Lo slow food per eccellenza: il ruolo della lumaca nella Cucina popolare Italiana

In Italia c’è una particolare tradizione gastronomica legata al consumo di lumache di terra che attrae molti buongustai soprattutto nella tarda primavera e in autunno.
Le lumache sono un piatto diffuso per lo più in Francia, dove sono conosciute con il nome “escargots”, che tradotto in italiano significa chiocciola. La differenza tra questi due molluschi è che l’escargots francese hanno dimensioni leggermente più grandi rispetto a quelle itaiane, che nonostante ciò rimangono imbattibili per il loro unico sapore.
In Italia le lumache sono state apprezzate sin dal periodo romano e poi hanno costituito un piatto tradizionale della cucina contadina. Per anni hanno fatto parte delle tradizioni locali mantenute in vita nelle famiglie di ogni regione.
Oggi sono entrate di diritto in alcuni piatti dell’alta cucina grazie anche a programmi come Masterchef, il famoso talent show culinario seguito in tutto il mondo, che hanno fatto conoscere prelibatezze come le ‘uova di lumaca’ che fanno concorrenza al pregiatissimo caviale di Storione. Un modo di rivisitare le tradizioni italiane con una nuova esperienza gustativa.
In Italia, l’allevamento di lumache, chiamato elicicoltura, ha come obiettivo quello migliorare e selezionare la varietà di molluschi per assecondare i nuovi gusti dell’alta cucina. L'allevamento biologico si fa all'aperto in modo che la lumaca si nutra delle erbe particolari del luogo e assorba i profumi e le essenze speciali. La raccolta delle lumache avviene soprattutto dopo le piogge. In Francia, invece, si preferisce l'allevamento in serra, indubbiamente più artificiale e meno naturale e la raccolta si può fare in ogni momento dell’anno.
Le ricette della tradizione:
Nel nostro paese la lumaca è apprezzata in ogni regione ognuna delle quali ha una sua ricetta base per cucinarla. In generale al centro sud vengono preparate in umido, con o senza pomodoro ma con peperoncino a scelta, e accompagnate da pasta o pane.
In particolare il pane deve avere alcune caratteristiche per esaltare il sapore del sugo e si preferisce un pane cotto nel forno a legna e prodotto con grani della tradizione locale. Nell’area a sud di Roma è molto rinomato il pane di Lariano, che ha anche un riconoscimento regionale per il metodo con cui viene prodotto.
Nelle regioni del nord, le lumache vengono trifolate, ossia cotte con un soffritto di aglio, cipolla e vino bianco, e gustate con della buona polenta di mais preparata con selezionato granturco locale.
Ricordiamo che prima di essere cucinata la lumaca deve subire un lungo trattamento dove viene spurgata, vengono eliminate le impurità, e poi precotta.
 
Dove gustare i piatti della tradizione?
In Italia la lumaca viene celebrata in diverse sagre e una delle più conosciute è quella di Valmontone a sud est di Roma. Nel mese di giugno, in corrispondenza della notte di San Giovanni, in località Colle San Giovanni, si svolge ogni anno la tradizionale sagra della lumaca che richiama buongustai da Roma e dal circondario.
L’evento si prolunga per cinque giorni e si svolgono tornei, giochi popolari, spettacoli musicali e la classica degustazione dei piatti tipici.
Ciò che differenzia questa sagra dalle altre è la sua unicità nel combinare divertimento e gastronomia in un tutt’uno. Le lumache al sugo vengono accompagnate dal pane di Lariano e servite in tradizionali piatti di coccio che vengono portati via come ricordo dai partecipanti. Una gioia per i buongustai e per i collezionisti.
powered by social2s
Assistere ad un'emozione: la Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo a  Valmontone

Assistere ad un’Emozione

Da oltre cento anni la città di Valmontone ogni anno aspetta un importante evento molto partecipato dal pubblico: quello della Sacra Rappresentazione che ha luogo la settimana prima della Pasqua.

