La travolgente Musica ad Acuto nelle notti di agosto

Da una decina d’anni il paesino di Acuto è diventato un punto di riferimento per le persone che amano la musica e il divertimento. Nelle sere di agosto il Borgo e il lago Volubro Suso diventano il palcoscenico di 2 festival (Saltaranta e Acuto Electronic Music Festival) che accolgono migliaia di persone pronte a ballare tutta la notte.

Chi, invece, ama rilassarsi ascoltando musica, allora non può mancare ad Acuto Jazz, l’ultraventennale rassegna di concerti che si tiene nel centro storico (Guida di Acuto).

Percorrendo Via Vittorio Emanuele, così stretta, buia e piena di scorci medioevali, non ci si aspetta di arrivare a una terrazza panoramica che si apre sulla Valle del Sacco: si tratta di Piazza San Nicola. Dai resti delle mura che circondano la piazza si scopre che una volta in quell’area sorgeva una chiesa che fu un luogo della vita quotidiana di Acuto per 700 anni e che venne infine abbattuta per oscuri motivi.

In questa cornice di mistero, avvolta dal fascino di un panorama straordinario, ci si siede per ascoltare, sotto le stelle, un nuovo concerto di Acuto Jazz. Ogni anno la direzione artistica dedica una serata all’evolversi dell’Orchestra Jazz del Conservatorio Licinio Refice di Frosinone, ma dà anche spazio a progetti di ricerca musicale che fondono l’eleganza del jazz all’energia di altri generi musicali.

Saltaranta, invece, è un evento che da 10 edizioni coinvolge positivamente migliaia di giovani e meno giovani da tutta la provincia. E’ un momento di aggregazione e svago per cittadini e turisti che nel corso di tutta la notte riscoprono la magia di un borgo palcoscenico del festival.

Saltaranta è una rassegna di musica popolare che vede ogni anno gruppi diversi, provenienti dal centro-sud Italia, esibirsi a ritmo di tarantella, saltarello e pizzica per rappresentare il battito genuino della propria terra.

In ogni edizione di questa gioiosa notte bianca si alternano sul palco 3 nuovi gruppi, scelti con attenzione dagli organizzatori, che si esibiscono dalla sera fino alle prime ore del mattino. Il ritmo travolgente della musica popolare crea un’atmosfera magica che avvolgerà per un’intera notte il paese, coinvolgendo nel Borgo centinaia di persone a ballare.

I gruppi di cui si ricordano le più belle esibizioni sono: Alla Bua, Musicisti Basso Lazio, Zimbaria, Kamafei, Zona Briganti, Vento del Sud, I Tamburellisti di Torrepaduli. Anno dopo anno questo evento ha avuto un crescente successo, diventando un appuntamento di riferimento nel panorama della musica popolare ciociara e regionale.

Dietro la collina che sovrasta il paese, infine, si trova il laghetto Volubro Suso, un ambiente dalla bellezza naturalistica e paesaggistica che ne fa un vero paradiso. Qui, sulle rive del lago, tra alberi e prati incontaminati, da 10 anni va in scena Acuto Electronic Music Festival, nato dalla volontà di affiancare l’arte della musica elettronica alla promozione del territorio, creando un legame magico tra musica e natura.

L’evento prevede la partecipazione di migliaia di giovani accorsi per ballare dalla sera fino alle prime luci del mattino, ogni anno attratti da un importante programma ricco di artisti di qualità. Dalla prima

edizione a oggi sono diversi gli artisti di livello internazionale che si sono esibiti sul prestigioso palco dell’Electronic.
Dustin Zahn, Alex Bau, GoDiva, James Ruskin, Terence Fixmer, Bas Mooy, Snts, Mattia Trani, Answer Code Request, Black Asteroid e molti altri. Oggi il festival raccoglie una grande affluenza di partecipanti da ogni parte d’Italia, divenendo uno dei festival techno più importanti nel panorama nazionale.

