Una nuova piantagione di gelsi per la bachicoltura

La bachicoltura e la tessitura della seta sono stati per molti secoli il motore dell’economia del nord est italiano. I paesaggi della pianura non erano prati come siamo abituati a vederli ma erano caratterizzati da alberi di gelso le cui foglie fornivano nutrimento ai bachi.

Cogliendo il vero significato della parola crisi, la cui etimologia greca vuol dire cambiamento, alcuni sono tornati a percorrere nuove/vecchie strade cercando opportunità nelle tradizioni locali. Seguendo questi sogni, da un paio di anni sono nate cooperative di bachicoltori e sono tornati ad allevare i “prodigiosi vermetti” che producono il più resistente, lucente e sottile filo che esiste al mondo.

Ci sono molti motivi differenti per cui si era interrotta la filiera della seta, e possiamo riassumere le principali cause del declino nella stupidità e avidità dell’uomo: guerra dei prezzi delle produzioni di massa e inquinamento dovuto ad insetticidi.

I bachi da seta, infatti, sono animali molto delicati e non amavano particolarmente un insetticida che per molti anni si è usato in agricoltura. Nonostante sia proibito da più di un decennio su tutto il territorio nazionale tranne la provincia di Bolzano, si è continuato a utilizzarlo illegalmente e solo ora l'utilizzo si è ridotto abbastanza da permettere di ripartire con nuovi allevamenti.

Tutto sembrerebbe semplice: coltivo un albero, prendo le foglie, nutro i bachi e aspetto che questi producano i loro bozzoli. Ma non è così. Dietro ogni azione c’è una profonda conoscenza e chi vuole avviare una attività deve farsi guidare da esperti che possano dargli i giusti consigli.

Ci sono molte varietà di gelso ognuna delle quali predilige certe aree climatiche e ci sono diverse razze di bachi in funzione del tipo di foglia di gelso e del tipo di seta che si vuole produrre.

Ci sono le uova del baco da seta da scegliere per far partire gli allevamenti ogni nuova primavera, le cure e i controlli sanitari per i bachi (nell’ottocento quasi tutti gli allevamenti europei del baco furono distrutti per una malattia di questi insetti) e infine le tecniche per la scelta e la selezione dei bozzoli.

La conoscenza e il “saper fare” sono la ricchezza di una persona e di una comunità e per fortuna nel Veneto questa conoscenza è stata custodita, accresciuta e ora è a disposizione di coloro che vogliono tornare ad allevare bachi e a produrre seta. Ci sono due istituzioni che sono un punto di riferimento internazionale in Europa: il CRA-API di Padova e Veneto Agricoltura.

Il CRA-API di Padova è un centro fondato nel 1871 proprio a seguito dei problemi sanitari nella bachicoltura europea ed è specializzato nello studio dell’intero ciclo. Conserva le uova di molte varietà e nel corso degli ultimi anni ha studiato forme di utilizzo dei bozzoli nella farmaceutica e cosmetica e nuovi “mangimi” per poter allevare i preziosi bachi anche durante i mesi invernali.

E’ il CRA-API che nel corso degli ultimi anni ha supportato tutti coloro che hanno riattivato le produzioni di bozzoli ed in particolare la Cooperativa sociale “Il Cantiere della Povvidenza SPA – società persona ambiente” di Belluno che oggi è pronta a sua volta a formare nuovi imprenditori agricoli.

Il secondo centro è Veneto Agricoltura che nella azienda agricola pilota di Villiago (70 ettari nel comune di Sedico) ha piantato 2600 alberi di gelso per avviare una produzione consistente e dare vita ad un centro di formazione e informazione di bachicoltura per tutti coloro che vogliono tornare a operare in una delle fasi del ciclo della seta.

Nell’antico borgo interno dell’azienda, infatti, potrebbe nascere un centro di bachicoltura dove riprendere a riprodurre i Bachi da seta e contemporaneamente diffondere la cultura della seta a nuovi futuri imprenditori.

Le richieste di supporto arrivano in continuazione, e non solo dall’Italia, e serve un luogo dove poter imparare e sperimentare tutte le opportunità offerte dalla coltivazione dei gelsi con l’assistenza di una guida esperta. Dalla seta alla tessitura, dalla cosmetica all’alimentare, dalla formazione al turismo.

Forse sono proprio vicini i tempi in cui il paesaggio del Veneto possa tornare ad essere caratterizzato da gelsi e il frusciare della seta italiana torni a far sognare le dame di tutto il mondo.