Le sue origini risalgono al 1903 quando padre Angelo Fortuna, il parroco della parrocchia di Santo Stefano, allestì la prima “Processione di Cristo Morto”. La “Processione” sfilava per le vie del paese e tutta la comunità vi prendeva parte con emozione. Per quasi cinquant'anni la processione è stata un punto fermo della vita religiosa di Valmontone per poi evolversi. Si trasforma in Sacra Rappresentazione nel 1950 quando un gruppo di amici, dopo aver visto la manifestazione di Sezze Romano, volle provare a farne una nel loro paese.

Nel 1950 si formò il primo comitato, composto di circa 70-80 persone per organizzare questo evento. Dopo lunghi mesi di prove a Palazzo Doria, dove per anni si era rifugiata tutta la popolazione di Valmontone per sfuggire ai bombardamenti, il Venerdì Santo c'è stata la prima rappresentazione che subito ha riscosso un notevole successo, nonostante qualche scetticismo dei nostalgici della “Processione”.

Il successo di questa nuova “rappresentazione” fece sì che, l'anno successivo arrivò a Valmontone la “Settimana INCOM”, il cinegiornale che in quegli anni faceva le veci della tv non ancora nata, e una troupe della Twenty Century Fox, che grazie alle loro riprese evidenziò lo spirito con cui i Valmontonesi partecipano all'atteso evento.

Con il passare degli anni l’esperienza nell’organizzazione dell’evento ha portato ad una maggiore qualità della recita aumentando anche in numero delle persone che prendono parte alla rappresentazione. Questo ha permesso di aumentare il numero delle storie e delle scene rappresentate.

Sono state aggiunte le scene di ‘Caino e Abele’, la ‘Tentazione nel deserto’, la ‘Disperazione di Giuda’, mentre le scene di massa, come quelle di Giovanni Battista, si fanno più spettacolari e affollate di pubblico e pretoriani.  Per questo ogni anno si registra un crescente afflusso di turisti provenienti dai paesi limitrofi e anche da quelli più lontani.

Nel 1987 lo spettacolo cambia ancora una volta e si svolge al coperto per aumentare le emozioni degli spettatori. Il copione è rivisitato dal punto di vista biblico, e l’attenzione viene spostata totalmente sul Nuovo Testamento e in particolare sulla Passione di Cristo.

Nel settembre del 1989, la Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo arriva in Spagna, grazie al gemellaggio di Valmontone con la città di Benifayó.

Poi ancora una volta un cambiamento per aumentare il pathos della manifestazione: dal 1994 lo scenario della Rappresentazione diventa il suggestivo Centro Storico di Valmontone.

Lo sfondo della Rappresentazione è quello di Palazzo Doria Pamphilj, edificio del XVII famoso per i suoi ambienti affrescati dei quali ricordiamo in successione: la Stanza del Fuoco, dell'Aria, dell'Acqua, della Terra. Il palco viene allestito fra il Palazzo e la Chiesa di Santa Maria Maggiore, uno dei monumenti simbolo del passato valmontonese, realizzata in stile barocco dall'architetto Mattia De Rossi e dedicata alla Vergine Assunta in cielo.

La scena più suggestiva e coinvolgente della Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo è sicuramente quella della Crocifissione: la crocifissione era, al tempo dell'Impero Romano, una modalità di esecuzione della pena di morte e in realtà era una vera e propria tortura. La pena della crocifissione era talmente atroce e umiliante che non poteva essere eseguita a un cittadino romano. Era subita dagli schiavi e dagli stranieri e, normalmente, veniva preceduta dalla flagellazione, che rendeva questo rito ancora più straziante per il condannato.

La spettacolarità della rappresentazione è data anche dalla partecipazione di persone a cavallo che ogni anno sorprendono adulti e bambini e aumentano la sensazione di compiere per una volta un viaggio nel tempo.

