San Vito Romano. Banda musicale Cav. Luigi Paolacci - Gruppo Majorettes

La Banda Musicale di San Vito Romano fu istituita nel 1919 e diretta dal Maestro Luigi Paolacci per oltre 40 anni.

Dal 1995 si è formato il Corpo da Ballo delle Majorettes.

Il Corpo delle Majorettes vive soprattutto grazie all’impegno della Signora Vilma Barile e della maestra Monica Rizzi.

Il gruppo Majorettes partecipa a diversi stage di perfezionamento e acquisizione di gradi federali con la collaborazione l’allenatore nazionale di Twirling e coreografi internazionali di Majorettes.
 

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La ‘Pigna’, il tradizionale dolce di Pasqua

La Resurrezione si festeggia in ogni paese italiano con tradizionali dolci di Pasqua come la Pigna della Ciociaria.

La colazione al mattino della domenica, dopo l’avvenuta Resurrezione, segna la fine del digiuno della Quaresima ed è un momento importante. Tutte le famiglie che si ritrovano attorno ai propri sapori e a Pasqua le case tornavano a riempirsi dei profumi dei piatti della domenica.

Anche a Ceccano e nell'area dell'Amaseno si è tornati a festeggiare attorno ai piatti tradizionali come la famosa ‘Pigna’ il tradizionale dolce di Pasqua le cui radici si possono trovare nel Regno di Napoli.

La Pigna, infatti, è un dolce apprezzato soprattutto in quella parte della Ciociaria che un tempo faceva parte del Regno di Napoli. Solo in un secondo momento è stato conosciuto e consumato nella Ciociaria che faceva parte dello Stato Pontificio.

Per questo dolci simili si possono trovare in alte aree del sud e, ad esempio, la Pigna è conosciuta a Caserta con il nome di “casatiello”. Altre varianti simili sono la “pizza pasquale” in Toscana o la “pigna molisana pasquale” nel Molise.

A prima vista la Pigna ricorda la forma di un panettone ma, ovviamente, può cambiare forma in base ai nostri gusti. È un impasto semplice fatto di farina, uova, zucchero, lievito madre che viene creato attraverso la fermentazione dello yogurt oppure tramite un panetto preso dall’impasto del pane.

Di solito è senza ripieno ma ha un gusto particolare grazie ai vari aromi e all’accenno dei liquori della tradizione locale. Nelle diverse regioni si insaporisce in modo diverso: ad esempio mettendo l’uvetta, la vaniglia, i semi di anice, i canditi o altro.

In Umbria o nelle Marche si aggiunge del formaggio e la colazione di Pasqua si fa a base di pizza pasquale, salame, uova sode benedette, coratella d’agnello e mentuccia.

Per preparare una buona Pigna bisogna munirsi di olio di gomito e di tanta pazienza in quanto servono 4 giorni di lievitazione. Il vantaggio è che una volta cotto alla perfezione può conservarsi per oltre 40 giorni. Anzi, più passano i giorni e più si esaltano i sapori.

Negli anni della industrializzazione di massa e dell’abbandono delle terre, la ricetta di questo dolce era andata perduta a vantaggio delle colombe preconfezionate. Ma il ricordo è rimasto in quasi tutte le persone di una certa età. E’ uno di quei dolci fortemente radicato nella sua terra di origine.

Un gruppo di appassionati e studiosi ha recuperato le antiche ricette andando ad intervistare le anziane del paese e ripropone la Pigna secondo la tradizione Ciociara. Dosi e metodi di lavorazioni sono state così recuperate da giovani realmente appassionati del proprio paese e che vogliono tornare a fare i mestieri tipici della loro terra.
 

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Una breve passeggiata in Alatri

Alatri è arroccato intorno ad una collina, non lontano da Frosinone in quella che viene colloquialmente chiamata Ciociaria, anche se gli arbori di Alatri precedono quel termine di oltre 2000 anni.

