chiede come si chiama il suo stile di danza ed Enzo rimane sorpreso perché non si aspettava questa domanda e non aveva le giuste parole per rispondere.

Lo invita a studiare danza osservando il lavoro dei maestri e dei coreografi ed Enzo scopre che quello che sentiva di volere, ma non immaginava di poter raggiungere, è proprio li davanti a lui.

Si butta nella danza ed inizia il suo percorso nel mondo girando fra i migliori teatri del mondo fin quando, dopo circa venti anni di peripezie, arriva in America per un tour. Sul taxi che lo riporta all’aeroporto per Roma e l’Italia, un'altra domanda che gli cambia la vita.

È Igal Perry che con naturalezza gli apre lo scenario della danza a New York, il centro mondiale dell’espressività artistica. Poco dopo lo invita ad insegnare in USA con una lettera di richiesta ufficiale.

16 lettere di referenze, un portfolio di articoli e una intervista: questo quello che gli chiede l’Ambasciata Americana per approvare il suo visto per iniziare una esperienza lavorativa a NY.

Poi una cattedra all’università, la Green Card per meriti artistici e un caleidoscopio di emozioni.

Sora Û New York

A Sora torna spesso. Molti qui non hanno ben capito cosa fa. A Sora il teatro non esiste più da molto tempo e la cultura sta tornando ad essere importante solo recentemente, passata l’ubriacatura della facile industrializzazione che ha preso e non ha lasciato bellezza.

Una cultura che forse ancora deve conoscere la libertà e che, come spesso accade in Italia, è riconosciuta solo se segue alcuni canoni formali. Una cultura che talvolta guarda più al passato che al desiderio di sperimentare il futuro.

A Sora è sempre il figlio di Anna e Nello e non ha bisogno di dimostrare nulla agli altri. Suo padre lo aveva capito e il loro incontro da uomini è stato raccontato in modo emozionante durante i Visionary Days a Torino (https://www.youtube.com/watch?v=OOmnTV3pU0E).

La vera sfida di Enzo non era con Sora o la famiglia, ma con sé stesso. Era l’unico a vedere la gabbia dalla quale voleva volare, invece gli altri non vedevano le ali.

Torna a Sora da uomo libero, da artista e qui si rinnova ancora una volta con la pandemia facendo riemergere la sua precedente vita prima della danza.

Da coreografo e maestro di danza diventa coach motivazionale per artisti.

Per tutti la pandemia è stata difficile, ma ha investito gli artisti in modo particolare con colpi bassi particolarmente forti. I ballerini vivono in simbiosi con il loro pubblico e si sottopongono ad allenamenti estenuanti per emozionare e dare il massimo. Con i teatri vuoti, il vero scoglio da superare era quello di mantenere l’equilibrio di queste anime fragili che dovevano stare chiuse in casa.

Enzo Celli per caso (ma non è un vero caso) inizia a parlare sul web in un progetto che chiama The Talk  e che serve ad aiutare gli artisti. Lo seguono in tanti e si ritrova ad essere ancora una volta un faro.

A questo segue un nuovo cammino con Orbo Novo e con Veronica Gianello. È l’inizio di una nuova fase: ‘ Non ho mai realmente insegnato la danza ma insegno a danzare. Mi prendo cura dei ballerini e li aiuto ad esprimersi nei movimenti ma anche nei loro aspetti emotivi. Mi ritrovo nel significato della parola ‘educatore’ (tirare fuori) e agisco come uno scultore di persone’.

Si emoziona scoprire il vero talento grezzo e ad aiutarlo a sbocciare, un po’ come fece Vittoria Ottolenghi con lui. Restituire alla vita quello che ha ricevuto e spargere bellezza.

E Sora è li davanti con tutta la sua bellezza, il fiume disegna curve morbide con le montagne sullo sfondo. E siamo tutti noi a dover aprire le nostre ali per volare. La gabbia deve diventare un nido in cui tornare.

Se sappiamo sognare possiamo volare.

