Spaghetti con i frigitelli, il peperone simbolo della cucina del sud

Mattina difficile, la dipartita, il caldo torrido in città, poca voglia di andare al mercato.

Sono ancora in città ma dalle foto dei social vedo i miei amici al mare e mi immergo idealmente nel loro mondo. Roma in estate è calda ma ha un fascino unico di città prestata per un mese ai turisti. 

Per fortuna il frigo non mi delude mai. I frigitelli presi ieri, ci faccio la pasta, semplice veloce quasi un piatto da spiaggia.

Vi domanderete cosa sono i frigitelli? Non siete i soli... Sono peperoni lunghi fino al massimo di 6-8 di cm, e verdi che riempiono le tavole del centro sud. Il loro nome viene dal fatto che in genere si ‘friggono’ in padella e si mangiano prendendoli direttamente per il picciolo.

Il loro sapore dolce li distingue da tutti gli altri peperoni che si trovano nella cucina greca, turca ed ispanica simili di aspetto ma piccantissimi.

Mi raccomando: non confondete il nome con i ‘friarielli’ di Napoli con il quale si indica una varietà di cima di rapa un po’ più amara di quella romana (ma non per questo meno intrigante e perfetta per alcuni piatti).

Ricetta degli Spaghetti con i frigitelli

Per iniziare il piatto bisogna prendere i frigitelli e svuotati dei semi. Poi vanno tagliati a rondelle finissime come a fare degli anelli: sembra una sciocchezza l’attenzione al taglio ma è utile per poter essere in simbiosi con la pasta ed esaltare il sapore dell’abbinamento. 

I frigitelli saltateli in padella insieme alla cipolla bianca con un po’ di pepe, ma fateli cuocere pochissimo. Senza guanciale perché fa caldo. Eppoi non tutto deve essere per forza una gricia. Anche il pecorino poco presente è una scelta. È estate lasciamo che le verdure dominino la tavola!

Seguo la a filosofia di Pellegrino Artusi.

Una volta scolata, mantecate la pasta allungandola con la schiuma di cottura e del buon canestrato romano. Servite subito. È estate ma questa pasta è meglio mangiarla subito quando i sapori sono al massimo della loro espressività.

Il vino?

Una Falangina dei Campi Flegrei sarebbe perfetta, la frutta matura ben si abbina all’amaro del frigitello. Sarebbe tutto un profumo di Napoli che si rincorre fra frigitello e vino e che rimanderebbe all’aroma che si sente in estate fra i vicoli e i bassi della città.

Avevo un Frascati Superiore, benissimo anche lui. Un buon Frascati ha sempre il suo perché…

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San Domenico di Guzman, protettore degli astronomi e fondatore dei Predicatori

San Domenico nasce in Spagna nel 1170, in un piccolo borgo della Castiglia, in uno dei periodi più difficili della chiesa in cui in tutta Europa gruppi di predicatori chiedevano il della chiesa al ritorno ad uno stile di vita più sobrio e chiedevano di occuparsi dei bisognosi.

San Domenico è attivo nello stesso periodo di San Francesco, che era nato nel 1181 e morto nel 1226, ed entrambi hanno fondato dei loro ordini. San Francesco fonda l’Ordine dei Frati Minori (più noto con il nome di Ordine Francescano) e San Domenico fonda l’Ordine dei Predicatori.

Anche Domenico è di bell’aspetto e signorile nei modi proprio come Francesco. I racconti dell’epoca di Cecilia Cesarini ce lo descrivono come un uomo da un fascino particolare.

Inizia le scuole religiose a 15 anni grazie ad un suo zio prete e si muove inizialmente all’interno dell’Ordine degli Agostiniani che aveva la sua missione di vita nel preservare e far riscoprire la cultura cancellata dalla caduta dell’Impero Romano.

Ad un certo punto parte con il Vescovo di Osma in un viaggio nel nord Europa dove erano in corso varie rivolte contro la chiesa come quella dei Catari. Venivano chiamati eretici e negavano la figura di Gesù come incarnazione del figlio di Dio.

