Gli Sbandieratori di Cori

Virtuosismi, acrobazie, lanci di bandiere colorate che sfidano le leggi della fisica, al ritmo cadenzato di tamburi battenti e squilli di tromba: per questo gli Sbandieratori di Cori sono famosi nel mondo.
In origine erano gli Alfieri, che in battaglia guidavano e coordinavano l’esercito reggendo la bandiera con l’insegna del comune. Mai la bandiera doveva cadere nelle mani dei nemici, perciò gli Alfieri erano atletici, capaci di compiere con il drappo ogni sorta di acrobazie per difenderlo e passarlo agilmente ai compagni in caso di pericolo. Di qui, tra il ’500 e il ’600, la bandiera è approdata negli spettacoli di piazza, dove gli sbandieratori facevano sfoggio della loro bravura durante cortei e feste religiose. 
Cori, in provincia di Latina, tra Roma e Napoli, è una delle più antiche città italiane. La nascita dei gruppi di Sbandieratori di Cori si lega alla manifestazione denominata "Carosello Storico dei Rioni" celebrato a Cori fin dal 1937.
Cogliendo lo spunto dalle festività locali, gli Sbandieratori  di Cori recepiscono ed elaborano il messaggio culturale dell' antica "Gens Corana" per riproporlo e diffonderlo.
Oggi l'“arte della bandiera” è una tradizione viva e parte integrante della comunità.  Gli Sbandieratori di Cori riprendono le acrobazie del passato in coreografie complesse.
I movimenti delle mani non sono casuali: sono quelli codificati negli antichi manuali militari della cosiddetta “arte del maneggiar l’insegna”.
La scenografia è affidata all'armonia dell'intero gruppo che riesce a spettacolarizzare mirabilmente l'artificio delle bandiere in modo da creare strabilianti effetti di colore. Gli abiti sono di ispirazione cinquecentesca (i componenti del Gruppo indossano costumi che rispecchiano quelli della seconda metà del XVI sec.: "pazienza" in raso e panno, camicia in raso, calzamaglia, stivali e cinturone) e i colori quelli delle tre porte di Cori: giallo e celeste per Porta Romana, giallo e verde per Porta Signina e rosso e blu per Porta Ninfina, mentre il giallo e rosso rappresentano la Comunità.
Oggi a Cori ci sono tre gruppi di sbandieratori, che portano l’arte della bandiera corese in tutto il mondo: Sbandieratori dei Rioni di Cori, Sbandieratori del Leone Rampante e Storici Sbandieratori delle Contrade di Cori. Le occasioni migliori per ammirarli a Cori sono i due Caroselli storici, il Giuramento dei Priori, il Latium Festival e la processione della Madonna del Soccorso.
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Festa dei pugnaloni di Acquapendente: quando la città si veste di fiori

Acquapendente è la città della festa dei pugnaloni, grandi mosaici di fiori e foglie, frutto della creatività e della manualità degli abitanti, soprattutto giovani, della cittadina della Tuscia.

I pugnaloni vengono realizzati in onore della festa della Madonna del Fiore, o Festa di Mezzomaggio, che si celebra ogni anno la terza domenica di maggio. L’origine di questa festa risale alla notte dei tempi, e mescola insieme storia e leggenda.

Nel 1166 Acquapendente, tiranneggiata dal luogotenente di Federico Barbarossa, si ribellò al potere imposto per riconquistare la libertà, distruggendo il castello simbolo del potere imperiale.

La tradizione ci racconta che la rivolta scaturì da un evento straordinario (un miracolo) che due contadini annunciarono al popolo acquesiano. I due, mentre lavoravano nei campi, avevano assistito alla fioritura miracolosa di un ciliegio ormai secco, preso a simbolo di oppressione dai cittadini di Acquapendente.

L’evento fu interpretato come il segnale della protezione della Madonna e la riconquista della libertà fece nascere la tradizione di questa festa in omaggio alla Vergine.

Il pugnalone è simbolo della libertà vittoriosa su ogni oppressione e frutto dell'evoluzione secolare del pungolo, un attrezzo di ferro simile ad una spatola, infilato su un lungo bastone che gli fa da manico. Il pungolo aveva il duplice scopo di ripulire l’aratro dalle incrostazioni di terra durante l’aratura e di punzecchiare i buoi per farli procedere speditamente al lavoro.

