“Chi su magna la Ciammèlla i chi strilla «Avìva Saròcco»”

La processione di San Rocco è una tradizione di origine antichissima che si tiene almeno fin dal 1565 a Patrica, un incantevole borgo sui Monti Lepini.
La statua del Santo, di probabile origine cinquecentesca, è ornata da una pregevole veste in argento donata dagli emigrati patricani ad inizio ‘900 e viene portata in processione sulla sua macchina il 16 agosto di ogni anno. Al suo passaggio la gente e coloro che seguono il corteo urlano di tanto in tanto "Avìva Saròcco!” (Evviva San Rocco!)
Il corteo si snoda in un percorso molto suggestivo tra le impervie viuzze del centro storico ed è frequentato ancora oggi, da donne a piedi scalzi che portano grandi ceri accesi come voto. Sono l’ultima “traccia” che resta di un’usanza che vedeva le donne seguire la processione in ginocchio e con grossi cesti carichi di ciambelle sul capo.
Un tempo, al termine della processione, le famiglie nobili di Patrica si occupavano della distribuzione al popolo dei “Maccarùni dulla flebba” (maccheroni della plebe), conditi con sugo al pomodoro.
Altra usanza sentita ancora oggi, è la distribuzione al termine del percorso delle tradizionali ciambelle benedette di San Rocco, che vengono donate prima ai portatori della macchina con il Santo e poi alla popolazione.
Nel corso dei secoli, dietro a questa usanza è nato il celebre detto, oggi diffuso in tutta la Ciociaria, “Chi su magna la ciammélla i chi strilla «Avìva Saròcco»”, che ha origine proprio da ciò che accadeva tra i vicoli di Patrica durante la processione di San Rocco (La storia di San Rocco).
Le donne delle file più lontane del corteo processionale, meno in vista di quelle poste all’inizio che dovevano urlare “Avìva Saròcco”, potevano permettersi di mangiare di tanto in tanto qualche boccone delle ciambelle che portavano nei cesti.
Il modo di dire si riferisce quindi a due persone che prendono parte alla processione ma con differente fatica e impegno. Oggi il detto è usato spesso in senso negativo per fare riferimento a persone che ricoprono cariche pubbliche ma sono più concentrate nel loro possibile tornaconto più che sull’impegno e la ciambella sta quasi a simboleggiare quella sorta di benessere nelle mani di pochi.

Ciammèlla du Saròcco (Ciambella di San Rocco)


E’ una grossa ciambella fatta con latte, uova, zucchero, anice e lievito di birra, vino, sambuca e cannella. Viene cotta in forno e questo le aggiunge un particolare sapore.
Secondo la tradizione, le ciambelle vengono benedette in chiesa durante la Festa di San Rocco e distribuite ancora oggi alla fine della processione del 16 agosto di ogni anno, la giornata dedicata al santo protettore della peste e di altre malattie.
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Fossanova - Via Francigena by Blue Hunter Videoproductions
Fossanova - Via Francigena by Blue Hunter Videoproductions