Alatri è nascosta da gran parte delle strade principali, e ammiriamo la famosa acropoli solo a pochi chilometri della nostra destinazione. È interessante notare come la piccola frazione collinare di Fumone sovrasti l'orizzonte sopra Alatri.

Abbiamo scelto un perfetto mattino d'inverno e dopo aver parcheggiato fuori Porta San Francesco abbiamo iniziato la nostra peregrinazione a piedi. Passando vicino la chiesetta di San Benedetto sulla cui parete absidale sembravano sporgere parti delle mura Ciclopiche proprio vicino la Porta.

Pochi metri più avanti lungo il vicolo in pietra, passiamo un basso arco a sinistra con l’insegna ‘3 Grana’, un ristorante che è a quell’ora del mattino era ancora alle prese con il risveglio. La chiesa di San Francesco e il suo antico convento sono proprio sopra il ristorante, che doveva essere stato parte integrante degli edifici monastici.

L'interno della chiesa conserva porzioni di alcuni antichi affreschi, tra cui un tradizionale San Sebastiano, ma l’interno è stato rinnovato in un stimolante ed elegante stile barocco, tutt'altro che tradizionale francescano.

Lasciando la chiesa abbiamo seguito i rintocchi di una campana e ci siamo ritrovati in una area della città con le insegne di ‘Centro Commerciale Naturale’ dedicata ad artigiani e piccole gallerie.

Seguendo ancora il suono della campana lungo i vicoli di Alatri ci siamo ritrovati nella piazza principale della città, di fronte alla Collegiata di Santa Maria Maggiore che stava lasciando uscire i fedeli dalla messa del mattino. La maggior parte delle persone si condensavano in piccoli gruppi che chiacchieravano nei pressi della fontana al centro, o che andavano in ​​uno dei bar della piazza.

Andando contro la marea, siamo entrati nella chiesa attraverso la piccola porta di sinistra imbattendoci subito in una insegna che ci raccontava delle importanti opere d'arte conservate nella chiesa, una delle quali era proprio davanti ai nostri occhi. La Madonna di Costantinopoli è una scultura lignea policroma del XIII secolo circondata da 12 pannelli che raccontano la storia di Gesù e della Madonna. Accanto si trova un trittico conosciuto come il Redentore di Antonio da Alatri.

La chiesa ha un rosone scolpito nella pietra bianca e il suo stile è un gotico francese con archi a tutto sesto che indicano la sua età. Le opere d’arte ci richiedono attenzione e abbiamo fatto ritardare la chiusura della chiesa per diversi minuti mentre ammiravamo i dipinti, le sculture e l'architettura.

Ancora una volta al di fuori siamo stati attratti dalla Fontana di Pio IX del 1870 che commemorava il nuovo acquedotto arrivato in città e finanziato dal papa nel 1863.

Di particolare interesse è una grande meridiana montata su una parete di Palazzo Conti Gentili sul lato nord della piazza. La meridiana è segnalata per indicare il ‘vero tempo’ e il tempo medio tra le 10 e la 16, ma, nonostante il sole, sono stato in grado di decifrare il suo messaggio ‘temporale’.

Cercavamo ancora la cattedrale sull'acropoli e seguendo indicazioni di amici, siamo tornati a piedi attraverso Via San Francesco e poi lungo Via del Duomo su per la collina fino a che le possenti Mura Ciclopiche sembravano sbarrare la strada. In questa luminosa giornata chiara i vicoli e le stradine avevano una parte illuminata dal sole che dava loro varie suggestive sfumature delle ocre sugli edifici medievali e rinascimentali.

Finalmente la parte superiore della cattedrale ci è apparsa sopra le imponenti Mura Ciclopiche dell’Acropoli. Abbiamo scelto di seguire il muro sulla sinistra e di camminare sulla rampa fino che arriviamo ad un cancello pedonale da cui entriamo nella piazza. Attraverso i giardini e gli alberi ci appare la facciata della Cattedrale di San Paolo.