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ritratti a matita

AMaViS è rappresentativo del migliore stile italiano! Come molti altri grandi laboratori di stilisti e artigiani condivide l’inizio in una piccola cittadina, nascosta dal trambusto delle grandi città.

AMaViS è conosciuta attraverso le meraviglie dei social media, del passaparola, delle sfilate di moda, degli eventi e del web.

AMaViS è molto particolare in quanto combina gli elementi di Haute Couture con la 'banalità' del riciclo: in realtà è la più bella definizione di “Up-cycling”. Tutto ciò che AMaViS crea, utilizzando materiali riciclati, assume un valore di gran lunga più grande dopo l'iniezione dello spirito creativo di Ada Maria Vittoria Santarelli, la fondatrice e la sognatrice di tutto ciò che è AMaViS.

Per incontrare Mavi, come preferisce essere conosciuta, avete bisogno di viaggiare intorno al lago di Nemi, nei Castelli Romani, a Genzano. Per noi questo è avvenuto una sera di un freddo inverno, appena dopo Natale, quando abbiamo trovato Mavi circondata dai 'resti' di un Natale di successo in cima a Via Italo Belardi, la via della meravigliosa “Infiorata“.

Mavi ci ha mostrato, fra la sua vasta varietà di abiti, un abito da sposa creato da vecchie lenzuola e mosaici di specchi, per una sposa tedesca che ha raggiunto Genzano per selezionare il suo vestito. Il meglio merita di essere ricercato.

Mavi ha mostrato la sua Collezione e ci ha presentato la sua prima creazione che ha vinto numerosi premi, un abito lungo realizzato con scarti di pizzo e cinture di sicurezza di automobili, “upcycled” con un bel senso della prospettiva.

Un'altra meraviglia AMaViS è l'abito da cocktail creato con cravatte , molto sexy con un fantastico bilanciamento di colore.

Mavi comunica il senso della sua Collezione su una t-shirt di cotone upcycled “Give me a second chance” !

Chi è Ada Maria Vittoria Santarelli ?

Una bambina di Roma, infanzia trascorsa nel piacere di creare abiti per bambole con ritagli sartoriali e poi la propria moda, ovunque gli interessi della sua famiglia l'hanno portata. Era necessario tuttavia crearsi una carriera nel lavoro, nonostante la sua passione.

Quindi non è sorprendente che sia arrivata ad essere una manager nell’Haute Couture. Tuttavia la sua anima era nella creazione, non nella gestione, e la sua passione è sempre stata quella della sostenibilità e del riciclo.

Appena avuta l'opportunità, è saltata nell'abisso di AMaViS, un nome formato nella sua infanzia, dalle sue iniziali.
Seguite AMaViS e Mavi, ovunque vadano. Sarà certamente in un ciclo verso l’alto!

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La storia del valore della seta

Per quasi venti secoli la Cina ha protetto i segreti della seta in ogni modo, anche con la pena di morte, per mantenere il monopolio della produzione di questa preziosa stoffa per “vesti imperiali” e un alto prezzo della seta.

Nonostante queste misure eccezionali, il primo “furto” avvenne proprio ad opera di una principessa cinese che, per dovere politico, si sarebbe dovuta sposare con un principe tibetano. La leggenda racconta che quando il principe la informò dell’assoluta impossibilità di produrre il prezioso filo, a causa della mancanza del baco da seta, lei decise di passare all’azione.

Per la principessa, infatti, era impensabile non vestirsi di seta, così trafugò dai giardini imperiali delle uova e dei semi di gelso nascondendoli nella sua elaborata acconciatura nuziale.

Successivamente all’ introduzione dei gelsi e dei bachi, anche in Tibet, per alcuni anni, si adottò la strategia delle pene severissime per evitare la diffusione degli allevamenti nelle regioni confinanti e, in effetti, per secoli la produzione serica rimane custodita fra pochi regni.

I greci ne avevano una conoscenza imperfetta e solo dopo la conquista di Alessandro Magno, quando la civiltà Greca e Persiana vennero a contatto, si delineò il primo ramo di quella che nei secoli successivi diventerà la Via della Seta.

Roma adotterà le vesti di seta solo dopo le campagne in Asia occidentale, facendo derivare il nome Sericum da quello dei Seri, il popolo che la produceva, situato in una vasta area dell’Asia centrale allora chiamata Serica. Tuttavia, la rarità e il prezzo di questo tessuto lo resero disponibile esclusivamente all’élite romana, anche se abbiamo poche indicazioni riguardo al costo della seta.