Tutti abbiamo sentito parlare della Via Francigena, il cammino percorso dai pellegrini per andare a visitare la tomba di San Pietro a Roma partendo da Canterbury, ma ancora pochi sanno che il cammino proseguiva fino a Brindisi dove i fedeli si imbarcavano per andare in Terra Santa.
Questo secondo tratto è chiamato la Via Francigena del Sud e presenta diverse varianti soprattutto nella parte più vicina a Roma. Dobbiamo ricordarci infatti che nel Medioevo parte della via Appia non era praticabile a causa delle paludi Pontine e quindi il nuovo tracciato era stato spostato lungo il fianco dei Monti Lepini.
Per cogliere la bellezza del cammino ci si può lasciare emozionare dal docu-film “Il cammino per Roma o La Via Francigena nel sud lungo la Via Appia, L’Appia pedemontana e interna ai Monti Lepini” con la regia di Domenico Parisse e la sceneggiatura di Giancarlo Forte che è anche il protagonista principale della storia del pellegrino narrata nel video.
Si sono conosciuti camminando, uno esperto di riprese subacquee e con il drone e uno con la passione della scrittura, e hanno creato la Blue Hunter Video Production con la quale hanno già realizzato documentari di promozione del territorio come quello sul Lago di Albano (Guida di Albano).
Grazie ad un uso sapiente dei droni per le riprese ma, soprattutto alla sconvolgente bellezza di alcuni dei posti attraversati dal cammino, si è spinti non solo a non staccare gli occhi dal video ma ad indossare un paio di scarponi e ad intraprendere il cammino.
Un suggestivo cammino lungo circa 320 km con 11 tappe e che giunge a Roma partendo dal fiume Garigliano, confine sud del Lazio, per arrivare alla tomba dell’apostolo Pietro. In parte l'itinerario originale non è praticabile perché i percorsi sono stati distrutti o sono diventati terreni privati o strade asfaltate con traffico anche intenso ma i nuovi tracciati mantengono tutto il loro fascino.
Si attraversano i 15 comuni di Castelforte-Suio (Guida di Castelforte), Minturno (Guida di Minturno), Gaeta (Guida di Gaeta), Fondi (Guida di Fondi), Terracina (Guida di Terracina), Sonnino (Guida di Sonnino), Priverno-Fossanova (Guida di Priverno), Bassiano (Guida di Bassiano), Sermoneta (Guida di Sermoneta), Cori (Guida di Cori), Velletri (Guida di Velletri), Nemi (Guida di Nemi), Castel Gandolfo (Guida di Castel Gandolfo), Marino-Frattocchie (Guida di Marino) e Roma.
Il protagonista del docu-film è il pellegrino Anselmo che durante il percorso si imbatte in vari personaggi storici, rappresentativi dei luoghi dove passa, come i Cavalieri Templari al castello di Itri, la bella Giulia Gonzaga contesa dal pirata Barbarossa nel castello di Fondi, la maga Circe vicino al Circeo, i briganti a Sonnino o un oste furbetto a Marino.
Una voce narrante racconta le storie locali e alcuni dettagli delle architetture e dei passaggi che si attraversano. In questo viaggio storico-fantastico la moderna conclusione è a San Pietro con uno smart-phone che trasmette il desiderio di intraprendere oggi stesso il pellegrinaggio.
Il tracciato e la valorizzazione del cammino è promossa dell’associazione di pellegrinaggio “Gruppo Dei Dodici”, un gruppo di amici che ha deciso di far conoscere le bellezze di questi territori a tutto il mondo. Domenico e Giancarlo hanno poi interpretato questa missione con un documentario mentre Oreste Polito e Lucia Deidda hanno scritto il libro/Guida “Francigena -  Srata Peregrinorum”.
I paesaggi iniziano quindi dalle spiagge sul Tirreno e attraversano i monti Aurunci, gli Ausoni e i Lepini, passano per i boschi dei Colli Albani e lungo le sponde di quattro laghi. Per lunghi tratti si percorrono antiche strade basolate romane e lungo il cammino si incontrano abbazie, eremi e castelli e si attraversano paesi inalterati da secoli. Roma, caput mundi, e San Pietro sono la meta finale di valore mondiale.
 Breve descrizione del Cammino della Via Francigena del Sud del docu-film
 Il documentario segue uno dei percorsi indicati nella guida FRANCIGENA -  Srata Peregrinorum di Oreste Polito e Lucia Deidda.
Le descrizioni che seguono danno solo un’idea generale dei percorsi e del fascino della storia che si incontrerà lungo il cammino.
Tappa 1: Castelforte/Suio– Minturno km 16,0 facile
Il cammino è addolcito da aranceti e uliveti e si percorrono stradine di campagna talvolta asfaltate. La maggior parte del territorio è all’interno del Parco Riviera di Ulisse e si passa centri medioevali. Da non perdere: la chiesa di S. Maria in Pensulis, l’antico villaggio di Suio Alto, il Duomo di Minturno e le Terme di Suio.
Tappa 2: Minturno – Formia km 17,3
Facile per gran parte nel tratto vicino la riva del mare che costeggia la Via Appia e impegnativa nel tratto di Monte d’Oro con sentieri immersi in una splendida flora mediterranea. Da non perdere a Minturno: visita alle rovine della città romana di Minturnae, il ponte borbonico, il porticciolo/peschiera romana, le rovine della villa romana di Mamurra sul Monte di Scauri. Da non perdere a Formia: il Cisternone, il Castellone, le case adattate sull’antico teatro Romano e la Torre di Mola.
Tappa 3: Formia-Itri-Fondi Km 26,500
Lunga ma molto suggestiva, si percorre uno dei tratti più conservati dell’Appia Antica: le Gole di S. Andrea al valico di Itri. Il cammino è grandioso con i rilievi dei i monti Aurunci e i poderosi castelli nei due centri urbani. Da non perdere ad Itri: il Castello e il Museo del Brigantaggio. A Fondi: la Chiesa di S. Maria Assunta, il Duomo, la Giudea, il Palazzo del Principe, il Castello con Torrione e il Chiostro di S. Domenico (dove insegnò S. Tommaso d’Aquino).
Tappa 4: Fondi – S. Magno – Terracina km 23,550
Tappa Impegnativa, ma si è ripagati da panorami mozzafiato.  Dopo un tratto in pianura di circa 9 km, il sentiero si inerpica in montagna fino a 300 m e continua finendo su una antica strada romana. Si prosegue su una via moderna fino al Tempio romano di Giove Anxur. Si scende a Terracina seguendo sentieri. Da non perdere: l’Abbazia di S. Magno, il paese di Valle Marina, la Torre dell’Epitaffio, la strada romana pre-traiana e il tempio di Giove Anxur.
Tappa 5: Terracina – Fossanova km 20,600
Il Percorso segue strade poco trafficate e sentieri che dal mare di Terracina attraversano la piana del fiume Amaseno fino alla bellissima abbazia di Fossanova. Da non perdere a Terracina: Il Duomo, il Centro antico (Piazza del Municipio) e la cinta muraria. Il Borgo di Fossanova, intatto da secoli, è costituito da tutti gli edifici di pertinenza della splendida Abbazia cistercense del XII secolo che ospitò e dove morì S. Tommaso d’Aquino nel 1274.
Tappa 6: Fossanova – Priverno – Sezze km 18,120
Una bella tappa con la prima parte su sentieri campestri lungo il fiume Amaseno in un’ampia vallata con numerosi paesi arroccati sui Monti Lepini. La parte finale è in salita su una mulattiera sul fianco del Monte Trevi. Da non perdere a Priverno: la cattedrale di S. Maria Annunziata del 1183, che custodisce il cranio di S. Tommaso d'Aquino, l’adiacente Palazzo Comunale (XIII sec.), la chiesa di S. Benedetto (IX-X sec.) con il dipinto di S. Giacomo e la chiesetta di S. Giovanni (XI sec.). Da non perdere a Sezze: la cattedrale di S. Maria (XIII sec.).
Tappa 7: Sezze- Bassiano- Sermoneta km 23,900
Tappa impegnativa per lunghezza ma piacevole. Si godono bellissimi panorami e si attraversa un’ampia vallata caratteristica di alta montagna. Da non perdere a Bassiano: la cinta muraria medioevale e l’Eremo del Crocifisso, un luogo di alta spiritualità usato da eremiti per molti secoli. Il bosco è uno splendido monumento naturale.  Sermoneta è forse il più bel borgo dei Monti Lepini che si è mantenuto intatto da secoli. Il Castello Caetani è uno dei manieri più belli d’Italia.
Tappa 8: Sermoneta – Norma – Cori km 19,600
Il percorso non presenta particolari difficoltà. Si cammina su un balcone roccioso dei Lepini e lungo una antica mulattiera che si affaccia su un panorama straordinario: l’oasi di Ninfa e la pianura Pontina. Lungo il percorso si passa accanto alla bella Abbazia Cistercense di Valvisciolo. Da non perdere la visita all’antica città di Norma con le sue mura megalitiche. A Cori è da visitare assolutamente il complesso dell’Annunziata.
Tappa 9: Cori – Giulianello – Velletri Km 20,500
Con questa tappa si passa dalla provincia di Latina a quella di Roma. Una passeggiata con pochi dislivelli, in un ambiente contadino fra coltivazioni di ulivi e di vigneti. Si consiglia la visita al Borgo di Giulianello, un centro tradizionale della campagna vicino Roma con il suo suggestivo lago. Velletri è poi uno dei più conosciuti borghi laziali descritto dagli stranieri del Grand Tour. Da non perdere: il Palazzo Comunale e l’antica Cattedrale con elementi del IV secolo.
Tappa 10: Velletri – Nemi – Castel Gandolfo km 20,00
Tranne la prima parte che sale tra villini, il resto scorre nei fitti boschi di castagno del Parco Naturale Colli Romani con la vista di due splendidi laghi, quello di Nemi e quello Albano, celebrati da poeti e ripresi da pittori di tutta Europa. È una tappa molto suggestiva. Le due cittadine sono affacciate in bella posizione sui rispettivi laghi. Da non perdere il suggestivo centro di Nemi e a Castelgandolfo il Palazzo papale con l’osservatorio astronomico, la chiesa di S. Tommaso e i giardini delle ville Papali.
Tappa 11: Castel Gandolfo – Roma km 20.500
Una prima parte scorre tra i villini dei Castelli Romani. Poi si entra nella Via Appia Antica, un percorso ricco di monumenti, di storia, di poesia, degno del nome di “Regina Viarum”.
 