Per questo motivo l’organizzazione che ne cura la promozione ha previsto un pacchetto inclusivo di soggiorno in hotel e trasporto sicuro al festival attraverso un servizio navetta. L’Electronic Festival è una rassegna di 2 giorni, ciascuno dei quali si può ballare per 10 ore di musica.

Le ultime generazioni hanno visto il paese di Acuto partorire figure di artisti, di liberi pensatori, di ricercatori e musicisti. Nel campo artistico occorre ricordare alcuni nomi già noti, gruppi musicali e artisti che stanno spiccando il volo.

Il pianista, compositore e arrangiatore Jazz Paolo Tombolesi, il noto bassista Jazz Giampiero Merluzzi, l’indimenticabile batterista Giancarlo Guidoni, il Direttore d’Orchestra Maurizio Sparagna, il giovane Direttore d’Orchestra di fama internazionale Marco Attura, il Dj e produttore di musica elettronica Adelmo, il virtuoso gruppo rock S.M Minor, il popolare Gruppo Folk Città di Acuto, l’artista e scultore Fabrizio Perinelli

Visita la Ciociaria, visita Acuto!

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La lunga storia della Festa della Fragolina di Nemi

Coloratissime e gustose, le fragoline di bosco vantano una origine antica e misteriosa collegata alle pene d’amore e celebrate ogni anno nella famosa festa della fragolina di Nemi. Crescono nascoste nel bosco della cittadina di Nemi, noto comune sull’incantevole lago dei Castelli Romani, e si celano tra cespugli e alberi fino alla loro completa maturazione.

La storia di questa fragola è legata al Nemus Nemòris, il bosco sacro della dea Diana, dea della caccia e dea dei boschi, che oggi si trova fra il paese di Nemi e il piccolo lago. Il mito racconta dell’amore nato tra Adone e Venere, dea dell’amore e della bellezza, e della gelosia di Persefone.

Questa era una dea minore degli inferi sposa di Ade, indiscusso sovrano dell’oscuro, che gelosa e irritata dal comportamento amoroso di Venere nei confronti del ragazzo chiese aiuto a Marte. Il dio della guerra infuriato si trasformò in cinghiale e durante una battuta di caccia uccise il conteso ragazzo.

Le lacrime di disperazione di Venere a contatto con il sangue di Adone si trasformarono in piccoli cuori rossi da cui nascono le fragoline di bosco.

Questo mito ha portato ad una festa in onore di Adone che è poi stata in qualche modo ripresa dalla festa di Sant’Antonio da Padova il 13 giugno. Per questo a Roma in Piazza Campo de' Fiori le ‘fragolare’ (le raccoglitrici di fragole) preparavano un canestro con la statua del santo e intorno vi adagiavano cestini di fragole che poi distribuivano ai passanti. La festa è celebrata in alcuni dipinti dell’epoca.

Nel 1922 la festa è stata trasferita a Nemi dove, nella prima domenica di giugno, ragazze di ogni età con indosso gli antichi costumi tradizionali (gonna rossa, bustino nero, camicetta bianca e la mandrucella in testa), percorrevano le strade del paesino distribuendo le fragole.

La festa delle fragole era stata spostata a Nemi perché questo era uno dei centri di coltivazione di una delle specie più gustose: già nel 1877 negli Atti dell’Inchiesta Parlamentare Jacini, le fragoline di bosco di Nemi erano inserite fra i prodotti tipici.

Forse per il microclima del lago, forse per i terreni vulcanici, forse per le caratteristiche dell’acqua, la fragola di Nemi ha un gusto particolare e unico, è ricca di vitamina C, calcio e fosforo, e oggi è un prodotto IGP – Indicazione Geografica Protetta. Dai boschi negli anni ’50 inizia una vera produzione agricola.

La festa della fragolina di Nemi si svolge all’insegna dell’allegria con concerti, cortei di sbandieratori e degustazioni con uno straordinario spettacolo pirotecnico sulle rive del lago vulcanico. Accanto al frutto si svolge anche una Mostra dei Fiori: i fioristi locali abbelliscono con le loro creazioni alcuni scorci del centro storico.

