Fieracavalli Summer Tour in Val di Comino

In occasione dei suoi 120 anni, Fieracavalli ha organizzato un Summer Tour al centro equestre internazionale di Atina nella splendida Valle di Comino. Dal 20 al 22 luglio vi sarà una vera e propria mostra dedicata al cavallo e al mondo equestre collegata anche al turismo e alla valorizzazione del territorio.
Un territorio particolarmente ricco di prodotti enogastronomici, dal vino di Atina DOC al Fagiolo Cannellino, al formaggio di Picinisco e a molti altri prodotti della terra. Una natura incontaminata che in parte ricade nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e una storia che risale al periodo romano e che si manifesta in tutto il suo splendore nei castelli di Alvito, Vicalvi e Atina, solo per citarne alcuni.
Borghi suggestivi che in estate si riempiono di musica popolare e jazz dove è possibile ballare e gustare prelibatezze eno-gastronomiche.
Il centro equestre gestito dall’Associazione Ippica di Atina ospita gare internazionali come il CSI del 12 luglio, un concorso di salto ostacoli internazionale, proprio poco prima di Fieracavalli Summer Tour.
Il turismo equestre in Val di Comino è una realtà e lo sarà ancora di più grazie alla apertura di 120 km di sentieri grazie all’Associazione “I cavalieri dei Tratturi”. Una rete che si può percorrere a cavallo, in MTB e a piedi e che connette la Valle di Comino con il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.
Il nostro ruolo sarà quello di dare informazioni ai turisti e agli appassionati su tutte le bellezze del territorio e sulle esperienze, raccontare e promuovere l’evento nei nostri canali.

powered by social2s
Sagra delle ciliegie, la Madonna delle Cerase e l’Oro Rosso di Maenza

Maenza, uno splendido borgo sui Monti Lepini famoso per il suo castello ma soprattutto per un gustosissimo frutto della terra festeggiato ogni anno con la Sagra delle Ciliegie di Maenza.

Quando nel Medioevo nacque il primo insediamento, gli alberi di ciliegio già si trovavano sul territorio. Una importante testimonianza storica dell’antichità di questo prodotto “principe di Maenza” è un pregevole affresco medievale, conosciuto come “Madonna delle ceràse” (ciliegie in dialetto maentino), oggi conservato nella Chiesa di Santa Maria Assunta.

Nell’affresco è raffigurata una Vergine in trono con il Bambino seduto sulle sue gambe. La Madonna indossa un manto rosso e poggia i piedi su un cuscino e il Bambino prende dalle sue mani un grappolo di ciliegie, che simboleggiano il sangue di Cristo versato sulla Croce.

L’opera è una porzione staccata da un antico affresco di autore ignoto risalente al XV secolo che è stato rinvenuto nell’antica chiesa di San Giacomo nel 1975. La coltivazione della ciliegia a Maenza risale quindi ad epoche antiche. Un tempo era usanza comune che con il ricavato della vendita delle ciliegie si comprasse la dote delle ragazze.

Per molti secoli la coltura della ciliegia non ha avuto un grande sviluppo produttivo e commerciale. Ma nel 2009 un gruppo di produttori locali ha deciso di fondare l’Associazione “La Cirasa” per entrare in nuovi mercati,  avviare nuove tecniche di coltivazione e piantare nuove varietà. Questo ha permesso alla ciliegicoltura locale di raggiungere l’eccellenza e una crescita produttiva e commerciale.

Oggi a Maenza sono coltivate diverse varietà di ciliegia. Tra quelle autoctone ci sono: le “Prumoteche”, dal frutto precoce e dal sapore meno intenso, le “Patrea” (sia rosse che nere) dal frutto con un sapore più deciso e ricco di fosforo, le “Toste” e le “Ciràse noci” dal frutto generalmente più grande e più duro e un colore rosso scuro. Infine ci sono le “Marascoli” (visciole), tendenzialmente più aspre, con le quali si realizzano confetture che sono usate per farcire le tipiche crostatine oppure per fare il liquore Rattafìa . Altre varietà sono le “Praticane” e le “Pomponie”.

Tra le varietà non autoctone, frutto della sperimentazione ci sono: la “Durone Nero II di Vignola” tra le specie italiane più antiche e la “Isabella”, la “Giorgia”, la “Adriana” e la “Ferrovia”.

Questo ‘oro rosso’ del delizioso prodotto tipico maentino viene celebrato dal 1954 con una festa in suo onore. Tranne una lunga interruzione di 14 anni (dal 1963 al 1977) la Sagra delle Ciliegie di Maenza si tiene regolarmente ogni anno il primo fine settimana di giugno.

Fin dalla prima edizione la sagra è stata un successo, con la piazza e l’intero paese affollati da carri allegorici, canti stornelli e balli che hanno coinvolto molti degli abitanti del borgo.

Il programma della sagra è una ricetta genuina e vincente che attira anno dopo anno numerosi turisti e curiosi da tutta la regione: distribuzione delle ciliegie da parte delle famiglie nella parte bassa del paese, sfilata di carri, esibizione della banda musicale, gruppi folk e serate musicali.

