Piccoli Musei da scoprire: il museo del Costume Teatrale di Serrone

Il museo del costume teatrale di Serrone è un piccolo scrigno dove il visitatore può liberare la fantasia e calcare i palcoscenici del mondo immedesimandosi in questo o quel personaggio.

Diventare un ballerino, un conte del settecento, un signore dell’Ottocento o indossare degli abiti che sembrano usciti da un quadro di Mirò.

Il museo del costume teatrale nasce grazie al dono di una famosa costumista del secolo scorso, Bice Minori, che era originaria di questo paesino ciociaro. Bice amava molto Serrone e qui aveva trovato anche assistenti nel suo lavoro di sartoria teatrale che svolgeva a Roma. Ha creato una piccola ‘scuola’ e così si è diffusa la cultura dell’abito di scena che poi ha dato vita ad un magnifico presepe.

Come sempre, infatti, la vita si sviluppa in processi di azioni e reazioni e questa passione per i vestiti di scena è quella che poi ha portato gli abitanti di Serrone a creare uno dei più grandi presepi etnografici. A Natale, oltre 150 manichini con accurati riproduzioni di abiti storici fanno rivivere scene della natività e scene di vita del secolo scorso in Ciociaria.

Ma torniamo al Museo del Costume di Serrone dove gli esperti di teatro e di sartoria possono rivivere emozioni particolari. Infatti nel museo si trovano costumi indossati da grandi attori in produzioni che alcuni di noi ancora possono ricordare. La maestria di alcune composizioni e l’arditezza di alcuni accostamenti sorprendono anche le menti raffinate.

Bice Minori era stata la sarta personale di Eduardo de Filippo e i suoi vestiti sono stati indossati da Vittorio Gassman e Beppe Barra. Alcuni costumi storici e fantasiosi provengono dall’Orlando Furioso, il famoso poema settecentesco di Ludovico Ariosto, altri dalla Gatta Cenerentola, la prima opera in lingua napoletana di Gianbattista Basile che viene considerata l’ispiratrice della favola Cenerentola di Perrault.

Il museo è ricavato in un edificio del centro storico al quale si accede passeggiando in uno dei borghi più caratteristici d’Italia realizzato in pietra calcarea bianca. Dai vicoli si gode di una incredibile vista che spazia da Roma a tutta la Valle del Sacco.

Serrone sorge sulle pendici del monte Scalambra ed il suo ruolo originario era proprio di vedetta e di presidio della strada fra Roma e l’Abruzzo. Una strada usata molto dai pastori per la transumanza fin dal tempo dei Romani.

Oggi la tradizione teatrale e la maestria della sartoria artigianale di grande qualità continua con le nipoti di Bice Minori che la hanno fatta diventare una caratteristica di Serrone.

powered by social2s
Agro Pontino a Berlino
Il ‘gustoso’ marchio Agro Pontino: dalla storia alla tavola

Per noi italiani il marchio Agro Pontino esiste da sempre ma serviva un logo per farlo riconoscere anche all’estero. La storia della Pianura Pontina e della nascita dell’Agro Pontino sembrano recenti ma affondano le loro radici nei secoli.

Per un particolare destino, nelle coste del basso Lazio, a sud di Roma, si era formata una lunga duna costiera che aveva impedito il deflusso a mare delle acque. La duna si può ancora vedere a tratti a Sabaudia e nel Parco Nazionale del Circeo ed ha un suo fascino particolare, con la sua vegetazione caratteristica della macchia mediterranea.

Dietro la duna si era formata una palude le cui dimensioni variavano nei secoli. Secondo una antica leggenda questa era dovuta alla ira di Giunone gelosa di una delle amanti di Giove.

I primi tentativi di regimentare i flussi con dei canali che raccoglievano le acque provenienti dai Monti Lepini erano stati fatti addirittura dal popolo Volsco. Il nome stesso di Pontina deriva dall’antica città Volsca di ‘Suessa Pometia’, poi sottomessa dal re romano Tarquinio il Superbo. Reti di canali sotterranei si possono incontrare un po’ ovunque.