Per partecipare come protagonista alla manifestazione si deve entrare in contatto tramite la pagina di Facebook dedicata alla Sacra Rappresentazione e partecipare attivamente alle prove nelle settimane precedenti la Pasqua. Ne vale la pena!
 
SCENE RAPPRESENTATE:
PROLOGO
GIOVANNI BATTISTA
ERODE
IL BALLETTO DI SALOME'
GESU' NEL DESERTO
LA CHIAMATA DEGLI APOSTOLI
IL DISCORSO DELLA MONTAGNA
LA RESURREZIONE DI LAZZARO
INGRESSO IN GERUSALEMME
L'ULTIMA CENA
NELL'ORTO DEL GETZEMANI
GESU' DAVANTI A CAIFA
GESU'DAVANTI A PILATO
FLAGELLAZIONE
VIA CRUCIS
LA DISPERAZIONE DI GIUDA
LA CROCIFISSIONE
LA DEPOSIZIONE

powered by social2s
“Museikè”, il museo degli strumenti musicali di Artena

L’edificio dell'ex Granaio Borghese di Artena si arricchisce di un nuovo museo degli strumenti e un luogo dedicato alla cultura musicale: Museikè.
Artena ha una grande tradizione musicale fatta di poeti (Un tesoro di poesia ad Artena) mentre la vicina Giulianello ha una delle tradizioni più particolari da conoscere: il Canto delle Donne di Giulianello.
Il giorno del Venerdì Santo un gruppo di donne sfila con la processione per le vie del paese intonando dei canti che sono stati tramandati loro da generazioni e che probabilmente risalgono intorno all’anno 1000. A testimonianza del valore musicale, culturale ed emozionale di questo canto, una sua registrazione è conservata al Centre Pompidou di Parigi.
Museikè ospita un museo di strumenti musicali della tradizione popolare, con particolare riferimento alla Campagna Romana, che provengono da collezioni private e comprendono tutte le categorie organologiche, ossia sono rappresentate tutte le tipologie di strumenti musicali come strumenti a corda, a fiato, a percussione (aerofoni, cordofononi, membranofoni e idiofoni). L’organologia è la scienza che studia gli strumenti musicali.
Gli strumenti sono disposti in un percorso espositivo che parte dal “Lazio Arcaico” dove sono esposte ricostruzioni filologiche di strumenti musicali in uso nel Lazio antico.
La seconda sezione si chiama “La Campagna Romana” dove sono esposti strumenti tradizionali in uso nelle comunità pastorali, agricole e artigiane del territorio. Tra gli altri si notano gli strumenti appartenuti a ‘Federicuccio’ Talone e a suo figlio Pasquale, famosi musicisti di Artena.
In questa area si trovano alcuni strumenti dell’area della Valle dell’Aniene, donati da Ettore De Carolis importante musicista e studioso di tradizioni del Lazio, e strumenti da banda. Fra questi ci sono alcuni esemplari provenienti dalla banda di Giulianello diretta dal Maestro Salvatore Marchetti che risalgono al primo dopo guerra e spartiti originali della Banda di Artena dei primi anni del Novecento.
Completa questa parte di esposizione un settore dedicato al canto in ottava rima improvvisato. Nell’area di Artena si possono ancora ascoltare queste antiche forme di poesia e artisti che si sfidano in competizioni basate sulla contrapposizione dei ruoli e sulla rima dei versi.
Il museo si allarga poi agli altri territori nella sezione “Verso sud” dedicata alla musica e ai riti dell’Italia meridionale, nella sezione “Tra oriente e occidente” dove sono esposti una serie di strumenti musicali in uso nel periodo rinascimentale e barocco.
L’esperienza di visita si chiude con “La musica in viaggio”, l’area è dedicata alle migrazioni con una esposizione di strumenti provenienti da diverse parti del mondo. Un’area caratterizzata da contaminazioni e prestiti, una riflessione sul ruolo della musica come uno dei principali canali di integrazione tra le diverse culture.
Museikè è quindi un centro culturale multidisciplinare dove simboli, ritualità e mito nella musica sono conservati sia come tutela che per trasmettere il patrimonio musicale tradizionale di questa area a confine fra Roma e la Ciociaria.
Non solo un luogo di suggestioni legato al passato ma un posto per far incontrare e socializzare tutti gli appassionati di musica e poesia che vogliono condividere le loro esperienze con gli altri.
Il museo è dedicato al ricordo del musico artenese Pasquale Talone e dello studioso Raffaele Marchetti, profondo conoscitore delle tradizioni popolari locali, compagno di tante iniziative per la tutela e la diffusione del canto popolare.
powered by social2s
Come partecipare all’infiorata di Genazzano