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Panorama - Torre Cajetani by Giampiero Pacifico
Panorama - Torre Cajetani by Giampiero Pacifico

Ci sono luoghi pieni di storia, storie conosciute e raccontate, luoghi visibili e da ammirare. C’è poi il ricordo di edifici e spazi che ormai non esistono più, di cui si san ben poco. Ci sono stati tramandati dai racconti dei nostri anziani che potrebbero iniziare come tutte le favole con un “c’era una volta”.

C’era una volta Piazza del Carbonaro e la sua chiesa a Torre Cajetani, un borgo su un colle dei Monti Ernici vicino Fiuggi. Un borgo costruito attorno al castello Teofilatto e che prende il nome dal famoso papa Bonifacio VIII che in queste parti aveva spostato la sua sede per poter curare i suoi calcoli renali con le acque miracolose.

Così Zi Checco (memoria storica del paese) amava raccontare:

“Alle Case Nove ce steva na Chiesa Medievale, andò sta la fontanella ce steva l’altare e alloco affianco la sagrestia. Quando ie ero mammoccio ce rificcheveno gl’animali” (alle Case Nuove c’era una chiesa medioevale, dove ora c’è la fontanella ci stava l’altare e a fianco c’era la sagrestia. Quando io ero bambino ci ricoveravano gli animali).

Molti torrigiani avranno sentito queste parole dai propri nonni e la mente di noi ragazzi faceva voli pindarici che ti portava direttamente al medioevo e ad epoche che non ci sono più.

