Tempi lunghi anzi lunghissimi: lo stracotto

Nepi città dell’acqua in realtà rivela sorprese per chi ama il vino.

Sembra che il nome Nepi derivi dalla parola Nepa che nell’antico Etrusco significava ‘acqua’ e una potente cascata lambisce proprio il forte voluto dai Borgia e dai Farnese. Le acque passano attraverso l’antico castello e si gettano in modo misterioso nel fondo della valle perdendosi alla vista ma non al suono e al fragore dell’acqua.

Nepi è più antica di Roma ed è piena di storia: prima i Gracchi poi i Borgia per finire i Farnese. La leggenda dice che le Terme di Nepi appartenessero proprio alla famiglia dei Gracchi, figli della famosa Cornelia che li chiamava i suoi gioielli (ma alla fine ‘ogni scarrafone è bello a mamma sua’) ed infatti ancora oggi si chiamano Terme dei Gracchi.

Nepi è da allora famosa per la sua acqua e per le nocciole, ma produce dei vini secondo me interessanti. Da scoprire il cabernet sauvignon e il sangiovese che Ronci, appena fuori le mura della città, interpreta molto bene.

Per gustarlo mi preparo un bello stracotto … oppure mi preparo uno stracotto e ci abbino un Ronci. Non so esattamente quale sia l’ordine ma va bene lo stesso.

Picanha la chiamano i brasiliani protagonista del churrasco, ma qui da noi è il ‘codone di manzo’ un pezzo di carne caratteristico per uno spesso strato di grasso su di un lato. Qualcuno lo chiama "punta di sottofesa" ma si riconosce fra tanti per la sua forma triangolare e un peso maggiore di un chilo.

Io la vado a scegliere da Massimiliano il macellaio del mercato Trionfale a Roma.  Mi conosce e so che sceglie solo il meglio delle carni italiane e non mi delude mai.

La ricetta dello stracotto

Con un pezzo così ci faccio uno stracotto dai tempi lunghissimi: 5-6 ore di cottura sembrano tante ma si devono sommare a quelle della marinatura. Infatti le 5 ore sono di fatto solo la fine di un processo ancora più lungo che parte da una marinatura nel Sangiovese con l’aggiunta di aromi intensi: alloro, chiodi di garofano ed aglio.

Una marinatura di 24 ore per cui lascio il tutto in frigo per l’intera notte mentre mi godo già l’idea del risultato dello stracotto.

Non confondetelo con il brasato! Quello in confronto è un ‘fast food’ e bastano 4-5 ore per prepararlo. Per lo stracotto è differente. Una volta che si inizia il processo si segue una sorta di rito che dura oltre un giorno.

Quando la carne è pronta si leva dalla marinatura che si butta via. Non provate a riutilizzarla o rimarrete delusi.

La cottura nella cocotte è lunga e a fuoco bassissimo. Ancora più basso di quello che pensate, come la fiamma di un fiammifero.

L’olio non serve, usiamo del lardo battuto al coltello fatto sciogliere insieme a cipolla e carota. Facciamo rosolare tutto bene e aggiungiamo il vino rimasto.

Per contorno ci abbino delle patate e friggitelli saltati in padella. Sempre dal mercato di Via Trionfale.

Poi il Ronci e se proprio avete bisogno di acqua usate quella di Nepi nella bottiglia di vetro.

powered by social2s
8 set: Carnevale Romano

La chiusura del Longines Global Champions Tour è stata affidata all’Associazione del Carnevale Romano che promuove l’antica tradizione equestre italiana riproponendola in modo attuale.

Pochi riescono ad immaginare i fasti delle corti papaline nel corso dei secoli ed in particolare nel periodo barocco. È proprio in questi anni che sono nate le grandi feste con scenografie maestose. Bernini era un grandissimo architetto, ma era anche un organizzatore di manifestazioni e feste all’aperto.

A lui si deve in parte la tradizione dell’infiorata che poi rivive ancora in modo diverso ogni anno in ogni paese del Lazio (e non solo).