Nella tradizione popolare alla fragola erano attribuite delle virtù magiche. Si dice che per evitare il morso dei serpenti si dovessero raccogliere le foglie il 24 giugno, farle essiccare al sole e realizzare con esse una cintura. Questa, indossata, avrebbe tenuto lontano i serpenti. Infatti un tempo, la fragola, era simbolo di purezza in quanto, mentre cresce nel terreno ed è continuamente schiacciata dalle serpi, essa si mantiene pura e non si imbeve delle spregevoli velenosità di questi animali.

Anche in America esistono particolari legende legate a questo frutto e tra gli indiani dell’Ontario era diffusa la credenza secondo la quale quando un uomo muore il suo spirito resta vivo ed entra nel paese dei morti vagando finché raggiunge un’enorme fragola. Se l’anima gusta questo frutto dimentica il mondo dei vivi, se invece non lo tocca ritorna sulla terra.

Tornando a Nemi, per decenni la coltura delle fragoline di bosco ha riempito di fiori, di profumi e di canti l’intera conca del lago grazie anche alla realizzazione di un caratteristico sistema di terrazzamenti in pietra. Oggi accanto a quella tradizionale di bosco, che matura a maggio e giugno, si coltivano quelle rifiorenti che danno frutti fino all’autunno e quelle tradizionali più grandi.

A Nemi le ‘lagrime di Venere’ si possono gustare con una bella vista sul lago con lo sguardo che arriva al mare o passeggiando sui terreni dove hanno camminato imperatori come Caligola che si era fatto costruire una ‘villa galleggiante’ proprio sul lago che oggi è visibile nel Museo delle Navi di Nemi. Ma si possono anche bere con un particolare infuso chiamato il Fragolino di Nemi.

Tutte le scuse sono buone per lasciarsi andare alle tentazioni.

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La tradizione delle uova dipinte a Pasqua e l’uovo di Tarquinia

L'uovo dipinto è presente sin dall'antichità in quasi tutte le culture orientali ed occidentali. Nella mitologia è associato alla simbologia universale riconducibile metaforicamente alla vita, prosperità, risurrezione, fertilità e sapienza.

Tra le civiltà arcaiche e pagane in cui si riscontrano uova decorate ricordiamo in particolare la mitologia cinese: i sublimi principi universali dello yin e dello yang si bilanciarono perfettamente e da quell'equilibrio completo emerse il dio creatore, nato dall'uovo, che nella iconografia ricorda il dio greco Pan.

Per i sassoni, gli etruschi e il regno mesopotamico, gli egizi ed i micenei, l'uovo veniva concepito come simbolo di rinascita e risurrezione, di transizione, in quanto custode in se di una nuova vita.

E' questo l'uovo cosmico, che ha la visione di tutto l'universo come un unico essere vivente. L'uomo dell'antichità sapeva di essere parte integrante di questo cosmo eterno, immerso nel ciclo continuo di nascita e morte.

L'uovo dipinto, secondo diverse fonti, era presente negli antichi riti pagani, nei quali si adorava la dea della fertilità in occasione della primavera.

Anche gli antichi persiani dipingevano le uova per la “Nowrooz” (o ‘Norouz’), il capodanno persiano che coincide con l'equinozio di primavera. I contadini dell'antica Roma usavano sotterrare nei campi un uovo dipinto di rosso, simbolo di fecondità e quindi propizio per il raccolto.

La Repubblica di Pisa sanciva l'inizio dell'Anno Pisano, dal X secolo al 1749, con l'Annunciazione e l'equinozio di primavera: con una sorta di orologio solare. A mezzogiorno di ogni 25 marzo un raggio di sole penetra nel Duomo da una finestra rotonda della navata centrale e colpisce un uovo di marmo.

E proprio per queste sue caratteristiche propiziatorie alcuni storici dell'arte legano la rappresentazione dell'uovo di struzzo della celebre “Pala di Brera”, o “Pala Montefeltro” di Piero della Francesca, databile al 1472, commissionata dal duca di Montefeltro per la nascita dell'erede del duca Federico.