Tutta colpa del terremoto della Marsica del 1915, detto anche terremoto di Avezzano o di Sora, con epicentro proprio dietro queste montagne che prendono nome dall’antico popolo degli Ernici. Il terremoto ha cambiato il volto del paese portando distruzione da una parte e una rapida costruzione di nuovi alloggi dall’altra.

L’avvocato Teofilatto così descriveva le odierne “case nuove” nel libro della Pro-Loco (pag. 25):

“dopo il fossato, sempre al lato ovest del castello, si apriva un “cortilone” o “castellaro” o “bastia”, grande spianata destinata ad attività di mercato e di feste, che arrivava fino all’attuale cimitero e copriva l’area delle attuali case popolari fin verso il laghetto. Oltre questo luogo si conservavano i ruderi di una vasta chiesa medievale, abbattuti per far luogo alla costruzione delle case dei terremotati del 1915”.

La chiesa in realtà non era medioevale, la sua costruzione iniziò a partire dal 1793 ma non fu mai terminata. Sul suo nome in realtà si sa poco. Un’anziana del paese ricordava che dovesse esser dedicata a San Sebastiano, mentre Don Mariano Morini (libro Torre Cajetani a cura della Pro Loco, pagina 138) nel suo lavoro di copiatura degli Statuti di Torre, afferma che fosse dedicata a San Michele in Carbonaro.

Oggi di quella chiesa e di quella piazza non resta nulla, c’è qualche foto sbiadita di qualche muro e qualche carta ingiallita del Catasto Gregoriano. Ci sono solo quei ricordi tramandati dai nostri anziani e proprio per questo è giusto che vadano difesi e quindi “ricordati”.

Sulle rovine della Chiesa furono costruite nel 1930, circa, le case popolari per i terremotati del 1915, progettate dall’ingegnere Fortunati. Sull’ingegnere ci sarebbero alcune curiosità interessanti da raccontare che riguardano una strada e il suo papà, ma quella è un’altra “favola” paesana…

Nel frattempo possiamo consigliare di non perdere una visita a Torre Cajetani con il suo castello dalla storia unica e particolare, con il suo Museo dell’Operetta e soprattutto con dei giovani che stanno riscoprendo e valorizzando questo suggestivo borgo.

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La chiesa medioevale di San Rocco è stata costruita tra il XV e il XVI secolo a Rocca d'Arce.

E' adornata da un porticato con tre eleganti archi in stile romanico.

L’ingresso è laterale per l’innesto dell’edificio con la parete rocciosa.

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Perch il Turismo ha bisogno dello Story Telling
Perch il Turismo ha bisogno dello Story Telling

Da anni sento dire: “siamo un paese che potrebbe vivere solo di turismo eppure vai all’estero e ti fanno pagare per vedere un ‘sasso’ e noi in Italia abbiamo mille capolavori e non li valorizziamo”.
Perché? Cosa c’è di sbagliato? Qual è il nostro problema in Italia?
La valorizzazione di un bene ai fini turistici, quindi la valorizzazione di un bene per attrarre persone a venire a visitare quel bene e magari a soggiornare in quel particolare posto per qualche giorno, significa suscitare qualcosa di così forte da spingere le persone a muoversi (Come Promuovere il Turismo in 5 mosse Strategiche).
In latino l’etimologia della parola emozione viene proprio da e-moveo, ossia qualcosa che spinge le persone a muoversi. Una forza interna capace di rompere l’inerzia della confort-zone in cui ci sentiamo protetti. La miccia di questa situazione è certamente la curiosità e il sogno di provare qualcosa di positivo e di indimenticabile.
Ma anche la possibilità di emulare storie vissute da altri per sentirsi protagonisti della stessa avventura. Oppure di sperimentare sensazioni e nuovi rapporti con se stessi, con altre persone o con la natura.
Si può rivivere il grande amore andando a vedere il balcone (finto) di Giulietta e Romeo, si può mettere un lucchetto su un ponte a Roma o Parigi, si può gustare una cena speciale afrodisiaca, un fine settimana in una spa romantica o essere i protagonisti di una serenata. Ma si può anche avere una cena a casa cucinata da un grande chef o immersi nell’arte in una sala di un museo solo per una notte.
Si può essere campioni percorrendo in bicicletta le stesse tappe del Tour de France o del Giro d’Italia o facendo la discesa dell’ultimo mondiale di sci, ma si può anche arrivare con l’elicottero sulla vetta di una montagna per un fuori pista o andare con le ciaspole o fare lo sci nordico in notturna fra i boschi. Al termine della fatica, un sorso di una grappa speciale o un assaggio di una polenta particolare.
Mille modi di declinare una esperienza e mille modi di viverla in modo unico e originale. Turismo esperenziale. La parola d’ordine è quindi ‘emozionare’, ma come si fa ad emozionare?
Quando si ha un solo ‘bene’ da promuovere la cosa è semplice e si possono trovare le diverse angolazioni con cui guardare quel bene, raccontare delle diverse interazioni che si possono vivere. Ma quando si hanno troppi beni la questione diventa veramente complessa e richiede narratori che siano anche esperti di strategia.