Il carnevale romano era una tradizione in cui si svolgevano anche competizioni e spettacoli equestri e questo spirito è quello che ha portato amanti del cavallo a riproporre una manifestazione che mette al centro l’arte equestre.

Certamente un tempo il rapporto con l’animale era molto più rude mentre tutti gli spettacoli di oggi sono scelti in modo tale da rispettare l’animale e premiare un rapporto di gioco/sfida fra cavalli e cavalieri.

Una suggestione che è diventata uno spettacolo indimenticabile nello scenario dello Stadio dei Marmi dove si sono esibiti sia caroselli di cavalli sia artisti.

Forse la parte più poetica sono stati proprio i numeri in cui cavalli e ballerini danzavano in sincronia usando giochi di colore con nastri e luci. Movimenti lenti al ritmo di musiche emozionali che rendevano la notte di Roma ancora più magica.

E’ vero che tutti gli spettatori amavano i cavalli ma pochi potevano immaginare di essere proiettati in una dimensione onirica in cui si poteva rivivere i fasti del barocco pur vivendo il presente.

Una Roma come pochi la immaginano e una Roma ancora più magica grazie al Carnevale Romano.

powered by social2s
Preludio d’autunno: braciola di maiale con funghi porcini

L’autunno quando arriva, arriva ... e noi ce lo godiamo con tutte le sue prelibatezze.

Il bosco quest’anno è stato generoso come non mai. Il principe del sottobosco è finalmente arrivato, quasi prepotente. 

Il boletus, il porcino magnifico, profumato come non si sentiva da tempo, grazie all’acqua che finalmente arriva copiosa. Pure troppa, ma al caso (e a Giove pluvio) non si comanda.

Ho scelto un bel porcino di Caprarola dal sapore intenso in cui si sentono i profumi del bosco dei Colli Cimini. 

Tutti conoscono Caprarola  per la magnificenza di Palazzo Farnese, era il centro di un ducato che Papa Paolo III Farnese aveva voluto e creato per suo figlio Pier Luigi. Un palazzo del '500 che è in realtà anche un esperimento urbanistico.

L’antico borgo medievale venne ‘tagliato’ per far passare una spettacolare via dritta che inizia ai piedi della collina e sale, attraverso il riempimento di avvallamenti e grazie a 2 ponti, fino a raggiungere il piazzale davanti all'imponente Palazzo Farnese.

Ma Caprarola è qualcosa di più e la sua natura è altrettanto rigogliosa come la sua architettura.

Si trova all’interno della Riserva Naturale del Lago di Vico che con le acque del lago, la palude e i suoi circa 1.000 ettari di bosco di faggi e querce è un paradiso in terra. Per non considerare altri 1.000 ettari destinati a noccioleti e castagneti che tutti noi gustiamo ogni giorno senza saperlo.

Ed è qui che a settembre inizia la raccolta di funghi porcini e dove vengo a prenderli quando devo preparare qualcosa di speciale per i miei amici.

E questa volta ho pensato di prepararli con una bella braciola di maiale, tutto cotto nella lionese, la padella in ferro. Mia nonna nemmeno lo sapeva dove stava Lione, ma lasciamo perdere. 

Stessa padella per carne e cappelle dei funghi per far compenetrare i sapori. Ingredienti semplici per far emergere il sapore del bosco. Olio e aglio, ovviamente l’olio dei Cimini. E saltate il cappello intero senza rovinarlo.

Contemporaneamente bruschettate del pane senza aggiungere altro. Poi, quando la braciola è cotta, mettete le fette di pane bruschettato per un momento nell’olio di cottura.

Adagiate la braciola sulla crosta di pane bruscato ammorbidito dall’olio di cottura, guarnite con un ciuffo di rosmarino e delle rondelle di peperoncino fresco italiano (i tropicali lasciateli ai Tropici).

Mi raccomando poco rosmarino: si deve sentire il suo profumo ma non deve emergere. Il principe dell’autunno è il porcino fresco!