La cattedrale è stata costruita dal 930 DC sopra un antico tempio e la sua forma richiama proprio le sembianze di un tempio.

Quando siamo entrati era appena iniziata la messa domenicale e per un poco abbiamo condiviso alcune preghiere e la musica orchestrale dell'organo. Appena fuori, tornati alla luce del sole, abbiamo ammirato la grazia di Dio tra le colline, le montagne innevate e le città vicine.

L'acropoli era tranquilla mentre alcuni bambini giocano sui giochi in giardino, e siamo scesi lungo gradini di pietra per attraversare la Porta di accesso principale con i suoi massicci architravi. A questo punto abbiamo iniziato la nostra circumnavigazione dell’acropoli in cerca di un caffè o di succo di frutta. Così dopo aver trovato il la Porta minore con le sue insolite sculture falliche nell’architrave, siamo tornati sui nostri passi in piazza per chiacchierare davanti ad un aperitivo.

Il languore del pranzo ci ha chiamato e siamo tornati di fronte all’insegna ‘3 Grana’, in cui abbiamo goduto della loro accoglienza Ciociara.

Mentre la nostra passeggiata per il centro Alatri è finita dopo il pranzo, la giornata in campagna iniziava e abbiamo apprezzato l'antico monastero benedettino in attesa per la luce ispiratrice del tramonto.

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Dettaglio di una Cappella della Chiesa Cattedrale di Rieti
Rieti sulla vecchia Via del Sale