Nella storia dell’arte più recente, il tema dell’uovo come metafora di speranza, amore e vita è ricorrente nelle ricerche pittoriche di Fontana, culminate nel celebre taglio della tela, ed in particolare nel celebre pittore Salvador Dalì.

Questi si ispirò spesso al concetto dell’uovo simbolico, fino a celebrarlo in maniera eclatante addirittura nella propria casa a Figueres, in Spagna, il cui tetto è contornato di gigantesche riproduzioni di uova.

Le uova di struzzo

Un discorso particolare per le uova di struzzo dipinte, oggetti preziosi che vantano un'antica tradizione. Le dimensioni dell'uovo di struzzo sono di sedici centimetri di altezza mediamente: con la sua forma perfetta è esso stesso un oggetto discreto ed elegante, leggero, liscio al tatto.

In Italia il più antico uovo decorato di struzzo è custodito al museo di Tarquinia ed è stato rinvenuto in una tomba etrusca del periodo orientaleggiante, a metà del settimo secolo A.C.

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L’Abate Desiderio e il ‘periodo d’oro’ di Montecassino

Il lavoro dell’intelletto è sempre stato considerato dalla Regola Benedettina e nella copiatura dei testi del passato, gli amanuensi ornavano i testi con raffinate miniature. San Benedetto pretendeva che i monaci sapessero leggere e scrivere per comprendere la parola di Dio e per aiutare la comunità nella sua crescita.

Con il passare dei secoli questa attività diventò una vera arte e l’abbazia di Montecassino era uno dei maggiori centri di diffusione dei manoscritti e vennero create nuove iniziali e nuove miniature.

Ma il culmine artistico si ha avuto poco dopo il mille con l’arrivo dell’abate Desiderio e la nomina di Leone Marsicano a capo dello scriptorium.

Desiderio era di nobili origini longobarde, suo padre era il Duca di Benevento, e questa sua conoscenza di tante culture diverse gli aprirà gli orizzonti e lo guiderà in scelte sempre considerate sagge.

Scappò di casa all’età di 20 anni rifugiandosi dai principi di Salerno e a lungo visse come eremita fra le isole Tremiti e la montagna della Maiella in Abruzzo. Nel 1055 incontrò papa Vittore II che lo fece entrare nell’Abbazia di Montecassino e lo nominò cardinale a Roma.

Tra il 1058 venne eletto Abate e restò in carica fino al 1087 quando poi sarà eletto papa con il nome di Vittore III. Con lui si ha la cosiddetta "età dell'oro” con il crescere della chiesa e il fiorire delle arti.

Nel suo ruolo ha sempre cercato di favorire la pace con i Normanni e di mantenere dei legami con Costantinopoli anche durante lo scisma. Proprio per questi suoi legami, fece arrivare da Costantinopoli gli artisti che lavoreranno alla costruzione della nuova chiesa di Montecassino.

Infatti Desiderio decise di buttare giù la precedente costruzione e di realizzarne una più grande e adornata con pitture, mosaici e pavimenti lavorati.

Si interessò direttamente dei lavori e si raccontano le storie di come si recasse a Roma per prendere marmi e colonne per la sua costruzione. A quel tempo i resti delle costruzioni imperiali erano come delle cave da cui prelevare opere e in un certo senso era un grande privilegio avere pietre che provenivano dalla ‘città sacra’, quella della tomba dell’apostolo Pietro.

La modernità di Desidero è stata anche quella di aver creato una sorta di scuola delle arti in cui gli artisti bizantini insegnavano ai monaci e ad aiutanti la loro arte. In un certo senso gli artisti che erano gli eredi delle arti romane e paleocristiane continuate nell’Impero Romano d’Oriente erano tornati a Roma ad insegnare ai suoi figli quello che avevano perduto.

Grazie a questa scuola e alla grande influenza dell’Abbazia di Montecassino nella storia di tutta l’Italia Meridionale, l’arte bizantina si diffuse rapidamente dando origine a un importante periodo artistico.