Dopo aver convertito un cataro, San Domenico decide che quella è la sua missione di vita: diventare missionario e convertire le popolazioni del nord Europa. Con questa sua attività che era molto utile alla chiesa, papa Innocenzo III nel 1206 lo spinge a continuare anche dopo la morte del vescovo di cui era al seguito.

Nel 1212 ha avuto una apparizione della Madonna mentre era in Francia e per questo nella sua vita e nel suo ordine la figura della Madonna avrà un ruolo speciale.

Dal 1215 altre persone si uniscono alla sua attività ammirando il suo esempio, la sua forza e le sue parole e nel 1216 papa Onorio III approva la formazione del suo ‘Ordine dei frati predicatori’. Onorio III è il papa che approvò anche la Regola di San Francesco mettendo fine ad un contrasto fra il papato e i gruppi di frati che professavano una riforma della chiesa per renderla più umile e vicina alle persone.

Il gruppo di San Domenico predica in un modo nuovo, una predicazione itinerante legata alla carità e caratterizzata da una vita di preghiera e di povertà. Erano chiamati ‘frati bianchi’ per la devozione alla Madonna. Domenico muore a Bologna in una cella di uno dei 60 monasteri che aveva fondato. Sarà papa Gregorio IX a renderlo santo nel 1234.

La sua figura assunse un tale esempio positivo che Dante lo cita nel canto XII del Paradiso. Fra le persone particolari del suo ordine citiamo San Tommaso d’Aquino, Savoranola, San Pio V e Garrigou-Lagrange.

Una nube dei suoi denigratori cita l’ordine in associazione all’Inquisizione perché papa Gregorio IX, il papa che lo santificò, nominò alcuni frati domenicani a capo dei tribunali dell'Inquisizione

San Domenico è il patrono degli astronomi e il patrono di Bologna e di Gorga, un incantevole borgo sui Monti Lepini.

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Chi conosce Atina? E la Val di Comino? Siamo nel versante laziale del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise: un piccolo paradiso con castelli, montagne, fiumi e rigogliose campagne.

Ed è stato questo lo scenario per il Summer Tour organizzato da Fieracavalli di Verona per festeggiare i suoi 120 anni, un traguardo importante per una delle più importanti fiere al mondo dedicate al mondo del cavallo.

Il legame con la Valle di Comino nasce tre anni fa quando Fieracavalli inizia ad esplorare il mondo del turismo equestre che, come tutte le forme di turismo emozionale ed esperenziale, ha un forte interesse da parte di chi vuole visitare il nostro paese in modo originale. Un modo di coniugare sport, natura e i famosi borghi italiani. Con la pubblicazione – in collaborazione con il Touring Club - della guida “Italia a Cavallo”, Fieracavalli scopre alcuni fra i percorsi più emozionanti di questo territorio.

Viene commissionato uno studio sulle ippovie e si scopre che in Val Comino un gruppo di volontari - i “Cavalieri dei Tratturi della Valle di Comino” - si era dato molto da fare e aveva ripulito e organizzato una serie incredibile di sentieri e tratturi per un totale di 120 km di percorsi che hanno poi costituito il “Parco Equituristico della Valle di Comino” (inaugurato il 17 giugno scorso), percorribile a cavallo, a piedi e in mountain bike.

I tratturi sono le antiche vie che percorrevano i pastori spostandosi due volte l’anno dai pascoli estivi montani ai pascoli invernali nelle zone della costa e viceversa. Sono millenni che per offrire verdi pascoli ai loro greggi, i pastori hanno tracciato sentieri e aree di sosta, in santuari o posti speciali dal fascino unico. Alcuni di questi tratturi e la transumanza sono stati candidati dall’Italia a Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

“Dal nostro report abbiamo visto che la Val Comino era tutta percorsa da una serie di sentieri di vario tipo, come le vene in un corpo umano. Abbiamo deciso di approfondire e di andare alla scoperta di questo territorio in parte sconosciuto”, ci dice Luciano Rizzi, Direttore Area Commerciale Agriexpo e Technology Veronafiere.

