Luigi Plos e l’animo del moderno esploratore

Ci siamo conosciuti su Facebook come accade spesso tra persone che hanno interessi affini mentre entrambi eravamo impegnati a promuovere territori minori del Lazio.

Uno strano passato ci accomuna ed entrambi siamo partiti dall’energia e dalla sostenibilità per poi arrivare alla sostenibilità locale fatta anche di piccole attività che possono nascere intorno alla valorizzazione e promozione delle bellezze storico naturalistiche locali.

Luigi è alpinista ed escursionista di alta montagna fin da giovane e membro della commissione sentieri del CAI di Roma – Club Alpino Italiano ed ha iniziato un blog e aperto un gruppo su Facebook, intitolato ‘Luoghi segreti a due passi da Roma’.

Dopo il successo di follower ha deciso di pubblicare un primo libro che raccoglieva con metodo le passeggiate e gli itinerari che si potevano fare a nord, est, sud e ovest di Roma.

Oggi è arrivato al terzo volume e si è allargato il gruppo di sostenitori che qualche volta chiede informazioni ma qualche volta fornisce nuovi spunti e suggerisce altri luoghi nascosti da scoprire e valorizzare.

“Non sono guide che illustrano sentieri e luoghi noti. Danno solo basilari informazioni botaniche, geologiche, storiche, artistiche, archeologiche (visto che è ormai semplice trovare notizie di questo tipo nelle tante guide escursionistiche in commercio, e poi su internet). Ed è per questo che sono entrato in un settore apparentemente saturo come quello delle guide escursionistiche: perché vado a riempire un vuoto”.

Ogni luogo risponde ad almeno 5 dei 6 requisiti. Il primo è che deve essere praticamente sconosciuto, e spesso lo è anche agli abitanti dei dintorni. Poi non è generalmente indicato nelle guide escursionistiche più comuni e non ci arriva alcun sentiero segnato. L’ubicazione non è semplice da individuare ma deve essere vicino a Roma (non più di 30 Km dal GRA. E la maggior parte si trova a pochissimi Km dal GRA).

Infine il posto deve essere sufficientemente suggestivo da suscitare emozione e stupore.
Alcuni di questi cinquanta luoghi rispondono anche a un settimo requisito: una discreta difficoltà a livello escursionistico.

E questo li rende appetibili anche a camminatori esigenti. Penso in particolare agli iscritti al Club Alpino Italiano.

Molti sono gli ambienti naturalistici che vengono approfonditi:

“È difficile a credersi, ma nel raggio di venticinque/trenta chilometri di distanza dal Grande Raccordo Anulare troviamo ambienti così eterogenei e spettacolari, che non sfigurerebbero in zone quali l'Appennino o la Provenza o i parchi naturali della Croazia. Laghi sconosciuti, Fenomeni termali, Cascate, Forre, Doline carsiche e molti altri. E questo solo per citare la parte naturalistica”.

Non tutti i luoghi sono accessibili, alcuni si trovano in terreni privati e non possono quindi essere visitati. Questo ha peraltro contribuito a preservare molti di questi.

Ma per preservarli dal vandalismo c’è un altro modo ed è quello di far conoscere il loro valore. E’ una strada più lunga ma che da frutti inaspettati.

Molto spesso la cultura locale non è stata raccontata o è stata relegata a raffinati studiosi che scrivevano per pochi esperti. E questo è stato un ostacolo alla nascita di un vero sentimento sui beni comuni e alla valorizzazione del patrimonio locale.

Questa valorizzazione con parole semplici dei tesori nascosti in ogni piccolo paese è un po’ quello che facciamo anche noi di discoverplaces.travel quando realizziamo una guida bilingue del paese: cerchiamo di far conoscere ai turismi ma anche ai locali il loro immenso patrimonio.

Questo patrimonio assieme a quello del paesaggio è l’unico non-delocalizzabile che rappresenta la nostra vera ricchezza e che ci rende unici al mondo.

Nel caso delle Guide di Luigi Plos c’è anche un'altra considerazione che riguarda il tipo di persone che vogliono avventurarsi in scoperte di luoghi segreti:

“Così possiamo trovare posti pressoché incontaminati e rimasti integri nei secoli (alcuni da migliaia di anni, come le opere idrauliche della valle dell’Arrone), dal momento che sono situati in zone difficilmente raggiungibili, fangose/acquatiche, “sgarrupate” e senza sentieri.

