Rieti- Leonessa and its hamlets Villa Pulcini
Rieti- Leonessa and its hamlets Villa Pulcini

Leonessa ha uno dei territori più vasti dell’Italia centrale ed è caratterizzato da 38 frazioni molte delle quali vengono chiamate ‘villa’, come Villa Carmine, Villa Lucci o Villa Pulcini.

L’origine del nome ‘villa’ è molto particolare perché rimanda immediatamente agli antichi insediamenti romani dove con questo termine si identificavano un centro di produzione agricola spesso con una residenza signorile.

Sappiamo tutti che l’organizzazione romana e la logistica dell’esercito era il vero punto di forza di Roma e questa mentalità ‘ingegneristica’ veniva applicata anche alla coltivazione dei campi.

La villa agricola era una vera e propria organizzazione industriale in cui c’erano parti destinate alle coltivazioni intensive, ad orti e a pascoli. Vi erano poi locali destinati alla trasformazione dei prodotti agricoli e al loro immagazzinamento. Una parte era ovviamente destinata all’alloggio dei proprietari e degli schiavi e una area era destinata ai mezzi di trasporto per portare i beni a Roma o dove era necessario.

Da ricordare che i romani facevano un tipo di pane che poteva essere conservato per 1 anno. Ad esempio nell’area di Piazza Esedra (oggi Piazza della Repubblica di Roma) erano conservati le forme di pane di una intera legione per alcune settimane di viaggio in modo che l’esercito era pronto a partire in ogni momento.

A Leonessa si conserva il nome di Villa e questi agglomerati principalmente rurali sono tipici di questa parte del Lazio e dell’Abruzzo. Nella loro struttura urbanistica si riconosce una aggregazione di case coloniche e da spazi per il ricovero di mezzi e animali.

Ad un occhio attento si possono ancora riconoscere i luoghi dove venivano messi a stagionare i formaggi, i salami e le altre produzioni alimentari che dovevano sostenere la famiglia per un intero anno.

I terremoti, la guerra e l’industrializzazione del dopoguerra hanno in parte spopolato questi centri. La popolazione è emigrata in città o all’estero e il recente terremoto di Amatrice ha dato un ulteriore scossone a questi centri.

Alcuni emigrati hanno manifestato il loro forte attaccamento al paese natale creando all’estero centri con lo stesso nome o con architetture simili. Se a Windsor in Canada si costruisce una chiesa uguale a quella di Settefrati, in Argentina Ivo Pulcini crea un villaggio per bambini bisognosi con lo stesso nome, Barrio Pulcini, nel quale anche papa Francesco ha detto messa.

Il fenomeno interessante che avviene è però quello della riscoperta delle culture originali e una valorizzazione delle specie locali in agricoltura. Chi si riavvicina ai campi lo fa in coltivazioni di nicchia lavorate con metodi biologici o biodinamici. Cibi che oltre a nutrire danno benessere alle persone.

È il caso della patata di Leonessa, riconosciuta a livello nazionale, del farro biologico a Villa Pulcini e della genziana che praticamente è disponibile in ogni ristorante di Leonessa e del circondario.

Nelle campagne circostanti, poi, si sono tornate a piantare antiche varietà di legumi e nell’area fra Leonessa e Amatrice si possono trovare piccoli produttori con prodotti di eccellenza.

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L’ultimo artigiano delle zampogne ad Acquafondata di Claudia Bettiol
L’ultimo artigiano delle zampogne ad Acquafondata di Claudia Bettiol

Acquafondata è un borgo sulle montagne ai confini fra Lazio e Molise ed è famosa per il suo Festival della Zampogna.

Ed infatti per viaggiare attraverso le foreste, all'ombra delle rocce lungo la strada per Acquafondata, si deve avere una ragione speciale o una meta da raggiungere. Le strade che percorriamo non hanno un'agricoltura ovvia o qualche industria primaria, anche se ci devono essere capre e cinghiali che sono apparsi alla nostra vista.

Era l'ora di pranzo quando siamo arrivati ​​e mentre stavo osservando la piazza, Claudia ha pronunciato una sola parola - "Zampogne!" con decisione tanto che mi sono voltato per vedere un bassorilievo di una zampogna scolpito su una roccia accanto alla strada.

Claudia ha esaminato la sua banca dati e mi ha detto che Acquafondata, una città di circa 300 persone, comprese le frazioni, è famosa per la produzione delle zampogne.

Nella piazza siamo entrati nel ristorante Vittoria notando che questa città deve avere visite speciali se il ristorante potrebbe contenere circa la metà della popolazione locale!