Anticamente erano proprio i pungoli ad esser portati in processione, ornati con rami di ginestra. La fantasia degli “acquesiani” li ha rielaborati e, col passare dei secoli, sono nati gli odierni pugnaloni.

I pugnaloni sono oggi pannelli, larghi 2,60 mt e alti 3,60 mt, ricoperti da meravigliosi mosaici di foglie e petali di fiori, ispirati al tema universale della pace e della libertà.

La sfilata dei pugnaloni anticipa la processione della Madonna del Fiore.
Acquapendente improvvisamente si colora di natura. L'azzurro dei fiordalisi, l'arancione delle calendule, il verde dell'edera contribuiscono a creare un contesto suggestivo. Finita la manifestazione i pugnaloni sono trasportati nella Cattedrale del Santo Sepolcro dove sono gelosamente custoditi ed esposti per tutto l'anno.

Fino agli anni '70 i pugnaloni erano realizzati da piccoli gruppi di cinque-sette elementi, prevalentemente di familiari, e prendevano il nome del bozzettista o di uno dei realizzatori. Oggi i gruppi sono molto più numerosi, venti o trenta partecipanti, e le opere prendono il nome del gruppo che le produce.

Dal 2010 sono state modificate le denominazioni di alcuni gruppi: al nome storico vi è affiancata una via o località celebre di Acquapendente. Si è scelto alla fine di adottare direttamente il nome della zona del paese eliminando definitivamente il nome originario del gruppo.

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La vita straordinaria del Brigante Gasbarrone, un brigante gentiluomo

“Il brigante Gasbarrone (o Gasperone) è il più noto dei banditi che batterono le campagne del Lazio meridionale nella prima metà dell’Ottocento”, scriveva lo studioso Elio Lodolini nel 1951.

“Ha visto prostrati ai suoi piedi principi e signori, ricchi sfondati che sfruttavano i poveri Cristi. È colui che ha realizzato una rivincita contro le umiliazioni dei potenti. Ha umiliato i ricchi e ha difeso i poveri. Ha tolto poi ai ricchi e ha dato ai poveri”: è Antonio Gasbarrone di Sonnino, passato alla leggenda come il “Robin Hood” italiano.

Nato a Sonnino da un'umile famiglia il 12 dicembre 1793, a 15 anni perde entrambi i genitori, restando orfano con i fratelli a governare una mandria di vacche, in questo territorio montano a confine tra il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa.

Un episodio imprevisto, una storia d’amore finita in tragedia, trasformò Antonio in fuorilegge dando inizio alla sua celebre carriera.

Nel 1814 uccise il fratello della donna che voleva sposare dopo essere stato rifiutato dalla famiglia di lei poiché suo fratello Gennaro era già fuggito in montagna divenendo brigante. Quello di Antonio era un destino segnato a cui non restava che seguire le orme di chi lo aveva preceduto, come spesso succedeva da quelle parti ai margini di una terra di confine.

Al contrario del fratello però riuscì a mettersi a capo di una banda che controllando le alture dei Monti Lepini e Monti Ausoni si rese colpevole di efferati delitti ai danni dei potenti, tra il 1821 e il 1824, destando l’attenzione internazionale.

Fra le imprese memorabili di Gasbarrone si cita il rapimento di 34 ragazze che si trovavano nel convento di Monte Commodo: le giovani, i cui genitori potevano pagare il riscatto più alto, furono portate via a viva forza in pieno giorno.

Le tennero nascoste per dieci giorni sulle montagne ma, per una felice eccezione agli usi dei banditi, le fanciulle furono trattate con tutti i riguardi possibili in quella triste situazione: questo episodio ne alimentò la fama di “brigante gentiluomo”.

Nonostante questo, purtroppo per lui fu proprio una donna ad esser lo strumento di cui le autorità si servirono per distruggere la sua banda e impadronirsi della sua persona. La polizia romana allettò la donna con cui aveva una relazione con una ricompensa di seimila scudi ed il brigante, abbassata la guardia, cadde nella trappola.

Rimase in carcere per gran parte della sua vita, fino al 1870 quando con l’Unità d'Italia venne finalmente liberato.

La detenzione però non impedì al mito di Gasbarrone di crescere e diffondersi. Anzi. Proprio nei primi decenni di prigionia, suscitò inesauribile curiosità, tanto che numerose lettere gli furono indirizzate ai Bagni di Civitavecchia dove era recluso.