 

Solo pochi luoghi descritti nelle guide come Torre Fiora (e Grotta Marozza), la Valle Bruciata e pochi altri sono fruibili con facilità”.

Spesso le avventure che Luigi descrive nelle sue guide sono gite di mezza giornata ma che hanno tutti le caratteristiche di una vera scoperta da esploratore:

“Mi ricorderò sempre il primo sopralluogo al mio luogo del cuore, la Cascata dell'Inferno - nel parco di Vejo.

E' un percorso realmente avventuroso, in ambiente fluviale, con poca luce per via della fitta copertura ombrosa, e con tanta umidità.

La prima volta che lo feci l’arrivo fu sorprendente (e lo è ogni volta ancora oggi, nonostante ci sia andato almeno 15 volte): sentii uno scroscio d'acqua, ma non capivo cosa fosse. Solo dopo una curva della gola rocciosa al cui interno ero penetrato, mi apparve improvvisa e grandiosa (era primavera, e quindi al massimo della portata) la cascata”.

Per trovare ulteriori informazioni sui Luoghi Segreti ci si può iscrivere al gruppo Facebook "Luoghi segreti a due passi da Roma" o sulla pagina, si può andare sul blog "www.luigiplos.it" e iscriversi alla mailing list luigiplos.gr8.com per ricevere in anteprima news e informazioni esclusive su alcuni luoghi particolari nei pressi di Roma.
 

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Marco Carpineti e Kius: le bollicine perfette da Cori!

Quali sono le bollicine perfette per festeggiare un Natale, un compleanno, capodanno o anche una cena con il migliore amico?

In Italia questa scelta è certamente difficile con le tante varietà di uve e di sapori da territori diversi che abbiamo, ma una scelta la abbiamo fatta.

Abbiamo scelto un brut che non ha soltanto un sapore inconfondibile ma ‘sa di buono‘, nel senso che racchiude la storia di un territorio e l’amore di un uomo e di una famiglia.

Parliamo di Kius Brut dalle uve Bellone di Cori e Kius Extra Brut dalle uve Nero Buono di Cori. Non sono certo due vitigni conosciuti al grande pubblico ma sono il centro del mondo per Marco Carpineti che ha costruito la sua incredibile azienda di Cori proprio sulla riscoperta dei vitigni autoctoni.

La storia inizia quando Marco era un giovane elettricista figlio di un contadino molto legato alla sua terra. Alla morte del padre, nel 1985, Marco decide di abbandonare il lavoro sicuro  che aveva nel pubblico impiego e di iniziare a coltivare la piccola impresa de padre ma usando una nuova consapevolezza sul ruolo e l’importanza dell’agricoltore.

Inizia subito con la realizzazione della prima piccola cantina completamente fatta a mano con maestranze locali, un edificio di 7 x 12 metri.

Siamo a Cori e qui tutto parla di storia e di natura. Sulle pendici dei Monti Lepini nel versante caratterizzato da oliveti e vigneti che da verso la pianura pontina, a due passi dai sorprendenti giardini di Ninfa della Fondazione Caetani che sono fra i più belli del mondo.

Il legame con i Lepini è forte ed a loro è dedicato un museo dove il paesaggio contemporaneo viene letto e interpretato nella sua dimensione storica. Il presente come la conseguenza di una stratificazione di eventi, naturali e culturali, frutto dell’interazione tra l’uomo e l’ambiente. Ossia proprio di storia e agricoltura: e il ruolo del coltivatore diventa il protagonista della creazione dello spirito dei luoghi.

Cori ha radici antichissime, era stata fondata durante l'età del Bronzo di cui restano testimonianza le mura ciclopiche. E’ stata una fedele alleata di Roma partecipando alle guerre puniche e acquisendo la cittadinanza romana.

Ne sono testimonianza della sua importanza il tempio di Ercole eretto intorno all’80 AC e che domina la città dall'alto con quattro colonne sul fronte principale e il tempio dei Dioscuri, costruito fra il IV e il II secolo AC nell’area del Foro.