La consacrazione della chiesa avvenne nel 1071 con uno degli eventi più spettacolari dell'XI secolo a cui parteciparono vescovi, reali Normanni, arcivescovi e ovviamente monaci. La chiesa è stata poi distrutta dal terremoto del 1349.

Nel 1086 Desiderio si ritrovò papa quasi per caso, era stato nominato da papa Gregorio VII, di cui era consigliere, sul letto di morte. Impiegò molto tempo ad accettare e venne consacrato solo nel 1087 con il nome di Vittore III e si ritirò subito a Montecassino.

Su sollecitazione di Matilde di Canossa tornò a Roma dove doveva contrastare l’antipapa Clemente III che scomunicò con un sinodo che tenne a Benevento. Durante il sinodo si ammalò e scelse di morire a Montecassino dove è stato sepolto dopo soli 16 mesi di pontificato.

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Sora, il crocifisso ligneo di San Bartolomeo

Nella chiesa di San Bartolomeo nella città di Sora, si trova una delle opere di maggior rilievo storico e artistico del territorio: il crocifisso ligneo di Sora.
Il crocifisso di Sora (Guida di Sora) è stato realizzato a Roma e donato dal cardinale Cesare Baronio, originario di Sora, ad una Confraternita del posto nel 1564. Il 1564 è una data tristemente importante per la storia dell’arte mondiale, perché venne a mancare un uomo considerato tra i più grandi artisti di tutti i tempi: Michelangelo Buonarroti.
Il crocifisso di Sora è un’opera fortemente legata all’ambito michelangiolesco, ed è stato realizzata poco prima che Buonarroti morisse probabilmente da uno dei suoi più stretti collaboratori. Tra i vari nomi proposti per l’attribuzione, due in particolare sono stati presi in considerazione dai recenti studi storico artistici: gli allievi Daniele da Volterra e, in minor misura, Tiberio Calcagni.
L’opera raffigura Cristo crocifisso appena morto sulla croce. Il viso chinato sul petto ha perso ogni espressione di dolore umano, il corpo e le braccia tornite formano una “Y” quasi perfetta. La scultura è un’immagine di grande realismo, ha dimensioni pari al vero e sembra essere a tutti gli effetti un corpo di un uomo in carne ed ossa.
L’accurata resa anatomica della muscolatura dell’addome, del torace e delle gambe, associata all’asciuttezza e alla leggera spigolosità, fanno del crocifisso di Sora un’opera di grande valore che il tempo aveva rovinato e che è tornata a vivere nel suo splendore grazie ad un attento intervento di restauro.
La peculiarità di questo restauro, eseguito da Chiara Munzi nel 2009 (www.keorestauro.com ), è quella di aver recuperato i danni eseguiti da un precedente intervento che aveva compromesso l’opera.
Infatti il crocifisso era stato pulito con sverniciatori aggressivi e strumenti abrasivi grossolani che avevano causato la perdita della pellicola pittorica originale di cui rimanevano poche tracce. Uno spesso strato di un materiale plastico ricopriva inoltre ciò che rimaneva dell’incarnato, scurendo la superficie.
Per capire in che modo intervenire, sul crocifisso sono state eseguite delle indagini radiografiche mirate alla comprensione della tecnica esecutiva. Da queste indagini è emerso che la scultura era stata realizzata con un unico tronco di tiglio principale che includeva anche la testa del Cristo realizzata sfruttando una biforcazione del tronco. A questo corpo principale erano poi state aggiunte le parti sporgenti: le braccia, i glutei, i polpacci ed i piedi.
Il lavoro di restauro è consistito nella rimozione dalla superficie del materiale plastico (polibutilmetacrilato) tramite impacchi di miste di solventi a diverse percentuali e trattamento antitarlo.
Contemporaneamente si è agito sul legno consolidandolo, rimuovendo le vecchie stuccature e facendone di nuove con materiali appositamente formulati per il restauro di opere d’arte. Il lavoro si è concluso con una reintegrazione pittorica che ha portato alla valorizzazione dell’originario aspetto del crocifisso di Sora.
Il restauro è stato eseguito anche nella parte non lignea del perizoma del Cristo, che era realizzato in tessuto di lino ingessato e dipinto. Il perizoma è stato smontato e dopo essere stato pulito e consolidato, è stato ricollocato nella posizione corretta, seguendo le immagini d’archivio antecedenti all’intervento sconsiderato del 2007.
Se capitate a Sora non perdete l’occasione di lasciarvi emozionare dall’espressività di questa scultura lignea del Cristo Crocifisso.
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Cassino, il monastero benedettino e la nascita dell’Europa moderna