Ben presto la sua prigione divenne meta di talmente tanta gente che il locale console francese, il celebre Stendhal, il 29 gennaio 1840 scriveva stizzito ad un suo amico: “Su cento stranieri che giungono qui, cinquanta vogliono vedere il celebre brigante Gasperone, e quattro o cinque M. de Stendhal”.

Dunque, la fama di Gasbarrone varcò i confini dell'Italia, tanto da essere oggetto di altre celebri citazioni. Oltre a Stendhal, anche Alessandro Dumas lo cita nel Conte di Montecristo per dirne un’altra.

In generale, viene considerato da buona parte di quella letteratura del Nord Europa interessata a soddisfare le fantasie di un pubblico borghese attratto dagli echi avventurosi e romanzeschi che i “romantici” briganti italiani seppero suscitare.

E’ un mito duraturo quello sorto intorno a Gasbarrone, che lo ha fatto divenire uno dei più forti banditi della storia. Un mito di cui lui stesso si era reso conto e che contribuì ad alimentare dalla cella dove era recluso, scrivendo memorie da vendere come souvenir.

Oppure mettendo in scena, con i compagni di prigionia, assalti e rapimenti davanti agli occhi affascinati dei turisti che lo andavano a visitare. E questi non mancavano di versare un’offerta in segno di riconoscenza per il brivido di essere stati i protagonisti scampati a un autentico pericolo: dunque, anche un “brigante attore” interprete di sè stesso.

Rifiutato, tuttavia, dal suo paese d’origine, condusse gli ultimi anni della sua vita facendosi ritrarre mentre “faceva la calza” e raccontava le sue gesta fuori dalle osterie del quartiere romano di Trastevere, finché fu inviato a trascorrere i suoi ultimi giorni in una sorta di ospizio nel nord Italia. Morì ad Abbiategrasso nel 1882, all'età di 89 anni.

La sua storia e lo spirito del brigantaggio nella storia delle popolazioni del centro Italia si possono approfondire nel Museo delle Terre di Confine, dove la storia è raccontata con emozione attraverso installazioni d’arte contemporanea.

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I Barberini, originari di Barberino Val d'Elsa in Toscana, sono stati un'influente famiglia principesca e papale italiana che hanno avuto un importante ruolo nella trasformazione artistica di Roma e delle città vicine. Sono stati promotori della cultura, grandi mecenati e protettori delle arti, circondandosi di grandi artisti come Bernini, Borromini, Pietro da Cortona.

L'apice della loro potenza è stato raggiunto nel 1623 con l'ascesa al soglio pontificio di Maffeo Barberini, Papa Urbano VIII, che agevolò la carriera di molti membri della sua famiglia, nominando, tra gli altri suo nipote Taddeo Borromini come Principe di Palestrina. E' proprio in questo periodo che la famiglia Barberini inizia ad avere notevole rilevanza all'interno della comunità di Palestrina.

Nei primi anni del 1100 Palestrina era diventata un feudo della potente famiglia Colonna a cui rimase legata fino al XVII secolo quando la città passò ai Barberini. Il legame trai Barberini e Palestrina si interruppe solo con la seconda guerra mondiale.

Ma la storia più intrigane è quella di Palazzo Colonna Barberini dalle stranissime forme curvilinee perché edificato sulla parte alta del Tempio della Fortuna Primigena, che risale al II secolo a.C.. In realtà la costruzione era stata iniziata dalla famiglia Colonna intorno alla metà dell'XI secolo, riutilizzando proprio le strutture superiori del Santuario che terminava con un teatro e un portico sostenuto da eleganti colonne.

Nel 1298, il primo palazzo venne distrutto insieme alla città dopo l'assedio di Papa Bonifacio VIII in conflitto con i Colonna che si erano opposti alla sua elezione. Bonifacio VIII era il potente papa passato alla storia per lo schiaffo di Anagni.

Successivamente il palazzo è stato ricostruito insieme alla città, per poi essere di nuovo distrutto nel 1437 dal Cardinale Vitelleschi per ordine di Papa Eugenio IV. Ottenuto il permesso dal suo successore, papa Niccolò V, il Palazzo venne nuovamente ricostruito da Francesco Colonna al quale si deve il pozzo antistante la facciata e la chiusura del colonnato che sormontava l'antico teatro.