Negli ultimi anni la sagra è stata arricchita da esposizioni artistiche e degustazioni di prodotti locali e piatti tipici e numerose manifestazioni culturali.

Nelle prime edizioni (fino al 1963) i poeti locali e il maestro della banda musicale dedicavano ogni anno alla manifestazione un componimento musicale. Quello più conosciuto, oggi considerato vero e proprio inno della festa (essendo la prima canzoncina), è “Evviva le Ciraselle” del 1954 (anno d’esordio della sagra) scritta e musicata da Giovanni Bizzarri, allora maestro della banda.

Maenza è uno dei due comuni del Lazio (l’altro è Poggio Nativo vicino Rieti) che fa parte dell’Associazione Nazionale “Città delle Ciliegie”, nata nel 2003 per sviluppare e promuovere tutto il settore e per valorizzare le tipicità dei territori.

Le ciliegie di alcune aziende maentine hanno vinto il Premio Speciale al Concorso Nazionale “Ciliegie d’Italia” gara che dal 1999 seleziona le migliori produzioni nazionali.

powered by social2s
Il Palio delle Contrade di Artena: un’esplosione di festa

Il “Palio delle Contrade di Artena” è amore per il territorio, per la storia, per le vicende, per i personaggi che hanno animato la vita di questa stupenda città che ancora è scandita dal passo del mulo: fermo e deciso.

Artena è uno splendido borgo arroccato su un ripido pendio vicino Roma che ospita ogni anno una delle feste più sentite e partecipate: il Palio delle Contrade. Una serie di giochi che riportano alla luce la tradizione agricola del paese e che sono un pretesto per divertirsi e far divertire i visitatori mentre si rivive la tradizione del paese.

Un’idea che dal 1990 riunisce il comune intero, attirando l’attenzione di turisti e curiosi. Tutto comincia con la bella e sfavillante sfilata storica con i rappresentanti nobili e popolani: oltre mille persone e animali tra muli, asini, cavalli e mucche. Si parte da Piazza della Vittoria e si arriva fino al parco di Villa Borghese.

Un corteo storico in cui tutto è accompagnato da cavalieri e sbandieratori che formano una cornice di costumi e colori per la manifestazione. Il corteo, aperto ormai abitualmente da una "vetta" di buoi, è il momento più affascinante poiché richiama una condizione di vita che oggi non c'è più.

Le origini di questa competizione risalgono al ‘700 e sono radicate nella storia contadina di Artena: i giochi nascono proprio dagli usi e costumi dell’epoca e richiamano la magia del tempo passato.

Le dieci contrade si contendono la vittoria disputando circa 20 giochi popolari: dalla corsa con la carrettella alla canzone in dialetto, dal sardamonte al taglio del tronco.

Competizioni che riportano a momenti di vita vissuta e rappresentano un tuffo nella quotidianità dell’antica Artena.

L’atmosfera goliardica non preclude però il clima di sfida tra le diverse contrade che a tratti diventa rovente. I giochi sono il sale del palio: creano la polemica ma alla fine fanno abbracciare tutti, tra un bicchiere di vino ed un piatto della tradizione.

Per nove giorni ad agosto è garantito lo spettacolo e la gastronomia. La valorizzazione del territorio passa soprattutto da queste cose.

Trasmettere nel tempo notizie e testimonianze è ciò che oggi serve a rendere vivi ed attuali antichi “rituali”, legati ad un tempo passato mai dimenticato. Quale migliore custode di questo tesoro se non il paese ed i suoi abitanti?

powered by social2s
Vino Frascati DOCG, da millenni il preferito nel mondo

Il Frascati è uno dei vini bianchi italiani più conosciuti all’estero, anche perché è stato uno dei primi vini ad essere esportato. Si distingue nelle varietà Frascati Superiore DOCG, Frascati Superiore Riserva DOCG Cannellino DOCG, Frascati Spumante Doc e Frascati DOC.

Il vino Frascati è un blend di Malvasia Bianca di Candia e/o Malvasia del Lazio (Malvasia puntinata) minimo 70%, di Bellone, Bombino bianco, Greco bianco, Trebbiano toscano, Trebbiano giallo da soli o congiuntamente fino ad un massimo del 30%. Si possono aggiungere altre varietà di vitigni a bacca bianca idonei alla coltivazione nella Regione Lazio fino ad un massimo del 15% di questo 30%.

Un vino che si accompagna perfettamente ad antipasti, minestre, primi piatti secondi piatti di pesce e carni bianche, formaggi di media stagionatura, oltre ad essere utilizzato come ottimo aperitivo.

La zona di produzione si estende sul versante nord dei Colli Albani, su terreni di ceneri e lapilli di origine vulcanica, e comprende per intero il territorio dei comuni di Frascati, Grottaferrata, Monteporzio Catone e in parte Monte Compatri.

I vigneti partono dalla zona pianeggiante e arrivano ad una quota di circa 500 metri slm con un clima temperato mediterraneo, anche per la vicinanza del mare, e una buona insolazione a settembre e ottobre. Dal disciplinare DOCG:
«…la combinazione tra le caratteristiche del terreno ed i fattori climatici, determina per i vini bianchi, la produzione di significative quantità di precursori aromatici che consentono di esaltare le caratteristiche organolettiche e i sentori tipici dei diversi vitigni.»