Rieti si ritrova sparsa intorno alla via Salaria, la vecchia ‘Via del Sale’ romana, adagiata su una bassa collina a nord est della città eterna.
Sebbene la città originaria risalga a quasi 3000 anni fa, e abbia iniziato a vivere con l'età del ferro, oggi è una città di medie dimensioni, di quasi 50.000 persone, ed è la capitale della Sabina nella regione Lazio. Un nome che rimanda al ruolo delle donne Sabine nel processo di pace tra i Sabini e i Romani.
La storia durante l'epoca romana non è ben documentata in archeologia, ma la città è stata oggetto di molte ‘distonie’ nel corso dei secoli, essendo stata saccheggiata praticamente da tutti i barbari con l’ambizione di conquistare il territorio italiano.
Quando si arriva a Rieti da Roma, il principale punto d'ingresso è proprio Porta Romana con l’inizio di Via Roma che subito attraversa il Velino sul posto del famoso ponte romano, mentre in primavera le limpide acque del fiume scorrono rapidamente a valle dai picchi innevati dell'Appennino in lontananza.
Se si guarda la vita solo con la prospettiva delle grandi anatre, circa 20 delle quali vivono su entrambi i lati del ponte, si potrebbe essere ingannati e credere che il fiume sia in bonaccia in quanto le anatre rimangono relativamente immobili nel flusso, aspettando l'arrivo di un bocconcino o due, ma questo dimostra solo i vantaggi del duro lavoro dei palmipedi sotto la superficie dell’acqua.
Ci viene ricordato che Rieti è una città di chiese, così iniziamo la nostra ricerca salendo su per via Roma verso il centro della città vecchia. Circa a metà strada sulla destra, troviamo un vecchio arco con un portone di chiesa e un piccolo rosone. Entrando non ci si trova in un posto di culto ma in una piccola libreria magica, convertita da una delle tante chiese di Rieti.
Questa chiesa era dedicata a San Pietro, ma ora, assieme ad una selezione di libri, promuove testi su Rieti e sulle gioie del luogo per tutte le età. Molti libri sono stati scritti dall'autrice locale Rita Giovanelli. Anche se vorrei citare per gli amanti dei libri per bambini che ho scorto copie della versione ‘pop up’ del Piccolo Principe.
Non trovando un bar, siamo arrivati ​​in una piazza (Vittorio Emanuele II ovviamente) racchiusa da edifici e palazzi di diverse epoche. Molti degli edifici sottolineano il loro ruolo governativo e la loro autorità attraverso le bandiere italiane ed europee e, più occasionalmente, bandiere regionali o locali. Nel mezzo della piazza si trova una fontana senza identificazione, apparentemente nota come Fontana dei Delfini, comprendente una figura centrale contornata da 4 busti in diversi stati di riparazione.
Appena fuori la piazza si scorge l'elegante facciata della sede delle Poste e Telegrafi. I due edifici di fronte sono il Municipio e forse la Provincia, mentre il Palazzo del Governo sta dall’altra parte della piazza. Tra gli edifici governativi c'è il classico Grand Hotel Quattro Stagioni, con il suo bar alla moda, e subito lo proviamo per godere di un caffè lungo con cornetto prima di indagare la intrigante cattedrale in fondo alla strada.
È stato a questo punto che guardando giù per le strade ai lati della fontana, ho avuto la strana sensazione che questa piazza ben strutturata di una città 'ideale' fosse solo il set di un film italiano. Era talmente perfetta che sembrava che non ci fosse nient'altro dietro le facciate. Un altro punto che rafforzava questo mio sogno visivo, era l'apparente disinteresse della città verso le esigenze dei turisti per il loro ‘sollievo regolare’. Forse avrebbe danneggiato l'immagine altrimenti eccezionale che dona la piazza.
Per vedere la cattedrale bisogna cercare dietro l'hotel perché solo il Palazzo Papale si intravede dalla piazza. Come in molte chiese più vecchie dell’XI secolo, era evidente che il campanile in origine era stata una costruzione separata dalla cattedrale a cui è stato unito in una ristrutturazione successiva.
Entrare nella cattedrale mi ha subito calmato, la pace che emana questo meraviglioso luogo di culto è più che impressionante. C'erano solo pochi visitatori e non c'era nessun rumore. Poche delle caratteristiche principali possono essere efficacemente descritte. Le navate laterali portano a cappelle dedicate, come ci si aspetterebbe, a Santa Barbara, alla crocifissione, a San Giovanni e, tra gli altri, ovviamente, a San Rocco.
Ho notato che la statua di San Rocco era senza il suo cane che, magari in quel momento era andato come consuetudine a procurarsi il pane in città. Per fortuna una delle altre quattro immagini di San Rocco nella cappella aveva il cane fedele al piede destro del padrone per ricordare ai fedeli l'importanza del ruolo del cane nella lotta alla peste.
La cattedrale è benedetta da due organi a canne, ai lati dell'altare al piano superiore. Su di un lato, alcune scale conducono alla cripta rinnovata che corre per tutta la larghezza della chiesa sotto l'altare. A sinistra dell'altare si può trovare un momento per pregare prima di una passeggiata lenta alla fine della chiesa per una ultima vista all'abside prima di avventurarsi di nuovo nel mondo irreale.
Naturalmente c'è molto altro da vedere nella città vecchia per quelli che vanno dietro le facciate delle scene. In aggiunta ci sono alcuni edifici, come il teatro a cupola che si ammirano solo da lontano. Infine, per chi cerca l'insolito, si prega di cercare la lapide dove si riporta che Enrico Caruso ha riposato per 45 giorni.
In piedi sul ponte a guardare il flusso del Velino è un ottimo modo per terminare la prima visita a Rieti.
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Catacombe di Anagni
L’energia dei luoghi di culto, le Catacombe di Anagni a Vico Moricino