Durante i romani la palude era ‘domata’ e qui corre la via Appia che collegava Roma con il porto di Brindisi e, quindi, con tutto il Medio Oriente. In questo tratto la via Appia viene chiamata ‘Fettuccia’ perché corre rettilinea per oltre 40 chilometri. Più in alto, lungo la costa dei Monti Lepini, corre la via Francigena usata nel medioevo sempre per raggiungere Brindisi ma in un tracciato lontano dalle pianure infestate da barbari e saraceni.

I nomi dei canali raccontano proprio la storia dei diversi tentativi di bonifica: Rio Martino iniziato dai romani ma con il nome di un papa, Fiume Sisto per il papa Sisto V e Linea Pio VI per un altro papa (per molti anni queste terre sono state governate dallo Stato Pontificio). E infine il canale Mussolini che non ha bisogno di spiegazioni.

La vera bonifica si ha con il periodo fascista quando venne realizzata tutta la rete di canali e organizzato il sistema di idrovore per pompare le acque fino al mare. Per lavorare alla bonifica e per popolare queste nuove terre vennero chiamate colonie di persone dal Veneto, una terra impoverita dal primo conflitto mondiale. Così i nomi dei nuovi borghi e delle strade richiamano incredibilmente monti e fiumi del Veneto che erano stati il teatro di battaglia della prima guerra mondiale.

L’Agro Pontino ha quindi una identità unica data dalla geografia del posto e dalla storia. Una storia che si distingue da tutte quelle dei paesi vicini per questo arrivo di popolazioni ‘esterne’ ai luoghi. I veneti si sono perfettamente integrati e amano questi territori ma la loro identità nasce dal lavoro di squadra, dalla cooperazione e dalla voglia di raggiungere insieme obiettivi condivisi.

Il risultato è una pianura fertile grazie al suo passato, alle acque sorgive, al profumo del vicino mare e alla caratteristica geologica. Una terra che da subito è diventata il luogo preferito per coltivare gli ortaggi per Roma, molto ricercati per i loro sapori.

La nascita del marchio Agro Pontino

Le piccole imprese dell’Agro Pontino capiscono subito l’importanza della cooperazione anche da un punto di vista finanziario e nel 1952 fondano la Cassa Rurale e Artigiana dell’Agro Pontino. L'istituto di credito si evolve con l’Europa ma mantiene il forte legame territoriale e decide di favorire la nascita di un marchio ‘Agro Pontino’ proprio per trasmettere meglio l’identità e la qualità delle produzioni agricole della pianura pontina.

‘L’idea del marchio è stata come un ‘uovo di Colombo’. Il marchio era già dentro ognuno di noi. La qualità dei prodotti dell’Agro Pontino era già nota e riconoscibile da tutti gli italiani ma non avevamo mai pensato di associarla ad un disegno e di utilizzarla tutti insieme. Se si va a leggere i siti di tutte le cooperative aderenti si trovano praticamente le stesse parole sulla storia e sulla identità dei prodotti. Il marchio era già in ognuno di loro, occorreva solo formalizzare un logo.

Questo sono le parole di Maurizio Manfrin, presidente della banca che ha patrocinato l’iniziativa. L’idea di racchiudere le radici comuni degli agricoltori nel marchio Agro Pontino è nata in occasione di una missione all’estero di alcune cooperative. Siamo nel 2017 e questa volta 10 cooperative che raccolgono centinaia di piccoli agricoltori decidono di partecipare insieme alla manifestazione Fruit Logistica a Berlino.

Grazie alla storia di questa pianura, le piccole imprese hanno una lunga esperienza di lavoro in gruppo. Sappiamo tutti che lavorare in squadra non è una caratteristica italiana, ma qui è nel DNA delle imprese. Hanno tutti iniziato nello stesso modo e non ci sono storie del passato a dividerli. Hanno iniziato a creare cooperative di piccoli produttori già dal dopoguerra e questa esperienza ha consolidato la capacità di comprensione reciproca e di focalizzarsi su obiettivi comuni.

La qualità è il vero elemento unificante e la voglia di far conoscere a tutti le particolarità di ortaggi a cui la combinazione del terreno, del clima e della vicinanza con il mare dona un sapore unico. Un sapore che si distingue e che è apprezzato da chef e da chi si intende di cucina.

Berlino è l’occasione per far conoscere al mondo le Zucchine, le Angurie, i Ravanelli Rossi, le Rape Bianche, i Cavoli Rapa, le Melanzane, i Pomodori, i Meloni e gli altri ortaggi dell’Agro Pontino e anche di far conoscere un pezzo dei 3000 anni di storia di questi territori.