Il borgo medioevale trasuda di altre tradizioni che si rievocano nel Carosello dei Rioni durante la festa della Madonna del Soccorso, dove sono nati i famosi ‘sbandieratori di Cori’ conosciuti nel mondo.

Come si fa a non amare Cori? Come si fa a non essere pervasi dal suo spirito di ‘perla dei Lepini’ e a non cercare di valorizzare i prodotti della sua terra?

Questo è quello che in tutti questi anni ha fatto Marco Carpineti da quando ha deciso di dedicarsi all’agricoltura. E chi ama la terra la rispetta e usa solo metodi naturali per le coltivazioni, così la prima certificazione ‘bio’ risale al 1994, quando erano ancora poche persone a pensare di rispettare i cicli naturali dell’ambiente.

Oggi Marco Carpineti non è solo una azienda biologica ma biodinamica. Oltre al vino si produce olio dalla varietà di olivo Itrana.

Ma veniamo alle bollicine perfette che ora possiamo apprezzare in modo completo e olistico.

Ci sono due tipi entrambi realizzati con metodo classico, ossia la rifermentazione in bottiglia per 24 mesi.  Kius brut è uno spumante prodotto solo da uve di Bellone, un vitigno autoctono di Cori, con un colore giallo chiaro con riflessi dorati. Ha un profumo fruttato con note di lievito, gusto fresco, sapido con buona persistenza.

Kius extra brut è invece uno spumante prodotto solo con uve di Nero Buono di Cori con una fermentazione di 36 mesi. Il suo colore è rosa salmone tenue, ha un profumo agrumato e lascia una bocca fresca ed incisiva grazie ad un perlage sottile ed elegante.

L’ultima sfida di Marco Carpineti?

Quella di riscoprire la coltivazione originaria utilizzando i cavalli per l’aratura. I cavalli sono di una particolare razza da lavoro italiana e sono adatti a questo tipo di impiego. Solo una piccola parte dell’azienda utilizza gli animali, ma questo tipo di lavoro è una filosofia di vita, è un momento di comunione con tutti gli esseri del creato, è la vera essenza del rapporto fra uomo e natura.

Partecipare ad una aratura con cavalli è una immersione della nostra storia e, in fin dei conti, in noi stessi. Alla fine le bollicine perfette servono a ricordarci quanto sono buoni i frutti di questa ‘fatica’!

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Il panpepato è sempre stato presente sulla tavola imbandita per la vigilia e per il pranzo di Natale.

Nella nostra zona del Lazio i dolci natalizi hanno sempre rivestito la parte più importante, perché anticipavano l'apertura dei regali e di conseguenza ci dedicavamo sempre a mangiarli in un clima di convivialità e serenità tipici di queste festività.

Quando si arrivava al panpepato il godimento era assicurato: un'esplosione di frutta secca, canditi, cioccolata e sopratutto il sapore forte e deciso del mosto di vino cotto nella tradizione di Anagni!

Una prelibatezza assoluta, frutto delle sapienti mani delle nonne e delle mamme che raramente si sbagliavano quando si trattava di sorprendere le nostre papille!

La tradizione del mosto è tipica di Anagni, la città dei papi del medioevo che ha dato i natali a ben 4 papi. La città del famoso schiaffo di Anagni dato a papa Bonifacio VIII e la cui cattedrale nasconde uno dei capolavori assoluti dell’arte, una cripta affrescata considerata la cappella sistina del medioevo.

Io oggi vi propongo un panpepato rivisitato da me, sotto forma di mousse, adatto ad essere declinato ad ogni tipo di pranzo o cena, specialmente durante il periodo natalizio dove potrete sorprendere i vostri ospiti regalandogli una reinterpretazione di grande effetto!


PER LA PREPARAZIONE (x 6 persone)

- per la sfera di mousse: procuratevi uno stampo a mezza sfera di silicone, pochi euro massima resa e non solo per questa ricetta. Ora squagliate a bagno maria, in una bacinella di metallo, 300 gr di cioccolato fondente al 70% insieme a 270 gr di acqua.

Appena sarà sciolto ponete la bacinella in un'altra contenente acqua e ghiaccio, e iniziate a frustare a mano o con la frusta elettrica, finché non sarà montata (cambierà colore, si schiarirà)

- Per la panatura: procuratevi nocciole, noci, uvetta passa, arancia candita, pinoli e mandorle, fatene un trito riducendo il tutto a una granella tale da poterci impanare le sfere di mousse.