Il primo weekend di luglio Genazzano si riveste di colori e si popola di migliaia di visitatori grazie ad una manifestazione, la più caratteristica di questo piccolo paese e uno degli eventi più ricercati dai turisti: l’infiorata. L’appuntamento è uno di quelli da non perdere per gli amanti della storia e delle tradizioni locali dei piccoli centri.

La particolarità di questo evento è la possibilità che si dà al turista di partecipare nella notte del sabato alla composizione del tappeto floreale. Vi è molta spontaneità nella realizzazione di questi disegni e accanto alle tematiche sacre non mancano i soggetti legati all’attualità.

Non preoccupatevi se non avete nulla con voi per mangiare o per bere, ci penseranno i bar e i forni locali a offrirvi caffè e cibo per rifocillarvi durante tutta la notte!

Possiamo far risalire le sue origini al 1883, quando nacque l'Apostolato della Preghiera, ad opera del padre gesuita Francesco Saverio Gautrelet, un'associazione di fedeli che ha lo scopo di vivere e propagare la devozione al Sacro Cuore di Gesù. È per ricordare quest’avvenimento che si svolge l’infiorata e la processione del Sacro Cuore.

Altre fonti fanno risalire le sue origini al 1625 durante il pontificato di Papa Urbano VIII ma non ci sono documenti che possano verificare quest’ipotesi ed è solo una cosiddetta “voce di paese”.

La tradizione vuole che i fiori di ginestre, margherite o altri tipi, vengano raccolti in montagna o nei campi. Ad oggi, i fiori raccolti non bastano quindi si è costretti a comprarli.

La prima operazione è appunto la raccolta dei fiori che avviene nella settimana prima dell’infiorata. Dopo la raccolta, i gruppi di infiorai, attualmente 25 suddivisi in 17 rioni, provvedono alla separazione dei fiori e alla conservazione di quest’ultimi nelle fresche cantine costruite nel tufo.

La notte del sabato, dopo la mezzanotte, avviene la seconda operazione con la quale si iniziano a creare questi disegni, sul percorso stradale, con la partecipazione degli abitanti e degli stessi visitatori.

La terza operazione da fare è quella di disporre i fiori sul selciato.
Verso le otto del mattino della domenica del Sacro Cuore, finalmente, ci si trova davanti un tappeto di fiori lungo oltre mille metri.

La sera poi si svolge la processione religiosa e la rievocazione storica del vecchio e del nuovo testamento dove persone sfilano in costume sopra il tappeto di fiori.

Il flusso dei turisti è sempre stato molto grande ed ogni anno vengono accolte circa 5.000/10.000 persone.

Nel 2012, gli abitanti di Genazzano hanno voluto realizzare una cosa diversa dal solito, diversa dalle infiorate di Gerano, Spello, Noto, Fabriano o Genzano che sono paesi con una tradizione di infiorai che lavorano i fiori a secco.

