Teatrini e marionette al Museo di Torre Cajetani Foto by Bettiol
Teatrini e marionette al Museo di Torre Cajetani Foto by Bettiol

Nel centro storico di Torre Cajetani, il Museo dell'Operetta ospita una delle più incredibili collezioni di teatrini con burattini e marionette, fatti a mano a partire dal 1600, che comprende più di cinquanta teatrini, dipinti secondo le correnti artistiche dell’epoca come il Barocco e il Neoclassico.

Si può parlare di una vera forma d’arte e artigianato artistico: dalla creazione delle marionette e dei burattini fino alla decorazione dei teatrini. Alcuni hanno ingegnose tecniche per il cambio di scenografie, altri hanno costumi studiati sino nei dettagli: costruire un teatro in miniatura era un’opera d’arte.

Il nome ‘marionetta’ ha una origine particolare che risale ad una leggenda di Venezia. Intorno all’anno 1000, 12 fanciulle vennero salvate dai pirati e in loro onore si organizzava una festa in cui 12 ragazze riccamente ornate sfilavano per le vie del centro. Per risparmiare si pensò di realizzare delle statue in legno scolpite, dette ‘Marie’, che vennero poi riprodotte in scala minore chiamandole appunto ‘Marionette’.

I teatrini si diffondono prima nelle case nobiliari intorno al Seicento quando a Parigi nasce anche il teatro della famiglia Nicolet che sorprendeva per alcune soluzioni prodigiose. È in nord Europa che il Teatro delle Marionette si diffonde di più fino a che nell’Ottocento diventa un genere di intrattenimento della nuova classe borghese.

La collezione dei teatrini del Museo dell’Operetta di Torre Cajetani si differenziano per fattura ed epoca di appartenenza ma con il comune scopo di intrattenere lo spettatore per uno spettacolo di poco tempo ma vivace.

Uno dei modelli esemplari è il teatro di Praga del ‘700 con un frontale particolarmente decorato da colori vivaci. Questo teatrino è tra i più grandi della collezione e poteva ospitare più di dieci marionette nella stessa scena, gli spettacoli avevano quindi una loro sceneggiatura da seguire e non erano improvvisati come gli spettacoli dei burattini o della Commedia dell’Arte.

Un teatrino di questa grandezza poteva cambiare, oltre la scenografia di fondo, anche quelle laterali dando così la possibilità di cambiare ambientazione innumerevoli volte.

Un altro teatrino molto particolare che rivela la varietà di soggetti trattati è quello con la rappresentazione dell’Inferno, dove la scena è animata da scheletri e diavoli che sembrano discutere sulla finale destinazione delle anime.

La collezione è arricchita da alcuni pezzi della tradizione napoletana con l’immancabile Pulcinella e della tradizione veneziana con Arlecchino.

La collezione è nata dalla passione di Sandro Massimini, il famoso interprete Italiano di operetta, che li aveva raccolti nell’arco della sua vita. Il percorso espositivo si estende per tutto un piano, dentro il Settecentesco Palazzo Culla nel centro storico di Torre Cajetani, ed è suddiviso in dieci stanze. Ogni stanza è ricca di testimonianze di questo genere teatrale e della storia dell’Operetta nel mondo.

 

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Fiuggi Lago Canterno - Bettiol
Fiuggi Lago Canterno - Bettiol - 36

La riserva comprende uno dei bacini carsici più estesi del Lazio: il lago di Canterno è in un’area compresa fra i territori di Ferentino, Fiuggi, Fumone e Trivigliano.

Il lago ha un perimetro di 5 km e una profondità variabile tra i 15 e i 25 metri circa e si trova in una depressione carsica su un altopiano incorniciato dai monti Ernici, ed è circondato da un ambiente quasi lunare con sponde prive di alberi di alto fusto.

Ciò che vediamo oggi è il risultato di un processo geomorfologico di trasformazione che non è accaduto molto lontano nel tempo, tanto che il lago di Canterno può essere considerato uno dei bacini lacustri più giovani del Lazio.