Si può dire che l’Europa moderna sia dovuta al lavoro dei monaci e tutto il monachesimo occidentale è nato con la Regola ‘Ora et Labora’ di San Benedetto che, proprio per questo, è stato nominato come il patrono d’Europa.

La parola monaci viene dal greco ‘mnos’ che vuol dire ‘solo, unico’ e così venivano chiamate quelle persone che a partire dal III secolo dopo Cristo abbandonavano le città, soprattutto in Medio Oriente e in Egitto.

Chi si rifugiava in solitudine nei deserti o in luoghi ameni veniva chiamato ‘eremita’, dalla parola greca ‘eremos’ che significa deserto o ‘anacoreta’, ossia ‘colui che si ritira’.

Da questa prima forma di ricerca personale spirituale, alcuni iniziano a vivere in gruppo e si chiamano ‘cenobiti’, ossia persone che fanno una vita in comune.

Ma il monachesimo occidentale si può dire che nasce con San Benedetto e la sua Regola all’Abbazia di Montecassino da lui fondata nel 529.

San Benedetto era nato a Norcia da mercanti in un momento storico in cui i barbari, chiamati anche ‘migranti nordici’, e i discendenti dell’impero romano stavano cercando forme di coesistenza.

In quegli anni erano già andate perse molte conoscenze romane di tecnologia, di coltivazione nei campi e, ovviamente, di architettura e arte.

A Norcia coltivatori germanici e italiani si ritrovano vicini di campo e spesso si dovevano rifugiare all’interno di una villa fortificata per sfuggire ad assalti e aggressioni.

E qui San Benedetto inizia a sperimentare nuovi modelli di convivenza che lo ispireranno nella scrittura della Regola ‘Ora et Labora’ e nella fondazione dell’ordine monastico.

Il successo della sua Regola è stato forse quello di coniugare spiritualismo e pragmatismo, di creare dei punti di riferimento per la popolazione che fossero anche dei punti di irradiazione di cultura non solo artistica, ma agricola e manuale.

Ogni giorno si pregava per 4 ore, si leggeva per 2-4 ore e si lavorava per 5-8 ore.

Il ruolo dei monaci è stato sia quello di recuperare la memoria della cultura classica con una immensa opera di copiatura dei testi, che ci ha permesso di conoscere autori greci e latini, che con un supporto alla ricostruzione di un tessuto sociale di comunità e borghi basato sull’agricoltura.

Grazie al lavoro dei monaci, infatti, iniziò a cambiare la fisionomia dei paesaggi, non più terre abbandonate ed acquitrini ma campi coltivati e canali di irrigazione.

Grazie al lavoro dei benedettini la Germania è stata trasformata in una terra fruttifera e sono state regimentate le acque a Parigi come a Milano.

Hanno introdotto l’allevamento del bestiame e dei cavalli, la fabbricazione della birra, l’apicoltura e la frutticoltura. Hanno portato il commercio del grano in Svezia, la fabbricazione del formaggio a Parma e l’allevamento del salmone in Irlanda.

Ma ai monaci si deve anche la coltivazione della vite e la selezione di queste per i vini, che venivano usati anche durante la messa, e proprio al monaco benedettino Dom Perignon si deve la nascita dello champagne nell’abbazia di Saint Pierre a Hautvillers sulla Marna.