Emozionare con lo Story Telling


Ogni volta che penso a questa situazione mi viene in mente un parallelismo con un film di Billy Wilder in bianco e nero che avevo visto da bambina e che mi aveva impressionato per il suo cinismo. Il film si intitolava “L'asso nella manica” (Ace in the Hole) e aveva Kirk Douglas come protagonista nelle vesti di un giornalista, un forte bevitore e un donnaiolo che viene licenziato per il suo comportamento.
Arriva ad Albuquerque, vicino il Messico, e qui gli capita di assistere ad un disastro: una frana aveva intrappolato un uomo che stava tentando di saccheggiare una tomba indiana. La sua prima frase ad una sua complice è stata: “meno male che è solo una persona così possiamo costruire una storia su questa vicenda e alimentarla per molti giorni diventando famosi!”.
E questa è la situazione italiana: abbiamo troppe bellezze e particolarità per cui non riusciamo a suscitare emozioni. Rischiamo di essere noiosi nell’elencazione dei beni e non arriviamo al cuore delle persone. Come diceva Stalin: “Un milione di morti è statistica, un morto è tragedia”.
Allora come fare per far in modo che il milione di beni culturali, del patrimonio tangibile e intangibile italiano risultino efficaci da un punto di vista della comunicazione? Intendo dire efficaci nel senso di essere capaci di attrarre turisti che vogliano venire a ‘entrare in relazione’ con quel bene e quell’opera per più di qualche giorno?
Primo passo: raccontare una sola storia e scegliere una identità
Il primo passo da compiere è quello di selezionare uno dei beni come quello su cui costruire la storia principale. Non ci sono gerarchie di scelta e la scelta può appartenere sia al patrimonio intangibile che a quello tangibile.
Ad esempio Siena è mondialmente riconosciuta per il Palio che si svolge due volte l’anno e tutto il suo patrimonio artistico viene poi ricondotto in qualche modo al palio. Gubbio sta facendo una operazione simile con il Festival del Medioevo che poi ingloba la famosissima Corsa dei Ceri che è addirittura riportata nella bandiera della Regione Umbria. La corsa dei Ceri si svolge una volta l’anno, il festival e gli eventi sul medioevo durano invece tutto l’anno.
Pisa ha invece scelto la Torre come suo emblema e tutta la sua comunicazione ruota attorno alla torre. Una volta colta l’attenzione del viaggiatore allora poi Pisa si dispiega con tutte le sue incredibili bellezze e attrattività. Una città con le più importanti università italiane ha certamente molto più della torre, ma anche queste restano nell’immaginario sullo sfondo delle torri da cui ricevono riflessi emozionali positivi.
Se pensiamo al Salento, invece, pensiamo alla musica, alla Pizzica e alla Taranta. Un patrimonio intangibile che ha trasformato la percezione internazionale di una intera area. La Puglia ovviamente offre molto di più ma se pensiamo al barocco di Lecce riusciamo ad emozionare pochi esperti mentre se pensiamo alla musica popolare vicino una piazza barocca gustando un vino Primitivo e le orecchiette allora praticamente arriviamo al cuore di tutti. Già stiamo ballando!
La maggior parte dei comuni italiani fa l’errore di voler dare un giudizio di valore alla scelta e di perdere il significato turistico della scelta. Si deve prendere quello che è più comunicabile, quello che ha meno ‘competizione’ con gli altri paesi, quello attorno al quale ci sono più storie locali.
Uno dei problemi italiani è stato quello di ‘prendersi sul serio’ e pensare solo in termini di storici dell’arte o dell’architettura trascurando gli altri aspetti. Stavo facendo un po’ di giri nel web per fare un confronto fra gli stili di comunicazione e su come venivano presentate alcune location particolari.
Quando la presentazione viene studiata da esperti l’incipit è sulle emozioni e poi si passa al valore storico-architettonico che aggiunge qualità alle emozioni. Quando la presentazione viene fatta da storici allora si inizia con il valore dell’opera per poi passare alle emozioni.
Ma in un mondo in cui la soglia di attenzione è diventata di pochi minuti se non secondi (e sul web si abbassa sempre di più) non arrivare subito al cuore del possibile turista significa averlo perso per sempre.
Ogni comune dovrebbe avere una sua guida che, se ben studiata, è come un piano strategico con una grafica studiata già per essere comunicato a potenziali turisti esperenziali.
La scelta grafica che abbiamo fatto nelle nostre Guide Turistiche dei Borghi d’Italia (Le Guide Turistiche Discoverplaces.travel) rispecchia proprio queste consapevolezze: qualità della carta e copertine patinate per avere una emozione al contatto, belle fotografie per colpire il canale della comunicazione visivo e descrizioni con storie. Più della architettura di una chiesa raccontiamo la storia del santo o qualche episodio durante la sua costruzione.
Il problema di identità lo abbiamo affrontato in copertina dove dobbiamo mettere il punto su cui ruota l’emozione di un paese. La scelta è semplice a Pisa con la Torre (ma anche a Roma con il Colosseo) ma è complessa in un piccolo paese non ancora conosciuto che ha tante piccole cose e non ha definito la sua identità.
In questo caso scegliamo di mettere 3 fotografie che colpiscono ‘cuore, testa e pancia’ per arrivare a trasmettere un lifestyle italiano locale ed una qualità di vita da sperimentare. In ogni caso all’interno dobbiamo poi lavorare con molte storie, soprattutto fra le esperienze speciali, per poter suscitare quella emozione capace di far diventare il lettore un turista.
Il primo passo è quindi quello di scegliere una identità e di iniziare a costruire storie attorno a questa identità collegando tutte le altre opportunità ed esperienze che offre un certo posto. E per chi lavora con il web significa scrivere tante storie diverse, ognuna con un suo SEO, in modo da andare a colpire i tanti differenti tipi di turista ognuno dei quali si muove per vivere esperienze diverse relative alla propria passione.
Non dobbiamo dimenticare che far partire una ‘industria del turismo’ significa trasformare la vita dei residenti e l’economia delle famiglie locali. E per fare questo ci vuole strategia e tattica. Le storie devono essere scelte in base ad un programma di breve, media e lunga efficacia.
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Ciociaria e Canada Strane connessione cablata tra paesi
Ciociaria e Canada Strane connessione cablata tra paesi