La presenza di vigneti in questa area risale al tempo dei romani e si ritrova in una porzione di affresco da Tusculum del V secolo a.C., che raffigura due caproni che si affrontano sotto un ricco tralcio di vite carico di grappoli, che oggi si trova nel Castello di Agliè in Piemonte.

Nel trattato “De agri Cultura” scritto da Marco Porcio Catone (che da il nome al borgo di Monteporzio) nel 160 aC. Lo scrittore e militare Marco Terenzio Varrone che aveva terreni al Tuscolo scriveva che nessuno poteva spedire il vino a Roma prima delle celebrazioni della Vinalia, due feste in onore di Giove (poi anche di Venere) che celebravano con feste il vino nuovo il 23 aprile e l’augurio della vendemmia il 19 agosto.

Dopo la caduta dell’impero romano, la prima menzione dei vigneti dell’area di Frascati si trova in una bolla di Papa Sergio I (687-701), il papa dalla Siria che evangelizzò il nord Europa. Anche il grande Marcantonio Colonna, vincitore della battaglia di Lepanto che ha avuto in feudo gran parte dei Castelli Romani, aveva regolamentato la coltivazione della vite negli Statuti dei suoi feudi.

Fra le menzioni a favore della qualità dei vini dell’area del Frascati possiamo riferire del discorso del bottigliere di papa Paolo III, un tale Sante Lacerio che li cita fra i migliori dell’epoca, e il cardinale Scipione Borghese che aveva scelto di avere una sua residenza proprio qui.

Quello che è certo è che l’economia di quest’area si è retta per secoli sulla produzione e sul commercio del vino e in una relazione del 1835 sullo stato dei comuni dello Stato Pontificio di Giuseppe Marocco, si legge:

per Monte Porzio Catone «Gli abitanti sono pieni di convenienza, si applicano ai lavori della campagna, e la maggiore utilità l'hanno sul commercio dèl vino»

per Grottaferrata «i vini sono eccellenti»

per Frascati «Il territorio è feracissimo… produce eccellenti vini».In ogni caso non c’è trattato di politica del territorio o guida turistica che non riporti l’area di Frascati e Monteporzio come caratterizzata da grandi vigneti e oliveti che producono vino di altissima qualità.

Passata la seconda guerra mondiale che qui ha portato bombardamenti e distruzioni, il 23 maggio 1949, 18 produttori fanno nascere il "Consorzio del Frascati" per tutelare e promuovere il vino Frascati.

Oggi questa area ha meritato di diventare vino Frascati DOCG.

powered by social2s
FOTO-SECONDARIA-ALATRIJAZZ-il-direttore-artistico-e-docente-della-Masterclass-Jazz-di-Alatri-Mauro-Bottini-300x300.jpg

Alatri è uno dei paesi più sorprendenti da visitare per la sua incredibile acropoli con mura ciclopiche. E lo è ancora di più ad agosto, quando le sere estive si animano di AlatriJazz.

L’ International Festival and Masterclass of Jazz di Alatri, meglio conosciuto come AlatriJazz, è una rassegna musicale dedicata alle varie espressioni della musica Jazz e va in scena dal 2003 in diversi luoghi del centro storico di Alatri.

La manifestazione prevede spettacoli, cultura, concerti, didattica e spettacoli itineranti.

Nei concerti serali le formazioni jazz scelte per l’occasione suonano musiche travolgenti che conquistano il pubblico gioioso, accorso in piazza ad ascoltare nuovi progetti interessanti e originali. Partecipando si ha la percezione che oggi AlatriJazz sia diventato un movimento, una comunità, una famiglia.

All’interno del programma del festival, di pomeriggio il fortunato visitatore musicista ha la possibilità di sperimentare e suonare con gli insegnanti e ricevere suggerimenti sul proprio modo di suonare.

Le Masterclass di AlatriJazz sono seminari di perfezionamento che mettono in stretto contatto gli allievi con i docenti. Gli allievi sono musicisti e appassionati, che vogliono perfezionare il proprio stile, non solo studenti di conservatorio.

La squadra di docenti della Masterclass è composta da nomi di assoluto valore con una grande carriera alle spalle, nomi che vengono scelti di anno in anno dalla direzione artistica.

Rosario Giuliani, Steve Grossman, Maurizio Giammarco, Emanuele Cisi, Andrea Pace, Gerardo Iacoucci, Paolo Tombolesi, Danilo Rea, Antonino Zappulla, Marco Massimi, Cristiano Coraggio sono solo alcuni nomi dei docenti che hanno fatto parte dei seminari Jazz ad Alatri. Le Masterclass si tengono all’interno delle sale del Palazzo Conti Gentili.

Dei ragazzi che partecipano alle Masterclass, alcuni vengono da fuori regione a studiare il Jazz e la musica moderna. Il festival e la Masterclass sono diretti e curati dall’anima di AlatriJazz che è Mauro Bottini, saxofonista, clarinettista, docente e direttore dell’Accademia di Musica Charlie Parker, l’organizzazione che promuove la rassegna.