Così, nello stesso anno, è stata realizzata l’infiorata più lunga del mondo: oltre 1 km di lunghezza e 1 metro di larghezza, esclusivamente con petali di fiori freschi. È stata anche certificata dal Guiness World Records di Londra con il nome di “the largest flowers petal carpet”, mq 1642,57 senza soluzione di continuità.

Il primato ha riconosciuto un valore storico e culturale dell’infiorata come un’eccellenza italiana.

Partecipare alla creazione del tappeto di fiori è semplicissimo: basta recarsi alla Pro Loco di Genazzano e avvisare della vostra presenza. Una volta arrivati a Genazzano, sarete distribuiti in aiuto dei rioni e vivrete un’esperienza unica e ricca di emozioni!

Oltre alla partecipazione dell’infiorata c’è la possibilità di partecipare a visite guidate organizzate dal Comune e dalla Pro Loco locale per scoprire questo antico borgo.

powered by social2s
Alatri Campo Le Fraschette
La storia del campo di internamento delle Fraschette di Alatri

Dall’alto del panorama mozzafiato che Fumone offre da secoli, si scorgono ancora oggi i resti del Campo delle Fraschette.

Alle pendici dello splendido borgo ciociaro, nel territorio della confinante Alatri, rimane traccia di un passato ancora vicino: il campo di internamento delle Fraschette è testimonianza e sintesi di mezzo secolo di storia locale, europea e nord africana.

A partire dalla metà del XX secolo, furono in molti che – per motivi diversi – si ritrovarono costretti a popolare le baracche: ognuno di loro fu obbligato ad abbandonare la propria casa, la propria famiglia e i propri affetti, trascinando con sé quel bagaglio di dolore che per anni ha nutrito il Campo.

Il 1° ottobre 1942 “Le Fraschette” di Alatri entrò ufficialmente in funzione con lo scopo di perseguire, attraverso un massiccio trasferimento di popolazione, una "bonifica etnica". Arrivò ad ospitare fino a 5.500 internati, tra cui molti bambini e anziani.

I primi a popolare il campo furono gli anglo-maltesi residenti in Libia, poi iniziò il trasferimento di civili provenienti dalla Venezia Giulia, dalla Slovenia, dalla Dalmazia e dalla Croazia. A questi si aggiunsero alcune centinaia di confinati politici.

Le condizioni di vita erano di forte disagio: cibo, medicinali e vestiario erano assai carenti. Gli internati che arrivavano a Fraschette portavano con sé le poche cose che erano riusciti a racimolare: bagagli a mano presi all’ultimo istante dalle proprie abitazioni durante le concitate fasi di rastrellamento effettuate dalla polizia militare italiana.

Subito dopo la fine della guerra il campo di internamento delle Fraschette fu interamente ricostruito e venne abitato da nuovi “ospiti”. Era in queste strutture che il governo italiano aveva disposto l’identificazione e l’internamento dei profughi “indesiderabili”: criminali comuni e di guerra, collaborazionisti, ustascia, e molti altri ancora. Ad essi si unirono anche esuli istriani, stranieri senza documenti e rifugiati d’oltrecortina ai quali non era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico.

Dagli anni ’60 inizia l’ultima parte della storia del Campo Le Fraschette. Una storia legata alla fine del colonialismo, quando nazioni come l’Egitto, la Tunisia e la Libia decretarono le nazionalizzazioni con le conseguenti espulsioni degli immigrati europei.

In questa “terza fase” i capannoni furono ristrutturati e resi più fruibili, pronti ad ospitare, nel neonato Centro Raccolta Profughi di Alatri, gli italiani che vennero rimpatriati, ad ondate, per un decennio almeno.

Da allora, da quando quest’ultima fase si è conclusa, il Campo è rimasto abbandonato all’incuria del tempo, anche se in molti, in primis l’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, intraprendono da anni azioni volte al recupero e alla tutela non solo dei luoghi, ma anche dei ricordi, della memoria e il vissuto di un luogo che ancora ha molto da insegnarci.