L’Italia sorprende sempre e le aree vicino Roma sorprendono ancora di più! Come il caso delle catacombe romane nel bel mezzo di una tenuta e agriturismo Vico Moricino. Una esperienza unica che si aggiunge al piacere di trascorrere un soggiorno in un antico castello medioevale.
Ma partiamo dall’inizio e dalla storia del luogo e delle catacombe.
Ci troviamo lungo il tracciato di una antica via romana che collegava la capitale con una zona ricca di ville (è famosa una villa imperiale poco distante a Villa Magna) e infine con Fiuggi. La qualità curativa delle acque di Fiuggi era già nota così come il gusto di un particolare vitigno a bacca rossa con cui ancora si produce un ottimo vino: il Cesanese.
Le ville romane avevano una configurazione particolare perché oltre ad essere la residenza di campagna di una famiglia nobiliare erano vere imprese agricole con una organizzazione metodica nella coltivazione dei campi. Dovevano servire ad approvvigionare la città di Roma.
Anagni è poi una città speciale. Era la città santa degli Ernici, il popolo preromano che abitava quest’area, e sin dalla sua fondazione aveva una acropoli con un tempio dedicato alla dea fecondatrice Cerere e molti altri templi sparsi per le campagne.
I templi sono sempre costruiti su particolari punti energetici della terra e questo facilita il rapporto mistico fra i fedeli e i sacerdoti. Quando i romani conquistavano un popolo rispettavano i culti religiosi e utilizzavano i templi per i propri riti per non perdere l’effetto mistico dell’energia.
Con l’arrivo del cristianesimo, anche i cristiani utilizzarono gli stessi templi per costruirvi le proprie chiese e non perdere l’effetto dei punti della rete geomagnetica terrestre. I cristiani sono stati più determinati e nel 391, dopo l’editto firmato da Teodosio, Graziano e Valentiniano II che proibiva i culti pagani, hanno avviato la trasformazione di tutti i templi pagani in chiese cristiane.
A Vico Moricino si era così formata una piccola chiesetta dedicata a San Bartolomeo, di cui non restano tracce, e i defunti iniziarono ad essere sepolti secondo riti cristiani in catacombe scavate nel tufo.
Per chi non è mai stato in una catacomba dobbiamo descrivere le sensazioni che non sono solo quelle della vista di un antico manufatto storico. Entrando si sente una energia incredibile, come se tutte le anime del passato con le loro preghiere avessero intriso le rocce con una forza particolare.
Ci sono due catacombe a Vico Moricino che risalgono al IV secolo DC. La catacomba più grande, consiste in un corridoio centrale con loculi sui due lati e un piccolo ambiente con una volta sulla destra. Qui, su una tomba, si può vedere una interessante epigrafe: Victorinu(s) hic dor(mit) in pacem.
Le catacombe facevano parte del borgo che si era formato attorno alla villa romana e sono l’unico monumento paleo-cristiano in tutta la valle del Sacco. La catacomba è in parte franata ma con la luce del giorno si riesce a vedere tutto il suo percorso ma, soprattutto, si sente subito l’energia del luogo anche senza entrare.
Regalatevi energia e visitate il borgo con l’agriturismo Vico Moricino che hanno realizzato con amore e buon gusto Claudio e Simona, e l’emozione di entrare a far parte di una storia che ha oltre 2000 anni.

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Il castello di Vico Moricino di Anagni e la nascita di Acuto

Una notte a Vico Moricino di Anagni, in un vero castello medioevale per sentirsi parte della storia, per andare indietro intorno all’anno mille. Per trasformarsi con la fantasia in un signore locale che presidia la sua valle.
Lungo la via Anticolana che porta da Anagni a Fiuggi, su una delle alture sulla destra, si scorge un imponente edificio in pietra che domina la piccola valle circostante. Lo si riconosce dall’uso della pietra bianca locale e dalla semplicità ma austerità delle sue forme.

La particolarità di questo castello è quella di aver mantenuto il suo aspetto originario di quando era stato costruito. Molti suoi ‘castelli coetanei’, infatti, furono trasformati in palazzi intorno al Rinascimento e non conservano più le forme originarie.