L’area che oggi è occupata dal lago era interamente coltivata fino al 1816, ad eccezione della zona più depressa "Sgolfo" attorno ad un inghiottitoio chiamato "il Pertuso-buco" (che ha una forma simile a una porta alta 2,50 m e larga 1,50) il quale drenava le acque del versante settentrionale di Monte Maino.

Questa configurazione si mantenne fino al 1816, anno in cui si verificò la prima ‘apparizione’ del Lago di Canterno. In quella circostanza il Fosso del Diluvio diede origine per la prima volta ad un piccolo lago nella depressione dello Sgolfo anche se per una breve durata.

Il piccolo lago si è formato per una seconda volta nel 1821 quando le acque raggiunsero il Pertuso: la progressiva chiusura di quest’ultimo, grazie anche all’opera dell’uomo, portò rapidamente alla formazione del lago.

A partire da questo momento, lo sfondamento del diaframma, lo svuotamento del bacino e il successivo trasporto di materiali detritici diedero origine a un lago “intermittente”, a intervalli regolari.

Le cosiddette “scomparse” del lago, della durata di pochi giorni o di parecchi mesi (le fonti sono discordanti a tal proposito), sarebbero state dodici, di cui l’ultima nel 1925.

Nel 1942 la Società Elettrica Romana prosciugò il lago per realizzare una condotta artificiale in galleria lunga circa 2 km e utilizzare, dunque, le acque lacustri per scopi idroelettrici sfruttando un salto di circa 300 m.

Affinché l’inghiottitoio del Pertuso continuasse la sua funzione regolatrice del deflusso delle acque fu costruita una torre di presa, creando così una sorta di diga in mezzo al lago. Per favorire un apporto idrico maggiore fu realizzato, inoltre, un canale in galleria a pelo libero di oltre 6800 m che porta acque direttamente da Guarcino.

Il canale convogliava nel lago sia parte delle acque del fiume Cosa in certi periodi dell’anno, sia, attraverso un sistema di pompe, le acque piovane che si accumulavano in una depressione adiacente a Canterno chiamata “Laghi Lattanzi” (dal cognome della famiglia proprietaria dell’area), nel territorio di Trivigliano.

Il lago di Canterno, pur restando un bacino “trasformato” per scopi idroelettrici, è diventato parte integrante della Riserva naturale regionale gestita dall’Ente Parco regionale Monti Ausoni e lago di Fondi ed istituita per preservare un’area paesaggisticamente rilevante, ricca di flora e fauna. È stato registrato l’arrivo di uccelli tipici di zone umide come l’airone cinerino, la gallinella d’acqua, l’airone rosso.

Il parco è oggi godibile grazie a sentieri attrezzati e una struttura con annessa area pic-nic lungo la riva orientale.

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Fumone. Il giardino pensile del Castello di Fumone

Il giardino pensile del Castello di Fumone ha una pianta vagamente trapezoidale e si distende su una superficie di circa 3500 mq a quota 803 metri slm.

Con questi dati è uno dei giardini pensili più estesi d’Europa a questa quota.

La sua costruzione fu ultimata nel XVII secolo con l’impiego di almeno 20.000 ore di lavoro, centinaia di tonnellate di terra di castagno, trasportate a dorso di mulo e a spalla, che furono poste sulle volte dei vecchi servizi di guardia che vennero trasformati in cisterne per l’irrigazione e come riserva idrica per le attività del Castello.

È in effetti è il giardino pensile a caratterizzare maggiormente la trasformazione dell’antica rocca militare in residenza signorile, ingentilendone l’aspetto. La sua costruzione si ispira ad alcuni canoni scritti nei trattati sui giardini del XV secolo come, ad esempio, il trattato di architettura “De re aedificatoria” del grande Leon Battista Alberti.

I Marchesi Longhi sfruttarono la potenzialità scenografica delle vedute panoramiche e dei dislivelli, introducendo nei loro giardini prospettive variate e indefinite.