[caption id="attachment_59210" align="pull-left" width="300"] Mauro Bottini[/caption]

Nel corso delle edizioni il festival ha ospitato grandi artisti italiani e stranieri come Antonio Giordano e Sara Mazzaccaro, Ada Montellanico Quartet, Marta Capponi Quartet, Jerry Popolo, lo swing italiano dei Carosoni, gli italiani Lola Swing, Buscaja, Saxophobia, Simona De Rosa e gli Inside Quartet, Nu Indaco con Rodolfo Maltese (Banco del Mutuo Soccorso), Janisisalive, Lino Patruno, Michael Supnick, Emanuele Urso, Gegè Telesforo, Max Ionata, Roberto Gatto, Enrico Pieranunzi e molti altri.

Che sia per le mura, l’acropoli, o uno dei migliori oli extravergine d’Italia, ogni scusa è buona per non perdere le notti musicali jazz di Alatri.

https://www.facebook.com/mauro.bottini.9?ref=br_rs
https://www.instagram.com/maurobottini1/

powered by social2s
I misteri negli affreschi della chiesa di San Sebastiano e Rocco di Acuto

La chiesa dei Santi Sebastiano e Rocco si trova all’ingresso del paese di Acuto, in Ciociaria, e racchiude tesori artistici e misteri.

Risale al XII secolo e venne intitolata inizialmente a San Sebastiano, protettore contro le malattie e le epidemie. San Rocco è stato poi aggiunto come santo protettore dalla peste. Anche in ragione di trovarsi sulla via Francigena, divenne per i viandanti un posto dove riposarsi.

Al suo interno si trovano cicli di affreschi del 1500 e 1600. Non si può affermare con precisione chi abbia gestito la chiesa, ma entrando si possono ammirare quattro croci patenti di colore rosso inscritte in una circonferenza, simili a quelle visibili in altri edifici sacri appartenute all’Ordine monastico–cavalleresco dei Cavalieri Templari.

All’interno della chiesa è conservata un’acquasantiera a forma di testa di elefante che trova collegamenti con l’Africa e l’Oriente.  L’elefante simboleggia il battesimo in cui la femmina dell’elefante partorisce il piccolo in una palude. L’acquasanta rappresenta l’acqua dello stagno in cui nasce il piccolo e allude al fatto che il fedele, bagnandosene, rinasca. Una simile acquasantiera è piuttosto rara in Ciociaria e l’altro esemplare si trova a Pico.

Gli affreschi che decorano le pareti interne della chiesa risalgono a epoche e committenti diversi, ma sono ricchi di simbologie intriganti. Tra i più antichi, sul lato destro è dipinto un drago di colore verde che assale un leone, che raffigura in modo simbolico l’episodio del tragico “Sacco di Roma” ad opera delle armate imperiali formate dai Lanzichenecchi luterani. L’eresia protestante che afferra il leone simbolo di Cristo.

La parete di fondo è caratterizzata da due angeli che reggono un misterioso stemma azzurro con una torre. Nell’abside c’è l’affresco di un Padreterno benedicente che con la mano sinistra regge un Globo terracqueo trasparente (diviso in 4 parti per omaggiare le nuove scoperte geografiche dell’epoca).

Nella parte inferiore dell’abside è rappresentata la Madonna in trono con il Bambino sotto una conchiglia di Venere, che rimanda alla Pala Brera di Piero della Francesca. Ai lati della Madonna si trovano i due santi della chiesa. Sulla sinistra c’è San Sebastiano, il cui piede destro mostra sei dita, un caso di esadattilia che in altre culture indica un segno d’illuminazione.

Sulla destra della Madonna in trono, è stato dipinto l’altro santo della chiesa, San Rocco mentre mostra la piaga della peste sulla gamba destra (al contrario degli affreschi di San Rocco in tutta Europa in cui la gamba con la piaga è quella sinistra).

Dagli affreschi della parete di fondo si possono ammirare ancora altri particolari curiosi.

In alto, alla sinistra dell’abside, l’Arcangelo Gabriele con un giglio in mano si rivolge alla Vergine. Sotto l’Arcangelo Gabriele è stato affrescato l’Arcangelo Michele con un’armatura romana che colpisce con una lancia il demonio, schiacciato sotto i suoi piedi, mentre con la mano sinistra regge una bilancia.

L’Arcangelo è intento nella “Psicostasia”, cioè la “pesatura delle anime”. Si tratta di un tema che non trova riferimento neanche nelle Sacre Scritture Neotestamentarie, bensì nella tradizione religiosa dell’Antico Egitto. In Italia è piuttosto raro incontrare un affresco del genere. Quella di Acuto è una vera e propria scoperta.

Tra le colonne portanti della struttura monumentale dipinta intorno all’altare laterale destro, si riconosce sulla sinistra il biblico re David con corona e arpa, mentre a destra è stato rappresentato Mosè con il bastone a forma di serpente.