Nel frattempo, arrivano i 120 anni di Fieracavalli e il desiderio di per un festeggiamento un anno intero in tutta Italia. La passione del cavallo è universale e in Italia si manifesta con tante usanze, razze, feste e manifestazioni.

“È nata allora l’idea di creare diversi eventi: a Siracusa, Atina e poi in Toscana e Emilia Romagna. Siamo intervenuti in manifestazioni esistenti e di successo mentre in Val di Comino abbiamo contribuito a creare un evento specifico per il posto”.

Per il Fieracavalli Summer Tour Valle di Comino la formula è stata passione per il cavallo, sport, spettacolo e scoperta del territorio. Lo stesso Gala serale (con regia e testi di Maria Baleri, nel cui sangue scorre passione pura e forse vorrebbe imparare a nitrire per essere sempre più immersa nel mondo dei cavalli) ha voluto raccontare la storia e le tradizioni della Valle di Comino attraverso una serie di numeri che condensavano tecnica equestre, danza e spettacolarità.

Ma Atina è stata anche una vetrina per i produttori locali che hanno raggiunto una eccellenza. Nessun ‘cibo spazzatura’ ma cultura del cibo. Si passava attraverso gli stand enogastronomici e si sentivano discorsi sulla spremitura a freddo, il miglior tempo per la raccolta dell’uva e la spumantizzazione di uve autoctone.

Una delizia per chi vuole scoprire l’anima di un posto ed incontrare ‘persone vere’, quelle che si alzano presto al mattino per controllare un campo di grano del Senatore Cappelli, che lottano per salvare dalla estinzione la Pecora Quadricorna e l’Asino dei Lepini. Quelli che ti trasformano una cena in una esperienza di sapori e colori.

Una menzione a parte al gruppo dei Butteri di Cottanello: belli come il sole. Sanno di tradizione, di cultura, di amore e di storia italiana. Sono eleganti nei loro cavalli, nelle loro vesti e con la loro sella artigianale di Tolfa. Il loro nome è associazione cavalieri e allevatori del cavallo tolfetano di Cottanello. Li abbiamo seguiti lungo il tratturo che porta ad Atina e li abbiamo ripresi nella benedizione davanti la chiesa e nelle loro cavalcate. Ma li abbiamo ripresi anche dietro le quinte nei momenti di meritato riposo.

Il Fieracavalli Summer Tour si è svolto nel Centro Ippico di Atina, una vera sorpresa per chi non aveva mai sentito parlare della Valle di Comino. Un centro che ospita competizioni internazionali con campi di gara in sabbia e in erba lungo le sponde del suggestivo fiume Melfa, che poco dopo entra in una delle gole più belle d’Italia.

Noi ci siamo stati con una mostra fotografica del grande Tonino Bernardelli e il libro ‘Storie di donne, uomini, cavalli e arte’ che abbiamo donato ai vincitori delle competizioni e ai rappresentanti delle associazioni. Ci siamo stati cercando di cogliere tutte le emozioni dei partecipanti.

Fieracavalli Summer Tour Valle di Comino ha superato la prova, l’entusiasmo del pubblico è stato palpitante, l’organizzazione locale ha messo in piedi una macchina professionale che ormai è una realtà per il territorio e sarà sempre più un punto di riferimento per il turismo.

Il lavoro di chi ama il cavallo e la sua terra e ha pulito e sistemato oltre 120 km di ippovie è stato utile: solo chi semina può raccogliere. E l’Associazione Cavalieri dei Tratturi della Val di Comino ha fatto proprio un bel raccolto!!

Onore ai cavalieri e a tutti quelli che amano il mondo del cavallo in tutte le sue sfumature!

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La Terra Pontina e la Ciociaria di Latina è un luogo speciale per gli appassionati di musica, una terra dalle rinomate tradizioni culinarie e splendidi panorami. Visitare la provincia di Latina è anche un’occasione per scoprire il fascino dei luoghi storici e le tradizioni musicali di cui è ricco il Basso Lazio.

I festival di musica popolare in provincia di Latina sono tra le rassegne musicali più importanti in Italia e accendono sia l’inverno che l’estate regalando sensazioni vivaci al pubblico. In quelle occasioni i suonatori di zampogne, pive e ciaramelle, passeggiando, diffondono nelle vie dei pittoreschi borghi musiche che fanno parte dello stile unico di questa zona.