Durante il pranzo preparato da una intera gioiosa famiglia, la mia mente è andata ancora a circa 50 anni fa quando i suoni delle zampogne erano parte della mia scuola a Sydney, in Australia.

Abbiamo chiesto informazioni sulla vita e sull'industria della città, e siamo stati gentilmente informati che c’è ancora un solo produttore di zampogne, in una casa alla fine del villaggio.

Il produttore di zampogne

Luigi Cargillo, l'ingegnere delle zampogne, ha il suo laboratorio accanto alla sua casa e i suoi strumenti sono un tornio di legno e utensili a mano per la scultura e la preparazione delle borse.

I legni sono tutti locali, olivi, ciliegie e prugne. I "tubi", o più correttamente gli chanter e i bordoni, sono tutti esposti nelle pareti del laboratorio. Luigi ne prende uno e gli mette una canna per adattarlo alle labbra.

Si sente subito il caloroso lamento di una zampogna e mi ritrovo a scuola nel collegio nel 1964, dove ogni mattina i praticanti la suonavano. I principianti partivano da un singolo tubo e la cacofonia dei suoni alzava i terreni e le colline vicine, svegliando i morti e portando vita alla scuola.

Luigi ci spiega che il legno d'ulivo produce un tono più stridente mentre quello di prugno emette un suono più dolce. Mostra come costruisce il bocchino e mi ricorda i miei ultimi anni da sassofonista fallito che cercava il bocchino ideale.

Luigi si alza e va in un armadio da cui prende alcuni chanters e bordoni assemblati: questo è la parte strumentale della zampogna.

Ci spiega che la composizione musicale tipica italiana è costituita da due strumenti: un singolo oboe folk (chiamato "ciaramella") e la zampogna. Uno crea la base e la ciaramella da l’armonia musicale ma ogni coppia ha un suo stile molto personale.

Tradizionalmente le borse che contengono e comprimono l'aria sono fatte da pelli di capra legate da aperture per gli strumenti musicali.

Questa tradizione era un ovvio catalizzatore per gli allevamenti locali di capre nelle campagne intorno a Acquafondata. Oggi, però, i produttori come Luigi, oltre alle borse tradizionali di capra e pecora usano anche quelle in stoffa o in materiali sintetica.

Luigi non ha insegne sulla sua porta e per trovarlo si può andare al tradizionale festival della zampogna annuale di agosto, quando oltre 100 coppie arriveranno e riempiranno la piazza e il ristorante Vittoria con i suoni delle Zampogne.
Luigi è ora in pensione. Mi chiedo chi sarà il suo apprendista che salverà l'arte delle zampogne in montagna ai confini fra Lazio e Molise.

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Portone alchemico di Nicol il mistero di Rivodutri
Portone alchemico di Nicol il mistero di Rivodutri

A Rivodutri c'è una porta unica chiamata Portone Alchemico di Nicolò dal nome dei proprietari del suo edificio originario, la famiglia Nicolò dal 1757, dopo il testamento di Don Bernadino Camisciotti.

Nel 1874 è stato utilizzato dal comune come scuola per donne e casa per i dipendenti. Alla fine dell'Ottocento, la via principale di Rivodutri (via "Dritta" ora via Umberto I) fu allargata con l'abbattimento di diverse case, tra le quali il vecchio edificio scolastico a cui apparteneva la Porta Alchemica.

È possibile che la porta si trovasse inizialmente all'interno del vecchio edificio e che, dopo i lavori di allargamento della strada, venne spostata nella nuova facciata dove rimase fino al 31 dicembre 1948. Quel giorno un forte terremoto distrusse l'edificio e gran parte della zona abitata. La porta fu salvata, smantellata e conservata in un deposito comunale.

Circa trent'anni dopo è stata riassemblata sul sito originale come accesso ad un piccolo giardino pubblico.

Allora, cos’è la Porta Alchemica?

È un insieme strutturato di simboli alchemici e latino che finora non è stato completamente decifrato. La porta è sopravvissuta nei secoli, ma non è stato possibile identificare l'esperto d’arte e conoscenze alchemiche responsabile della sua creazione.

Nel frattempo, c'è l'ipotesi che la persona sia appartenuta alla famiglia Camisciotti che aveva membri della famiglia in posizioni importanti nella pubblica amministrazione e in ruoli ecclesiastici del XVII secolo.

Dalla sua origine, oggi gli studi di interpretazione della porta rivelano che la maggior parte dei simboli si riferisce al mistero della trasmutazione, non solo e non tanto dei metalli, ma anche della psiche e del rapporto tra corpo e spirito nell'uomo.