Chi fosse interessato ad integrare la nostra ricerca con ricordi, foto, documenti e racconti può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure chiamare il 338/4901414

powered by social2s
IMG-20180206-WA0000-1024x768.jpg

Per me il carnevale è sempre stato un giorno lungamente atteso, e l'attesa cresceva esponenzialmente con l'avvicinarsi della data dei festeggiamenti.
Il perché una persona, specialmente quando si è bambini, ama questa giornata di festa è presto detto: è un giorno di pura goliardia e divertimento dove quasi si annullano preoccupazioni e impegni per festeggiamenti spensierati e all'insegna dello scherzo. Ma oltre ai colori, agli scherzi e ai costumi, c'è un altro ricordo, un'altra peculiarità di questo giorno di festa che mi ha sempre fatto amare il carnevale.
Si tratta dei dolci.
I dolci che da sempre mi hanno accompagnato durante questa giornata sono le chiacchiere (le frappe come le si chiamano a Roma), un dolce leggero e goloso, dolce e croccante, che potresti mangiare in grandi quantità per la loro bontà. Insieme a queste poi, c'è anche la varietà ripiena, dove con il ripieno ci si può sbizzarrire. Oggi vi propongo queste due ricette, così come ce le tramandiamo di genitore in figlio da innumerevoli generazioni.
Buon carnevale, e ricordatevi: a carnevale ogni scherzo vale!


Per la ricetta delle chiacchiere


 
Per prima cosa mettete fuori dal frigo 40gr di burro e lasciate che si ammorbidisca a temperatura ambiente. Ora amalgamate 500gr di farina 0 insieme a 5gr di lievito in polvere in una ciotola capiente. Aiutatevi mescolando con una forchetta per far sì che il lievito si mescoli adeguatamente alla farina.
Unite ora 80gr di zucchero e 4 uova (3 intere e un tuorlo) e un cucchiaino di sale. Dovrete raggiungere una consistenza liscia e morbida, al punto da potervi affondare senza difficoltà un pollice.
Lasciate riposare l'impasto avvolto nella pellicola a temperatura ambiente (non superiore ai 22°, altrimenti il burro potrebbe separarsi e renderebbe difficile stendere l'impasto) per 1 ora.
Trascorso questo tempo dividete l'impasto in 5 porzioni e tiratelo con il mattarello fino a raggiungere uno spessore quanto più fino possibile, arrivando ad uno spessore di 2/3 mm.
Per tirare la pasta cospargete di farina un piano di lavoro quanto più liscio possibile (una spianatoia di legno sarebbe l'ideale) e infarinate anche il mattarello.
L'ideale sarebbe usare un tirapasta regolabile. Una volta tirata la pasta tagliate dei rettangoli con la rotella dentata (5x10cm ad esempio) e lasciate riposare ancora una decina didi minuti. Intanto riempite un pentolino di olio per fritture (semi di arachide o alto oleico sono i migliori, poiché hanno un alto punto di fumo) e portate a 150/160 gradi.
Ora potete immergervi i vostri rettangoli di pasta e friggeteli per 3 minuti (attenzione a non immergervene troppe altrimenti potrebbe strabordare l'olio), dopodiché scolateli su carta assorbente e ultimate cospargendoli con dello zucchero a velo.



Per le bugie (chiacchiere ripiene)


 
Usando lo stesso impasto della ricetta per le chiacchiere dividetelo sempre in 5 porzioni e stendetelo fino a raggiungere uno spessore di 2/3 mm.