Anche in questo caso si tratta di una raffigurazione piuttosto rara, ovviamente riferita all’episodio dell’Antico Testamento in cui gli Ebrei vennero puniti da Jahvè mediante i morsi di serpenti velenosi, simbolo di conoscenze positive in grado di guarire.

Sulla parete sinistra all’interno del piccolo abside è raffigurato l’Onnipotente con il volto incorniciato da una folta barba grigia, inserito in un sottile triangolo d’oro, con addosso una veste azzurra e un mantello rosso, mentre regge con la mano sinistra il Globo terracqueo. Al contrario del Padreterno nell’abside principale, il globo è diviso in 3 parti secondo la concezione trinitaria medievale del mondo e benedice con la mano destra.

Ma l’elemento più interessante e vero polo di attrazione ad Acuto per le ricerche esoteriche è il magnifico Palindromo. Si tratta di un rettangolo di 11 x 9 quadratini, in ognuno dei quali è inserita una lettera che serve per formare la frase, leggibile in tutti i versi a partire dal centro, “DEO GRATIAS”, cioè “Grazie a Dio”.

Il centro del rettangolo e di tutta la composizione è la lettera “D” di colore rosso. La frase di Acuto è piuttosto rara. Non risulta che esistano altri esemplari in una chiesa. Quella della chiesa di San Sebastiano e Rocco di Acuto è davvero unica. La D di “Deus” centrale funge da perno attorno a cui tutto ruota. Ciò che emerge è un labirinto, in cui comunque abbandonandosi con fiducia alla strada tracciata dal “DEO GRATIAS” si giunge in ogni caso a Dio.

powered by social2s
Festa di San Biagio: tra tradizioni e benedizioni alla gola

Avete mal di gola? Allora San Biagio è il vostro santo e negli anni ha guarito talmente tante persone da aver dato origine a feste e cerimonie particolari. È il patrono di molti paesi come Anguillara Sabazia e la sua festa è il 3 febbraio.

Poco si conosce della vita di San Biagio. Si tratta di un santo conosciuto e venerato tanto in Occidente, quanto in Oriente ed infatti il suo culto è molto diffuso sia nella chiesa cattolica che in quella ortodossa.

Nacque probabilmente a Sebaste, in Armenia, e passò la giovinezza fra gli studi dedicandosi in modo particolare alla medicina. Amante della vita religiosa, alla morte del vescovo di Sebaste venne eletto come suo successore.

Da quell'istante la sua vita fu tutta spesa per il bene dei suoi fedeli. In quel tempo la persecuzione scatenata da Diocleziano infuriava nell'Armenia per opera dei presidi Lisia ed Agricola.

Quest'ultimo, iniziò sin da subito una febbrile attività in cerca di Biagio, il vescovo di cui sentiva continuamente lodare l’attività. Venuto a conoscenza della persecuzione, per non lasciare i fedeli senza guida, Biagio si rifugiò in una caverna del monte Argeo.

Per moltissimo tempo rimase nascosto in quella solitudine, vivendo in continua preghiera e continuando a governare la chiesa con messaggi segreti. Un giorno però un gruppo di soldati riuscì ad arrivare alla sua grotta, lo arrestarono e lo condussero ai presidi. Il tragitto dal monte alla città fu un vero trionfo, perché il popolo venne ad acclamarlo in folla tanto era la venerazione.

Fra tanta gente arrivò anche una povera donna in lacrime che, tenendo il suo bambino moribondo sulle sue braccia, scongiurava il Santo di chiedere a Dio la guarigione del figlio. Una spina di pesce gli si era fermata in gola e pareva lo volesse soffocare da un momento all'altro.

Biagio, mosso da compassione, sollevò gli occhi al cielo e fece sul sofferente il segno della croce. Il bambino guarì miracolosamente.

Giunto a Sebaste, venne condotto dal giudice Agricola che voleva convincerlo a rinunciare al culto religioso. Dopo aver rifiutato, venne battuto con verghe e gettato in carcere.

Dopo qualche tempo fu di nuovo chiamato in tribunale. Sempre più fermo nella decisione di non rinunciare a Dio, gli furono lacerate le carni con pettini di ferro e fu sospeso ad un tronco d'albero. Fu infine condannato ad essere sommerso in un lago.

I carnefici lo lanciarono nell'acqua e mentre tutti si aspettavano di vederlo annegare, Biagio tranquillamente iniziò a camminare sull'acqua fino a raggiungere la sponda opposta. Il giudice vedendo di non poter spegnere altrimenti quella vita prodigiosa, lo fece decapitare. San Biagio è ricordato dalla chiesa il 3 febbraio.

Dove si festeggia San Biagio

È patrono di Anguillara Sabazia e di Maratea, dove sono conservate le reliquie. Queste, giunsero a Maratea nel 732, quando una nave si arenò a causa di una tempesta. Gli abitanti del luogo raggiunsero l'imbarcazione per portare soccorso e vi trovarono oltre l'equipaggio, le reliquie conservate in un'urna marmorea, che fu portata in cima al monte dove rimase custodita.