Secondo alcune interpretazioni, l’ideatore della porta doveva essere già esperto nei metalli, nella creazione dell’oro, ed essere arrivato alla speculazione filosofica proiettando il segreto e il dramma della vita (umana e divina, materiale e spirituale) nelle sue varie manifestazioni.

A partire dal XVII secolo, quando ci si era resi conto che l'arte tradizionale alchemica (quella di trasformare metalli di base come il piombo e il rame in argento e oro) non avrebbe mai potuto creare oro solido, mentre il chimico continuava a mettere questi materiali in esperimenti di laboratorio, il filosofo cominciò a cercare l'oro che non era solido. Nel XVIII secolo l'approccio illuministico aveva contribuito a cancellare l'approccio mistico ai materiali di base, isolando lo spirituale dal fisico.

Molte delle figure scolpite sulla porta sono in comune con il simbolismo cristiano. Si dice che molti alchimisti fossero cristiani o almeno rispettosi dell'ambiente religioso in cui vivevano. Alcuni ritenevano che l'aiuto di Dio fosse indispensabile al successo del loro lavoro.

Quindi se visitate la Porta Alchimica, guardate attentamente i simboli e cercate di leggere e comprendere la storia dal fondo della porta fino al suo apice. Forse un raggio di ispirazione lunare solare o riflesso attraverserà la porta per emozionarvi.

Alcune iscrizioni sul Portone di Nicolò

La lettura delle iscrizioni inizia dal caos, dal conflitto scuro e potente tra gli stati e porta all'equilibrio tra quegli stati precedentemente contestati: coscienza e incoscienza, materia e spirito, ignoranza e conoscenza.

Avendo questo sentimento come sfondo, la lettura della porta inizia dal pannello inferiore destro con l'iscrizione: QUID HOC FORTIUS. Qui il "mistero dei quattro elementi" allude a quattro linee dritte che corrono in direzioni opposte da un singolo punto individuale. Il punto rappresenta l'origine, l'inizio, la materia prima. Alla base della porta ci sono quattro linee dritte che si intersecano in un punto.

Mentre il testo scritto da decifrare non è stato scoperto, il pentagramma che viene visualizzato è inteso come la rappresentazione classica dell'uomo.

Inoltre, il simbolo dell'elemento di mercurio sulla porta è considerato importante poiché il mercurio ha un doppio significato attivo e passivo, maschile e femminile.

Nella parte superiore è rappresentata la navigazione sul mare. Il mare, nel suo significato classico, è la condizione iniziale, quindi è simile al caos originale. Sulla vela della nave si legge: OMMA BONA MECUM (Tutto il mio bene è con me). L'albero della nave è una piccola palma che può radicare e crescere.

Poi c'è la terra. Sul piano psichico si dice che simboleggia l'inconscio che favorisce la coscienza, la coesistenza e l'unione delle tenebre e della luce.

Ovunque ci sono simboli di opposti, forse una guida alle forze positive e negative della vita che devono essere risolte per creare l'oro interno. Ci sono i segni dei corpi celesti che l'alchimista invoca per ottenere aiuto attraverso la loro influenza, credendo che possano esercitare qualche azione sui metalli e sull'essere umano e sul suo spirito.

Per gli alchimisti, sul piano psichico, l'aspetto della luna e delle stelle che sono inferiori al Sole, indicano che anche l'inconscio ha la propria luce. Gli impulsi che provengono dall'inconscio devono essere in equilibrio con il contenuto della coscienza.

Quindi, sulla parte superiore di questa porta alchemica, il conflitto tra gli opposti conduce ad un'unione, perché uno stato di ostilità è contrario all'armonia della vita. Il sole splende con tutta la sua luce e il suo calore perché in qualche modo coesiste con la sua controparte femminile (Luna).

La frase EX TUA MEA LUX EX MEA TUA può essere letta per significare che siamo giunti alla conversione del corpo in spirito e spirito nel corpo, anche se questo non è certo.

In cima è TOT MIHI SUNT VIRES (forse 'Questa è tutta la mia forza') e al termine c'è la figura dell'Hermafrodita, cioè due parti opposte in uno. REX e REGINA uniti da una sola corona, l'unità risultante dalla congiunzione di opposti, maschili e femmine, o materia spirituale. Il maschio è lo spirito e esiste perché c'è anche la controparte femminile e viceversa.

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San Giuseppe da Leonessa il micro-credito e i Monti Frumentari
San Giuseppe da Leonessa il micro-credito e i Monti Frumentari

San Giuseppe da Leonessa è un santo particolare che ha diviso la sua vita fra il desiderio di essere un martire e quello di aiutare i bisognosi. Ed ha fatto entrambe le cose in un modo originale e incredibilmente pragmatico.