Dal punto di vista botanico preferirono coltivare delle specie sempreverdi, piante dal fogliame fitto e compatto come l’alloro, il bosso, la tuia e altre piante adatte a creare siepi e recinzioni con forme geometriche. Per la parte arborea scelsero di piantare soprattutto pini, cipressi e lecci.

Il giardino fu dotato inoltre di un efficiente sistema di drenaggio che, con un ramificato sistema di canali interni, permetteva alle acque di defluire verso l’esterno per mezzo di un ingegnoso sistema di pendenze.     

I giardini del Castello di Fumone sono posti su due livelli diversi: la struttura superiore, di circa 2000 mq, è caratterizzata dalla suddivisione in compartimenti regolari bordati con siepi di bosso, posto sui lati di un viale centrale a affiancato da cipressi.

Il viale centrale, nel quale ad un certo punto affiora dal terreno la cima di Monte Fumone, che secondo la leggenda sarebbe foriera di buona fortuna da guadagnarsi con un sol tocco, termina con una colonna romana in marmo di Luni del II secolo DC. La colonna è istoriata con decorazioni in bassorilievo che raffigurano foglie e pigne. 

Un secondo livello più basso, fu realizzato agli inizi del 1700 ed è caratterizzato dalla presenza di alberi di alloro secolari.

Tra le curiosità custodite nei giardini pensili vi è una cavità ricoperta da un grosso blocco di pietra posta un centinaio di anni fa, si dice per ricordare un importante desiderio esaudito.

È molto apprezzato dai visitatori l'albero dell'amore, un gigantesco cipressus funebris frutto dell'unificazione di due alberi.

L’incomparabile cornice di questo giardino è sicuramente il magnifico paesaggio che si può ammirare mentre si passeggia. Lo sguardo meravigliato, da questa postazione eccezionale, può abbracciare circa quarantacinque paesi, dai Colli Laziali a nord ai Monti Ausoni a sud, limitato dalla catena dei Monti Ernici a oriente e da quella dei Lepini a occidente.

È da qui che si comprende l’importanza strategica di Fumone nel tempo, una castellania ambita e per questo sottoposta a “giurisdizione particolare” da parte dello Stato Pontificio.
(Elisa Potenziani)
 

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Fiuggi- Teatro Grand Hotel by Bettiol
Fiuggi- Teatro Grand Hotel by Bettiol

Quando inizia lo sfruttamento commerciale dell’Acqua di Fiuggi inizia anche uno sviluppo di un’area attorno ad una Fontana all’interno di un bosco di castagni.

Fino ad allora il centro della vita sociale era il borgo antico di Anticoli, precedente nome del paese, e nel centro storico a ridosso del vecchio castello e delle mura, erano nate le prime pensioni ed anche il primo grande albergo.

Il Grand hotel Gerini, infatti, nasce proprio appena fuori le mura su un’area utilizzata per feste e mercati dove erano state bonificate le acque di un piccolo laghetto. L’area è quella dove oggi si trova Piazza Trento e Trieste e le strutture del Grand Hotel sono oggi diventate il Teatro Comunale e la famosa Scuola Alberghiera di Fiuggi. Lo stile dell’edificio e quello del ‘barocchetto’ dato dal famoso architetto romano Giovan Battista Giovenale.

Ma torniamo a Fiuggi bassa: la prima concessione di sfruttamento delle acque viene data ad un imprenditore napoletano, Giuseppe Forastieri, che avvia una trasformazione dell’area realizzando prime pensiline per accogliere i visitatori. Il primo stabilimento di imbottigliamento risale al 1889 con il marchio ‘Acqua di Fiuggi’ nelle etichette delle bottiglie.

Possiamo dire che lo sfruttamento delle acque in modo ‘industriale’ e la creazione delle Terme avviene nl 1905, già due giorni dopo la concessione per 30 anni dell’Acqua di Fiuggi alla Società Anonima Fiuggi, fortemente voluta da alcuni imprenditori del nord Italia.