Impanate le sfere di mousse solo dopo averle fatte congelare (almeno 3/4 h), e ungetele con dell'olio in maniera tale che la panatura di frutta secca e canditi vi aderirà con maggior facilità.

- Per il mosto di vino cotto (per 1 lt): ponete in una pentola 150gr di farina e 150 gr di zucchero, accendete il fuoco e mettete al minimo.

Iniziate ad amalgamare gli ingredienti con l'aiuto di una frusta che vi servirà a evitare che si formino i grumi. Una volta che si sarà sciolto lo zucchero aggiungete il mosto d'uva pian piano per evitare che si formino grumi.

Fate cuocere il tutto per circa 10/15 minuti, arrivando a veder sobbolire il mosto. Dopo averlo fatto bollire spegnete e il vostro mosto è pronto.


 

PER L'IMPIATTAMENTO

Procuratevi un piatto fondo, anche se andrebbe bene qualunque altro tipo di piatto l'effetto con un piatto fondo è più appagante.

Versate un buon mestolo di mosto di vino sul fondo del piatto, magari dopo averlo intiepidito leggermente.

Posizionate la mezza sfera di mousse, oppure, se ne avete il tempo e soprattutto vedete che i vostri ospiti sono ancora molto affamati, posizionate due mezze sfere sovrapposte in maniera tale da formare una sfera.

Adesso spargete un po' di noce moscata e pepe, meglio se bianco che non sarà troppo invadente, fate cadere una manciata di trito di frutta secca e guarnite con dei ritagli di arancia candita.

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Il polpo è un ingrediente che non può essere accostato a nessun altro alimento marino. È infatti l'unico prodotto del mare che per essere gustato al meglio si fa cuocere nei suoi liquidi, nella "sua" acqua.

Esistono diverse scuole di pensiero riguardo la cottura del polpo e oggi grazie alle nuove tecnologie ne abbiamo a disposizione una gran quantità, tutte molto valide ai fini del contenimento del calo peso.

Questo è infatti un problema che nel polpo tende a manifestarsi in maniera molto palese: vi è mai capitato di acquistare un polpo per una ricetta e constatare a fine cottura che il vostro ingrediente principale si è ridotto della metà, e che di conseguenza

i vostri ospiti dovranno portare più dolci o più vino del previsto per ovviare a quest'inconveniente?

In ogni caso ora andremo ad utilizzare una tecnica in auge sin dai tempi della Roma pre-imperiale: la cottura in tegame di coccio (se non siete provvisti di questa pentola, un po' in disuso ormai, andrà benissimo una pentola d'acciaio inox delle più comuni).

A questo polpo abbiamo accostato un ingrediente di stagione quale la rapa rossa, a cui abbiamo aggiunto del peperoncino e una maionese di Alici che esalta la sapidità con un gusto di mare che ben si sposa con il polpo.

La rapa rossa che abbiamo scelto viene da Monte San Biagio, un borgo sui monti Ausoni non lontano dal mare, che è famoso perché proprio qui si è combattuta la seconda guerra punica intorno al 219 AC, quella che vedeva i Romani contro Annibale di Cartagine.

Monte San Biagio era attraversata dall’Appia antica e per molti anni è stato il posto di dogana fra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli e nel suo forte a Passo Portella hanno soggiornato principi e sovrani. Forse per questo essere a cavallo fra stati e culture diversi Monte San Biagio è un territorio dove si coltivano prodotti particolari con storie uniche.

PER LA RICETTA: 

- Per il polpo: ungete la pentola di olio d'oliva, fate riscaldare e rosolatevi il polpo insieme ad una patata. La patata ha lo scopo di rilasciare amido che servirà al polpo per cuocersi senza sfaldarsi e senza perdere colore.

Una volta rosolato, dopo circa 5 minuti di fiamma viva, sfumate con del vino rosso e aggiungetevi un bicchiere pieno d'acqua. Mettete la fiamma al minimo e cuocete per 40 minuti un polpo di pezzatura media (800/900 gr) dopodiché spegnete e lasciate che si freddi il contenuto.

Una volta raffreddato tagliate i tentacoli e la testa alla quale rimuoverete il beccuccio che si trova nella parte inferiore.