San Giuseppe nasce a Leonessa l’8 gennaio del 1556 con l’insolito nome di Eufranio, che significa ‘portatore di gioia’, e perde i genitori benestanti quando aveva solo dieci anni. Lo zio lo manda a studiare a Viterbo e poco dopo lui si oppone alla famiglia e prende i voti come frate cappuccino ad Assisi.

La zona di Rieti vicino a Leonessa è chiamata la ‘Valle Santa’ e questo è il luogo dove si incontrano il cammino di San Francesco, patrono d’Italia, e quello di San Benedetto, patrono d’Europa.

In questa area, San Giuseppe cresce con il desiderio di fare qualcosa di speciale per gli altri e per purificare le sue intenzioni si sottopone a molte pene corporali.

La sua prima grande idea di missione è quella di andare a Costantinopoli ad aiutare i cristiani in difficoltà. Normalmente queste missioni spettano ai Gesuiti ma una peste aveva decimato l’ordine e il papa Sisto V affida il compito ai cappuccini.

San Giuseppe ha 31 anni e non rientra fra i sacerdoti della missione, ma all’ultimo minuto uno si ammala e lui parte per Costantinopoli che da oltre un secolo è ormai uno dei principali centri musulmani. I turchi avevano lasciato al loro posto il patriarca e i vescovi “orientali”, separati dalla Chiesa di Roma dopo lo scisma nel 1094, ma perseguitavano i vescovi cattolici.

Qui i cappuccini si impegnano a restaurare un convento nel quartiere Pera e a dare aiuto ai cristiani e agli infermi.

Ad un certo punto decide che doveva affrontare il problema dell’islam in modo radicale e vuole convertire direttamente il sultano Murad III. Si introduce nel suo palazzo ma viene scoperto, arrestato e sottoposto a pene corporali incredibili. Viene legato con una mano e un piede ad una trave sotto la quale arde un fuoco per tre giorni.

Forse per la sua esperienza alle sofferenze, forse per il suo destino, San Giuseppe si salva e viene espulso da Costantinopoli. La leggenda dice che un angelo è sceso per salvarlo e guarirlo dalle ferite.

Torna in Italia ancora più convinto del ruolo dei monaci nel supporto alle anime e ai corpi dei bisognosi e inizia una intensa attività di predicazione in tutta l’Italia Centrale. Girando e parlando con tutti si rende conto di cosa realmente occorre alle persone e si dedica alla promozione dei Monti Frumentari.

Grazie alla sua attività nascono confraternite con il suo nome in tutta la zona e quando muore ad Amatrice, il 4 febbraio 1612, il suo corpo viene sottoposto ad una particolare imbalsamazione. Ognuno voleva un pezzettino del suo corpo come reliquia perché erano certi che sarebbe stato santificato.

Pochi anni dopo, approfittando di un terremoto, il suo corpo viene portato a Leonessa in un santuario a lui dedicato e viene poi proclamato santo da Benedetto XIV nel 1746.

Ma cosa sono i Monti Frumentari?

Sono una forma di supporto che oggi potremo definire come l’anticipatrice del micro-credito. Una sorta di banca dei semi che dava le sementi ai contadini in difficoltà che altrimenti non avrebbero potuto coltivare i campi.

Alcune volte la povertà spingeva i contadini a mangiare anche il grano e l’orzo che dovevano destinare alla piantumazione l’anno successivo. Ma se non si semina non si raccoglie ed il problema della povertà diventa impossibile da risolvere e spesso le persone diventavano vittima dell’usura.

Così i monaci si impegnavano in vari modi: i francescani nel Monte di Pietà e San Giuseppe nel Monti Frumentari.

Proprio come dice il proverbio cinese di non regalare il pesce ma la canna da pesca e di insegnare a pescare, San Giuseppe da Leonessa si è prodigato nella promozione della coltivazione dei campi.

I primi monti frumentari nascono nel XV secolo e quello di Rieti nasce nel 1488 e i contadini partecipano alla loro creazione donando alcune giornate di lavoro e di semi. Quando si verificava una eccedenza di semi, poi, questi venivano venduti per creare dei Monti Pecuniari che prestavano soldi a bassi interessi (5%) agli agricoltori.

I Monti Frumentari si diffusero molto grazie al cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento che venne poi eletto papa con il nome di Benedetto XIII e ordinò a tutti i vescovi dell’Italia centro meridionale di facilitare la nascita dei Mondi Frumentari.

Dopo un periodo di declino, i Monti Frumentari vengono riattivati da Francesco I Borbone nel 1826 e al momento dell’unità d’Italia ne esistevano oltre 1.000 nel Regno delle Due Sicilie. Vennero Aboliti dai Sabaudi.
 