Con loro rifioriscono le attività artigianali e alcuni monasteri diventano delle vere officine dove si lavorano metalli e si creano strumenti di lavoro.

Si sfrutta l’energia idraulica per tutto: dalla trasformazione di prodotti agricoli alle lavorazioni dei metalli, dalla creazione e lavorazione del vetro fino a quella delle pelli.

Un monastero benedettino è una efficiente comunità economica attorno alla quale si formano nuovi individui, nascono imprese in un modo che potremo definire ‘moderno’ e fiorisce una nuova cultura occidentale sintesi di tutto quello che era accaduto nel passato.

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La distruzione di Cassino, un grande peccato militare

Molto è stato scritto sullo stato disperato di Cassino nella lotta per la sopravvivenza dei tedeschi contro il bombardamento incessante degli alleati, sulla linea Gustav - e sullo spirito indomabile che ha visto Cassino - come molte altre città - rinascere se non sopravvivere alla Seconda Guerra Mondiale. Uno dei testi più memorabili è quello del canadese, Mark Zuehlke intitolato "The Liri Valley".

Cassino era una piccola città il cui ruolo nella vita per molti secoli era stato quello di un posto di commercio pastorale, un punto lungo la migrazione stagionale dei pastori avanti e indietro dalle alpi marittime alle montagne dei pascoli estivi.

La fama di Cassino era sempre stata il grande Monte Cassino, il monastero di Benedetto del 529 d.C. Questa sede spirituale dell'Ordine benedettino che era il centro per i monaci che costruivano altri monasteri, fu distrutta nel 580 dai Longobardi e ricostruita circa 137 anni dopo.

La guerra con i saraceni portò alla sua distruzione nell'883 d.C., con la ricostruzione a partire da circa 70 anni dopo, poi completata solo alla fine dell'XI secolo. Era una grande basilica coperta di opere d'arte e di grande architettura.

Negli anni seguenti l'Abbazia divenne la salvatrice della storia d'Europa, mentre i monaci trascrivevano i grandi testi della Grecia, di Roma e di altre civiltà del "Medioevo" e custodiva circa 10.000 pergamene. Dio intervenne nel 1349 con un terremoto che causò molti danni, ma l'edificio fu rapidamente riportato al suo stato di idealità.

E poi arrivarono gli anni '40. L'Italia era dal 1943 un giocatore "silenzioso" nella guerra e Montecassino divenne un grande sito storico destinato alla distruzione mentre i tedeschi stabilivano le loro linee difensive contro il previsto arrivo degli Alleati.

Ma il piano degli alleati era quello di distruggere il "palyground" della guerra e scoraggiare i tedeschi dalla lotta. Come pensavano di raggiungere questo obiettivo? Con bombardamenti di saturazione.

C'erano quelli tra i tedeschi che potevano prevedere questo evento e uno nel mezzo di Cassino era il generale di fanteria Fridolin von Senger und Etterlein, comandante del settore Cassino. Dio brillò su Monte Cassino e su Fridolin - un devoto cattolico e studioso di Rodi che in precedenza aveva aderito ad un gruppo laico benedettino. Fridolin dedicava parte dei suoi sforzi a rimuovere i tesori del monastero per mandarli in Vaticano e salvarli.

L'inevitabile accadde e, anche se Monte Cassino non era occupato dal comando tedesco, i bombardieri alleati il 16 febbraio scaricarono oltre 400 tonnellate di bombe sul monastero, cancellando tutte le sue mura difensive e uccidendo almeno 230 rifugiati che si trovano in "uno dei santuari più sacri della cristianità". Anche dopo le raffiche di artiglieria dei giorni seguenti, le grandi mura antiche si sono tenute, ma tutto il resto - arte e architettura - è stato distrutto.

Ma che dire di Cassino, che giace ai piedi della montagna? Nel 1944 piovve quasi incessantemente da febbraio fino alle idi di marzo, il giorno che vide la completa distruzione di Cassino. Le statistiche: 455 bombardieri alleati hanno scaricato più di 1.000 tonnellate di bombe sulla città e nei paesi vicini in meno di quattro ore. Abbastanza? No!