Con loro inizia una operazione di promozione e di marketing del marchio attraverso pubblicità, una rivista e una nuova immagine data dalle innovative forme architettoniche delle strutture ricettive.

Oggi non resta nullo dello stile umbertino delle prime fonti realizzate dall’ing. Garibaldi Burba.

Tutti i promotori dello sviluppo turistico-commerciale delle acque, nel frattempo, vivono in eleganti villini con uno stile eclettico nella parte alta di Fiuggi, come il Villino Breda o il villino Svizzero.

Il posizionamento strategico del marchio Fiuggi è nella fascia alta della popolazione. Pensiamo a come era un lusso immaginare di bere una acqua da una bottiglia invece di andare ad una fonte pubblica come facevano la maggior parte delle persone. I nuovi clienti hanno bisogno di nuove proposte di strutture recettive e non possono accontentarsi delle pensioni.

Fiuggi deve entrare nei sogni dei consumatori e così nel 1910 Inizia la costruzione del Grand Hotel Palazzo della Fonte, sempre dall’ing. Garibaldi Burba assolutamente sproporzionato in relazione al piccolo borgo di Anticoli. Il lusso delle sue proposte attrae perfino i reali d’Italia che vi trascorrono le loro vacanze.

Mentre in Europa si combatte la prima guerra mondiale, Fiuggi continua a crescere progettando nuovi collegamenti elettrici con la capitale e il progetto dello sviluppo di Fiuggi bassa secondo la moda di allora delle ‘città giardino’.

Il treno da Roma e la zona della stazione ferroviaria vengono inaugurati nel 1917 con una linea che seguiva il percorso della via Prenestina e in 4 ore collegava il centro di Roma con le Terme di Fiuggi.

Il vero periodo di boom si ha fra le due guerre, nel periodo chiamato anni ruggenti, e il famoso portale classicheggiante di ingresso alla Fonte Bonifacio VIII, uno dei simboli ancora attuali dell’Acqua di Fiuggi, risale al 1928.

Il secondo simbolo è certamente il campo da Golf, il più antico in Italia, con la club-house in cemento armato, pietra e legno disegnata da Francesco Palpacelli.

Durante la seconda guerra mondiale Fiuggi viene fortunosamente salvata dai bombardamenti ma le sue strutture recettive vengono usate dai comandi militari per fini ospedalieri e il mondo dei vacanzieri prende una pausa.

La guerra finisce e la ricostruzione porta ad un nuovo momento di euforia negli anni ’60 e Fiuggi risponde con il progetto della nuova Fonte Bonifacio VIII affidato ad un architetto moderno e ardito: Luigi Moretti.

La fonte riprende i canoni dell’architettura organica con sottili pensiline in cemento armato che si integrano nel bosco e aree destinate alla ricreazione che si intersecano in un gioco di forme che ricorda le forme della natura.

Alle soglie del terzo millennio le terme perdono il loro fascino nell’immaginario delle vacanze e del tempo libero e Fiuggi risponde con una riconversione verso il benessere del corpo e della persona e con il progetto di un centro congressi affidato allo Studio Valle con Workshop 7 di Fiuggi.

La costruzione appare subito sul viale di ingresso a Fiuggi all’interno dei giardini della Fonte e si integra nel parco grazie alla sua copertura di giardini pensili.

 

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Bellegra- Panorama by Benedicta Lee
Bellegra- Panorama by Benedicta Lee

Essere in una posizione con una incredibile strategica, avere un panorama che spazia fra diverse provincie ha i suoi vantaggi ma anche alcuni svantaggi.

Se durante i periodi di pace è un ottimo punto di avvistamento per preparare la difesa e osservare l’arrivo dei nemici, durante le guerre diventa uno degli ultimi presidi da difendere e viene subito attaccato in modo massiccio.

Il Territorio di Bellegra domina la Valle del Sacco e la Valle dell’Aniene, dalla sua cima si riescono a scorgere ben 49 paesi e l’importanza del panorama è nota nel corso dei secoli.