Su un reperto storico, una striscia di seta originariamente attaccata ad un rotolo, viene riportato quanto segue: “Rotolo di seta da K’ang-fu nel regno di Jen-ch’eng (regno effimero, sorto all’incirca nell’85 d.C. e situato nell’attuale provincia dello Shandong) largo 2 piedi e 2 pollici, lungo 40 piedi, con il peso di 25 once, prezzo 618 pezzi di moneta”. Questo significa che, anche nel caso in cui le monete fossero i più piccoli pezzi di argento, si ha comunque una cifra rilevante.

Un altro indizio del valore della seta è la storia dell’imperatore Aureliano che nel 275 d.C. negò alla propria consorte un mantello di seta tinto di porpora per il suo eccessivo prezzo. Mentre nel 301 d.C., Diocleziano con un editto imperiale stabilisce il prezzo della seta bianca a più di mille denari aurei per libbra.

Queste storie rendono perfettamente l’idea della preziosità della seta in oriente come in occidente e del valore di questa raffinata “materia prima”, ancora oggi desiderata da ogni persona al mondo.

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Pools and Hot Tubs

Il Didjeridoo è qualcosa di più di uno strumento musicale ed è avvolto da molte leggende.

Nasce fra gli aborigeni australiani migliaia di anni fa (sono state trovate pitture rupestri di 40.000 fa raffiguranti uomini con strumenti sulla bocca) e il suo suono aiuta a raggiungere stati di trance. E’ una porta per Il Tempo dei Sogni – Dream Time.

Con queste premesse, i suonatori di didjeridoo hanno un rapporto particolare con il loro strumento e pochi si permetterebbero di “reinventarlo”. Ci vuole molto amore per intervenire sull’oggetto del proprio amore e apportare dei cambiamenti.

Marcello Bellardini è un uomo che ama profondamente la cultura aborigena e il didjeridoo e ha trovato una sua via per diffondere questa cultura creando personali strumenti musicali.

Il suo amore è nato nel 2000 in un viaggio iniziatico di un anno in Australia dove è stato due mesi nella comunità Maningrida a contatto con la cultura aborigena. Quando è tornato in Italia, un pezzo del suo cuore è rimasto ancorato alle tradizioni e alla cultura aborigena rappresentata dal didjeridoo.

Ha iniziato a costruire i sui strumenti personali, utilizzando gli alberi Eucalipti italiani della sua area, Latina, lavorando sui rami e tronchi proprio come le termiti, ossia svuotandoli lentamente dal di dentro. Poi ha iniziato ad insegnare musica con corsi e seminari attraverso la sua associazione DiDj Italia. A quel punto si è accorto delle difficoltà dei principianti nel maneggiare uno strumento così pesante ed ha iniziato a pensare a soluzioni diverse.

Sono così nati strumenti in vetroresina traslucida e dipinta all’esterno in vari modi. Questi didjeridoo sono leggeri e possono essere comodamente alzati e sono oggetti belli da mostrare e da collezionare nei diversi disegni e tonalità.

Sono particolarmente indicati per musicisti che si esibiscono sul palco in band con altri strumenti. La cultura della contaminazione culturale si sta diffondendo e per gli amanti della musica si possono apprezzare suoni come il didjeri-blues di Florio Pozza.

Per chi volesse entrare nell’incantato mondo aborigeno, senza dover fare un lungo viaggio in Australia, forse la cosa migliore è di partecipare ad uno dei corsi e seminari di Marcello Bellardini e di essere guidati da lui attraverso la porta del Tempo dei Sogni.

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Il paradosso del team di Ad Hoc

Il termine ad hoc è un enigma, un paradosso che significa cose diverse in diverse occasioni. Nella sua forma più pura si riferisce ad una soluzione progettata per risolvere un problema specifico o un compito e non può essere utilizzata per altri scopi.

Ma Wikipedia ci ricorda che 'ad hoc può significare anche soluzioni di fortuna, l’utilizzo di contesti variabili per creare nuovi significati, una pianificazione inadeguata, o eventi improvvisati’. Nella scienza una teoria ad hoc è una che non è ancora supportata da prove concrete sufficienti - secondo coloro che non appoggiano la teoria. Così, Ad hoc può essere ad hoc.

Tuttavia, il termine “far rete ad hoc” è un sistema di elementi che si combinano per formare una rete che richiede poca o nessuna pianificazione. È qui che abbiamo colto il paradosso, in quanto è stato storicamente dimostrato che tutto ciò che richiede poco sforzo ha una stabilità di lungo termine.