Nel 1630 il palazzo e la città di Palestrina furono ceduti dai Colonna a Carlo Barberini, fratello di Papa Urbano VIII. Taddeo Barberini, figlio di Carlo, modificò il palazzo nelle forme attuali e il cardinale Francesco volle collocarvi il noto Mosaico del Nilo nel 1640.

[caption id="attachment_57905" align="center-block" width="640"]Palestrina - Museo della Dea Fortuna - Mosaico del Nilo

Mosaico del Nilo[/caption]

Il palazzo è totalmente inserito nella antica struttura romana e, forse, proprio questo suo uso delle precedenti forme del tempio, ci ha permesso di capire l’architettura originaria. Nella sua facciata si riconoscono le colonne del porticato e la scalinata di accesso ha le forme del teatro romano.

Ovunque classicità romana, barocco e la modernità delle strutture del Museo Nazionale si fondono con grazia lasciando al visitatore il piacere della scoperta dei dettagli che ogni tanto emergono qui e li.

Dopo le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, che fece scoprire a tutti il tempio romano che era stato totalmente nascosto dalle case e di cui si era persa la forma e la magnificenza, il palazzo venne acquistato dallo Stato nel 1956 e oggi ospita il Museo Archeologico Nazionale Prenestino.

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Casina di Raffaello
Casina di Raffaello

Stiamo preparando un progetto speciale per questo maggio, in occasione dell'annuale gara di equitazione di Piazza di Siena, andremo ad esporre all'interno della Casina di Raffaello una collezione privata di statue e cimeli equestri. Stay tuned!
 
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Bonaventura da Bagnoregio: Il filosofo dell'amore

San Bonaventura da Bagnoregio è il filosofo dell'amore.

“Uomo buono, affabile, pio e misericordioso, colmo di virtù, amato da Dio e dagli uomini... Dio infatti gli aveva donato una tale grazia, che tutti coloro che lo vedevano erano pervasi da un amore che il cuore non poteva celare”

Il fine della vita dell'uomo è l'amore di Dio. San Bonaventura da Bagnoregio è il filosofo dell'amore non solo perché egli vede nell'anima umana una tendenza infinita che la spinge verso l'amore di Dio, ma anche per quel rispetto con cui si volge al creato, inteso come espressione di Dio.

E questa è la fedeltà ultima e più profonda allo spirito del misticismo francescano. Egli stesso narra che da bambino si ammalò di un morbo che lo stava conducendo alla morte, ma poi fu risanato da San Francesco in persona il quale, facendo su di lui un segno di Croce, pronunciò queste parole: «Bona ventura» che vuol dire ‘Buona Fortuna’. Fu guarito e da allora fu chiamato Bonaventura.

Si chiamava, in realtà, Giovanni Fidanza. San Bonaventura nacque a Bagnoregio, vicino Viterbo, in una data incerta che molti collocano nel 1218 e che, comunque, è compresa tra il 1217 e il 1221. Portava lo stesso nome di suo padre, che era un medico.

Studiò a Parigi e, durante il suo soggiorno in Francia, entrò nell'Ordine dei Frati Minori. Insegnò teologia all'Università di Parigi e formò intorno a sé una reputatissima scuola.

Nel febbraio del 1257 fu eletto Ministro generale dell'Ordine, carica che conservò fino al 1274, anno della sua morte, dando saggio mirabile di sapienza, prudenza, spiccato equilibrio, in un momento difficile di assestamento dell'Ordine.

A questo periodo risalgono alcune fra le opere più famose del maestro francescano: le Quaestiones disputatae de scientia Christi, le Quaestiones disputatae de mysterio Trinitatis, il Breviloquium, il De reductione artium ad theologiam, oltre a numerosi commenti biblici.

Viaggiò molto per le necessità dell'Ordine e incarichi Pontifici. Nel 1273 Bonaventura fu eletto cardinale e vescovo di Albano Laziale. Dal novembre 1273 attese alla presidenza dei lavori preparatori e poi alla celebrazione del Concilio Ecumenico di Lione (7 maggio - 17 luglio 1274). Morì il 15 luglio, due giorni prima della fine del Concilio.

Fu canonizzato da Sisto IV nel 1482. Papa Sisto V, il 14 marzo 1588, lo annoverò «inter praecipuos et primarios» dottori della Chiesa latina. San Bonaventura fu definito dottore serafico. Scrisse numerose opere di carattere teologico e mistico e importante fu la «Legenda maior», biografia ufficiale di San Francesco, a cui si ispirò Giotto per il ciclo delle Storie di San Francesco.