E questo si è ripetuto dal periodo romano sino alla Seconda Guerra Mondiale, quando Bellegra era il quartier generale del comando tedesco di Kesserling ed è stata pesantemente bombardata dall’aviazione alleata.

Il comando dell’esercito Tedesco aveva sede nella parte più alta del paese, dove un tempo vi era il castello, e costruì vari punti di avvistamento, di fuoco e bunker scavati nella roccia, alcuni ancora ben visibili.

Con lo sbarco degli anglo-americani nelle coste del Lazio di Anzio e Nettuno, Bellegra rappresentava un punto di controllo e si trovava lungo la linea Cesar dell’esercito tedesco. La linea difensiva attraversava tutta l’Italia e si congiungeva alla linea Gotica.

Durante i giorni dello sbarco, le fortezze aeree alleate operarono numerosi bombardamenti per disturbare la ritirata Tedesca e favorire lo sbarco.

La mattina del 24 maggio 1944, un aereo alleato bombardò l’attuale zona Via Tre Morette, che prese nome proprio da questo evento, per colpire una contraerea in località Macerone, e il risultato è stato la distruzione dell'area della via  con alcune vittime innocenti.

Il resto del centro storico è stato distrutto dalle truppe Tedesche che minarono alcune abitazioni per rallentare l’avanzamento alleato nel percorso verso San Vito Romano. Il generale Kesselring che si era rifugiato in una casa rurale bombardata e distrutta, si salvò e riuscì a raggiungere Roma.

Il centro storico è stato in parte ricostruito ma non il castello. Sono comunque riconoscibili alcune torri, dalle forme delle abitazioni, e il corpo principale dalla cui terrazza si gode uno dei maggiori panorami.

Per chi soffre di vertigini o non è abituato ai panorami a 360 gradi si consiglia molta prudenza perché si può provare la stessa sensazione di infinito di chi arriva su una vetta.
 

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Torre Cajetani castello - Giampiero Pacifico 10
Torre Cajetani castello - Giampiero Pacifico 10

Ci sono delle storie che sono scritte nel destino delle persone e che non possono essere evitate. Quando le storie sono belle, allora diventano veramente come un sogno che si realizza.

Una di queste storie è quella che lega la famiglia Teofilatto al castello di Torre Cajetani, uno splendido piccolo borgo vicino Fiuggi, che deve il suo nome alla famiglia di Bonifacio VIII che in questo luogo aveva scelto di avere una delle sue residenze. La famosa acqua di Fiuggi ha qui una sua sorgente che veniva usata proprio dal pontefice per curare il suo ‘male della pietra’.

La storia inizia, ma forse potremo anche dire ‘riparte’ nel 1944, quando un soldato passa nei dintorni del castello e ne rimane incantato. In cuor suo pensa: “un giorno lo difenderò!”.

Il castello è allora molto grande, ma in parte rovinato da un violento terremoto agli inizi del secolo che ne aveva distrutto varie parti. L’incuria del genio civile che aveva demolito le mura pericolanti, e dei cittadini che avevano utilizzato le pietre per la costruzione delle loro case, aveva completato l’opera di degrado.

Ma quel soldato non riusciva a dimenticarsi del castello e nel 1958 ne entra in possesso.

Era Achille Teofilatto e per uno strano destino la sua famiglia era già stata proprietaria del castello dal IX secolo fino al XII quando subentrano varie famiglie nobili di Alatri ed Anagni, in un periodo storico in cui non si hanno molte notizie.

Di certo la famiglia Teofilatto appartiene a quel ristretto numero di famiglie nobiliari con oltre mille anni di storia. Anche se i loro titoli nobiliari non affondano al feudalesimo ma sono ancora precedenti, al periodo in cui le persone si dividevano in patrizi, plebei e sacerdoti.

Ma chi erano i Teofilatto e cosa ci facevano a Torre Cajetani nel IX secolo?

Teofilatto era un potente patrizio romano appartenente al gruppo degli Optimates (una sorta di senatori) presenti nel governo di Roma fino all’XI secolo.