Un piatto semplice ma vigoroso che merita un vino di tutto rispetto: un Syrah del medio Liri. Palazzo Tronconi di Arce  lo interpreta al meglio.

powered by social2s
Guerra e Pace su Lago di Bolsena: il cimitero militare del Commonwealth

Seguendo la Via Francigena in direzione di Roma, in una passeggiata domenicale iniziata la mattina presto a Proceno in Tuscia, siamo arrivati al lago di Bolsena a circa 100 km a nord di Roma e ci siamo fermati per una foto del lago in una piccola area dove poteva stare una sola auto.

C'erano un obelisco e un piccolo muro di pietra bianca davanti al quale abbiamo parcheggiato la macchina e abbiamo notato alcune parole incise sul muro.

Il "Cimitero di Guerra di Bolsena" e una piccola targa sul lato lo identificavano come un cimitero del Commonwealth.

Totalmente sorpreso. Un lungo sentiero di marmo portava in discesa verso il lago e non potevo fermarmi ma dovevo seguirlo.

Ho trovato la bellezza nel paesaggio e la tranquillità in me, a volte per le vedute del lago a volte associate al campo e alle fronde degli alberi.

Bolsena è conosciuta per i suoi resti archeologici pre-romani come quelli dei Volsci ma specialmente per il Miracolo dell'Eucarestia. In ogni caso è una meravigliosa città medievale con antichi castelli, vicoli, scale, chiese e porte.
Niente su un cimitero militare di guerra!

Quindi, che sorpresa guidare da Bolsena a Montefiascone e osservare la grande vista sul lago dalla strada intorno alla collina a circa metà strada da Bolsena. È un sito che deve sorprendere quasi tutti quelli che lo scoprono perché non molti sanno della violenza della guerra in questa zona pacifica.

Eppure, solo 75 anni fa c'è stato un trauma e un caos in questa regione.

Un poco di storia: dopo che la linea di Gustav fu aperta e gli alleati raggiunsero Roma il 3 giugno 1944, le truppe tedesche si ritirarono in questo luogo e nel giugno 1944 ci fu una grande battaglia tra la Divisione Panzer tedesca e i sudafricani con molte perdite.

Ora, approfondendo la storia, scopro che il sito di questo cimitero di guerra era quello del campo occupato dal generale Alexander e fu visitato dal re Giorgio VI alla fine del luglio di quell'anno, prima che il cimitero fosse iniziato a novembre.

Dopo alcune centinaia di metri, il sentiero di marmo che scende verso il cimitero raggiunge un cancello di ferro aperto con un monumento commemorativo e il registro del cimitero sulla sinistra. A destra 600 lapidi, tutte identiche tranne che per le insegne, che riportano il nome e la fedeltà dell'anima i cui resti riposano qui sotto.

Il cimitero registra i paesi di origine dei soldati e dei servi dell'esercito che hanno dato la vita così lontano da casa, circa 150 dal Sud Africa, circa 15 dalla lontana Nuova Zelanda e un solo australiano che condivideva la compagnia di molti partner britannici.

Passeggiare tra le lapidi è un'esperienza speciale che crea pace, timore e tristezza per la perdita di così tanti ragazzi agli inizi della loro vita, esseri umani distrutti dall'odio e dall'avidità che non emanano dalle loro anime. Una guerra senza vincitori tra coloro che hanno dato tutto.

Mentre tornavo sulla strada, risalendo lentamente il sentiero, mi sono voltato a guardare e ho sentito che potevo vedere le anime di tutti quei soldati legati insieme come uno in un alone sopra il cimitero.

Il sole splendeva attraverso i rami e un singolo uccello ha cantato. È ora.

powered by social2s
Il maiale del mare: paccheri alla ventresca di tonno

Il tonno a Favignana lo chiamano così: il ‘maiale del mare’.

Un pesce stupendo che un tempo arrivava a taglie oggi impensabili a causa della troppa pesca. Ha sfamato gli isolani fin dalla notte dei tempi e loro hanno fatto una vera cultura della conservazione e lavorazione del tonno.