Alle feste di musica popolare partecipano anche i gruppi folk locali che regalano interpretazioni autentiche, originali, spontanee e invitano il pubblico a ballare con gioiosa vitalità. Canti e balli con tarantelle e saltarelli, momenti gioiosi e balli coinvolgenti.

In occasione dei festival di musica classica, invece, i centri storici, le chiese e i castelli diventano il palcoscenico di concerti che fanno vivere la magia di luoghi incantevoli immergendosi nella musica.

Qui le manifestazioni di musica classica riuniscono artisti e appassionati di musica e ai concerti si possono apprezzare esibizioni di orchestre e formazioni cameristiche che presentano prime esecuzioni assolute e rarità.

Foto di Cesare Galanti

Ci sono anche rassegne di musica classica particolari e di grande spessore come i concerti di organo che fanno conoscere questo nobile strumento e il suo repertorio e avvicinano il pubblico alla musica classica in modo originale. Un genere musicale con tradizioni lontane e con un immenso patrimonio organario in molte chiese del basso Lazio.

Oltre a partecipare ai concerti, di cui la maggior parte gratuiti, durante i festival di musica popolare e classica ci sono interessanti esperienze per il visitatore. Si possono visitare mostre-mercato di liuteria tradizionale dove acquistare strumenti musicali, oggetti tradizionali e attrezzi di uso pastorale legati al mondo della zampogna.

Si può entrare in contatto diretto con importanti liutai e costruttori di strumenti musicali.

Per conoscere da vicino la musica popolare è consigliabile partecipare a seminari gratuiti tenuti dagli stessi suonatori, mentre gli studenti di musica classica possono seguire corsi tenuti da ottimi insegnanti.

Tra le altre esperienze che si possono vivere nel corso dei festival ci sono anche novità per gli artisti più giovani, che con alcune esibizioni aprono i concerti di artisti affermati.

E ancora: vedere proiezioni di documentari, visitare mostre fotografiche, partecipare alla presentazione di libri, incontrare scrittori che raccontano la storia dei briganti nel territorio del basso Lazio, fare escursioni sui Monti Aurunci con passeggiate a cavallo, con gli asini, in mountain bike, raggiungendo le vette dei Monti Aurunci per osservare il volo delle poiane, e molto altro. Che aspetti a venire?

E ora si parte per il viaggio nei festival di musica popolare e classica nelle Terre Pontine.

È un elenco in ordine sparso, con il link alla loro descrizione dettagliata per chi vuole assistere ad una delle rappresentazioni.

Ogni festival è particolare e diverso dall’altro. Ma ognuno di essi vale la pena di essere vissuto almeno una volta.

Festival di Musica Popolare

Festival La Zampogna di Maranola di Formia (ad Aprile)

"I Giullari" Rassegna di arte e musica popolare nel Lazio di Marina di Minturno

Festa della Musica Popolare di Minturno

Festival di Musica Classica

Festival Regina Musica di Maenza

Campus Internazionale e Festival Pontino di Musica di Sermoneta

Festival delle Orchestre Pontine di Aprilia

Fondi Music Festival di Fondi

 

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Ciociaria, la Porta del Sud della musica: parola di Giuliano Gabriele

Giuliano Gabriele è un musicista di Castelliri noto per il suo stile alternativo di reinterpretazione e composizione della musica popolare. È considerato dalla critica uno delle figure più interessanti della ‘world music italiana’.

Un percorso musicale nato in Ciociaria, una terra ricca di storia, paesaggi suggestivi, bellezze nascoste, artigiani e artisti di ogni genere ed età che rende fieri i suoi abitanti.

In tanta ricchezza se si è determinati si possono raggiungere grandi risultati ritagliandosi uno spazio. Quando si comprende l’importanza del proprio passato è come fare luce sul futuro.

Per un musicista la Ciociaria offre tradizioni musicali uniche fatte di canti e ballate tra cui il Saltarello e la Ballarella. Una musica che a Giuliano è arrivata dal bisnonno suonatore di organetto che nel DNA gli ha trasmesso la passione per questo strumento.