Le squadre sportive sono l’esempio più comune del bisogno di disciplina, rispetto e di un impegno dedicato che possa miscelare il talento naturale di un gruppo di giocatori. E' solo una volta che questi tre elementi sono stati inculcati, che il 'gruppo di eroi' diventa una 'squadra eroica'. Molti giocatori potenzialmente grandi sono caduti al primo ostacolo della disciplina.

Molti altri falliscono la prova della dedizione, di dedicarsi ogni volta alla formazione, al team building e alla pianificazione di ogni partita. Altri, abituati ad essere adorati per le loro doti naturali, falliscono la prova del rispetto per i loro compagni di gioco e per gli aiutanti del team - il capo allenatore, i dirigenti e i formatori. Il rispetto è una strada a doppio senso per la costruzione del leader del futuro.

Qual’è l'elemento chiave per unire i giocatori in un team reale, una squadra in cui talenti lavorino per il bene di tutti e che possa far nascere i leader del futuro? Non è solo nella forza della filosofia, risuonano forti le parole di Vince Lombardi, il famoso allenatore dei Green Bay Packers degli anni '60:

"Le persone che lavorano insieme vinceranno, sia contro una complessa difesa di football che contro i problemi della società moderna"

"L'impegno individuale in una prova di gruppo – questo è quello che fa lavorare una squadra, una impresa, una società, una civiltà"

"Vincere non è una cosa a tempo perso, è un impegno costante. Non si fanno le cose per bene una volta ogni tanto ... si fanno nel modo giusto ogni volta nel tempo"

"Una volta che un uomo si è impegnato in uno stile di vita, mette la sua forza più grande dentro di lui. E' qualcosa che chiamiamo il potere del cuore. Una volta che un uomo ha preso questo impegno, niente gli impedirà di avere successo"

"Non conta se vieni buttato a terra, conta se ti rialzi (queste parole sono poi diventate parte del manifesto di Nelson Mandela)

Con la risonanza di detti ispiratori, il duro lavoro di team-building inizia con la disciplina, la dedizione e il rispetto stabiliti sotto la guida del capo allenatore, che deve avere il sostegno incondizionato del 'personale e dei dirigenti'. Quando, come accadrà, un membro del team non riesce ad accettare questo impegno, lui ha perso la squadra.

Quando un giocatore o un gruppo di giocatori stanno contro l'allenatore, uno di loro deve andarsene. Questa è la più grande sfida che deve affrontare una squadra, soprattutto nei giorni precedenti il successo, dove i sacrifici devono essere fatti da tutti prima che si ottengano i benefici.

In quei pochi casi in cui il significato puro di ad hoc sopravvive, e non nei sui significati entropici, la squadra … "vincerà, sia contro una complessa difesa di football che contro i problemi della società moderna". Il risultato è la comprensione - quella rara combinazione di conoscenze e di cuore - e un sorriso tranquillo di realizzazione - mescolato con un applauso caloroso della squadra.

Sembra proprio che il gruppo Ad-Hoc Consilia, creato da Giordano Agrizzi in Veneto, potrebbe aver compreso tutto questo.

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lavorare la seta

Che si tratti di lavorare la seta o automobili di qualità, bastano 2 anni per perdere il know how industriale ma ce ne vogliono venti per ricostruirlo.

Saper fare è diverso da avere le conoscenze scientifiche e chiunque abbia letto un libro di economia sa che, ad esempio, l’impegno per la creazione di un brevetto corrisponde a meno del 20 % del lavoro per la sua trasformazione in prodotto industriale.

Per questo esiste una differenza marcata fra università e impresa ed è difficile farle collaborare e comprendersi reciprocamente. Entrambe sopravvalutano la loro importanza e sminuiscono il valore della controparte, al punto che ognuna cerca di fare il lavoro dell’altra a discapito dei risultati finali.

La storia della seta in Italia ha seguito un percorso simile. A meno che non siate un baco da seta, fare la seta non è una operazione semplice, e trasformare questo filamento naturale in un filo di seta per la tessitura è particolarmente impegnativo, soprattutto se l’ambizione è quella di competere con la seta nel mercato dell’alta gamma, dell’eleganza e del lusso.

L’Italia era stata per anni leader nella realizzazione di tessuti raffinati, i broccati di velluto di seta erano il “petrolio” della Repubblica di Venezia. Poi quaranta anni fa le filande hanno smesso di lavorare la seta, l’ultima filanda si utilizzò solo come esempio di archeologia industriale. Questo fino all’arrivo di Salvatore Gulli.