Ora però dividetelo in quadrati di 8x8 cm e su una metà mettete un cucchiaio di crema pasticcera (o del ripieno che preferite, marmellate o creme). Ripiegate il quadrato di pasta e passate la rotella dentata sui 3 angoli "aperti".
In questo modovi ritroverete un rettangolo ripieno di crema con tre lati dentati. Fate riposare dieci minuti in frigo e friggete in olio caldo (150/160°) per 3/4 minuti, finché non cambieranno colore, imbrunendo e arrivando ad un color rame.
Scolatele le chiacchiere ripiene su carta assorbente e cospargete di zucchero a velo.
 
powered by social2s
Francigena Strata Peregrinorum the guide book to discover the Via Francigena del Sud
Francigena Strata Peregrinorum the guide book to discover the Via Francigena del Sud

“Francigena Strata Peregrinorum” è il libro-guida della Via Francigena del Sud che aiuta a scoprire le meraviglie del cammino e fornisce informazioni utili al pellegrino che percorre questo suggestivo tratto da Roma attraverando Lazio, Campania e Puglia.
Sotto gli asfalti lucidi delle strade statali e nel ricordo dei racconti tramandati, si celano preziosi sentieri. Non solo cammini da calpestare, ma veri percorsi interiori che portano oltre i luoghi geografici, con una ardimentosa camminata verso il ritrovo e la ricerca di sé stessi.
A volte è per la fede, altre per un pericolo scampato, una grazia ricevuta, un voto o una semplice curiosità umana, a spingere ogni anno migliaia di persone a percorrere la Via Francigena.
Così, Lucia Deidda e Oreste Polito dopo tre anni di incessante lavoro, hanno scritto il libro-guida Francigena Strata Peregrinorum, per aiutare con un sostegno, pratico come un libro e prezioso come una guida, tutti coloro che intraprendono questo cammino.
Mappare e indicare, con partenza da Roma, l’atavica strada francigena attraversando il Lazio, la Campania e la Puglia e al contempo immergersi in un affascinante libro di storia a cielo aperto in cui emozionarsi e lasciarsi coinvolgere, è stato un lavoro minuzioso e ben organizzato.
Presentato per la prima volta a San Giovanni Rotondo, il libro-guida che è in vendita anche on line, è a disposizione dei pellegrini e di chi vorrà percorrere la Via Francigena: informa e fornisce dettagli importanti quali mappe, altimetrie e una ben descritta relazione del percorso, con le segnalazioni dei punti di approvvigionamento.
Per chi vorrà mettersi in viaggio, grazie a questo libro-guida troverà i dati tecnici necessari: alloggi in ogni tappa con i relativi numeri di telefono, il meccanico per l’assistenza per la bicicletta, la scheda riassuntiva con le principali indicazioni, e tutto ciò che è necessario oltre alla motivazione personale.
Il libro racchiude le competenze degli autori, che ne hanno curato anche la veste grafica, mentre la prefazione è del pellegrino Philippe Seurre, che ha percorso più di 20.000 Km per tutta l’Europa.
Il cammino da percorrere sarà quindi accompagnato da un peso leggero e unico di 240 pagine, ma che contiene 500 chilometri di informazioni storico-culturali, precisazioni tecniche, e le testimonianze che si trasformano in contributi delle persone che vivono tutti i giorni quel percorso, degli abitanti del territorio che sono riusciti a creare una rete di ospitalità e servizi.
Un progetto editoriale unico e originale, necessario per chi affronta il cammino, sia che lo inizi per un intenso atto di fede, sia per un dogma di riferimento ma anche per il solo voler osservare discretamente l’alba del giorno di arrivo.
Il libro-guida racchiude e documenta anche le storie di pellegrini e di ciò che ha dato forza ed equilibrio ai loro passi. Il vivido interesse per i luoghi dell’Arcangelo, tappe storiche del pellegrinaggio, o i “luoghi-tappa”, con schede di approfondimento e la descrizione storica del simbolo del cammino - la Croce Viaria - foggiata nel Medioevo e ancora oggi icona di questo Viaggio.
Storia, fede, cultura, territorio, sono gli elementi cardine di questo libro, collegati tra loro per spiegare come affrontare la Via Francigena del Sud e viverla come un vero Pellegrinaggio: non solo il fine ultimo di una candela devozionale che arde dentro un santuario o nelle mani dei pellegrini non tutti privi di colpe da espiare.
Il libro spiega la storia di un viaggio ma invita anche alle riflessioni insite nel viaggio stesso. Le risposte saranno nelle notti di sosta, ospiti di un territorio senza più confini, figli di un’ampia vallata o di una feconda corona al fiume.
Le risposte saranno di tutti: cittadini laici o scettici amanti dei percorsi storici. Saranno di chi si incamminerà e incontrerà pastori e greggi, vedrà uccelli che spiccano voli improvvisi dai loro nidi, sentirà piogge leggere e camminerà sotto cieli di luce nuova, o sosterà in accoglienti luoghi sacri che profumano di fantastiche prelibatezze accompagnate da un buon vino, fino alla meta, lungo la Via Francigena del Sud.
 francigenastrataperegrinorum.blogspot.it
powered by social2s
Panorama da Patrica - Monte Cacume by Benedicta Lee
Panorama da Patrica - Monte Cacume by Benedicta Lee