Per il resto ha seguito l’istinto con una formazione “on the road” attraversando il sud in lungo e in largo, partecipando alle feste tradizionali, incontrando maestri e musicisti sia in Italia che all’estero.

“Per me la Ciociaria è la Porta del Sud nella musica popolare e adoro mescolare tutto il sud in quello che creo. Per posizione geografica, linguaggio e per il ritmo terzinato delle danze, la musica ciociara ha similitudini con tutto il meridione. Oggi i musicisti e i ballerini ciociari sanno suonare e danzare musica campana, pugliese, calabrese in modo eccellente.

Qui si pratica e si danza tutta la musica popolare meridionale con circa 40 gruppi musicali e centinaia di musicisti che suonano un vasto repertorio dai canti del proprio paese e fino alla pizzica del Salento con influenze in tutti i generi musicali. 

Ci sono Festival che hanno rivoluzionato il turismo e quasi ogni sagra è accompagnata dalla musica popolare. Ricordo tra i primi festival “Suoni dal Mondo” ad Isola del Liri, “Ernica Etnica” a Veroli  e “Boville Etnica” a Boville Ernica.

Nel 2009 con il sindaco di Castelliri  abbiamo ideato “Tarantelliri” dedicato alla musica del sud che in pochi anni ha raggiunto una notorietà alta con ospiti importanti”. 

Insieme a Giuliano Gabriele, con la Elpcoop/Grid di Frosinone, il portale web ”Musica Popolare Italiana”, l’Istituto Fernando Santi, l’UNPLI Lazio, l’associazione Coming MusicArt anche noi del portale Discoverplaces.travel promuoviamo la costituzione del Distretto di Musica Popolare del Lazio Meridionale.

Tra le molte soddisfazioni di Gabriele iniziamo dal disco, o meglio esperimento, “Meleodonìa”, dedicato all’organetto e pubblicato nel 2011 con il quale inizia il percorso di sperimentazione nella musica popolare.

Seguono i numerosi concerti, le prime esperienze all’estero, la straordinaria partecipazione in veste di attore musicista in un’importante commedia teatrale al fianco del leggendario Lindsay Camp, maestro di danza e teatro di David Bowie e Peter Gabriel all’inizio della loro carriera.

“Ho avuto la fortuna di condividere il palco con musicisti importanti come Antonio Infantino, Fausto Mesolella, Ambrogio Sparagna Peppe Voltarelli, Ginevra di Marco, Teresa de Sio, Pietra Montecorvino, Enzo Avitabile, Eugenio Bennato, Nada, Francesco De Gregori, Hevia, Carlos Nuñez, Kora Jazz, Bombino.

L’emozione di calcare palchi storici come il Moods di Zurigo, Le Grand Soufflet di Rennes, l’European Jazz Expo di Cagliari, il Ravenna Festival, il Folk Est di Spilimbergo”.

Segue la pubblicazione, nel 2015, del secondo disco “Madre”, recensito in tutto il mondo nel settore della ‘world music’, e la vittoria nello stesso anno del prestigioso Premio Andrea Parodi, il più importante riconoscimento per la ‘world music’ in Italia.

Il secondo posto assoluto al Festival dei Conservatori Italiani di Frosinone nel 2016, dove con suo gruppo è riuscito a far entrare per la prima volta sul podio il Conservatorio Licinio Refice con la musica popolare.

Presto un nuovo album, un lavoro totalmente diverso dai precedenti e supportato dal cantautore e produttore Daniele Scarsella di Veroli, mio fratello Gianmarco Gabriele, giovane e già maturo musicista, ed il poeta lucano Luca Amodio.

Senza abbandonare il costante impegno nella direzione artistica e nell’organizzazione di festival musicali coadiuvato dal super staff di Coming MusicArt. Oltre ai sogni nel 2018 continua la direzione artistica di festival come Tarantelliri e ‘Arrete castieglie’ di Arce  o “Terreinazione” di Anagni e spettacoli con il Trio, con l’Ensemble nell’’Hypnotic Dance Tour’ e con “Officine Meridionali Orchestra”.