- Per la crema di rapa rossa e peperoncino: dopo aver pelato la rapa rossa tagliatela a cubetti di 1/2 cm di lato e saltatela in una padella rovente con un filo d'olio, aggiungete il peperoncino a piacimento (valutate se olio piccante o peperoncino secco), quindi proseguite la cottura a fiamma dolce con un po' d'acqua.

Quando sarà morbida, all'incirca dopo 15 minuti, frullatela, aiutandovi con un po' d'acqua e olio per raggiungere la consistenza desiderata.

- Per le gocce di senape: diluite un cucchiaino di senape con dello yogurt greco, decidendone le quantità in base al proprio gusto personale.

 

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‘Radici Popolari’, se non ballate con questa musica …

“Radici Popolari” un gruppo musicale dalla Valle di Comino con ritmi trascinanti. Tutto nasce nel 2012 da Lorenzo Rea, un organettista di Broccostella che non riesce a comprimere la sua musicalità del centro sud Italia.

Il gruppo si allarga e oggi sono circa 8 elementi con gli strumenti della tradizione: organetto, violino, tamburello, basso, chitarra, zampogna, ciaramella e flauti.

Zampogna e ciaramella sono proprio gli strumenti di questa area a confine fra Lazio, Abruzzo e Molise e qui ci sono ancora gli artigiani che costruiscono questi strumenti secondo tradizioni centenari che si tramandano di generazione in generazione. Non a caso in alcuni paesi tipo Acquafondata il Festival della Zampogna è l’evento più importante dell’anno a cui partecipano emigrati che tornano a casa per ascoltare queste musiche.

Lorenzo è anche il cantante del gruppo con una voce profonda ed un timbro particolare che rende ancora più coinvolgente la musica. Si può andare su youtube per avere un assaggio del loro stile.

Le musiche antiche sono reinterpretate in chiave moderna seguendo il cammino iniziato da Eugenio Bennato che ha fatto rinascere pizzica e tarantella attualizzando alcune espressività degli strumenti musicali e degli arrangiamenti.

Ovviamente la musica preferita è quella del Saltarello e della Ballarella, una particolare forma di Saltarello tipica di queste zone a confine fra Lazio, Abruzzo e Molise. Il Saltarello è per queste regioni quello che la Pizzica è per la Puglia e la Tarantella per Napoli. Non si può immaginare una festa senza l’accompagnamento di questa musica e senza farsi travolgere dalla danza.

Ma Radici Popolari va oltre questo e reinterpreta anche il ruolo delle orchestre e dei cantastorie. Non solo musiche da ballare che riempiono le piazze e che fanno letteralmente muovere i piedi a chiunque le ascolti, ma anche moderni narratori.

Alcune loro musiche originali raccontano le storie della Valle di Comino come ‘Canneto’ che racconta la storia della Madonna di Canneto e del pellegrinaggio che ogni anno ad agosto vedo oltre 60.000 persone raggiungere la Valle di Canneto dove si incontrano la Madonna Nera e quella Bianca.

Oppure la ‘Ballata del brigante Cerrone’ che si muoveva fra Abruzzo e Lazio e che racconta un pezzo della storia italiana che per anni è stato soffocato o nascosto, quello del vero ruolo dei briganti in questa area a confine fra Stato Pontificio e Regno Borbonico.

Per questa loro musica originale e trascinante, capace di infuocare le persone e le piazze, il gruppo Radici Popolari è chiamato in ogni parte d’Italia e in Irlanda dove sono nate particolari forme di gemellaggio. I ritmi irlandesi e quelli italiani hanno una forte energia in comune e molti italiani sono andati in Irlanda e Scozia dalla Valle di Comino rinsaldando questi legami.

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La famiglia Pamphilj e il sogno di Pamphilia a Valmontone

La famiglia Doria Pamphilj è una delle dinastie che hanno fatto la storia dello stato pontificio e di quello italiano. Il punto più alto del potere è stato il governo di papa Innocenzo X in uno dei periodi più floridi.

Secondo alcune leggende l’origine risale alla Gens Panphilia del re romano Numa Pompilio, ma molto più probabilmente la famiglia è originaria di Gubbio e inizia nel IX secolo con un certo Amanzio venuto in Italia con Carlo Magno.