La storia del castello di Vico Moricino di Anagni inizia con la caduta dell’impero romano e il bisogno della popolazione locale di ritrovarsi in un luogo protetto. Quando i romani erano potenti costruivano le loro ville di campagna in pianura lungo le principali vie di comunicazione che garantivano un accesso rapido a Roma. Resti di una villa romana e di catacombe cristiane del IV secolo si trovano proprio in questa area, nella parte bassa del castello vicino al torrente.

I romani erano conquistatori e spavaldi e non temevano attacchi dall’interno del loro territorio. Ma proprio per la loro posizione, le ville romane diventarono facile preda di attacchi durante le invasioni barbariche.

Quando arrivarono i barbari, la popolazione aveva bisogno di rifugiarsi attorno a 'castrum', ossia piccole fortezze. Solo tra il V e il VI secolo arrivarono i Goti di Alarico, poi di Genserico e infine di Ricimero che distrusse anche la villa imperiale degli Antonini che si trova sempre ad Anagni, in località Villa Magna.

La storia dei cittadini romani non era da meno di quella della campagna e nel 542 molti abitanti della città, affamati e seminudi, scapparono dall’ennesima conquista di Totila e vennero proprio a cercare rifugio ad Anagni. Si formarono piccoli borghi autonomi attorno a torri e castelli.

Nei secoli successivi iniziano le lotte delle varie famiglie Longobarde per il dominio di Roma e di Anagni fino all’arrivo dei Franchi che rafforzarono il Ducato di Roma e donarono le terre alla Chiesa. Pipino, il padre di Carlo Magno, fu incoronato Re di Roma ma il controllo della città fu dato al Papa.

In quel periodo Anagni ancora riforniva la città con i frutti della terra e le ‘fattorie’ erano organizzate non più nelle aperte ville romane ma attorno a ‘castrum’, una parola latina che definisce un luogo con gli aspetti sia di un castello che di un accampamento militare.

Ma la pace per Anagni non durò a lungo e dal sud arrivarono altri feroci conquistatori: i saraceni. Questa è la storia della nascita del castello di Vico Moricino e del borgo che, intorno al mille, era arrivato ad avere circa mille abitanti. Il borgo aveva tutto: un mulino che sfruttava le acque del torrente, una chiesetta, un forno.

Intorno al mille in questa parte d’Italia arrivarono i saraceni che conquistarono gran parte dei territori a sud di Roma ed anche questo castello. Si dice che alcuni abitanti di Vico Moricino riuscirono a scappare dalla distruzione e si rifugiarono su un’altra altura vicino dando origine al paese di Acuto. Forse per questo motivi il santo protettore di Acuto si chiama Maurizio ed ha una particolare affinità con il nome Moricino.

Ma il castello è senza pace anche durante il periodo d’oro di Anagni, quello in cui era la residenza principale di papa Bonifacio VIII della famiglia Caetani. Siamo tra il 1200 e il 1300, periodo di lotta fra papa e impero e fra le due importanti famiglie Caetani e Colonna. Il castello apparteneva alla cattedrale di Anagni e fu preso d’assalto diverse volte dai bellicosi Colonna.
Dopo l’abbandono del borgo, la storia del castello continua ma l’edificio assume un altro ruolo e diventa un centro agricolo. Per anni è stato usato come deposito e rimessa per animali ed attrezzi. Questo gli ha permesso di mantenere molti dei suoi tratti architettonici originali che sono stati esaltati dal restauro fatto da Simona e Claudio che lo hanno trasformato in una signorile residenza turistica (www.agriturismovico.it).
La storia ha segnato la vita di questo castello e sembra di poterla sentire quando ci si siede sulla terrazza panoramica da cui si gode la stessa vista dei nobili del passato. Un paesaggio che riempie la vista mentre si assapora uno dei pregiati vini locali come il rosso Cesanese DOC di Anagni.
Una terrazza sulla quale si può chiudere gli occhi accarezzati dal sole e sentire il rumore dei campi, dell’allevamento dei cavalli purosangue di Claudio e, forse, gli echi e i fragori delle passate battaglie. Una emozione unica riservata a chi vuole qualcosa di speciale.