È tradizione introdurre, nel mezzo della celebrazione liturgica, una speciale benedizione alle “gole” dei fedeli, impartita dal parroco incrociando due candele (anticamente si usava l'olio benedetto). Qualcuno prepara dei dolci tipici con forme particolari che ricordano il santo che vengono benedetti dal parroco e distribuiti poi ai fedeli.

Molto interessante è la tradizione popolare di Milano dove si usa festeggiare in famiglia mangiando i resti dei panettoni avanzati appositamente a Natale.

Monte San Biagio le ‘panicelle’ di San Biagio

A Monte San Biagio, piccolo paese arroccato sulle pendici dei Monti Ausoni, ogni anno il 3 febbraio si celebra la Festa patronale con annessa fiera nel centro storico del paese. Il 3 febbraio ha luogo la processione religiosa che prevede tre soste per la benedizione dei rioni e si incammina per i caratteristici vicoli del centro storico. La domenica successiva si ripete la festa religiosa.

Il programma dei festeggiamenti inizia intorno al 25 gennaio con l'esposizione del busto del Santo, e termina dopo il 10 febbraio, con la giornata di festa per l'Ottavario di San Biagio.

La tradizione vuole che ogni anno vengano distribuite le ‘panicelle’ di San Biagio, tipiche pagnottelle fatte con farina integrale, acqua e sapori vari, lavorate in modo tale da formare cinque dita.

Le panicelle vengono preparate dai fedeli nei giorni antecedenti la festa e poi vengono distribuite ai devoti in cambio di un’offerta nella chiesa.

Rocca Priora, l’olio benedetto e la Confraternita di San Biagio dal 1660

A Rocca Priora già dalla fine di gennaio iniziano i festeggiamenti per il patrono della gola, San Biagio, organizzati dalla locale Confraternita con un programma che termina dopo il 20 febbraio. San Biagio è il protettore delle gole ed uno dei patroni di Rocca Priora.

La Confraternita di San Biagio era nata nel 1660 e ancora oggi, grazie all’impegno e alla devozione dei suoi confratelli, conserva le tradizioni religiose e culturali del paese. Il 3 febbraio si celebra la Santa Messa, nel corso della quale vengono rinnovate le “promesse confraternali”, benedetta la gola e distribuito l’Olio Benedetto.

Al termine della cerimonia, una solenne processione con le Confraternite dei paesi vicini percorre le vie del paese. Accanto alle celebrazioni sacre, il programma prevede la gustosa “Sagra della Polenta”. I Festeggiamenti in onore di San Biagio si concludono dopo il 20 febbraio con la Santa Messa per i Confratelli defunti e con il trasferimento del quadro del Santo nella casa del nuovo “Festarolo”, ossia il maestro delle cerimonie che ogni anno viene scelto fra la popolazione.

San Biagio Saracinisco e il bacio della Reliquia

Come ogni anno il 3 febbraio la piccola comunità di San Biagio Saracinisco rende onore al proprio patrono. Una festa semplice e, data la rigidità del tempo, limitata ai soli festeggiamenti religiosi.

La festa conviviale si tiene in estate avanzata quando, approfittando delle ferie estive, la maggior parte dei Sanbiagesi residenti all’estero fanno ritorno al paese natale.

Il 3 febbraio comunque si celebra una santa messa con una processione per le vie del centro storico, la benedizione della gola ed il bacio della Reliquia concludono la giornata.

Giuliano di Roma e l'olio di San Biagio

Il Santo Patrono protettore di Giuliano di Roma è San Biagio che viene festeggiato il 3 febbraio.

In occasione della sua festa è tradizione benedire l'olio di San Biagio che poi il sacerdote, servendosi di una candela, usa per ungere la gola dei fedeli. E' usanza anche portare l'olio di San Biagio alle persone malate che non possono recarsi in chiesa per riceverlo.

Esistono due statue di S. Biagio, quella antica in legno e una statua in cera, vestita con vesti antiche. Entrambe sono conservate nella chiesa parrocchiale. San Biagio viene festeggiato anche l'ultima domenica di agosto. Sia il 3 febbraio sia in agosto vengono fatte processioni con la statua del Santo.

E' possibile che la festa "estiva" di San Biagio sia stata istituita per ricordare la cerimonia di dedicazione della chiesetta di San Biagio avvenuta proprio l'ultima domenica di agosto del 1739.

Difatti, a differenza del 3 febbraio, la processione di agosto in onore di San Biagio, partiva dalla chiesetta, dopo la celebrazione del vespro e l'unzione della gola. Ad agosto il Santo Patrono viene celebrato con due processioni: una la sera del sabato con la statua lignea con la fiaccolata che parte dall’antica chiesa a egli dedicata e l’altra la domenica mattina con la statua barocca.

Marina di Minturno tra Candelora e il pane di San Biagio

La parrocchia di Marina di Minturno onora il patrono San Biagio, cominciando le celebrazioni sul finire di gennaio con la processione con l’icona di San Biagio che parte dalla chiesa delle suore dell’Orto.

La venerata icona di San Biagio arriva nel tardo pomeriggio nella chiesa parrocchiale per la celebrazione della Messa il 2 febbraio. Nel pomeriggio, prima della Messa, avviene la tradizionale benedizione delle candele nel giorno della Candelora.