E non abbiamo citato le Insalatine da Taglio che da qualche anno sono fra le preferite dai consumatori italiani!

Le cooperative e le imprese che hanno da subito aderito a questo marchio e che si presentano unite sono la Sotea, la Agri Italia, la Agrieuropa, la Cooperativa Baselice, la Cooperativa Agricola, la Cortese, la Ortofrutticola Sabaudia, la Agricola Di Girolamo Gianni, la Mediana e la Pontinatura.

Il cammino è iniziato, l’Agro Pontino è pronto a far conoscere al mondo la qualità e il gusto delle sue delizie e l’amore dei suoi agricoltori. Buon Appetito!

powered by social2s
Rocca Priora: un affaccio sull’eterno

Quando per qualche motivo mi ritrovo a salire a Rocca Priora, mi è irrinunciabile affacciarmi da quella terrazza naturale, che dal punto più alto dei Castelli Romani, domina tutto l’orizzonte.
Il panorama spazia da tutti i lati: da nord a sud, da est a ovest, il limite celeste non si interrompe continuando senza fine il suo severo disegno.
Dietro il Palazzo dei Savelli si apre un piazzale panoramico che costituisce la più invidiabile attrattiva del paese. Da questo terrazzo si domina la Valle del Sacco e lo sguardo indugia volentieri con un senso di sorpresa e di smarrimento. Arrivare a questa terrazza naturale passando per gli angusti vicoli medievali del borgo, mi da la sensazione di entrare in un osservatorio stupendo in cui lo sguardo abbraccia tutto intorno, bellezze di una suggestione indimenticabile.
La vallata senza fine è disseminata di centri abitati, ricchi di storia, adagiati nella pianura o addossati sui pendii. Appare da lontano Anagni con l’imponente edificio del Collegio Leoniano e ancora più in là Fumone, sul cucuzzolo di una montagna, in cui fu segregato papa Celestino V per mano del suo successore Bonifacio VIII.
Mostrano i loro austeri castelli Paliano e Valmontone, mentre Colleferro si riconosce dai suoi fumaioli. Piglio si affaccia timidamente nella sfumatura della lontananza. Distintamente si delineano Palestrina, Labico, Zagarolo, San Cesareo, Gallicano, Cori, Rocca Massima, la foschia sovrastante il bacino del lago di Bracciano e più giù ancora la cima del Monte Soratte.
E poi Roma, la Città Eterna, con gli infiniti monumenti che si elevano dai suoi colli, le numerose strade della pianura brulicanti di vita. Chiude l’orizzonte ad occidente la luminosa striscia del mar Tirreno, in cui alla sera occhieggiano i fari di Ostia e di Fiumicino. E a oriente, dietro questo grandioso spettacolo, si erge la catena appenninica dei monti Lepini, Ernici, Prenestini, Tiburtini, Sabini ed Etruschi e sullo sfondo i dorsi innevati della Maiella e del Gran Sasso.
Sotto gli occhi, a breve distanza, si elevano dai loro poggi Monte Compatri, dominato dal Convento di San Sebastiano, e Colonna con il serbatoio idrico, mentre in direzione sud occidentale si stagliano i lineamenti di Castel Gandolfo con il palazzo pontificio.
Sembra di sognare quando al tramonto il sole accende con i suoi ultimi raggi fantastiche cortine di nubi e più tardi quando dai monti al mare, la pianura si dissemina di luci come una selva incantata, punteggiando le strade dell’immensa città, le vie consolari, le borgate e paesi, villaggi e cascine a migliaia.
Nel fondo della notte il cielo non ha più confini. Il reticolato stellare della volta celeste si confonde con quello terreno delle luci dei borghi e delle abitazioni isolate.
Al curioso che si affaccia su quel balcone, lo sguardo spazia oltre alle distanze anche nel tempo. Non sarà difficile intravedere nel mezzo della pianura, il via vai degli eserciti che dal Regno di Napoli marciano verso la Città dei Papi. Oppure riconoscere le tende degli accampamenti militari sparsi qua e là nella campagna romana, vigilare costantemente per gli attacchi dei briganti che a cavallo svaniscono nei boschi. Oppure, in dissolvenza, scorgere il corteo variopinto di papa Paolo V che seguendo il rettilineo della via consolare, si appresta a salire sulla rocca col suo codazzo di dignitari.
Realtà e fantasia non sono più scindibili. Tutto ciò che è terreno, passeggero, provvisorio e precario si sostituisce ad un senso di eternità. La descrizione più appropriata di questo stato d’animo la ritrovo nelle parole del Dandini e del de Juliis:
“L’enumerazione dei particolari del quadro, non può essere che incompleta ed insufficiente, perché essa non dice l’inesprimibile. Non sa dire quali dall’ampia corona dell’orizzonte sono le luci che la ravvivano con combinazioni di toni spesso così squisiti da sembrare portentose, ma che pure talvolta, quando oscure fumano le nubi sull’Appennino, la tramutano in spettacolo quasi fantastico di severità imponente e neppure quale e quanto fascino emani, come un effluvio, da questa terra di incanto, il cui verde si attenua tutto intorno nel glauco pallore degli ulivi e dei pampini rigogliosi e dei grani che ondeggiano al vento di ponente”
powered by social2s
La tradizione dello Scottone nelle mani di un giovane Pastore