Erano ricchi latifondisti, ecclesiasti e alti funzionari. Il suo nome compare per la prima volta nel 901 con il titolo di Judex Palatinus su una disputa che coinvolgeva l’imperatore Ludovico III di Provenza. Segno che la famiglia Teofilatto con il loro palazzo in Via Lata vicino al Quirinale aveva già un ruolo di rilievo nell’aristocrazia romana.

Nel 904 è fra i sostenitori dell’elezione di un suo parente al ruolo di papa con il nome di Sergio III e ottiene il ruolo di Magister Militum (ossia generale dell’esercito), di Vestatarius, custode dei tesori del palazzo, di Dux glorioso e di Senatore dei Romani.

In questo modo Teofilatto divenne il capo assoluto di Roma con un potere superiore a quello del papa stesso e, quindi, uno degli uomini più ricchi e influenti dell’occidente di allora.

È lui che supporta Papa Giovanni X a stringere accordi con i potentati longobardi, bizantini, presenti in centro Italia, un’alleanza che sconfigge nel 1015 i Saraceni insediatisi lungo le sponde del Garigliano e che saccheggiavano periodicamente la città di Roma e i litorali.

Il suo ‘regno’ durò una ventina d’anni fino alla sua morte, a cui seguirono quelli di suo nipote Alberico II, Princeps Omnium Romanorum, dal 932 al 954.

Con Alberico II Il potere della famiglia si espande con il controllo di vaste zone del Lazio per combattere i Saraceni e per questo si consolida a Veroli, si allarga al castello di Torre Cajetani, che allora doveva essere più simile ad un castrum, ossia ad una torre di vedetta con una fortificazione di protezione intorno.

E’ il momento di massimo splendore dei Teofilatto, che annoverano vari papi in famiglia (Sergio III, Giovanni XI e Giovanni XII), che continuano ad essere presenti sul soglio pontificio con la discendenza diretta nei Conti di Tuscolo (Benedetto VIII, Giovanni XIX e Benedetto IX).

Ad un certo punto le vicende della famiglia Teofilatto si complicano a Roma e dintorni. Uno dei figli di Alberico II, Gregorio I, forma il ramo dei Conti di Tuscolo, che si trasferisce nella fortezza situata sui Colli Albani.

Ma la Famiglia resta coinvolta nelle lotte fra papato ed impero e dopo la distruzione della fortezza di Tuscolo nel 1191 deve rifugiarsi nelle proprietà di provincia, zone di transito tra centro e sud Italia, e probabilmente proprio a Torre Cajetani.

Il forte legame fra i Teofilatto e questo castello nonché con i centri fortificati di Gavignano e di Veroli trova origine proprio in questo periodo, ma la separazione avviene già nel XII secolo quando subentrano i nobili di Alatri, di Anagni, di Segni…

Il resto della storia è noto: arriva il feudalesimo e queste aree passano dai Caetani ai Colonna, se ne impadroniscono i Borgia e poi tornano ai Caetani. Una storia di realtà locali collegata nei secoli ai Saraceni, al potere temporale della Chiesa, al fenomeno dell’incastellamento, del controllo del territorio, all’amministrazione di tasse e giustizia.

Eppure, nel 1944, un soldato, un vero antico guerriero, improvvisamente riporta tutto questo alla luce e da allora le nuove generazioni dei Teofilatto si prendono cura con amore di questo castello dove i loro antenati si erano rifugiati dopo aver vinto gli invasori Saraceni

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Torre Cajetani- Sala grammofoni by Comune di Torre Cajetani
Torre Cajetani- Sala grammofoni by Comune di Torre Cajetani

Il museo dell’Operetta a Torre Cajetani è molto di più che una semplice raccolta di memorabilia di un grande attore come Sandro Massimini, ma è il racconto di un secolo di vita sociale.