Il 3 febbraio, giorno liturgico della festa del Santo, nella chiesa parrocchiale si celebrano due messe di mattina e una nel pomeriggio con benedizione della gola e distribuzione del pane di San Biagio.

Marta, l’unzione della gola, i fichi secchi e gli agrumi

San Biagio è compatrono di Marta insieme a Santa Marta. La festa è molto sentita e si celebra ogni 3 febbraio con un carattere prevalentemente religioso. Nei giorni della vigilia i solenni vespri segnano l’inizio della festa.

Il mattino successivo, dopo la solenne messa, si svolge la tradizionale processione con il busto-reliquiario del santo che attraversa gran parte del paese accompagnato dalle 3 confraternite, la banda, il clero, le autorità civili.

Molto sentito è anche il rito dell’unzione della gola che si svolge dal primissimo pomeriggio e si prolunga fino a sera inoltrata nella chiesa parrocchiale. Durante questo rito viene tracciato un segno di croce sulla gola dei fedeli in fila mediante una candela immersa nell’olio crismale.

Una particolarità di questa cerimonia è che vengono benedetti anche i fichi secchi e gli agrumi che vengono poi consumati per devozione. La conclusione della festa coincide, per Marta, con l’inizio del Carnevale.

Veroli e i “Cellitti de S. Biagio”

Il 3 febbraio si celebra a Veroli la festa di San Biagio Vescovo. I fedeli di tutto il territorio giungono in Centro per assistere alla celebrazione eucaristica che si tiene nella cattedrale di S. Andrea.

Nell’occasione, viene unta la gola con l’olio benedetto.  Le suore, insieme ad alcune parrocchiane, preparano centinaia di batuffoli di ovatta unti nell’olio benedetto da distribuire ai malati, agli anziani, ai bambini e a chi per vari motivi non potrà assistere alla celebrazione eucaristica.

Le messe si tengono di mattina e di pomeriggio mentre in piazza tante bancarelle offrono i “Cellitti de S. Biagio”, dolci di pasta frolla, appena sfornati e ottimi da gustare. Le donne come da tradizione si recano in chiesa per la benedizione dei dolci che vengono poi consumati a tavola insieme a tutta la famiglia.

Palombara Sabina e le “Mazzette” del Santo

Il 3 febbraio si svolge a Palombara Sabina, e precisamente nella Chiesa di San Biagio, la festa del Santo Patrono con una giornata liturgica che inizia di mattina con la Santa Messa Solenne.

Le antiche ”Mazzette” del Santo, ovvero le statuette del Santo che dovranno essere conservate fino all'anno successivo, sono ritirate presso i vecchi Festaroli di mattina e consegnate ai nuovi di pomeriggio. I Festaroli sono le persone incaricate di organizzare la festa: ogni anno vengono scelte tra la popolazione avviene un passaggio di testimone tra gli organizzatori attuali e quelli futuri. Infatti durante la festa patronale, il 3 febbraio, nella chiesa vengono sorteggiate le statuine del santo e si svolge la benedizione delle gole dei fedeli accorsi.

La festa è allietata dalla musica della banda Musicale “Città di Palombara Sabina”.

Marano Equo e la Mongolfiera

I festeggiamenti in onore di San Biagio, patrono del paese a Marano Equo, sono molto sentiti e iniziano dal mattino, quando l'effige del santo viene portata in processione per le vie del borgo. A seguire c'è poi la spettacolare partenza della mongolfiera, realizzata con carta velina multicolore.

Nei giorni che precedono la festa le donne di Marano Equo preparano le caratteristiche ciambelle con anice, particolarmente gustose se bagnate con il vino locale. Il procedimento è stato tramandato di madre in figlia, e le ciambelle sono offerte a tutti i partecipanti alla festa.

A Sacrofano si festeggia il Patrono San Biagio il 3 febbraio in modo solenne. In occasione della benedizione delle gole presso la Chiesa dedicata al Santo vengono messe al collo dei fedeli due piccole candele sistemate come fossero una croce, simbolo di protezione divina della gola dei fedeli. Segue poi una sfilata della banda musicale che attraversa le vie e le piazze del centro fino alla conclusione dei festeggiamenti.

A Subiaco gli abitanti raggiungono la mattina presto il piccolo eremo sul Monte Taleo, fatto costruire nel 1110 dall'abate Giovanni V e dedicato al culto di San Biagio. Nel rispetto dell'antica usanza, i visitatori si sottopongono al rito dell'unzione della gola con olio benedetto da parte di un monaco del vicino Sacro Speco di San Benedetto. Ricevuta l'unzione, tutti si sistemano nei prati circostanti la chiesa, dove accendono fuochi per cuocervi salsicce e prodotti locali.
Inoltre San Biagio nel Lazio si festeggia anche nei paesi di Vignanello, Corchiano, Cantalupo in Sabina, San Vito Romano.

powered by social2s
Infiorata di Genzano di Roma: dal 1778 la vera ‘Festa dei Fiori’

Il giorno del Corpus Domini le vie e i vicoli di molti borghi italiani si riempiono di tappeti di fiori sui quali passa la processione, ma ce ne è uno che si distingue per storia e bellezza: l’Infiorata di Genzano di Roma sul Lago di Nemi.