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Paliano- hernicantus
Paliano- hernicantus

Cosa unisce chi è nato all’inizio e coloro venuti alla luce sul finire del Novecento?

Il cosiddetto “Secolo Breve”, in ragione di quella stessa brevità, dovrebbe aver avvicinato le generazioni avvicendatesi nel corso degli anni. Eppure un contadino – o un pastore – classe 1925, a vent’anni, aveva molto meno in comune con un suo omologo della stessa età nato solo cinquanta, sessant’anni più tardi, rispetto a quanto non abbia potuto avere con un coetaneo di mezzo secolo prima, per esempio.

Tuttavia, c’è qualcosa che li unisce: un invisibile filo che, partendo dalla parola, si dipana nel canto, si snoda tra strumenti creati da sapienti mani artigiane e avvolge leggeri corpi danzanti.
Quel filo, sonoro ed invisibile quanto fragile, è sopravvissuto, arrivando alle porte del Nuovo Millennio, ed ha messo in comunicazione diretta persone appartenenti a tre secoli diversi.

Possiamo dire quindi che il suono si è fatto segno ed ha permesso a giovani donne e uomini di oggi di ereditare il codice attraverso cui gli antenati si esprimevano, ovvero il dialetto, che costituiva la materia prima per il canto il quale, quando accompagnato dagli strumenti, dava vita alle danze.

La ricerca e la trasmissione di questi tre tesori immateriali costituiscono, rispettivamente, la ragione di vita e il fine ultimo di progetti come HerniCantus.

Canti d’amore, di lavoro, di protesta, di scherno e di scherzo, intrisi di quella quotidianità semplice e schietta, propria di un mondo in cui terra e lavoro rappresentavano le uniche fonti di sostentamento.

Il viaggio ebbe inizio nel 2001. La compagnia si diede il nome di “Compari delle Cantine”, poiché le cantine del centro storico di Paliano, aperte in occasione dei festeggiamenti di Maria Santissima Assunta in Cielo (15 agosto), furono la cornice naturale per le prime esibizioni.

In tutto il Centro-Sud Italia, il “compare”, non è semplicemente il “padrino”. Non è un amico e neanche un fratello. Il compare è un compagno, un complice, una spalla, una mano tesa per aiutare in caso di bisogno, per schiaffeggiare, in caso di comprovata mancanza, per indicare, in caso di consiglio.

I Compari delle Cantine hanno collaborato con compagnie teatrali locali in spettacoli dialettali e in italiano, offrendo uno spaccato di cultura musicale ciociara sui palchi della provincia, del Lazio, fino alla capitale, con occasionali sconfinamenti nel resto d’Italia.

Dopo una prima esperienza discografica, viste le molteplici attività culturali, il gruppo si è costituito come associazione culturale, e la sezione musicale ha preso il nome di HerniCantus, dal nome dell’antico popolo degli Ernici, presenti sui colli e monti omonimi già in età pre-romana.

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Cassino- Anfiteatro Romano by Bettiol
Cassino- Anfiteatro Romano by Bettiol

La magia di uno spettacolo al teatro romano di Cassino riporta a profumi ed emozioni antiche che migliaia di persone venivano a provare qui da ogni parte dell’impero romano.

Il teatro è adagiato sulla montagna, secondo lo stile dei teatri greci, con una vista sulla valle incorniciata da cipressi e pini e il profumo dell’estate che penetra e invade la scena. Monte Trocchio domina il panorama in lontananza.

La musica si diffonde naturalmente, senza bisogno di amplificazione, quando gli orchestrali si dispongono nell’area chiamata proprio ‘orchestra’, ai piedi della gradinata.

È la antica saggezza greca, poi presa dai romani, di sfruttare l’acustica naturale delle conchiglie, dei gusci e di particolari versanti della montagna. Le onde acustiche si riflettono e anche le persone sedute sulla fila più in alto possono ascoltare perfettamente suoni e parole.

La musica classica ha un fascino particolare quando è senza amplificazione. Il violino e gli altri strumenti a corda hanno il sapore del legno e si fondono con il paesaggio. Le voci di presentazione dei brani e gli aneddoti sulla storia della musica sembrano raccontati da amici.

L’orchestra da Camera di Frosinone è perfetta e la sintonia fra i musicisti rende speciale l’evento dedicato a Vivaldi e Rossini. Le storie raccontate dal maestro Maurizio Turriziani scaldano le emozioni. Tutti eccezionali: i violini di Loreto Gismondi e Demi Laino, il violoncello di Donato Cedrone, la chitarra di Alessandro Menci e il contrabbasso di Maurizio Turriziani.