Le coincidenze sono iniziate al mio arrivo al confine con il Canada mentre ero in tour per mostrare la nostra "Guida dei Borghi d’Italia" al Ciociaro Club di Windsor.

Sono arrivato a Detroit, ho preso un taxi per il centro di Detroit e ho dovuto prendere un autobus che andava a sud. Sì, il Canada è a sud degli Stati Uniti. Lo è davvero, almeno quando sei a Detroit, nel Michigan, e vuoi andare a Windsor, nell'Ontario, in Canada. Ma nella zona di Windsor c'è il Ciociaro Club, la mia destinazione

Girando quindi il mio cervello di 180 gradi, sono salito su un autobus che mi ha portato nel tunnel sotto il fiume fino alla dogana canadese.

Quando l’addetto alla frontiera mi ha chiesto lo scopo per la breve visita in Canada, ho tirato fuori una copia della nostra guida a Settefrati. Sorpresa: la guardia alla dogana con un cognome italiano mi ha detto: "Conosco questa città, non provengo da lì ma vengo dalla Ciociaria”.

La mia domanda successiva ha ricevuto la risposta: "Casalvieri"!

Che sorpresa! Quest'anno siamo stati almeno 10 volte a Casalvieri per il suo compleanno millenario e abbiamo gustato cibo e vino locale da Alessio o all’Osteria del Tempo Perso. C'è un interessante produttore di vino che ha riscoperto i vecchi vini locali come il Pamparano e il Maturano. Questo vino è super e viene totalmente da coltivazione bio-dinamica.

La nostra storia di Sant'Onorio è stata uno degli articoli più letti del 2017. Questa città è anche il regno dei palloncini e il luogo da cui proviene il grande clown Coluche.

A Casalvieri mi sento a casa perché le persone parlano italiano e inglese e posso ascoltare storie per le nostre guide direttamente dalla gente del posto. I legami di queste città con gli emigrati sono forti e c'è un'area - Casalattico - Montattico - con incredibili ville e una vista meravigliosa che è una vera comunità irlandese italiana.

Ma torniamo a Windsor, in Ontario. La nostra prima notizia del Ciociaro Club di Windsor è stata la scorsa estate durante la creazione della Guida di Settefrati quando il grande fotografo Tonino Bernardelli ci ha detto: 'la facciata del Ciociaro Club di Windsor è la stessa del Santuario della Madonna di Canneto! " .

Abbiamo quindi inserito una breve descrizione del Ciociaro Club all'interno della guida di Settefrati. Ma da quel giorno ho iniziato ad essere molto curioso di Windsor e il mio obiettivo è stato di trovare una scusa per visitare il vero Ciociaro Club di Windsor.

Quindi, eccomi a Detroit su un autobus per Windsor!

L'autista dell'autobus mi ha gentilmente lasciato vicino al Casinò, una struttura che non era qui l'ultima volta che aveva visitato il Canada nel 1988 e ho preso un taxi per andare al Ciociaro Club. La mia abitudine di leggere i segnali mi ha causato qualche difficoltà mentre passavamo per strade con nomi tipo Ouellette.

Le origini di Windsor, dopo i nativi americani, erano paradossalmente francesi dal 1749, e oggi, mentre c'è ancora una minoranza francofona in posti come Tecumseh, Windsor è nella zona di lingua inglese.

Era una zona rurale con fattorie in stile "canadese", lunghe e sottili che arrivavano al fiume, fino all'inizio dell'industria automobilistica.

Nel 1794, dopo la rivoluzione americana, la città fu ribattezzata Windsor e a questo periodo risalgono gli edifici più antichi. La Windsor di oggi è un'area che comprende un certo numero di città e villaggi precedentemente indipendenti.

Windsor è stata una città libera e una fonte per il rum durante il proibizionismo americano, poiché le bevande alcoliche erano legali in Ontario (deve essere l'eredità francese). C'è ancora un'enorme distilleria (Hiram Walker) nel centro della città.