Le tonnare puntinano la costa del sud Italia e sono un elemento di riconoscimento. Oggi spesso trasformate in centri di cultura a tutto tondo: culinaria, artistica e musicale. Che poi la cultura non ha confini e le arti in ogni loro forma sono quelle che ci fanno stare bene.

Fino al 19° secolo anche Ponza aveva la sua tonnara ed i ponzani, quelli veri, sono dei maestri nella lavorazione di questo splendido animale. La vera eccellenza è il sottolio ed uno dei piatti della tradizione è la pasta. Una tradizione che si può sperimentare nell’isola, ma è meglio fuori stagione per godere in pieno della esperienza.

Anche se il tonno è versatile e lo si può cucinare o conservare in molti modi, a me piace usare la ventresca fresca per un piatto di paccheri paccheri alla ventresca di tonno semplicissimo.

Per quei pochi che non lo sanno (e forse i lettori di questo articolo in lingua inglese), i paccheri sono una pasta corta, dalla forma di maccheroni giganti, di molto usata nel sud che fa parte della tradizione napoletana.

Gli ingredienti per questi paccheri sono molto semplici, oserei dire Mediterranei, ma il sapore dipende da dove vengono coltivati, dal suolo, il sole e il profumo di mare che assume il pomodoro quando cresce in riva all’acqua salata.

Aglio, olio, filetto di pomodoro San Marzano e ventresca fresca di tonno, la parte più grassa e nobile del pesce. 

La ventresca è quella che avvolge la cavità addominale dove il grasso intorno ai fasci muscolari rende più morbida e gustosa la carne. Una delizia per intenditori!

Procedimento: tagliate la ventresca in piccole fette e mettetele da parte. Fate rosolare l’aglio con qualche pezzetto di cartilagine che può capitare e poi toglietela a cottura della pasta. Aggiungete il pomodoro.

La mantecatura non può mancare per far sposare la pasta con il sugo: durante questa fase aggiungete le fette di ventresca cruda ed i filetti di San Marzano. 

Se vi piace potete aggiungere anche una punta di peperoncino fresco, c’è chi non può stare senza peperoncino.

Cosa abbinare? Pochi lo sanno ma a Ponza si produce un ottimo vino bianco che viene prodotto da vitigni originari di Ischia. 

Ponza infatti era nei possedimenti privati dei re Borboni ed è stata fondata direttamente dai reali con un innovativo esperimento sociale portando persone da Ischia e offrendo loro terra e casa.

La parte di Le Forna, invece, vengono dal Lazio ed è per questo che la rivalità fra le due parti dell’isola non si è mai sopita. Chi ha rovinato l’esperimento sociale sono stati i soldati francesi al seguito di Napoleone… ma questa è un’altra storia.

I coloni da Ischia si portarono i loro vitigni, biancolella, che si erano adattati al clima mediterraneo delle isole e sanno sprigionare il loro profumo unico.

Un’antica cantina borbonica è ancora presente sull’isola fin dal 1734.  Pietro Migliaccio porta le viti dalla vicina Ischia ed inizia questa magnifica avventura.

Beviamoci una sua Biancolella!

powered by social2s
La storia di San Magno, immortalata nella cripta di Anagni

Pochi santi hanno l’onore di essere omaggiati come San Magno al quale è dedicato uno dei cicli pittorici più emozionanti del medioevo nella cripta di Anagni.

Ma come è possibile tanta devozione e tanto amore per un santo che ha vissuto nel secondo secolo dopo Cristo? Come è possibile che la devozione sia continuata tutti questi secoli?

San Magno era un pugliese, nato a Trani, che finisce la sua vita in Ciociaria dove si impegna a diffondere il cristianesimo nella Prima Regio Campania, come allora erano chiamati questi territori del basso Lazio. Muore poi in Ciociaria a Ceccano il 19 agosto 251, e questo è il giorno in cui si festeggia in tutto il mondo.

Per molti aspetti la sua vita segue quella delle tradizionali storie di santi martiri. Da giovane si converte al cristianesimo e diventa vescovo di Trani da cui deve poi scappare per le persecuzioni. Si incammina lungo la via Appia e per qualche ragione si ritrova ad Anagni in Ciociaria giusto in tempo per battezzare Santa Secondina.