Mentre si aspettano i musicisti, la mente va naturalmente al passato. Era questo lo stesso panorama che vedevano i notabili di Cassino? Gli stessi profili delle montagne e del valico che porta al mare, a Formia?

Il teatro romano di Cassino ha una storia veramente originale e la sua fortuna è quella di essere stato dimenticato nel medioevo e riscoperto solo nel 1936. Altri teatri sono stati occupati da case e palazzi e si sono persi, basta pensare al teatro Marcello a Roma, a Palestrina o a Terracina. Qui è tutto godibile anche se non nelle forme originarie.

I restauri lo hanno reso di nuovo godibile per spettacoli e manifestazioni anche con la costruzione di un nuovo ampio palcoscenico per balletti e spettacoli più grandi. Accoglie 3.000 persone che si sistemato sugli spalti servendosi di 5 scalinate.

Forse il teatro aveva ancora altre gradinate e un tempietto finale, come quello di Palestrina o di Pompei. Si può dedurre dal modo in cui terminano oggi le attuali gradinate. Ma l’ultima guerra ha fatto i suoi disastri e molte strutture sono andate perse.

In quello attuale si riconoscono i posti dei notabili vicino la scena e si può comprendere la divisione in classi sociali. Nell’area accanto al teatro, alcuni resti di intonaco colorato lasciano immaginare quanto più articolata fosse la sua forma originaria.

I romani usavano scene fisse con una struttura in muratura ricca di nicchie, colonne e statue, fra cui quella di Ottaviano Augusto oggi al museo. Il teatro romano appariva quasi come un ‘luogo chiuso’, con una grande parete di fondo che poteva essere utilizzata anche per stendere un ‘velarium’, ossia un telone che proteggeva dal sole e veniva disteso fra la parete della scena e le ultime costruzioni sopra le gradinate.

Dobbiamo ricordare che molte manifestazioni si svolgevano sfruttando l’illuminazione del sole e non quella dei nostri fari elettrici.

La ‘dimenticanza’ del teatro per secoli può essere compresa se di pensa alla storia alquanto ‘movimentata’ di Cassino. Nel corso dei secoli la popolazione si è spostata in varie parti della pianura e della montagna a seconda delle varie invasioni che ha subito.

Cassino è attraversata dalla via Latina (oggi via Casilina) che collegava Roma con Capua e dalla strada che collegava l’Abruzzo con il mar Tirreno. Le grandi vie di comunicazione portano prosperità e ricchezza in tempo di pace, ma portano distruzione in tempo di guerra perché percorse dagli eserciti nemici.

Cassino viene fondata in un luogo perfetto, con acqua e campi fertili e una montagna di protezione dove viene costruita una acropoli con tanto di mura ciclopiche, proprio dove oggi si trova l’abbazia. Stiamo parlando di molti secoli prima di Cristo, forse 8 o chissà.

La bellezza della città attira i Sanniti eppoi i Romani, che impiegarono tre grandi guerre a sconfiggere questo popolo fiero e coraggioso. Cassino diventa sempre più importante, una ‘prefettura’, e nobili e ricchi vengono a vivere in questa città.

I romani vogliono strade, acquedotti, terme, teatri, intrattenimenti e spettacoli. Il teatro risale ai primi anni dell’impero di Augusto, circa il 27 DC. Poi, Ummidia Quadratilla, figlia di un console, fa costruire a sue spese l’anfiteatro e un tempio, dove è sepolta.

Oggi possiamo capire Ummidia Quadratilla e il suo desiderio di vivere a Cassino. Possiamo sentire le vibrazioni della storia in uno spettacolo al teatro romano di Cassino.

Il teatro romano dona una energia che non si trova facilmente in altre strutture. Il suo fascino è immutato e attuale.
 

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Isola del Liri- Parco Cascata piccola by Bettiol
Isola del Liri- Parco Cascata piccola by Bettiol

Uno dei migliori esempi di archeologia industriale si trova ad Isola del Liri. Ma cosa è l’archeologia industriale?

L’archeologia industriale affronta i temi della memoria architettonica, meccanica, storica e sociale delle grandi concentrazione industriali, dove una grande fabbrica con la sua innovazione tecnologica e la sua organizzazione del lavoro ha cambiato la storia locale, e talvolta nazionale.