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scorrendo con il liri
Un Concorso per scrivere di sport o di cultura sportiva?

Un Concorso letterario per insegnare ai ragazzi la differenza fra praticare uno sport e capirlo nel profondo. L’associazione Scorrendo con il Liri promuove sport e territori con maratone e con un concorso letterario riservato agli studenti delle scuole superiori.

Perché un concorso dedicato al ‘Racconto Sportivo’?

Perché c’è una profonda differenza fra sport e cultura sportiva, come mi ha insegnato il maestro Massimo Gavarini spiegandomi perché alcuni sport non hanno molto seguito.

Quando si pratica uno sport da giovane tutti i bambini sognano inevitabilmente di andare alle Olimpiadi e questo è naturale e giusto. Ma un insegnante sa che non tutti ci potranno andare, anzi pochissimi avranno questo privilegio.

Chi sono questi Fortunati?

Quelli che hanno una determinazione assoluta. Non è detto che all’inizio siano i più bravi, la loro dote emerge nel lungo periodo e con la capacità di essere concentrato ogni giorno sul proprio obiettivo.

E tutti gli altri cosa fanno?

Rispondere a questa domanda significa promuovere la cultura sportiva, significa non essere concentrati soltanto sui campioni ma promuovere l’amore profondo per lo sport e per le emozioni che regala ad ogni praticante.

Se si è capaci di fare questo allora quel bambino resterà legato allo sport tutta la vita, imparerà ad apprezzare uno stile di vita sano e seguirà le manifestazioni sportive per il piacere di partecipare alle sfide degli sportivi.

Come si trasmettono i valori della cultura sportiva?
Non esiste un solo segreto, ma certamente aprendo la mente del ragazzo ed insegnandogli a guardare allo sport da altre prospettive e questo concorso letterario organizzato da Scorrendo con il Liri è uno di questi esempi.

Scorrendoconilliri organizza ogni anno una Ecoultramarathon che parte da Cappadocia e segue il corso del fiume passando per gli splendidi borghi di Castellafiume, Capistrello, Canistro, Civitella Roveto, Civita D’Antino Scalo, Morino Scalo, San Vincenzo Valle Rovereto, Balsorano, Sora e Isola del Liri. Per la sua unica connessione fra sport e cultura ha il patrocinio sia del Coni che della commissione italiana per l’Unesco oltre che delle due regioni attraversate dal fiume: Abruzzo e Lazio.

La maratona è forse il caso più emblematico di collegamento fra sport e cultura. Promuovere la maratona significa parlare di salute del corpo, della dieta ma coinvolge anche l’emozione del percorso, del territorio che si attraversa, le bellezze naturali e artistiche.

Per partecipare a concorso bisogna essere studenti delle scuole superiori e creare un “Racconto sportivo”, che può essere un articolo giornalistico (6.000 battute) o un vero racconto breve (18.000 battute). Le informazioni si trovano sul sito www.Scorrendoconilliri.it.

Il Presidente di Giuria per la sezione giornalistica sarà Marco Marchei, direttore di "Runner's World", tra le più apprezzate riviste nazionali del settore "running". Per i più bravi, è prevista la pubblicazione anche su questa autorevole testata!

Siamo particolarmente felici di collaborare con l’associazione ‘Scorrendoconilliri’ e di essere coinvolti nella fase di premiazione in due modi. Tradurremo e pubblicheremo l’articolo dei vincitori sul nostro portale www.discoverplaces.travel e terremo una lezione di scrittura sul web ai primi tre classificati.

La scrittura sul web ha uno stile particolare e alcune regole che vanno conosciute per poter attrarre l’attenzione di un lettore ‘digitale’, un lettore che vuole andare subito all’essenza delle informazioni ma che vuole essere emozionato.