Sarà la coreografia di una larga strada in salita che permette un colpo d’occhio incredibile, sarà che è il più antico, sarà la bravura dei maestri, ma oltre 150mila i visitatori arrivano da ogni parte per godersi lo spettacolo. Dal 1778, ogni anno la tradizionale Infiorata proietta la cittadina di dei Castelli Romani sotto i riflettori internazionali che viene chiamata anche l'Infiorata d'Italia.

Protagonisti assoluti sono i meravigliosi tappeti di fiori che trasformano le vie in opere d’arte, mescolando elementi religiosi e folclore. Questa tradizione era nata a Roma nel XVII secolo proprio nella basilica del Vaticano da Benedetto Drei che si occupava della Floreria e che aveva realizzato un mosaico di fiori per la festa dei patroni Pietro e Paolo il 29 giugno 1625.

Dopo la morte di Drei, il grande architetto Bernini suggerì di continuare la tradizione delle Feste Floreali. Ricordiamo che nel barocco gli architetti si occupavano anche della organizzazione di grandi feste e forse fu proprio Bernini a portare questa novità ai Castelli Romani dove si diffuse rapidamente. 

La festa si celebrò per la prima volta in Vaticano nel 1652 e fu portata a Genzano durante il pontificato di Alessandro VII. Alcuni studi attribuiscono l'invenzione della festa al Bernini tanto che il Paese nel 98, per festeggiare il quarto centenario della nascita dell'artista, ha dedicato alle sue opere l'intera edizione.

La festa del Corpus Domini ricorda il miracolo del pane che si trasforma nel ‘corpo di Cristo’ ed è stata istituita nel 1264 da papa Urbano IV ad Orvieto. Una cerimonia molto sentita in cui il prete porta l’ostensorio in processione sotto un baldacchino e per la prima volta a Genzano nel 1778 passò sopra il tappeto floreale. Da allora in molte città italiane (ed Europee) si è diffusa la tradizione delle ‘Infiorate’.

L’Infiorata di Genzano di Roma è stata riconosciuta nel 2011 dal ministero come ‘Patrimonio d'Italia per la tradizione’ quale “espressione della capacità di promuovere il turismo e l’immagine nazionale e di valorizzare la storia e la cultura del territorio con un’interpretazione adeguata ai tempi di oggi”.

Due le strade ad esser ricoperte da un tappeto fiorito, via Italo Belardi (già Via Livia) e via Bruno Buozzi, che si estende per quasi 2.000 metri quadrati.Via Livia è lunga circa 235 metri con un dislivello di 19 metri tra la piazza antistante la chiesa di Santa Matia della Cima e quella della Fontana di San Sebastiano. Questa pendenza le da una presenza scenica con un ‘colpo d’occhio’ che può prendere tutta l’infiorata nel suo insieme.

Oltre 20 varietà di fiori scelte per colorare i quadri permettono agli artisti di seguire la propria creatività nel rispetto della tradizione.

Ogni anno si sceglie un tema che i maestri infioratori devono seguire e nel 2018 si celebrano i 240 con il tema “L’Infiorata di Genzano di Roma. 240 anni di storia, arte e tradizione”.

Sono diverse le fasi che caratterizzano l'evento: si va dall’ideazione alla preparazione del bozzetto, dalla raccolta dei fiori e delle essenze vegetali alla separazione dei petali dalla corolla (“spelluccamento”), poi conservati nelle grotte del Palazzo Comunale.

Il sabato sera si dà poi vita ai disegni a terra, a cui segue la domenica mattina la posa dei petali. L'Infiorata viene completata il primo pomeriggio della domenica. I festeggiamenti proseguono con la tradizionale processione che passa sopra il tappeto e l'Infiorata si conclude con lo "spallamento", momento tanto atteso dai più giovani che, correndo dalla scalinata della chiesa di Santa Maria, disfano i quadri infiorati.

 

Tutta Genzano è in festa. Protagonisti assoluti sono i fiori, ma nei tre giorni di festa vengono realizzati diversi eventi collaterali all’interno dei luoghi simbolo della città come palazzo Sforza Cesarini ed il suo parco.

Mostre di artisti e scultori, concerti, esibizioni corali con canti tradizionali ed altre esibizioni nei maggiori luoghi attrattivi della città per regalare momenti di intrattenimento durante le passeggiate dei turisti. La partecipazione popolare è riassunta nella sfilata storica in costume delle associazioni del territorio. Iniziative di alto livello per mantenere ben salde le tradizioni, promuovendo il rilancio complessivo della città.

Uno spettacolo imperdibile, che ha accompagnato un'antica arte per più di due secoli e che ha dato vita ad una tradizione conosciuta oltre i confini nazionali. Se siete in zona potete approfittarne e rifarvi gli occhi per qualche ora o per un intero week end di ‘vere tradizioni italiane’.




powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.