Questa è una vera Orchestra Popolare che unisce alcuni dei musicisti affermati (come Luca Attura con la sua voce potente e melodiosa, Giuliano Campoli, maestro indiscusso di ciaramella e zampogna, e Anna Maria Giorgi incantevole voce dei Monti Lepini) e ospita giovani artisti.

Noi lo seguiamo perché non riusciamo a non farci travolgere piacevolmente dai suoi eventi e dal suo fascino quando suona. Siamo suoi prigionieri e i nostri piedi obbediscono alla musica come per incanto.

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L’estate è la parmigiana di melanzane

La regina dell’estate è senza altro la Parmigiana di Melanzane, un piatto antico la cui paternità è contesa tra Sicilia, Napoli e Parma, una per la presenza della melanzana, una per la mozzarella e l’altra?

La melanzana ci arriva dagli Arabi che dall’Asia la hanno fatto conoscere a tutti i loro possedimenti rendendola uno degli emblemi della cucina mediterranea dal XVIII secolo in poi. Basilico, melanzane, pomodoro, olio e formaggio … profumi e colori che ricordano il Mediterraneo e in Turchia e Grecia c’è un piatto simile fatto con il pecorino, chiamato Moussaka.

Ma non è una ricetta antica: ricordiamo che il pomodoro ci arriva dal nuovo mondo dopo la scoperta delle Americhe e che per molto tempo le persone non hanno mangiato le melanzane che consideravano dannose per la salute.

Questo piatto ha circa un paio di secoli, ben portati direi se è ancora nei sogni e nei gusti di milioni di persone. Un vero giovanotto!

E cosa c’entra Parma?

Andiamo per ordine: chi dice che il piatto viene dalla Sicilia si riferisce alla parola siciliana ‘parmiciana’ che indica le liste di legno della finestra persiana che, a sua volta, richiamano gli strati della parmigiana di melanzane. Ed anche il fatto di chiamare questo piatto ‘parmigiana di melanzane’ anziché ‘melanzane alla parmigiana’ rafforza questa supposizione. Inizialmente nella ricetta veniva usato il pecorino come nelle versioni turche e greche.

Secondo i napoletani, invece, la parmigiana di melanzane è un piatto partenopeo perché è stato descritto prima nel testo di cucina ‘Il cuoco galante’ di Vincenzo Corrado alla fine del XVIII secolo poi, in modo perfetto, è stata raccontata da Ippolito Cavalcanti nel libro ‘Cucina casareccia in dialetto napoletano’ del 1837. In questo testo la parola parmigiana indica il formaggio di Parma.

Per i parmigiani non c’è storia e la parola indica il loro formaggio!

Ma iniziamo una ricetta di una versione leggera della parmigiana di melanzana più adatta allo stile di vita che abbiamo. Un’idea un po’ diversa: è divertente giocare con la tradizione.

Fate un sugo di pomodori freschi e basilico.

Friggete (grigliate che eresia!) le melanzane e scolatele su carta assorbente. Poi montate a strati melanzane, mozzarella e pomodori freschi. in forno per pochi minuti: il tempo di far filare la mozzarella.

Roma c’è una pizza croccante che in gergo chiamano la ‘scrocchia’ per via della sua friabilità. Montateci sopra le melanzane appena uscite dal forno e cospargetele di sugo

Beviamoci un vino deciso. Va bene anche un rosso, un Nero Buono, uva antica dei Monti Lepini. Anche un po’ freddo non è reato, Marco Carpineti fa un Nero Buono eccezionale.

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Avete mai partecipato ad un jazz session dove tre fratelli improvvisano tutto il tempo seguendo solo l’istinto e l’energia della sala?

Se non conoscete la potenza dell’improvvisazione allora vi state perdendo qualcosa. In fondo questo è proprio lo spirito del jazz: creatività istintiva su un ritmo e un tempo ben preciso.

Ma quando a condurre la musica sono i tre fratelli dell’Amato Jazz Trio che si capiscono con un lieve movimento delle ciglia le emozioni cambiano.