La filosofia di San Bonaventura risente di una molteplicità di tradizioni, che ricomprendono sia il pensiero di Aristotele sia quello di Sant'Agostino. In questo cammino - “Itinerarium mentis in Deum”, le cose si presentano come segni dell'amore di Dio e il compito dell'uomo sta nel riuscire ad interpretarli.

Tutto, dal pensiero alla natura (gradini per giungere fino a Dio), trova origine e significato solo all'interno di Dio. E questa è la fedeltà ultima e più profonda allo spirito del misticismo francescano.

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L’imperatore romano Tiberio, famoso per essere il primo successore di Augusto, aveva scelto Sperlonga per costruirsi una villa molto particolare in una grotta che ancora oggi stupisce il visitatore.

Per anni la villa è stata dimenticata e per questo ha custodito alcuni dei suoi tesori che oggi si possono vedere al museo. Il ritrovamento della villa è quasi accidentale: era il 1957 e l’ingegnere Erno Bellante seguiva i lavori di costruzione della Via Flacca.

Dalla sabbia dell'Antro di Tiberio venne estratto un tesoro. Una grande vasca circolare era costipata da migliaia di frammenti marmorei. Il ritrovamento fu rinominato “Odissea del Marmo”.


Un momento memorabile, una notizia che girò per tutto il mondo e che portò a Sperlonga numerosi illuminati. Vennero scritti saggi, articoli. Una scoperta che convolse tutti gli abitanti, che non parteciparono solo al ritrovamento ma organizzarono anche truppe di sorveglianza. Tutto per evitare che i ritrovamenti venissero portati a Roma.

Ci fu una ribellione popolare che permise di non trasferire le sculture, ma di lasciarle nel sito. Grazie a questa rivolta oggi esiste il Museo Archeologico Nazionale con sede a Sperlonga.

Dopo un lungo e difficoltoso restauro, sono oggi riconoscibili quattro composizioni principali raffiguranti le imprese di Ulisse e le peregrinazioni del nòstos.

I gruppi scultorei comprendono l'assalto del mostro Scilla alla nave di Ulisse al centro del bacino circolare; quindi il " Pasquino" (recentemente identificato con Ulisse che trasporta il cadavere di Achille) e il ratto del Palladio da parte di Ulisse e Diomede.

Questi erano posti rispettivamente sull'appendice di sinistra e di destra che separano la piscina circolare dall'antistante bacino quadrangolare. Infine, sul fondo della grotta, si trovava la grande scultura che rappresenta l'accecamento di Polifemo compiuto da Ulisse e dai suoi compagni, in un primo momento riconosciuto come Laocoonte".

La grotta di Tiberio è aperta sul mare e rappresenta una sezione di una grande villa dedicata alle feste.

Molte volte sono stati sollevati dubbi sull’appartenenza della villa–grotta all’imperatore Tiberio. Esistono, elementi però che dimostrano il contrario. Il termine praetorium (generalmente usato per indicare la residenza dell’imperatore) viene citato da Svetonio, nel brano prima citato. Un altro elemento è la presenza di una vasta caserma per raccogliere i pretoriani, guardia imperiale.

Gli storici Svetonio (Tiberio, 39) e Tacito (Annali IV, 59) narrano di un episodio fortuito avvenuto nel 26 DC proprio in questa grotta quando avvenne un crollo durante un banchetto all’interno della grotta - praetorium cui Speluncae nomen est nei pressi di Terracina.

Il crollo che provocò numerosi morti e l’imperatore Tiberio si salvò grazie all’immediato avvento di Seiano che lo protesse con il suo corpo facendo da scudo. Per questo gesto di grande fedeltà gli fu concesso l’incarico al governo di Roma, mentre lui si ritirò a Capri.

L’ultima scoperta è avvenuta il 9 marzo 2018 quando due pescatori hanno ritrovato un capitello di origine greca, che testimonia ancora di più il legame commerciale tra Italia e Grecia. Il Capitello di 1 metro di diametro, datato forse intorno all’80-90 a.C. o al I secolo dC, forse apparteneva proprio alla villa di Tiberio.

La prova che il capitello non sia proveniente dal mare e caduto da una nave, lo testimonia che la parte superiore è stato a contatto con la luce molte volte, prima del ritrovamento. Questo recentissimo recupero testimonia ancora di più l’importanza storica di questo sito e ne conferisce ancora più fascino.