Il museo racconta la storia della ascesa della borghesia con la sua voglia di emanciparsi, divertirsi e creare un proprio stile. Se l’opera è legata soprattutto al melodramma, alle corti reali e ai grandi teatri, l’operetta racconta della vita sentimentale di persone in modo allegro e gioioso.

Nella raccolta di locandine originali provenienti da varie parti d’Europa si riesce proprio a percepire questo spettacolo scanzonato in cui anche la donna inizia ad assumere un nuovo ruolo. Non a caso nel nome della operetta più famosa è racchiuso proprio questo spirito: La Vedova Allegra, Die Lustige Witwe, di Franz Lehár.

L’operetta nasce intorno alla metà dell’Ottocento in Francia per poi andare a Vienna e a Londra. E’ una evoluzione dell’opéra-comique francese, del singspiel tedesco e della ballad-opera inglese che erano generi teatrali nati in opposizione al monopolio dell’opera italiana nell’Europa del ‘700.

E questa presunta rivalità è in parte la condanna dell’operetta ad un ruolo di secondo piano. Gli attori dell’operetta dovevano avere le stesse doti canore e artistiche di quelli di un’opera ma non avevano la stessa reputazione teatrale.

Il suo massimo splendore si è avuto con il periodo della Belle Epoque, e nei diversi paesi gli spettacoli iniziano ad avere stili e forme particolari e uniche. Stili che sono rappresentati da tre grandi compositori: Jacques Offenbach in Francia, Johann Strauss II in Austria e Gilbert & Sullivan a Londra.

Negli Stati Uniti il re dell’operetta è stato Victor Herbert che la contamina con il Jazz e il rock trasformandola in musical, spesso anche in pellicola. Si può dire che gli anni ’30 americani sono caratterizzati da pellicole di ballerini e cantanti spesso nati proprio da spettacoli teatrali.

In Italia l’operetta è legata ai nomi di Mario Costa, Virgilio Ranzato, Giuseppe Pietri e fra i titoli più famosi citiamo Addio Giovinezza e Acqua cheta (Pietri), Il paese dei campanelli e Cin Ci Là (Ranzato), Scugnizza e Posillipo (Costa), La duchessa del Bal Tabarin e La Danza delle libellule (Lombardo).

Ma la rivalità con l’opera è troppo grande ed alla fine degli anni ’30 inizia la trasformazione nella rivista. Ma per pochi selezionati intenditori, l’operetta conserva il suo fascino intatto e le sue rappresentazioni sono una vera delizia.

Il più grande interprete dell’operetta è stato Sandro Massimini, nato a Milano nel 1942, che la ha rimodernata con nuovi ritmi e nuovi balli. Nella sua carriera Massimini per oltre 25 anni ha portato sulle scene le migliori operette italiane e internazionali.

Sandro Massimini si è spento giovane ma ha lasciato la sua collezione di cimeli al pubblico in modo da poter continuare a far vivere questo genere musicale capace di dare una immagine immediata degli ‘anni ruggenti’.

Una sala del Museo dell’operetta di Torre Cajetani è destinata alle proiezioni e sono visibili famose scene di spettacoli in cui apprezzare subito la sua arte e il potere coinvolgente e comunicativo dell’operetta.

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Le molte preziose e originali Madonne di Vico nel Lazio