Alla fine, sono arrivato al Ciociaro Club e sono rimasto stupito dalla magnificenza dell'edificio. Il Ciociaro Club è un meraviglioso luogo di incontro per oltre 1.800 emigrati e le loro famiglie provenienti dalla zona del Centro-Sud Italia, conosciuta come Ciociaria.

La Ciociaria oggi copre la provincia di Frosinone e ha molte città famose come Cassino, Alatri, Anagni, Fiuggi, Veroli, Castro dei Volsci e altre 80 altri, tutte con una storia di grandi civiltà, grande distruzione e ricostruzione fin da 500 anni prima di Cristo.

Passo all'ingresso e sono accolto dal personale che fa di tutto per far sentire a suo agio questo visitatore dalla Ciociaria nella sua giornata piena di impegni. Il manager era entusiasta e abbiamo avuto l'opportunità di presentare la nostra arte a uno dei membri del consiglio di amministrazione.

Le opportunità per la promozione della Ciociaria attraverso il club, per aumentare i legami e rinvigorire la Ciociaria, sono reali. Abbiamo molte idee su come rafforzare e creare nuove connessioni tra Canada e Ciociaria. Ma iniziamo con il primo passo e diremo in seguito quale sarà il nostro secondo passo.

Ora è tempo di andare a nord dal Canada agli Stati Uniti e poi di volare a Vancouver per il nostro tour.

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La storia di San Rocco e della formidabile dedizione degli italiani

Il 16 agosto si festeggia uno dei santi più amati in Italia, San Rocco, che era morto a Voghera in questo giorno di agosto in un anno intorno al 1379.
Praticamente ogni comune italiano ha una chiesa o una cappella a lui dedicati e sono oltre 263 i paesi che lo hanno come santo protettore perché è stato sicuramente uno dei santi più amati nel medioevo. Inizialmente era adorato come protettore dalla peste ma lentamente a lui si rivolgevano per la protezione contro ogni grandi catastrofi.
Rocco era un francese di Montpellier, una graziosa cittadina nel sud della Francia, nato da genitori anziani e agiati e venne educato ad una profonda religiosità soprattutto verso la vergine Maria.
Quando i suoi genitori morirono, Rocco regalò tutto ai poveri e decise di fare un pellegrinaggio a Roma attraversando l’Italia che in quegli anni era colpita da numerose epidemie di peste. Le storie del santo narrano che giunto ad Acquapendente, Rocco riusciva a guarire le persone dalla peste toccandole con la mano e facendo il segno della croce.
In breve tempo San Rocco riuscì a fermare l’epidemia di peste. Gli stessi episodi si verificarono in molte altre città fino a che giunse a Roma e qui curò un cardinale, forse il fratello di papa Urbano V.
Poi accadde che a Piacenza il corpo gracile di Rocco fu attaccato dalla peste e San Rocco si rifugiò in una grotta vicino il fiume Trebbia a Sarmato in Emilia Romagna. La storia della peste di San Rocco è quella riportata in ogni suo ritratto e statua: un piccolo cane aiutò il santo portandogli ogni giorno una fetta di pane sottratta alla mensa del suo padrone.
Il cane apparteneva al padrone del castello di Sarmato che si commosse alla storia del cane e di san Rocco e decise di seguire l’esempio del santo donando tutti i suoi beni e rifugiandosi a vivere nella grotta.
Dopo la sua guarigione, la peste tornò violenta in Italia e San Rocco contribuì a salvare la città di Piacenza prima di tornare in Francia ma il suo viaggio si interruppe a Voghera dove fu arrestato con l’accusa di spionaggio. Morì in carcere e a fianco del suo corpo venne ritrovata una tavoletta con scritto «Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato da questo flagello».
Si dice che fu nominato santo durante il concilio di Costanza del 1414 quando la città era stata colpita da una pestilenza e i cardinali, per salvarsi, si affidarono proprio a San Rocco.
Ma forse la storia più avventurosa di San Rocco inizia dopo la sua morte quando la sua fama raggiunge ogni città d’Europa e inizia una competizione per avere qualche sua reliquia.
Per certo nel 1485 i suoi resti vennero trasportati da Voghera a Venezia, di cui è compatrono, a parte una parte delle ossa di un braccio. Forse i ricchi mercanti veneziani acquistarono il corpo nel 1483 per assicurarsi la protezione da ogni futura malattia!
Oltre un secolo dopo. Nel 1595, papa Clemente VIII volle una reliquia di un braccio e la chiesa di Montpellier, dove San Rocco era nato, chiese una tibia. Ma negli anni pezzettini sono stati inviati a Genova, Voghera, Penta, Locorotondo, Grisolia, San Cesario di Lecce, Alezio, Pignola, Satriano di Lucania, San Giovanni la Punta e Troina.
Praticamente ogni chiesa in Italia ha una statua o un ritratto del santo che lo ritrae in abiti da pellegrino, con una ferita alla gamba dovuta alla peste e con un cagnolino al suo fianco.
Una vera particolarità è il Museo Iconografico Europeo di San Rocco a Capriati a Volturno in provincia di Caserta dove sono raccolte immagini, dipinti e tanti arredi e paramenti legati al culto del santo.
Ma anche nelle grandi città si trovano chiese dedicate a San Rocco come a Parigi, Lisbona e New York.
In ogni caso il 16 agosto in quasi tutta Italia si fanno processioni, feste e fuochi d’artificio al grido “Evviva San Rocco!”
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29 30 e 31 Gennaio i Giorni della Merla
29 30 e 31 Gennaio i Giorni della Merla