Salvatore viene dalla Sicilia e si è innamorato della seta durante una gita scolastica. All’epoca della scelta dell’università opta per ingegneria dell’automazione con il sogno di lavorare in una filanda e lavorare la seta. Nessuno può più insegnarglielo e per la tesi di laurea va sette mesi in Giappone per recuperare il sapere tecnologico.

Salvatore, come è stata la tua esperienza in Giappone?

Molto interessante, ho imparato molte tecniche fondamentali per lavorare la seta, sia manuali che automatiche e so che il cammino verso la perfezione non sarà facile e breve, ma la strada sarà emozionante e penso che possiamo tornare a lavorare seta di grande qualità in Italia.

L’incontro con la cultura giapponese per alcuni versi è stato traumatico, la lingua e la ritualità dei gesti non mi sono ancora familiari, ma la loro tecnologia per lavorare la seta è fra le migliori ed era l’unico modo per capire come funzionano le filande.

Su cosa stai lavorando ora?

Con l’impresa orafa D’orica, il supporto del CRA di Padova e con il cappello di Energitismo abbiamo rimesso in funzione una filanda e tessuto i primi bozzoli italiani.

L’idea è di realizzare gioielli oro e seta combinando le sferette d’oro caratteristiche di D’orica con seta 100 % italiana e di presentarli a gennaio alla Fiera dell’oro di Vicenza, una delle più importanti del settore.

Pensi che sia possibile tornare a lavorare la seta in Italia in modo industriale?

Devo ammettere che non immaginavo quanto interesse sarebbe nato attorno alla prima seta lavorata; sentendo i commenti e le richieste di informazione che ricevo, penso ci sia un grande desiderio di tornare a completare l’intero ciclo produttivo: partendo dalla coltivazione dei gelsi, dall'allevamento dei bachi da seta e dalla produzione dei bozzoli fino alla tessitura e al capo finito, campo in cui l’Italia svolge ancora un ruolo di primo piano sul panorama internazionale.

A chi volesse maggiori informazioni su come lavorare la seta suggerisco di rivolgersi ad Energitismo o al CRA di Padova per avere indicazioni su quali sono i primi passi da compiere per intraprendere la produzione della seta.

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La storia di Murano e l’antincendio di classe

Il fuoco è stata la prima rivoluzione dell’umanità ma ha anche condizionato molte sue scelte e l’uomo ha dovuto darsi alcune regole urbanistiche per contrastare lo sviluppo di incendi. Alcune conseguenze di queste normative sono veramente poetiche: antincendio di classe!

Forse la storia più interessante degli effetti delle legislazioni antincendio la troviamo a Venezia, in una particolare isola della laguna: l’affascinante Murano.

Murano è famosa per la lavorazione del vetro e per le sue botteghe dove ancora oggi i maestri soffiatori e i loro apprendisti creano capolavori dell’arte vetraia. Ma molti non sanno perché è nata una simile concentrazione di fornaci. Un caso o una azione preordinata?

Nonostante Venezia fosse circondata dall’acqua, anche lei doveva gestire il problema del fuoco e in particolare degli incendi causati da alcune lavorazioni artigianali. Molte attività hanno bisogno del fuoco: tutte quelle che riguardano il cibo e la ristorazione ma anche le lavorazioni dei metalli e del vetro.

Nel passato tutti questi fuochi utilizzavano la legna che arrivava dalle alpi attraverso i fiumi e che doveva essere immagazzinata in cataste per essere asciugata e pronta all’uso. Per tutti gli esperti di sicurezza e di antincendio è facile comprendere come queste cataste rappresentassero un carico potenzialmente pericoloso.

E infatti anche a Venezia si verificavano molti incendi finché la Repubblica emanò nuove norme antincendio e decise di delocalizzare tutte le attività relative al vetro in una isola lontana dal centro abitato. Nasce così Murano che, per gli amanti delle scuole economiche, rappresenta forse il primo distretto industriale della storia, dove sapere tecnologico e maestria artistica hanno raggiunto alte vette.

Negli anni la concentrazione delle attività di soffiatura e lavorazione del vetro sviluppa tecnologia, un sapere e un’arte così raffinata che ancora oggi le opere dei maestri discendenti da quelle famiglie artigiane sono contese e i turisti fanno la fila per visitare le loro botteghe e guardarli mentre lavorano il vetro.