Ma la sua storia si sviluppa lungo l’Appia e i soldati dell’imperatore Decio lo inseguono a Fondi e lo trovano in una grotta dei monti Ausoni. I soldati cercano di riconvertirlo al paganesimo e lo spingono ad adorare gli dei e gli danno un ultimatum di tre giorni.

Ma quando i soldati tornano alla grotta lo trovano morto vicino l’altare. Allora prendono il corpo e lo portano a Ceccano, che allora si chiamava Fabreteria Vetus ed era una florida cittadina, e il 19 agosto lo decapitano.

Ma la storia non finisce qui perché la parte più interessante che porterà alla costruzione e agli affreschi della famosissima cripta della Cattedrale di Anagni avviene qualche secolo dopo.

Dopo la sua morte, il corpo e la testa vengono portati a Veroli nella Basilica di Santa Salome, una delle tre Maria testimone della Resurrezione e il cui corpo è stato seppellito proprio a Veroli. Con Santa Salome e San Magno, la cui reliquia valeva molto in quanto era stato vescovo di Trani (esiste una gerarchia anche per le reliquie), Veroli era diventata un centro cristiano di primaria importanza.

Nel IX secolo tutto il basso Lazio è stato terreno di predazione da parte dei Saraceni che arrivarono fino a Veroli e decisero di riparare i loro cavalli proprio nella basilica e precisamente nella cripta dove si trovava il corpo di San Magno.

La mattina dopo il loro arrivo trovarono tutti i cavalli morti e attribuirono la loro morte ad un maleficio di San Magno per cui decisero di sbarazzarsi del corpo del santo. Ma sapendo della sua popolarità decisero di guadagnarci qualcosa e di venderlo.

Si fecero avanti gli Anagnini che furono disposti a pagarlo a peso d’oro pur di averlo.

Gli dedicarono la migliore parte della cripta della cattedrale che decorarono con affreschi che narrano la sua storia. Molto onore anche perché la leggenda narra che San Magno apparve più volte in sogno al vescovo Pietro di Salerno, l’artefice della cattedrale, per esortarlo a completare la costruzione.

Intanto nei luoghi del martirio è stato costruito il Monastero di San Magno, a metà strada fra Monte San Biagio e Fondi, che per secoli ha ospitato pellegrini e persone in cerca di un ritiro spirituale che portasse loro la pace.

San Magno è venerato in diversi paesi del Lazio e oltre ad Anagni è il patrono di Colle San Magno e di Cittaducale, in tutti i paesi è festeggiato il 19 agosto.

powered by social2s
IMG_0546-1024x683.jpg

Volete capire cosa significa patrimonio immateriale dell’UNESCO? Allora venite il 3 settembre a Viterbo per assistere alla Festa di Santa Rosa, la patrona di Viterbo.

Ci sono tante feste patronali in Italia che meritano di essere viste, quelle in Sicilia che durano 9 giorni o quelle in Campania con le luminarie che sono vere espressioni artistiche, ma quella di Viterbo va oltre.

Una ‘macchina’ (baldacchino), alta oltre 30 metri e dal peso di 5.100 kg con la statua sulla cima, che va in giro per la città portata da un centinaio di “Facchini di Santa Rosa” in una processione che è iniziata nel 1258.

Le urla e gli incitamenti della folla, l’odore della fatica che si sparge nell’aria e lo stupore quando si vede questa macchina che passa a mala pena per alcune vie del paese con le sue luci, la sua arte e il suo misticismo. Vie oscurate e illuminate solo dalle luci della macchina.

Santa Rosa è stata una santa locale morta molto giovane (1233-1251). E sin da quando era bambina si era dedicata al sollievo delle truppe del papato nella sua lotta contro l’impero e Federico II.

Si era fatta suora nell’ordine francescano ed era stata costretta all’esilio da Viterbo fino alla morte di Federico II. La sua morte è avvenuta per una malformazione congenita al cuore, come appurato da una autopsia recente sul corpo imbalsamato.