Nel 1461 si trasferiscono a Roma ed erano così importanti da prendere il titolo di Conti del Sacro Romano Impero.

L’apice del potere si è avuto quando nel 1644 Giovanni Battista Pamphilj è stato eletto papa Innocenzo X, una delle figure più importanti e controverse. La sua elezione, ad esempio, era contrastata dalla Francia ma il cardinale Mazzarino arrivò tardi al conclave quando Innocenzo X era già stato eletto.

E’ stato sicuramente uno degli uomini di potere più forti circondandosi dei membri della sua famiglia, come quando ha eletto suo nipote Camillo come ‘cardinal nepote’, da cui deriva il termine ‘nepotismo’.

In modo pragmatico ha allontanato tutte le altre importanti famiglie romane: i Barberini furono accusati di malversazione e per qualche anno andarono a vivere in Francia, mentre i Farnese furono sottomessi distruggendo il loro ducato di Ischia di Castro a nord di Roma.

Ma Innocenzo X è stato anche un grande amante dell’arte e un collezionista di opere che ha iniziato l’eccezionale raccolta oggi visitabile al Museo Doria Pamphilj di Roma.

Con lui fiorisce il barocco romano di Bernini e Borromini con la realizzazione di capolavori come il palazzo di Via del Corso, piazza Navona con il palazzo Pamphilj, la chiesa di Sant’Agnese e la fontana del Nettuno, Sant’Ivo alla Sapienza (che è stata sede dell’università di Roma), il palazzo nuovo in Campidoglio e molti altri.

Suo nipote Camillo Doria Pamphilj ha cercato di fare in piccolo a Valmontone quello che suo zio faceva a Roma cullando il sogno di realizzare non un semplice palazzo ma una città ideale. Non è riuscito nel suo grande sogno, ma il complesso che ha realizzato con la sua imponente eleganza e le gioiose forme della chiesa sono il simbolo della città.

Per Valmontone Camillo aveva coltivato il sogno di Pamphilia, una sorta di città modello che avrebbe superato tutte le altre vicine e che sarebbe dovuta diventare sede vescovile. Potremo dire una di via di mezzo fra il sogno megalomane dei Farnese con il ducato di Castro e il sogno utopico delle comunità sociali come quelle di San Leucio dei Borbone.

L’importanza della famiglia Doria Pamphilj continua nei secoli e uno dei discendenti è stato il primo sindaco di Roma dopo la liberazione della città durante la II guerra mondiale.

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Pontinia, il ‘Parco dei continenti’ si svela

«Fin da quando ero bambino mi piacevano gli alberi, le piante e in particolar modo i fiori. Fu mia madre ad attaccarmi questa passione. E ricordo che da bambino selezionavo con grande cura le violette di campo da portare alla maestra. Era la prima selezione estetica della mia carriera in un’epoca in cui le donne più importanti erano la Madonna, la mamma e la maestra di scuola. Era il mio primo tributo alla bellezza. Già dentro di me avevo un sogno che sto cercando di realizzare». 

IL SOGNO DI ANTONIO AUMENTA 

A parlare così è Antonio Aumenta, proprietario di uno dei più grandi vivai della provincia che per anni ha coltivato il sogno di costruire e aprire al pubblico uno dei più grandi parchi botanici tematici d’Europa.

«Si chiamerà il ‘Parco dei continenti’ e conto di aprirlo ad aprile del 2018, perché ormai sono decenni che è nella mia testa e ci lavoro da anni». 

Un grande parco botanico in cui si potranno ammirare la flora e i paesaggi di tutti i continenti del mondo. Divisi per aree territoriali e non per fasce climatiche, come spesso accade in parchi simili.

«È stata una scommessa con me stesso, come ho fatto sempre. La mia idea era quella di ricreare un paesaggio e la vegetazione di un paese lontano. Di trovare l’atmosfera di quel posto».