Una piazza nel paese, un tegame in rame, un giovane pastore diventano protagonisti dell’antica tradizione del formaggio Scottone a Rocca Priora.

La Sagra dello Scottone anima le fredde domeniche di Rocca Priora, che occupa la vetta più alta dei Castelli Romani in una atmosfera magica. Il formaggio scottone è qualcosa di diverso dai tradizionali formaggi.

Per conoscere i segreti dello scottone, vado al caseificio dove Damiano e la sua famiglia vivono in simbiosi con la natura. Mi allontano dal paese, percorrendo una strada che sembra tagliare a metà il bosco fino a che non compare di nuovo il sole. Ad un certo punto il panorama si apre verso prati e colline dal declivio dolce ideale per lasciare pascolare il proprio gregge.

Lì mi aspetta Damiano Felici, l’ultimo di sette generazioni di pastori, una persona moderna ma legata alle tradizioni. Mi accoglie con una gentilezza di altri tempi aprendomi le porte del suo mondo: il camice bianco, gli alti stivali e un volto gioioso mentre mi mostra con orgoglio i frutti del suo lavoro.

Si definisce “l’Ultimo dei Moicani”, lui che fin da bambino ha coltivato l’amore per la natura e per la pastorizia. Quando gli altri cercavano “mestieri comodi” lui ha scelto di conservare la tradizione.

Ho la fortuna di conoscere Damiano da trenta anni, eravamo dei bambini e già condividevamo lo stesso amore per il nostro paese.

Ne approfitto per farmi raccontare della tradizione dello scottone roccapriorese.

È un fiume in piena: le sue giornate iniziano alle 3,30 di mattina con la mungitura delle pecore, rigorosamente pascolate nei prati di Rocca Priora. Poi si passa alla lavorazione del latte che viene portato ad una temperatura di 35/36°C a cui viene aggiunto del caglio, un enzima naturale che solidifica il latte. A quel punto decide cosa realizzare: una fresca caciotta o del prelibato pecorino romano.

E’ con lo scolo di queste lavorazioni che si realizza lo scottone! Un siero privato in gran parte della caseina che viene ricotto fino alla temperatura di 80°C e servito in tradizionali piatti di coccio quando è ancora bollente.

Il segreto per un perfetto risultato? L’utilizzo di pentole di rame stagnato per una cottura lenta, che continua anche a fuoco spento, e l’aggiunta di rametti di fico per condensare il siero ricotto. Gustarsi lo scottone da oggi diventerà per me un’esperienza emozionale: conoscere la storia di chi mantiene in vita questa tradizione mi rende il suo sapore ancora più speciale!

Ah, dimenticavo!! Damiano Felici vi aspetta per gustare i suoi prodotti a Rocca Priora e la cosa di cui potete star certi è che ad accogliervi ci sarà un ragazzo speciale!

powered by social2s
Un Australia Day nella Baia di Sydney

Per me non c’è posto migliore di essere a Camp Cove, una spiaggia vicino l’ingresso Sud della baia di Sydney durante l’ Australia Day.

Eppure, andiamo lentamente, forse possiamo avere un pranzo presto sotto un ombrello al sole e poi una passeggiata intorno al Capo Sud nel sole di mezza estate di una città meravigliosa.