Siamo ad Anagni nella superba Sala della Ragione per Anagni Jazz Fest e la sala impone le luci. All’inizio mi fa un po’ specie non seguire il Jazz nella penombra, in fondo anche Wagner aveva fatto nascere Bayreuth proprio per evitare la luce e la mondanità delle opere nei teatri illuminati.

Ma la sala ha un suo fascino dato da secoli di eventi, lo stemma sopra la pedana su cui si esibiscono e le bifore ai loro lati sanno di storia e forse giustificano la mancanza di oscurità.

Però la luce permette di guardare bene i volti dei musicisti e di vedere bene i loro movimenti.

[caption id="attachment_62406" align="center-block" width="640"] Foto di Osvaldo Caperna[/caption]

Sono tre fratelli, il più austero suona il contrabasso e non sembra sorridere troppo preso dalle note del suo non facile strumento musicale. Ma i suoi assoli sono perfetti e fa ‘ballare’ le note del contrabbasso.

L’altro fratello si divide fra un trombone e una tastiera ed è il vero leader. È lui che decide i temi musicali, il ritmo e la scaletta.

Suona perfettamente e comunica con lo sguardo con i fratelli. Ma uno sguardo fugace perché poi chiude gli occhi e si lascia trasportare. Molta tecnica e molta sperimentazione, una voglia di stupire con le evoluzioni musicali.

Poi c’è il terzo fratello con un paio di pantaloni a fiori e occhiali specchiati con lenti verdi che non lasciano vedere gli occhi.

Sembra capitato per caso, sorride sempre e quasi diresti che è qualcuno chiamato all’ultimo minuto a completare il trio.

Posso vedere i movimenti della bocca e la direzione della testa ma non lo sguardo nascosto dalle lenti. Eppure si capisce subito che segue con amore le indicazioni del fratello non solo nella scelta iniziale ma anche nelle sperimentazioni.

[caption id="attachment_62407" align="center-block" width="640"] Foto di Osvaldo Caperna[/caption]

Cambia bacchette e vibrazioni di continuo per seguire le sperimentazioni del fratello, ne esalta le evoluzioni e lo segue nelle nuove musicalità. Suona i piatti dal basso verso l’alto, percuote le aste dei piatti e dei tamburi e non solo gli strumenti. Fa suonare tutto quello che può usando mani, legni e spazzole. Uno chef delle percussioni!

Loris Amato non è mai eccessivo, mai con la pretesa di stupire il pubblico con sequenze assordanti ma sempre facendo da supporto ai due fratelli.

Una esperienza unica, una musica che con dolcezza penetrava e faceva muovere i piedi con il ritmo deciso dai tre fratelli. Amato Jazz Trio, una vera sorpresa e un prologo perfetto per Anagni Jazz Fest.

Un emozionante tocco di classe per la Città dei Papi!

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[caption id="attachment_59223" align="alignnone" width="750"]In foto: i ballerini del Gruppo Folk Città di Acuto

In foto: i ballerini del Gruppo Folk Città di Acuto[/caption]

Il Saltarello è vita. E’ una danza di vita, di liberazione, di sfida.

Nel Saltarello si racchiude un mondo fatto di messaggi, di proposte, di rifiuti, di gioco, di sfogo, di unione e di gelosia.

Il Saltarello è una danza antica. Si ballava quasi sempre all’aperto, sulle aie, dopo giornate lavorative intense nella vendemmia, nella mietitura del grano o durante le feste. Era un momento di incontro, di confronto, di svago dal duro lavoro, di aggregazione.

Si ballava in coppia o a gruppi, eseguendo un movimento molto ritmato con gambe e piedi, tale da sembrare che i piedi scivolassero sul terreno senza staccarsi mai da esso. Sono passi ondulatori. Non c’è uno schema specifico o regole da rispettare, bisogna lasciarsi trasportare dal ritmo incalzante e coinvolgente di questa musica.

Non si balla solo in coppie uomo-donna, possono ballare anche due uomini che si sfidano per conquistare una donna. Si sfidano per far vedere chi è più abile nel ballare. Quando si sfidavano sulle aie che erano circolari, si ballava in cerchio.