TESORI DA TUTTO IL MONDO

«Ho girato il mondo non solo alla ricerca delle piante ma anche dell’habitat dell’ambiente da cui provengono. Per tutto questo tempo ho collezionato piante su piante per questo parco. Finalmente, nel 2006, ho trovato un terreno che mi sembrava ideale per fare questa iniziativa: l’unica collinetta nel Comune di Pontinia ai confini con Priverno, sulla via Marittima Seconda in località Procoio. Quando sarà finito il parco sarà grande 16 ettari e ci saranno migliaia e migliaia di piante differenti». 
Antonio Aumenta ha una certa esperienza in paesaggi, almeno da quel che ci racconta sul suo passato professionale. I suoi genitori erano agricoltori e lo hanno mandato a studiare all’istituto agrario che gli piaceva tanto.

“VECCHIA SCUOLA”

«Ai miei tempi era una cosa diversa, si poteva fare davvero il mestiere e ho potuto lavorare per anni con Pietro Porcinai, il migliore e il più grande architetto del paesaggio di sempre nel nostro paese.

Poi ho lavorato come giardiniere di Ninfa dal ‘77 all’84. Ho imparato molto, ho conosciuto la principessa Diana e il principe Carlo quando sono venuti in visita al giardino, ho avuto molto da quella esperienza, insomma, ma ho anche dato». 

L’azienda di famiglia creata da questo signore dai modi molto semplici è davvero immensa e ricca di materiale. Ma quando chiediamo al signor Antonio Aumenta quanto abbia speso per la sua incredibile collezione di piante da tutto il mondo lui scrolla le spalle e sorride:

«ma vede, io sono sempre stato uno che se deve comprare una macchina guarda al centesimo. Ma se una pianta mi piace e sono convinto che sia unica quasi non so quanto costa. In questo parco però non vogliamo solo esporre le piante ma vogliamo trasportare le persone fisicamente nei luoghi da cui provengono». 

LA SABBIA DEL DESERTO MESSICANO A PONTINIA

«Le faccio qualche esempio. Abbiamo importato anche i massi del deserto messicano, la sabbia e la terra australiana, abbiamo portato piante millenarie, più uniche che rare e abbiamo descritto paesaggi pluviali e desertici. Abbiamo portato la pianta di cui si nutrivano i dinosauri, la Dicksonia Antartica che è un vero fossile vivente ancora tra noi.

Ci sono piante millenarie, ce ne sono alcune rarissime che hanno sviluppato meccanismi di difesa tossici contro le altre piante. Altre che sono capaci di vivere per millenni. Il tutto in paesaggi suggestivi che solo la natura e un po’ di ingegno possono creare. 

E così, nell’area dedicata all’Europa, abbiamo reso un omaggio all’ulivo, pianta fondamentale della nostra storia, creando un anfiteatro colossale e molto suggestivo con la pietra e gli ulivi.

Ma è solo vedendo tutto questo che si può apprezzare. Le parole e le foto non basteranno per descrivere questo mio sogno quando si sarà realizzato ma è indicativo pensare al fatto che il parco è fatto talmente bene da essere già stato scelto per set fotografici e cinematografici nel recente passato». 

L’APERTURA AD APRILE 2018

Ormai è arrivato il momento: «l’apertura deve arrivare nel 2018, io penso ad aprile. Lo chiamerò Il Parco dei Continenti e spero che aiuti tutti coloro che sono appassionati a vedere cose che non hanno ancora visto in vita loro e quelli che sono poco sensibili verso la natura a capire quanto è delicato e straordinario il nostro pianeta.

È il sogno di una vita, ho lavorato tanto per cercare di realizzarlo e spero di poterlo vedere presto». 

Una sfida non da poco per questo imprenditore che rischia di diventare uno dei più grandi collezionisti di piante del mondo. E quasi non ci si crede, quando si visita il parco in costruzione, a Pontinia in provincia di Latina.

Sembra proprio di percorrere un sentiero immaginario dell’assolato deserto o di immergersi nell’atmosfera gonfia di odori di un antico giardino giapponese. C’è tutta la sapienza dell’esperienza e una dose di follia fanciulla. La stessa che spingeva questo imprenditore un tempo bambino a cercare le violette più belle del campo da regalare alla maestra il primo giorno di scuola.

E Antonio Aumenta, nel suo affannoso lavorio pluridecennale alla ricerca delle piante e dei fiori più rari ed esotici da piantare nel suo parco botanico dei sogni sembra non abbia mai spesso di guardare ad ogni singolo fiore come se fosse il più bello del mondo.
 
Pubblicato nella rivista settimanale "Il Caffè di Latina"

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