Alcuni potrebbero obiettare e vedere altre baie del mondo attraverso occhiali colorati di rosa, ma quando la realtà arriva, per la gioia dei Sydneyani siamo nella più bella baia del mondo. E tutti possono condividerla stando vicino al porto, sui numerosi parchi pubblici, spiagge che costeggiano il porto o addirittura unendosi alla folla di barche a vela e yacht che competono per la brezza sull’acqua. Molti si trovano su un ‘Manly Ferry’ che attraversa il porto dalla Opera House al Circular Quay a Manly dove c’è una magnifica spiaggia di surf.

Scelgo di prendere il primo autobus da Circular Quay a Watson Bay, mentre altri prendono il taxi d’acqua un po’ più costoso da Circular Quay. È necessario arrivare prima di mezzogiorno per gustare il miglior pesce di ciò che il mondo può offrire. Sulla spiaggia dietro l’Hotel Watson Bay (si trova un’ottima birra) c’è Doyle, il ristorante di fama mondiale.

Se si arriva presto come me, si può scegliere un tavolo fuori e gustare la vista fino all’Opera House. Selezionano pesce fresco e ostriche dal mercato del pesce la mattina. Non c’è bisogno di selezionare un pesce esotico, catturato migliaia di miglia di distanza, congelato e trasportato, il pesce locale, alla griglia o fritto in pastella di birra non ha pari. Si può chiedere al cameriere di selezionare il giusto vino bianco, o di avere una birra locale.

Dopo il bel pasto dedicato all’Australia Day, è il momento di esplorare le vicinanze e di salire su una passerella lungo la spiaggia e arrivare a Camp Cove. Su una collinetta erbosa c’è un piccolo ceppo che commemora il posto dove i ‘britannici’ sono sbarcati quando si ‘stabilirono’ Australia, il 26 gennaio 1788.

Gli aborigeni locali devono essere stati confusi dai maleodoranti britannici che arrivarono con poche barche e rivendicarono il territorio per l’Inghilterra. Sembra che era fosse una prima gara di barche a lunga distanza fra l’Inghilterra e la Francia che erano in competizione per ‘rubare’ la terra dagli aborigeni che vivevano lì da oltre 50.000 anni.

Gli aborigeni avevano già visto i cinesi arrivare e partire nel 11° secolo, poi i portoghesi e gli olandesi circa sei secoli più tardi (anche se gli avventurieri non sono riusciti ad arrivare alla costa orientale).

Sì, l’Australia è stata occupata nel 1788, non è un a’Terra di Nessuno’ come fu poi affermato, e ci sono voluti più di 200 anni per ‘uomo bianco’ per accettare alcuni dei diritti “naturali” degli abitanti originari. Si può solo supporre che l’insediamento inglese non sia stato di grande importanza per l’impero dalla ‘grandezza’ del cippo memoriale e dal fatto che la maggior parte dei primi coloni erano detenuti inviati per alleggerire le sovraffollate carceri di Londra.

La natura, comunque, è veramente grande e Camp Cove è la migliore spiaggia accanto al porto di Sydney, normalmente affollata da un mix di famiglie, gruppi di amici e giovani corpi abbronzati vestiti con poco più di un tanga. L’acqua è cristallina e la gente è amichevole. Ci sono cose peggiori che godere del mare rinfrescante guardando la città in lontananza.

Dalla fine del nord di Camp Cove, è possibile seguire un percorso in cemento fino a Capo Sud, all’ingresso della baia. Si possono notare centinaia di brutti ragni e magnifiche ragnatele filate fra gli alberi accanto al percorso, se non li molestate non ci saranno ritorsioni. Dopo pochi minuti a piedi si arriva ad una piccola spiaggia di sabbia densamente popolata bene (nota come Lady Bay o Lady Jane), la prima e più famosa di Sydney dove l’abbigliamento è facoltativo.

Ci sono panchine disseminate lungo il percorso a Capo Sud, dove è possibile sedersi e prendere il sole, guardare le barche a vela e le regate senza sognare il paradiso perché ci siete dentro.