Vico nel Lazio ha un particolare rapporto con la Madonna con 5 preziose statue protette in chiese, 6 chiese dedicate alla madre di Gesù, 4 confraternite e 5 feste. Ma come nasce tutto questo amore?
Il culto della Madonna ha inizio con il cristianesimo stesso e, forse, rappresenta un ponte fra i culti pagani e la nascente chiesa cristiana. Nella Madonna, che viene dal latino ‘mea domina’ (mia signora), rivive la concezione del principio femminile come creatore e datore di vita. Non a caso la parola ‘maria’ in antico ebraico vuol dire ‘buco’ da dove si origina il tutto.
Nel periodo egizio e romano Iside era una delle dee più adorate e aveva molti seguaci, era considerata la "Santa Madre" del mondo antico. Nel culto di Iside si dice "che tutto vede e tutto può, stella del mare, diadema della vita, donatrice di legge e redentrice". Iside era a Dea della luna, della bellezza, della magia e del mistero e la si rappresentava come una giovane donna, inghirlandata dal loto azzurro della luna crescente, con il figlioletto Horus tra le braccia.
Nel corso dei secoli successivi alla nascita e diffusione del cristianesimo molte statue di Iside furono trasformate in rappresentazioni della Madonna.
Il termine ‘madre di Dio’ viene poi stabilito nel 431 dal Concilio di Efeso dove si autorizza la trasformazione di tutti i precedenti templi e culti pagani in centri cristiani.
Nel Medioevo il culto Mariano si sviluppa ulteriormente e Maria è sempre presente nelle preghiere dei monaci. Si inizia a parlare di Maria come “Regina”, “Madre di Misericordia” e “Madre dei Miracoli a favore dei peccatori”. Proprio da queste definizioni inizia e dalle diverse corone Mariane deriverà poi il Rosario.
A Vico nel Lazio l’adorazione della Madonna appare in tutta la sua potenza sia nel nome delle Chiese, delle Confraternite e delle Feste. Ad ogni festa è in generale associata almeno una statua o una immagine della Madonna.
La statua più antica è la Madonna Addolorata una statua lignea risalente al periodo benedettino. La preziosa statua medioevale è custodita nella chiesa di San Martino e sul legno sono ancora visibili tracce del colore che la rivestiva.
La storia di questa statua è particolare perché ha subito due furti ma è stata sempre ritrovata. Ora si trova ‘dietro le sbarre’ protetta in una teca ma a disposizione di chi vuole dedicarle una preghiera.
Secondo una tradizione questa è chiamata anche la ‘Madonna dei 7 dolori’ in opposizione a quella dei ‘7 veli’ che è detta anche ‘la madonna delle 7 allerezze (allegrie)’
Madonna dei Sette Veli o Madonna dell’Allegrezza in contrapposizione alla Madonna Addolorata. I sette veli corrispondono alle sette fasi della vita della madre di Gesù.
Il nome deriva direttamente dal fatto che questa era una statua ‘vestita’ ossia ricoperta con vere vesti che venivano cambiate a seconda del periodo dell’anno e delle particolari occasioni. Le vesti venivano donate dalle famiglie abbienti che competevano nella loro preparazione. Alcune di queste vesti erano impreziosite da ricami, fili di oro e pietre ornamentali.
L’originale statua in cera è stata sostituita nel 1942 da una in gesso, che oggi appare anche un po’ sproporzionata rispetto alle vesti. Le vesti sono state restaurate e sono protette in una custodia opportuna.
Il nome della Madonna dei 7 veli può sembrare in una strana attinenza con un altro culto della dea Iside e con la ‘danza dei 7 veli’, anch’essa di origine pagana, che è originata da una danza sacra delle sacerdotesse proprio in onore della Dea Iside. Ogni velo caduto rappresentava la eliminazione di una negatività e di un ostacolo che rendono difficile la nostra evoluzione.
A Santa Maria si trova anche la statua della Madonna del Rosario.
Per chi volesse celebrare la Madonna a Vico nel Lazio, le feste della Madonna sono:
la festa della Madonna del Rosario ad ottobre, della Madonna Addolorata l’ultima domenica di agosto, della Madonna della Concordia il secondo sabato di settembre, della Madonna del Campo il 1 maggio e infine la messa della Madonna delle Grazie.
Tutte le feste sono organizzate dalle Confraternite della Madonna del Rosario, della Madonna Addolorata, della Madonna della Concordia e della Madonna del Campo.
Una ultima curiosità: anche l'azzurro delle maglie della nazionale italiana ha attinenza con il culto della madonna e fa riferimento proprio alla devozione mariana dei re piemontesi. L’Azzurro ‘Savoia’ era il colore ufficiale della monarchia usato durante le onorificenze maggiori e deriva infatti dal colore del manto della madonna.
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