In realtà Rosa è ancora una Beata e non è stata dichiarata ufficialmente santa dal papa, ma per i viterbesi è come se fosse la santa più importante del mondo. Una santa che è molto conosciuta in Spagna e nelle Americhe latine grazie alla tappa della via Francigena a Viterbo che l’ha fatta apprezzare come la ‘Doncela’ o la ‘Santa Nina’.

Ogni anno la processione del 3 settembre rende gloria al giorno in cui il corpo della santa venne traslato dal cimitero in cui si trovava fino all’attuale santuario di Santa Croce. Era stato un sogno che aveva spinto papa Alessandro IV (nato a Jenne) ad ordinare lo spostamento della santa in un luogo più significativo.

E il trasporto della salma avvenne con una solenne processione che è quella che si ripete ogni anno: stesso percorso, persone diverse e un crescendo di emozioni.

[caption id="attachment_64774" align="center-block" width="640"] Foto di Giulia Venanzi[/caption]

Per alcuni anni la festa ha assunto un carattere simile alle altre ma da quando nel 1657 Viterbo scampò alla peste volle ringraziare la santa in modo particolare con un baldacchino. La prima testimonianza scritta con un primo disegno di una macchina risale al 1690 e la festa ha assunto un crescendo di festosità e fastosità fino ad arrivare alla magnificenza attuale.

D’altra parte siamo nel periodo delle feste barocche e non poteva essere diversamente: la gioia andava comunicata in modo sempre più appariscente per muovere le persone allo stupore. Uno stupore del mondo, della vita e anche del papa.

Uno stupore rinnovato ogni volta grazie all’arte e infatti le macchine vengono cambiate ogni 5 anni con un concorso artistico in cui possono competere tutti.

La Processione di Santa Rosa

Tutto ha inizio con i Facchini vestiti di bianco con una fascia rossa che si recano a trovare le autorità e poi compiono il rito delle sette chiese del centro per poi tornare al convento dei Cappuccini. Il bianco della veste ricorda la purezza mentre il rosso richiama i cardinali che erano presenti alla traslazione del corpo della santa.

La processione inizia alle 8 di sera e la città è illuminata solo dalle luci della macchina (alcune elettriche ma moltissime di candele) mentre la banda musicale suona l’inno di Santa Rosa.

I Facchini si recano alla Chiesa di San Sisto dove il vescovo li benedice con la formula ‘in articulo mortis’ con la quale li protegge da eventuali incidenti.

[caption id="attachment_64804" align="center-block" width="960"] Foto di Bruno Pagnanelli[/caption]

La macchina si trova proprio vicino la chiesa di San Sisto, dove era stata assemblata nei mesi precedenti sotto una struttura temporanea.

Il percorso è lungo 1200 metri e prevede cinque soste durante le quali la macchina viene appoggiata su cavalletti. Termina davanti al Santuario di Santa Rosa dopo un ultimo tratto in salita in cui i Facchini vengono aiutati da corde e da leve che spingono la macchina da dietro.

Nei giorni precedenti vengono fatte 3 mini-processioni con mini-macchine destinate ai bambini che in questo modo prendono confidenza con le tradizioni del loro paese.

Forse il miracolo più grande di Santa Rosa è proprio quello di esser stata capace di suscitare un sentimento così forte che ha retto al passare dei secoli e che ancora oggi muove le emozioni delle persone.
 

powered by social2s
Il misterioso Cristo nel Labirinto di Alatri

Nel pieno centro storico di Alatri l’antico chiostro della chiesa di San Francesco del XIII secolo riserva la sorpresa unica del Cristo nel Labirinto.

Nei secoli il chiostro ha ospitato anche un carcere e un tribunale e solo durante il restauro del 1996 è stata fatta la scoperta di un affresco di un misterioso labirinto, al cui centro si trova una rappresentazione del Cristo, e diversi altri simboli dietro ad una intercapedine. Nessuno aveva mai parlato di questa opera

Il grande labirinto unicursale (dove esiste una sola entrata e una sola uscita al centro e per raggiungerla c'è un’unica strada) ha una dimensione di circa 140 cm ed è composto da dodici cerchi concentrici neri e bianchi. I cerchi neri rappresentano le muraglie che delimitano i corridoi e sono undici più il cerchio centrale, quello dove si trova il Cristo.