Murano nasce quindi come effetto della legislazione sulla sicurezza ed è particolare il connubio di oggi con Lucio Marin chi si occupa di “antincendio di classe”. In terraferma, poco lontano dalla laguna, da oltre venti anni Marinstyle ha iniziato a guardare alle normative sull’antincendio in modo differente cercando di renderle “eleganti” e meritevoli di essere mostrate.

Tutte le segnaletiche delle normative sulla sicurezza sono realizzate su supporto di vetro di Murano lavorato con particolari tecniche e Lucio collabora con la famosa scuola del vetro Abate Zanetti per elaborare soluzioni per antincendio di classe sempre più speciali e personalizzate.

Le sue segnaletiche e i suoi estintori di design si trovano nei migliori musei, alberghi raffinati e palazzi monumentali.

Murano nasce come effetto della mancanza di normative antincendio e diventa la capitale dell’antincendio di classe.

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Il fattore vincente: il legno del Cansiglio

Spesso i fattori chiave del successo si trovano in dettagli che sono sotto gli occhi di tutti ma non vengono “visti”: è il caso di Venezia e del legno del Cansiglio.

Qualche mese fa ho potuto comprendere il valore delle corde musicali di budello, ed ho potuto apprezzare la vera musica barocca, e di recente ho imparato il valore dei remi durante i secoli della navigazione prima dei velieri e del petrolio.

L’occasione è stata la presentazione del marchio “Legno Veneto” nato per valorizzare l’uso di essenze locali, provenienti da coltivazioni certificate e controllate, nei mobili realizzati dai prestigiosi mobilifici del Veneto.

Ad un certo punto Giustino Mezzalira, di Veneto Agricoltura, elogiando il lavoro svolto dagli imprenditori che sono tornati ad usare le essenze locali, usa alcune paroline magiche per descrivere il legno del Cansiglio: “i remi della battaglia di Lepanto”.

Come tutte le famiglie di emigrati, quando tornavamo nelle nostre terre di origine compivamo dei rituali fissi, ed uno di questi era la visita al Cansiglio e ai Laghi di Misurina e Santa Croce. Le parole di Giustino mi hanno aperto una finestra su un mondo che dovevo approfondire, e questa mi porta direttamente al cuore di Venezia.

La storia della Repubblica è affascinante e centinaia di circostanze avverse hanno contribuito a creare una delle città più magiche del mondo. Per secoli la potenza navale di Venezia ha dominato il mediterraneo orientale e tutti i traffici con l’Asia. Ma come ha potuto una piccola città insulare diventare il centro vitale di scambi commerciali per così lungo tempo?

Un segreto è stato sicuramente la capacità industriale dell’Arsenale, il luogo dove si realizzavano le imbarcazioni, e l’altro nella coltivazione intelligente delle foreste da cui proveniva il legname per realizzare queste imbarcazioni e per tutti gli altri usi urbani (dalle fondazioni delle case all’alimentazione delle fornaci del vetro).

La coltivazione dei boschi nel triveneto inizia intorno al 1200 circa e per quanto riguarda il Cansiglio, dal 1548 la Repubblica di Venezia nominò un Capitano Forestale per la sua gestione che monitorava ogni singola specie del bosco.

L’altezza, la linearità e l’assenza di nodi dei grandi alberi di faggio che crescono su questi terreni carsici erano ottimali per i remi delle galee veneziane (lunghi più di 10 metri) ed erano uno dei segreti della potenza e velocità delle navi della Repubblica.

Forse anche fra i segreti della vittoria sui Turchi a Lepanto per il controllo delle rotte verso oriente.

Il Capitano Forestale del Cansiglio doveva annotare l'età di ogni albero e fare una previsione del suo taglio punendo severamente tutti i trasgressori. Il ruolo della foresta era così importante che per legge la figlia del guardaboschi del Cansiglio, pur non appartenendo alla nobiltà, poteva sposarsi con un membro dell'aristocrazia veneziana.

La corporazione dei “remeri”, poi, coloro che trasformavano i tronchi in insuperabili remi, era una delle più importanti di Venezia. Fu sciolta solo da Napoleone, ed ancora i discendenti degli artigiani realizzano le gondole ed i remi secondo le antiche tradizioni veneziane.

Gli artigiani veneti che usano il legno del Cansiglio raccontano in modo originale una parte della storia di Venezia e la fanno conoscere anche a chi passa sui canali per trascorrere un week end romantico senza domandarsi come è potuto avvenire il miracolo della potenza di una città nata per incanto su qualche isola della laguna.

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