Secondo diverse antiche tradizioni contadine il 29, 30 e 31 gennaio sono considerati i giorni più freddi dell'anno. Precedono di poco la Candelora, la festa celebrata il 2 febbraio che tradizionalmente segna il passaggio dal buio invernale alla luce primaverile, anche se per il Cristianesimo è anche il giorno della presentazione di Gesù al tempio.
Sia i Giorni della Merla che la Candelora venivano usati dai contadini per fare previsioni sul futuro arrivo della primavera e del risveglio de bel tempo. Se sono bei giorni allora la primavera arriverà presto e avrà particolari caratteristiche. Sei i giorni sono freddi allora la primavera sarà bella ma se sono caldi, o se piove, allora la primavera arriverà in ritardo.
Quasi tutte le storie dei ‘Giorni della Merla’ raccontano di merli bianchi che per riparare dal freddo si sono rifugiati in un comignolo e sono diventati grigi per la fuliggine. Queste leggende spiegherebbero la differenza fra il colore grigio delle piume della ‘merla’, la femmina, e quello nero brillante del merlo maschio.
Un altro punto in comune di molte storie è la durata del mese di gennaio che passa dai 28 giorni ai 31 attuali per fare dispetto a qualcuno.
Ma vediamo qualcuna delle storie:
Maremma
Nel borgo di Santa Fiora era nevicato e tutti i campi erano imbiancati costringendo gli animali a trovare rifugio. Una coppia di merli bianchi cercava riparo dal freddo e vide un comignolo con del fumo caldo. Decise allora di entrare nel camino di questa casa di campagna dove vi rimase tre giorni in attesa del bel tempo. Quando finalmente i merli uscirono, le loro piume erano diventate grigie.
Cremona
Secondo la storia locale si narra di un gennaio particolarmente caldo e i bianchi merli si prendevano gioco di Gennaio che non aveva portato il gelo. Allora Gennaio, che aveva 28 giorni, chiese tre giorni in prestito a febbraio e scatenò un inferno di neve e freddo. Anche qui i merli si rifugiarono in un comignolo e diventarono neri e grigi. Ancora oggi in alcune aree della provincia di Cremona si accende un falò in una piazza o in riva al fiume e si intonano canti e filastrocche accanto a un buon bicchiere di vino e a un piatto caldo. Spesso i canti popolari si svolgevano come un dialogo fra un coro che svolge la parte maschile e una o più donne.
Forlì e Cesena
In questa zona la leggenda racconta di una merla bianca che era uscita dal nido a fine gennaio convinta dal sole che l’inverno fosse finito e che invece trovò freddo e gelo e fu costretta a riparare in una canna fumaria. La merla divenne poi grigia a causa della fuliggine del camino.
Anche qui alcune varianti raccontano di dispetti fatti da Gennaio alla merla.
Sardegna
In Sardegna i Giorni della Merla sono il 30 e il 31 gennaio e anche qui si racconta di un gennaio particolarmente mite che aveva convinto i pastori all’arrivo della primavera. Gennaio si indispettì della poca considerazione e chiese due giorni in prestito a Febbraio, che allora aveva 30 giorni, per scatenare il freddo ed umiliare il pastore.
La leggenda sarda è un po’ più triste e il pastore perde tutte le sue pecore per il freddo tranne una che aveva riparato nella caldaia di rame dove preparava il formaggio.
Girando per il web si trova anche un passo di un libro del 1740 scritto a Venezia da Sebastiano Pauli (Modi di dire toscani ricercati nella loro origine) che racconta una sua propria storia dell’origine dei ‘Giorni della Merla) totalmente diverse da quelle oggi conosciute.
"I giorni della Merla" in significazione di giorni freddissimi. L'origine del quel dettato dicon esser questo: dovendosi far passare oltre Po un Cannone di prima portata, nomato la Merla, s'aspettò l'occasione di questi giorni: né quali, essendo il Fiume tutto gelato, poté quella macchina esser tratta sopra di quello, che sostenendola diè il comodo di farla giungere all'altra riva.
Altri altrimenti contano: esservi stato, cioè un tempo fa, una Nobile Signora di Caravaggio, nominata de Merli, la quale dovendo traghettare il Po per andare a Marito, non lo poté fare se non in questi giorni, né quali passò sovra il fiume gelato.”
Non sappiamo quale è la vera storia ma io seguo il detto di mia nonna friulana sulla Candelora:
“Alla Candelora dell’inverno semo fora, ma se piove o tira vento dell’inverno semo dentro”.
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