Potevano ballare anche le donne in coppia, sempre per mostrare chi fra loro era più brava. Può definirsi anche un “ballo staccato”, perché all’epoca non si potevano toccare, anzi, a volte l’uomo e la donna ballavano tenendosi per mezzo di un fazzoletto, non sfiorandosi mai. L’uso del fazzoletto era lo strumento di connessione fra i ballerini.

L’uomo si avvicina alla donna, la donna si allontana. L’uomo si gira e la donna torna a provocarlo, mettendosi in evidenza. A quei tempi, una ragazza che fosse stata avvicinata per strada da un ragazzo era irrimediabilmente compromessa.

In provincia di Frosinone c’era la gentile usanza che a primavera i giovani andassero a collocare un ramo fiorito davanti alla casa della ragazza ambita. Se l’omaggio era accolto, tutto bene e iniziava la rigida procedura di un controllato fidanzamento in vista del matrimonio. Se l’omaggio veniva respinto, probabilmente c’erano malumori.

Quando lavoravano duramente per un anno ed era buona la stagione, arrivato il tempo della mietitura, il Saltarello era un grande sfogo di gioia e liberazione per festeggiare. Voleva dire che avrebbero mangiato tutto l’anno, che sarebbero stati più tranquilli e che si sarebbero potuti sposare se fossero riusciti a vendere il grano. Si ballava in tali ricorrenze attribuendovi anche dei riti propiziatori.

Nelle aie, il danzatore più bravo veniva posto al centro e, seguendo il ritmo animato della musica, si esibiva con alti salti perché, secondo tradizione, più alto era il salto e più alto sarebbe cresciuto il grano, in segno di buon auspicio.

Nel Saltarello il suonatore dell’organetto, a differenza di altri balli, partecipa alla danza. Deve anche ballare perché è colui che incita la folla. Deve invogliare e far crescere l’intensità del ballo.  Il canto per i ciociari di allora era anche un modo di vita. Nel canto si rispecchia la loro vita. Cantano l’amore, il dolore e la gelosia.

E’ un canto diretto, tutta sostanza, spesso con un doppio senso erotico: “Se ti prendo sola per il bosco, ti faccio fare il salto della rana”.

Le parti di cui si compone il Saltarello sono anche comandate dall’esecuzione di “botta e risposta” inventati al momento.

I ragazzi, quando intonavano gli stornelli per le ragazze, c’erano casi in cui l’uomo voleva dimostrare alla donna di valere e casi in cui l’uomo prendeva in giro il concorrente maschio: “E stai zitto tu che non sai cantare, l’asino raglia meglio di te!”   

Il fatto di cantare messaggi diretti che andavano subito a colpire, evidenzia la spontaneità della gente ciociara. Una battuta detta alla ragazza desiderata, all'epoca incontrata per caso in strada a prendere l’acqua alla fontana, nell’unico momento possibile per dirle qualcosa. La semplicità e l’orgoglio di queste persone si vede nella musica, nel canto, nel ballo, nella semplicità della vita.

“E stai zitto tu, coso storto, non stai bene neanche per cancello dell’orto!” 

Il Saltarello è il tipico ballo dell’Italia centro-meridionale, che si esprime con numerose varianti (Saltarello, Saltarella, Ballarella, Zumparella). Dal secondo dopoguerra lo spostamento verso i centri urbani, l’arrivo di nuove mode di ballo e il mutamento generale dei modelli di vita hanno fatto perdere la pratica del Saltarello.

In alcuni paesi del Lazio, invece, il Saltarello si è conservato nelle tradizioni, grazie anche alla ricerca delle nuove generazioni che, raccogliendo testimonianze orali sugli usi e costumi, hanno ricostruito quel patrimonio che finalmente ora è in salvo.

Che ne dici di passare in Ciociaria?

Questo articolo è il primo di una serie sui balli, canti e costumi del Saltarello e nasce da un'intervista ad Anna Rita Ticconi, direttrice artistica del Gruppo Folk Città di Acuto (i ballerini nella foto in alto).

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