La vita non potrebbe essere migliore: questo è il modo di vivere dei Sydneyiani durante l’ Australia Day.

powered by social2s
Scorrendo lungo il fiume Liri, sport e cultura uniscono tutti i paesi

Il fiume Liri ha segnato la vita di due regioni ed oggi segna la loro rinascita con un evento che coinvolge 15 comuni e tutta la loro popolazione. Scorrendoconilliri è sport e cultura in un abbraccio che rende la manifestazione una delle più emozionanti e coinvolgenti a cui si possa partecipare.

Lo sport è dato da tre maratone di 10, 27 e 65 km che si corrono fra la primavera e la fine dell’estate. La cultura è data dalle bellezze dei luoghi e dalle manifestazioni organizzate da ognuno dei 15 comuni coinvolti.

L’idea è nata da amici che percorrevano il Liri per andare al santuario di Vallepietra, e che ogni volta rimanevano senza parole di fronte alla bellezza del paesaggio e dell’arte dei paesi che attraversavano. Qualche anno fa hanno pensato che sarebbe stato bello fare il percorso al contrario, ‘scorrendo con il Liri’ e organizzare una manifestazione sportiva riconosciuta anche dalla federazione.

È successo tutto in modo naturale ma la manifestazione è cresciuta in modo incredibile, come se tutti stessero aspettando un catalizzatore che desse soddisfazione alle proprie aspettative.

www.scorrendoconilliri.it coinvolge 2 regioni, Lazio e Abruzzo, 15 comuni e ha il patrocinio dell’Unesco, del Coni e della federazione delle maratone. E da questo anno anche noi di discoverplaces.travel collaboriamo con loro per promuovere le bellezze dei territori e farle conoscere ad un pubblico italiano e internazionale.

Il fiume Liri evoca subito immagini ed emozioni: la cascata ad Isola del Liri, la nascita a Cappadocia, il fluire lungo le valli Abruzzesi, i Sanniti e i Romani, Fregellae, la sua grande portata, il Garigliano e l’arrivo a Minturno con il famoso Ponte Real Ferdinando.

Il Liri è uno dei fiumi più lunghi d’Italia e con la sua grande portata di acqua ha condizionato la vita delle antiche popolazioni italiche che non lo potevano oltrepassare facilmente. Poi è stato generoso e quando si è capito come sfruttare il corso d’acqua per produrre energia ha dato vita ad uno dei maggiori sviluppi industriali europei del XVIII secolo.

Lanifici e cartiere esportavano in tutta Europa, tanto che il Times veniva stampato su carta fatta ad Isola del Liri. Allora non era ancora Ciociaria ma i territori facevano parte del Regno Borbonico e Carlo III fu così fiero dei successi che nel 1744 venne in visita ad Arpino.

Una storia che verrà raccontata in una mostra fotografica sull’Archeologia Industriale delle terre del Liri del fotografo inglese Steve Johns. La mostra sarà solo uno degli eventi culturali ma è significativa per far riscoprire un passato che per secoli ha caratterizzato la vita di questi territori. Scoprire il passato significa anche trovare le radici vive e far tornare in vita qualcosa. Non la stessa pianta ma qualcosa di positivo per tutta la comunità.

Seguiremo ‘Scorrendoconilliri’ e racconteremo storie di arte e cultura dei comuni che attraversa e realizzeremo delle guide per conoscere meglio questi splendidi territori.

powered by social2s
Curarsi con il cibo? A Ferentino un panificio per voi

Internet è pieno di consigli su come curarsi con il cibo, su come mangiare sano e sui problemi del glutine. Ma trovare qualcuno a Ferentino che produce pane e pizza secondo i principi della Nutraceutica è una sorpresa.

A prima vista Gustoantico sembra un panificio qualsiasi e Luciano Sperati ha proprio l’aria di un perfetto panettiere vestito di bianco, con la cuffietta davanti ad un grande forno a legna.

Ferentino è ricca di storia ma non la avevo mai sentita nominare per il pane, così entro un po’ scettica in questa pizzeria portata da qualcuno che aveva promesso di stupirmi. Quando Lorenzo inizia a parlare tutto cambia e quando assaggio la sua pizza il mio orizzonte gustativo si allarga.

Come molte persone negli ultimi anni ho sviluppato una forte intolleranza al glutine e posso riconoscere alcuni prodotti da forno o paste che usano qualche farina che mi provoca immediatamente fastidi e non mi fa respirare bene.