Il programma di scorrendo con il Liri non è soltanto sport ma è anche una serie di eventi culturali da aprile a settembre organizzati nei comuni attraversati al fiume nel suo percorso dall’origine fino al congiungimento con il Garigliano eppoi fino al mare nel borgo di Minturno.

E’ un intero territorio che si vuole far conoscere meglio grazie a questi eventi sportivi e siamo orgogliosi di far parte di questo.
 

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A master craftsman carpenter in Rocca Priora by Gina Zee
A master craftsman carpenter in Rocca Priora by Gina Zee

Rocca Priora è famosa per i suoi boschi, nati da una particolare storia che li lega ad una piccola glaciazione, ed anche per falegnami artigiani capaci di lavorare il legno.
In genere questi legni erano una materia pregiata utilizzati a Venezia per costruire le fondazioni delle case della città o dagli amanti del vino per creare botti per vino pregiato.
Oggi sono pochi i falegnami che a livello locale realizzano le loro opere uniche, e noi abbiamo la fortuna di incontrare e di ascoltare la storia di uno di un vero falegname artigiano. Claudio Rosi è un ‘mastro’, un giovane artigiano del legno di Rocca Priora che insieme a sua moglie Barbara guida la sua bottega da 35 anni.
Falegname per tradizione, suo papà lavorava il legno con amore e passione. Claudio, mentre portava a termine i suoi studi da geometra, lo guardava catturando i segreti del mestiere per prepararsi ad intraprendere la sua stessa strada portando avanti la tradizione di famiglia.
Claudio è un giovane papà che fa della sua umiltà l'arma vincente, una persona speciale che difficilmente ammette la bellezza delle sue creazioni.
Conosce bene le caratteristiche del legno e delle essenze arboree. Predilige lavorare il noce italiano, sceglie con cura il fusto da lavorare andandolo a selezionare personalmente.
Piantare noci era una tradizione tutta italiana che serviva a preparare il corredo degli sposi. Quando nasceva una bambina si piantavano gli alberi di noce con cui poi si sarebbero realizzati i mobili per la futura casa della bambina.
Quando qualcuno desidera qualcosa di speciale che si adatti perfettamente alle sue esigenze e agli spazi della casa, Claudio comincia con un'idea, una intuizione che trasforma in un piccolo progetto: elabora, disegna e crea pezzi unici. Mobili resi ancora più speciali dalle mani di una decoratrice che collabora con lui da 20 anni.
Claudio lavora nel suo laboratorio, mentre Barbara si occupa con amore e pazienza dei clienti. Lei che sognava di diventare insegnante oggi realizza i sogni di giovani coppie, di famiglie in cerca dell'arredamento perfetto, dell'idea originale per arredare la casa.
Ci raccontano la difficoltà di trovare un aiuto, l'unica persona a cui si rivolgono per chiedere consigli è un amico di vecchia data, un altro artigiano falegname.
Claudio ci mostra con soddisfazione ma con estrema umiltà una sua creazione: un tavolo realizzato con 4 essenze arboree: castagno, rovere, frassino, noce un incontro perfetto che realizza un’opera unica e rara. Mentre Barbara ci svela l'amore e la cura con cui suo marito si occupa dei suoi progetti:
“Un tavolo a cui era legato in modo particolare è stato in mostra per anni, ogni volta c'era una scusa buona per non venderlo fino a quando ha trovato le persone ideali in grado secondo lui di prendersi cura nel modo giusto della sua creazione”.

Il loro sogno: uno spazio espositivo dove raccontare attraverso le proprie opere di artigianato la loro storia, quella della loro famiglia e quella del pregiato materiale. Claudio è un vero giovane e moderno artigiano del legno. Il sogno di realizzare una scuola dove altre persone tornino ad amare il legno ed imparino a lavorarlo rispettandolo.
In attesa di realizzare il “Dream Rosi”, Claudio e Barbara vi aspettano nella loro bottega per rendere unico il vostro sogno d'arredo.
 
www.mobilificiorosiclaudio.it
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