Il Monte Cacume con la sua particolare forma conica appartiene alla catena dei Monti Lepini e domina tutto il basso Lazio dai suoi 1.097 metri di altezza.

Si riconosce immediatamente per la sua particolare forma a cono e la sua vetta si raggiunge dopo circa 1 ora e quaranta minuti di cammino da Patrica (link guida di Patrica).

È una delle poche montagne della zona ad avere ricche sorgenti poiché il suo cono è come un grande serbatoio naturale, grazie al suolo carsico.

Per il suo particolare microclima, influenzato sia dal mare che dall’entroterra appenninico, il monte ha una grande varietà di vegetazione, tra cui circa cinquanta specie differenti di orchidee.

La più interessante di queste è sicuramente l’Ophrys Lacaitae, rara orchidea spontanea che fiorisce nei mesi di giungo e luglio, attirando folte schiere di studiosi ed appassionati fotografi che si arrampicano sul monte proprio per poterla ritrarre.

Sulla cima di Monte Cacume nel Medioevo sorgeva uno strategico insediamento dei Conti de Ceccano, chiamato “Castrum Cacuminis”, del quale oggi restano porzioni di torri e di mura. Il “Castrum” è stato citato da Dante nella Divina Commedia (Purgatorio, versi 25-27):

“Vassi in Sanleo e discendesi in Nolli;
montasi su in Bismantova e in Cacume con esso i piè;
ma qui convien che omo voli”.

Dante voleva far capire le difficoltà del ripido sentiero in salita del Monte del Purgatorio che sta percorrendo con Virgilio e stila una lista di luoghi di difficile accesso. Il Monte Cacume si vede e si vedeva bene dalla Via Latina (o Casilina) che il poeta percorse fino a Napoli.

Attualmente sulla cima del Monte si trovano la Chiesa dell’Immacolata e il Monumento al Redentore o Santa Croce. Il Monumento al Redentore è una grande croce in ferro, alta 14 metri e dal peso id oltre 40 quintali, che venne costruita nelle Acciaierie di Terni e posta sulla cima del Monte per volere di Papa Leone XIII in occasione dell’Anno Giubilare del 1900.

La messa in posa avvenne nel settembre 1903, dopo mesi di duro lavoro e fatiche da parte degli abitanti di Patrica che si occuparono di portare la Croce, pezzo a pezzo, a spalla o a dorso di mulo fin sulla cima del cono e poi di assemblarla.

La piccola Chiesa dell’Immacolata è stata consacrata nel 1906. È stata danneggiata dalla Guerra e dalle intemperie e ricostruita negli anni ‘80.

Una foto vicino alla croce è un ‘must’ per tutti gli amanti della natura e per coloro che si trovano a visitare uno dei borghi dei Monti Lepini.

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.