Foto scattate da Anuska Pitotti

 

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I Fini Fini più buoni della Ciociaria? Sono della Trattoria Sellari

Un viaggio nei sapori del nostro territorio grazie a Giacinto Sellari e ai suoi fini fini, i più buoni della Provincia di Frosinone!

Il turismo è fatto di tantissime sfumature, noi lo sappiamo bene. Cultura, tradizione e sapore. Questi tre elementi insieme, rendono unico e riconoscibile un territorio, e sono la spinta che porta molti turisti italiani e stranieri a visitare il nostro paese. E sempre di più viaggiatori e turisti associano la cultura con il sapore di un luogo, cioè con l’enogastronomia.
Assaggiare un certo piatto o un certo vino è il fattore clue nella scelta di un viaggio o di una meta alla ricerca di esperienze culinarie da vivere e da gustare.
Pensa all’ultimo viaggio che hai fatto: hai passato più tempo al ristorante, o al museo che hai visitato? Mentre rispondi a questa riflessione, voglio parlarti di una di quelle esperienze culinarie che abbiamo vissuto, quasi per caso, grazie al nostro caro amico Stefano Venditti che ci ha guidato verso questa esperienza gastronomica. Dove ci avrà mai portato?

La storia e i sapori della storica Trattoria Sellari

Siamo nel centro storico di Frosinone, e tra le viuzze a senso alternato, spunta la Trattoria Sellari. Nata nel 1900, questo ristorante è il più antico di tutta la provincia di Frosinone che ancora oggi con la semplicità della sua cucina e la genuinità dei suoi ingredienti continua da oltre un secolo ad attirare gli amanti della cucina tradizionale da tutta la Provincia e Regione. Dall’antipasto al dolce, il menù è fatto solo di piatti tipici della tradizione della Cucina Ciociara come le "sagne e fagioli", la "rattattuglia", pollo alla pietra, spezzatino di bufaletta e baccalà in umido.

I Fini Fini più buoni di Frosinone

3 generazioni dopo, la Trattoria Sellari è un punto fermo nella cultura culinaria della Città di Frosinone, e continua a tramandare e mantenere la tradizione e il gusto dei piatti locali. Ma è un piatto in particolare che rapisce i cuori e le papille gustative di chi ha l’onore di assaggiarlo: i fini fini.
I fini fini sono una pasta all’uovo fatta a mano e tagliata così sottile da sembrare capelli. Da oltre 50 anni, Giacinto prepara i fini fini più buoni di Frosinone. Un impasto semplice preparato la mattina presto e tagliato al momento dopo l’ordinazione del cliente per mantenere intatta la loro freschezza.
Giacinto dopo averci raccontato la storia e la ricetta dei fini fini, una pasta che per Frosinone ha una storia molto antica e a cui ogni anno viene dedicata una festa, ci dice che i fini fini sono un pasto completo, e come dargli torto.
Del resto hanno tutto: proteine, con le uova nell’impasto e l’ingente quantità di pecorino locale o parmigiano fresco, verdure, grazie all’abbondante sugo di pomodoro e basilico fresco con cui vengono affogati e infine carboidrati, che in una porzione di fini fini della Trattoria Sellari bastano per sfamare una piccola flotta di turisti affamati.

Per dolce poi se capitate in trattoria, non può mancare una fetta di Zuppa Inglese, nella classica ricetta del dolce al cucchiaio italiano, a base di crema pasticcera e al cioccolato, pan di Spagna imbevuto di liquore alchermes.
Un altro dei piatti forti della trattoria, che forse meriterebbe un articolo a parte, ma per prendere questa decisione siamo costretti a tornare, e gustarla meglio una seconda volta!

L’attaccamento e la valorizzazione della tradizione culinaria del territorio è uno degli ingredienti fondamentali che rende la Trattoria Sellari un luogo di cultura culinaria da visitare e gustare se avete l’opportunità di visitare la Ciociaria. Così potrete assaggiare voi stessi i fini fini più buoni di Frosinone, preparati dalle sapienti mani di Giacinto.

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