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Canaletto il più grande dei vedutisti

Il più grande dei vedutisti, l'apice del vedutismo, il più noto pittore di paesaggi è stato Canaletto, il "Piccolo Canale".

Chiamato Giovanni Antonio dal padre Bernardo Canal, il mondo lo ha conosciuto con il suo "soprannome" di Canaletto. Nato a Venezia nell'ottobre del 1697, è poi spirato nella sua città natale a circa 70 anni dopo aver riempito il mondo con una straordinaria collezione d'arte, qualcosa in più di 170 opere.

Pur non combattendo Picasso in quantità, ha sicuramente fornito al mondo uno studio più accurato sul realismo pittorico.

Canaletto, fin da piccolo, aveva appreso dal padre il mestiere di famiglia di essere un pittore di scene teatrali, un mestiere che richiedeva un occhio buono, una mano sicura e un braccio veloce.

Nei suoi primi anni venti si avventurò a Roma, non facendo altre tappe lungo il cammino, e rimase incantato dalla città di Roma e dalla pittura realistica di Giovanni Pannini, tanto che il ‘Piccolo Canale’ si mise a dipingere la città eterna e la sua persone.

Il suo stile fu in seguito definito "topografico", ma per l'umile osservatore la cui consapevolezza dell'arte è alquanto ordinaria, potrebbe essere meglio definito "fotografico". Infatti, se solo Canaletto fosse stato in grado di produrre le sue opere a un ritmo più rapido, potrebbe aver ritardato l'inizio della fotografia a colori per generazioni.

La prima opera di Canaletto conosciuta è Capriccio Architettonico del 1723. E perché "capriccio"? Ci ricorda che la scena così presentata è una fantasia, un'immagine dalla mente, una storia di realismo che sfugge alla realtà. Canaletto divenne il maestro di scene di città soppiantando, ai miei occhi il riconosciuto Luca Carlevarijs per la sua padronanza del colore e della luce - creando scene realistiche con colori brillanti di cui anche Dio potrebbe essere un po' geloso.

Un veneziano di sangue, amore e tecnica, fu la fonte preferita di opere d'arte per i viaggiatori inglesi del Grand Tour nel XVIII secolo, che acquistavano la sua produzione attraverso il suo agente, Joseph Smith, che in seguito divenne console britannico a Venezia.

La passione degli inglesi per le immagini di Venezia, come un memoriale per i loro tour reali o sognati, e l'intervento della guerra, ha portato Canaletto a trascorrere circa 10 anni in Inghilterra dipingendo di volta in volta scene come il Castello di Windsor - anche se non erano così ben accolte come la sua arte veneziana e ha dovuto ricorrere a dimostrazioni di pittura per dimostrare che le sue opere erano davvero dal suo pennello.

Naturalmente, gran parte della sua produzione sono stati i capricci, o almeno "capricciosi" pittorici, il risultato di una fusione di immagini reali con possibili scenari. I trucchi del suo mestiere sono stati per lo più appresi in gioventù, indipendentemente dal fatto che usasse o meno la camera oscura come aiuto, permettendogli di riprodurre e accrescere la realtà nei suoi lavori finiti.

Il maestro aveva almeno un famoso allievo, Bernardo Bellotto, suo nipote, e spesso sembrava che esistessero due Canaletti, così simili erano le loro opere della stessa scena. Visualizza: "Piazza San Marco, verso est, Venezia" e decidi chi ha dipinto quale.

Alla fine, Canaletto attese fino agli ultimi anni, dopo il suo ritorno da Londra, per accettare l'elezione all'Accademia di Venezia e non fu fino al suo 68 ° anno che presentò la sua opera per l'ammissione, Prospettiva con portico, una prospettiva sorprendente.

Per coloro che, come me, sono rimasti affascinati dalla storia di Canaletto, il momento di apprezzare la sua grande arte è ora, nel 250 ° anniversario della sua partenza per una lontana scena celeste.

Si possono ammirare circa 40 delle sue opere al Museo di Roma, Palazzo Braschi a Piazza Navona, nel cuore del quartiere di palazzo di Roma, fino al 19 agosto 2018.

Godetevi l'arte e le descrizioni e le storie in inglese e italiano. E magari manda un commento o due, aggiungendo un piccolo capriccio letterale

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