Avevo già sentito del grano monococco e delle sue proprietà ma non ero preparata ad una visione olistica di tutto il processo: dalla coltivazione secondo la biodinamica fino alla chimica della digestione. Un fiume in piena e ho dovuto prendere appunti mentre Luciano Sprati  parlava di Alimentazione Nutraceutica o Funzionale.

Alimentazione funzionale significa scegliere il cibo non solo per i suoi aspetti nutritivi ma per il benessere che porta al nostro corpo. Questa definizione nasce in Giappone degli anni ’80 quando il ministero decise di contenere la spesa sanitaria promuovendo una alimentazione salutare. Un modo di curarsi con il cibo e prevenire alcune malattie.

Tutto parte dalla filosofia di Rudolf Steiner, che io conoscevo per la sua architettura antroposofica e per i metodi di insegnamento ai bambini. Steiner è considerato anche il padre della agricoltura biodinamica, ossia di come alcune piante collaborano in simbiosi per proteggersi e per nutrirsi.

Il segreto del mio pane è un lievito non alcolico che prendo dai Monaci di San Paolo, il sale rosa dell’Himalaya che contiene 84 elementi ed è privo di metalli pesanti e la farina che viene da grano coltivato secondo la biodinamica.

Anche per i dolci da forno che facciamo invece dello zucchero raffinato usiamo alcuni ingredienti particolari come lo zucchero di canna o la ‘stevia’, una pianta medicinale che va bene anche per i diabetici.

Curarsi con il cibo sta diventando una moda ma è innanzi tutto una necessità se vogliamo avere un corpo in salute e una mente concentrata su aspetti positivi. Se vogliamo custodire il pianeta per i nostri figli. Se vogliamo essere in armonia.

A sottolineare questo doppio aspetto della Nutraceutica, Luciano collabora con medici, con famosi oncologi e con lo chef stellato Antonello Colonna. Tutto il pane che serve lo chef stellato Antonello Colonna nei suoi pranzi viene fatto dalle operose mani e dall’amore di Mina e Luciano Sperati di Ferentino.

powered by social2s
L’amore per Roma nascosta

L’amore per Roma è travolgente e il mio è cresciuto sui banchi di scuola quando un professore aveva diviso la città in sezione e ognuno di noi doveva investigare in una certa area.
Capitava allora di conoscere le storie “parallele” a quelle dei libri e che solo i residenti conoscevano. Una di queste storie riguarda la “Fontana dell’acquaiolo”, una delle 6 “statue parlanti”, quelle che potevano accogliere (come succede ancora) bigliettini di satira dei romani verso i potenti.
E' la “fontana del facchino” che Vanvitelli erroneamente attribuì a Michelangelo, li ricollocata da altra via e nascosta per proteggerla dagli incidenti dovuti agli urti delle carrozze e dagli sberleffi, a suon di sassi, dei monelli.
Inizialmente questa statua rappresentava solo una delle figure che portavano l’acqua dalle fontanelle alle case, prima del 1500 quando i pontefici ripararono gli acquedotti. Ma nel tempo le leggende hanno modificato il significato di questa figura.
Infatti, nel 1874 questa statua ormai consumata viene spostata In Via Lata, una stradina che si affaccia a destra di chi percorre Via del Corso verso piazza del Popolo, vicino ad una osteria. Qui diventa una parodia per gli osti che annacquavano il vino per guadagnare sempre di più!
E allora la statua diventa la rappresentazione di qualcos’altro o qualcun altro. Nel quartiere si dice che quel facchino (o oste secondo altre versioni) abile nel bere e di forza smisurata, è un tal Abbondio Rizzo. Abbondio si beveva il vino buono e “ricaricava” il contenuto della botticella con fresca acqua di fontana.
Era talmente noto che ai primi del ‘900 il poeta Armando Fefè, con un grande amore per Roma, gli dedicò un vivace e simpatico sonetto che così recita:
St'amico che se fa' chiama' facchino,
faceva invece l'oste,
e fregava le poste,
mettenno l'acqua ar vino.
In fin de vita se la vide brutta
e disse al Padreterno:
“Signore se me sarvi dall'Inferno,
l'acqua vennuta la riverso tutta”.
M'be', so quatrocent'anni e ancora butta.
Amore per Roma, il suo vino e la sua acqua.
powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.