Per dare una idea della importanza della tecnologia nella società possiamo ad esempio citare l’esempio di grandi potenze del passato come Roma e Venezia. Possiamo ben dire che i Romani erano dei grandi ingegneri e la loro fortuna è in gran parte dovuta ad un modo ‘industriale’ di concepire la logistica degli eserciti e la realizzazione di veloci vie di comunicazione. Non ci restano fabbriche romane ma richiami alla logistica degli accampamenti dell’esercito si trovano nell’urbanistica di molte città

Anche la Repubblica di Venezia è stata grande grazie alla tecnologia delle sue navi e alla organizzazione dell’Arsenale. Questo era il posto dove si costruivano con grande maestria, con una incredibile organizzazione industriale, e a ritmo impressionante, le navi che rendevano Venezia la regina dei mari.

Ma la vera archeologia industriale nasce in riferimento ai primi opifici iniziati a partire dalla seconda metà del Settecento in molte parti d’Europa. Famose sono le aree industriali in Inghilterra ma anche quelle del Regno Borbonico che fino all’unità d’Italia è stato uno delle aree più ricche, ad alta intensità industriale e all’avanguardia tecnologica.

Archeologia industriale a Isola del Liri

Perché la rivoluzione industriale a Isola del Liri? La ragione è dovuta in gran parte alla grande disponibilità di energia dovuta allo scorrere con potenza delle acque del fiume Liri e alle sue cascate. Queste muovevano numerose turbine che e ogni fabbrica aveva il proprio sistema di produzione di energia meccanica eppoi elettrica.

Grazie a questa disponibilità di energia, ad un certo punto ad Isola del Liri c’erano molte cartiere e lanifici, pochi dei quali sono ancora in funzione. Che cosa è successo degli altri? Molti sono stati naturalmente trasformati in attività di tipo diverso e quelli nel centro storico sono diventati abitazioni, teatri e sale ricreative, ma alcuni hanno conservato le loro linee produttive dell’epoca che oggi sono state messe in ordine e visitabili.

Turbine idrauliche

Il tour dell’archeologia industriale inizia con il parco pubblico sotto la cascata piccola, dove ancora c’è un feltrificio operativo, dove fanno bella mostra diverse ruote meccaniche, con pale di diverse forme, che venivano usate per la produzione di energia. Il parco faceva parte del lanificio e i locali industriali sono oggi residenze mentre una bella biblioteca moderna raccoglie molti volumi sulla storia industriale di Isola del Liri.

La differenza nella forma delle pale delle ruote racconta la storia della fluidodinamica e della meccanica dei liquidi ed è una incredibile sensazione vedere a colpo d’occhio l’evoluzione della tecnologia umana.

Guardando attentamente ai piccoli cambiamenti del flusso delle acque sul fiume si possono riconoscere le entrate e le uscite dalla rete di canali sotterranea che alimentava le ruote e le turbine di tutte le fabbriche.

Lanificio

Subito sotto la cascata del Liri si trovano i locali dell’ex Lanificio San Francesco oggi dedicati a sala multimediale di incisione e per spettacoli. In una di queste sale è visibile una macchina che faceva parte della originaria linea produttiva del lanificio. I macchinari sono protetti da una vetrata e hanno pannelli che spiegano il loro uso.

Cartiera Boimond

La cartiera prende il nome dall’imprenditore che la ha rilevata nel 1922 e che ha realizzato una centrale idroelettrica che alimentava due macchine a produzione continua. La cartiera è stata famosa per essere sempre all’avanguardia tecnologica fino alla sua chiusura.

Il ciclo di produzione continuo serviva per la produzione di carte da sigaretta. Nel 1958 morirono entrambi gli eredi Boimond e la fabbrica entrò in una crisi che portò al fallimento nel 1977. Da allora è entrata nel patrimonio dello stato che ha restaurato il capannone che ospita una delle linee produttive come esempio di architettura industriale.

Da notare accanto alla lunga linea produttiva la riproduzione in legno di molte parti meccaniche. I pezzi sono accatastati sul pavimento e servivano per poter far realizzare pezzi di ricambio dagli artigiani locali senza aspettare i pezzi dal Belgio, dove era stata costruita l’originaria linea produttiva.

Cartiera Fibreno/Lefevre

La originaria cartiera Lefevre si sviluppa sotto il piano stradale in corrispondenza di una piccola cascata del Fibreno ed è la prima cartiera ad essere costruita. Produceva carta dagli stracci vecchi e si possono ancora riconoscere alcune parti del processo industriale.

Una storia carina è quella che con il cambio di tecnologia e l’apertura della nuova fabbrica, si era persa la memoria di questo antico complesso industriale. Il tempo aveva fatto crescere una folta vegetazione che aveva sommerso tutto.

Solo durante i lavori di sistemazione della strada danneggiata da una frana sono emersi gli edifici e si è iniziato il loro recupero. Oggi sono stati in parte sistemati in un percorso di archeologia industriale all’interno di un parco.