Immediatamente dopo la fine del bombardamento, 890 cannoni martellarono Casino con 195.969 proiettili che uccisero, ferirono e seppellirono molti. Anche questo non ha minacciato i resti di Montecassino che si trovava con le truppe tedesche rimanenti nel suo mucchio di macerie fino a quando l'attacco è stato annullato, con la morte futile di 881 neozelandesi e 1.080 dalla quarta divisione indiana.

Questa follia è ora ricordata come uno dei grandi "peccati militari".

E Cassino, a differenza dell'abbazia, non è stata ricostruita sulle sue rovine e rimane la comunità più distrutta in Italia. Fu spostata di circa 2 chilometri e pochi ora sono i sopravvissuti al 15 febbraio 1944, quando la loro abbazia fu distrutta.

Non c'è niente da dire sulla morte della vecchia Cassino, nemmeno i resti di macerie, solo la libertà e l'eccitazione di una città ancora nella sua adolescenza.
 

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Casalvieri, il paese dei palloncini

Nella mia mente non era previsto che potesse esistere un piccolo paese nel Parco Nazionale di Lazio, Abruzzo e Molise nella incantata Val di Comino che fosse famoso in tutto il mondo.

Mi ritrovo a Casalvieri in una giornata di autunno colorata da un’esplosione di colori.

Casalvieri non è solo il paese dei Monumenti Nazionali, patria del famoso attore comico Coluche è anche il paese dei palloncini di gomma che qui vengono prodotti dai primi anni del novecento.

Entriamo allora nel mondo della fabbrica dei palloncini di gomma: macchie di colore in ogni angolo che ci danno la sensazione di essere stati proiettati in un quadro impressionista.

Mi ritrovo a scoprire per la prima volta come viene realizzato il palloncino, l’oggetto del desiderio di tutti i bambini, il simbolo delle feste che con il suo volo raggiunge il cielo e accompagna le domande di tutti quelli che osservano il suo volo: dove andrà a finire?

Ma come nasce un palloncino?

I primi palloncini venivano prodotti con viscere animali essiccate, e solo negli anni trenta del novecento che nasce il palloncino di gomma. La materia principe è il lattice, una sostanza completamente naturale che viene estratta dalla linfa degli alberi di gomma che si trovano in particolare in Amazzonia e in Africa.

Il lattice viene inviato qui a Casalvieri e nelle sue fabbriche prende vita: versato in grandi vasche viene colorato con delle tinte naturali che conferiscono le sfumature che il palloncino avrà alla fine della sua realizzazione.

Stampi in serie di diverse forme, vengono immersi nel lattice colorato creando una sottile pellicola che asciuga velocemente.

Passati attraverso delle spazzole rotanti si forma il bordo che è necessario per gonfiare il palloncino che è così pronto per la trasformazione più importante: sottoposto per due volte ad alte temperature si attiva la vulcanizzazione della gomma che perde le sue caratteristiche plastiche per diventare elastica.

Lavati con getti d’acqua il palloncino ormai finito viene sottoposto ai test più importanti per garantire che il sia così come desiderato con la sua speciale forma, il suo colore e privo di imperfezioni.

Pronti per essere contati da immense macchine e confezionati iniziano il loro viaggio che da Casalvieri li porterà in tutto il mondo.

Qui a Casalvieri si trova la prima azienda italiana di palloncini, tra le prime al mondo, che ha iniziato la sua produzione artigianale nei primi anni del 1900.

Oggi una vera ”Accademia Italiana del Palloncino “ si occupa della “Balloon Art”, meravigliose sculture realizzate con l’impiego di palloncini dai mille colori, dalle diverse forme e personalizzati per tutti gli eventi diffondendo arte e prodotti italiani nati in un piccolo e incantato paese della Val Comino!
E allora lasciamoci trasportare dalla forza dei palloncini che non conoscono confini se non quello del cielo!

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