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Castro dei Voslci- Monumento alla Mamma Ciociara by Bettiol
Castro dei Voslci- Monumento alla Mamma Ciociara by Bettiol

Ogni tre anni gli abitanti di Castro dei Volsci e di Ausonia danno vita ad una originale cerimonia religiosa e una festa popolare molto sentita: la ‘Festa dell’Incontro’ che si svolge l’ultima domenica di agosto.

Le due comunità si incontrano a Castelnuovo Parano per scambiarsi i gonfaloni e la statua della Madonna. Gli abitanti di Ausonia la danno a quelli di Castro affinché la riportino al santuario ad Ausonia, al suggestivo e prezioso Santuario della Madonna del Piano in Ausonia. 

Questo pellegrinaggio che dura 3 giorni è una rievocazione di un episodio miracoloso accaduto oltre 9 secoli fa!

La tradizione narra che ad Ausonia, piccolo paese della Diocesi di Gaeta, esisteva una zona paludosa dove le donne del luogo si recavano per abortire. 

In quel luogo, il 23 aprile del 1100 Remingarda, una pastorella con un corpo deforme, stava con il suo gregge quando le apparve la Vergine. Remingarda vide una scia luminosa attraversare il cielo e cadde a terra priva di sensi. Fu svegliata dal tocco della mano della Madonna che pronunciava il suo nome.

Remingarda pregò con intensità la Madonna fino a che non le riapparve per una seconda volta e le disse di andare in paese e di dire a tutti di smetterla con la loro vita lussuriosa e di costruire un tempio in suo onore proprio secondo un disegno che avrebbero trovato.

La ragazza andò in paese e fu creduta perché la Madonna la aveva guarita dalle sue deformità e questo apparve subito come un miracolo. Così il giorno dopo con grande solennità, il Vescovo e i Sacerdoti si recarono sul luogo del miracolo e anche a loro apparve la Vergine.

Il modo in cui la Madonna diede indicazioni della forma della chiesa è veramente originale perché furono le formiche a disegnare la forma dell’edificio disponendosi in file allineate sul terreno. Ogni volta che qualcuno cercava di realizzare qualcosa al di fuori di questo schema, la costruzione cadeva durante la notte. Alla fine gli abitanti seguirono precisamente le indicazioni delle formiche.

Mentre ad Ausonia si costruiva una nuova chiesa, i cittadini di Castro dei Volsci non trovarono più la loro immagine della Madonna nella rustica Cappella del Piano, e iniziarono a ricercare tracce del furto anche nei paesi vicini.

L’immagine fu ritrovata proprio nella piccola chiesa edificata seguendo le indicazioni di Remingarda vicino l’acquitrino. I cittadini di Castro ripresero la sacra immagine e la riportarono con una processione nella Cappellina del Piano. Per evitare nuovi furti decisero anche di custodirla di notte. Nonostante questo, al mattino la Madonnina era di nuovo sparita.

Tornarono all'acquitrino di Ausonia e ancora una volta ritrovarono l’immagine nella stessa Chiesa e allo stesso posto di prima. Allora di nuovo ripresero l’immagine e con una nuova processione solenne e canti s'incamminarono ancora verso Castro.

Dopo una giornata di cammino, ad un paio di chilometri circa dalla Cappella, in un punto detto Colle Nuovo dove ora si trova una nicchia ricordo, improvvisamente il cielo si coprì di nuvoloni e si scatenò un temporale con pioggia violenta. Gli abitanti di Castro si tolsero i mantelli per proteggere l'immagine benedetta ed allora la pioggia cessò. Ma quando i portatori si avvicinarono per scoprirla e riprendere il cammino si accorsero che l’immagine era scomparsa di nuovo.

Questa volta tornarono subito ad Ausonia e ritrovarono ancora una volta l’immagine al solito posto. Si convinsero della volontà divina e non tentarono più di riportarlo a Castro ma decisero di organizzare una processione ogni anno in ricordo della Madonna. Da allora gli abitanti di Castro e di Ausonia si chiamano fratelli, perché ‘affratellati’ da una comune predilezione celeste.

Da allora, ogni anno la comunità di Castro con alla testa le autorità e il Gonfalone del Comune si reca in pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Piano in Ausonia. Qui incontra le autorità e il popolo di Ausonia con i loro gonfaloni. Le comunità si scambiano delle insegne e un abbraccio fraterno.

E in questi secoli sembra che non sia mai avvenuto un matrimonio fra abitanti di questi due paesi che si ritengono fratelli!

Nel frattempo nella Chiesa di Castro dei Volsci venne messa una nuova immagine della Madonna del Piano.

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