Il Cristo ha una aureola e regge un libro con la mano sinistra (posto quasi in corrispondenza con del cuore) mentre la mano destra, le cui dita sono piegate nel segno della benedizione, indica l’ingresso (o uscita) del labirinto.

La parete affrescata con il “Cristo nel Labirinto” guarda a sud. Quindi l'entrata del labirinto di Alatri si trova ad ovest (alla sinistra di chi l'osserva) e l'uscita è rivolta ad est. In pratica è orientato come la stragrande maggioranza delle chiese e delle cattedrali cristiane.

Si entra provenendo da dove tramonta il sole, dalle tenebre, e ci si avvia nella direzione in cui sorge, verso la Luce.

La grandezza dell'opera ed il fatto che sia posta in alto, lascerebbero intendere che sia stata realizzata per essere vista anche da una certa distanza. Forse decorava una vasta aula di culto o, più probabilmente la Sala Capitolare del cenobio precedente l’attuale struttura.

Non si sa quasi nulla di questa opera d’arte. Ricerche archivistiche hanno confermato che nessuno ne aveva mai parlato nella secolare storia di Alatri , sino al suo casuale rinvenimento negli anni ’90. 

Il maggior esperto del “Cristo nel labirinto” di Alatri è Giancarlo Pavat, studioso di labirinti accreditato a livello europeo e nel 2007 lo ha descritto nel suo libro “Valcento. Gli ordini monastico-cavallereschi nel Lazio meridionale” e nel 2009 Pavat si rese conto che era identico a quello che decora il pavimento della navata della cattedrale di Chartres, la “Cattedrale del Mistero” per antonomasia, in Francia.

Ovviamente si parla di identicità del percorso, non della forma e questo labirinti vengono definiti proprio “Chartres-type”, “Modello Chartres” e ne sono stati catalogati 29*. Il labirinto di Chartres dovrebbe risalire alla prima metà del XIII secolo, mentre esemplari “Chartres-type” compaiono su manoscritti e codici miniati già a partire dal X secolo. 

L’affresco del labirinto di Alatri è unico al mondo per la figura del “Cristo storico” al centro, un tipo di rappresentazione non attestata prima del IV secolo dC. Non si conoscono gli autori ma lo studio delle altre decorazioni (“Fiori della Vita”, “Triplici circonferenze”, “Spirali”, “Stelle” ecc.) tende ad attribuirlo all’Ordine dei “Pauperes Commilitiones Christi Templique Salomonici”, meglio noti come Cavalieri Templari.

I templari erano ben presenti ad Alatri tra il XII ed il XIV secolo e sono state individuati numerosi simboli come alcune “Croci Patenti” affrescate in diverse chiese medievali di Alatri. Come quella di colore rosso e inscritta in una circonferenza affrescata sula controfacciata della chiesa di San Francesco, vicina al chiostro con il Labirinto, oppure quella sempre di colore rosso visibile nella chiesa di San Silvestro, dipinta sulla barba di un misterioso e ieratico personaggio aureolato. Inoltre presso la Porta di San Sebastiano, sorgeva un ospizio per i pellegrini che la tradizione locale identifica come un “Hospitales” dell’Ordine.

Ma è pur vero che anche altri ordini monastici come Cistercensi e Francescani utilizzavano questi simboli.
Labirinti "unicursali"

I labirinti unicursali sono quelli dove esiste una sola entrata e una sola uscita al centro e per raggiungerla c'è un’unica strada e il loro scopo non è districarsi tra vari incroci bensì di far percorrere una volta soltanto tutti i vari meandri. 

Voluta dopo voluta, il tracciato si avvicina e si allontana dal centro. Ritmicamente, quasi si trattasse davvero di una danza, il sinuoso, armonico percorso conduce il viandante che vi entra, lungo un sentiero che potrebbe rappresentare l’allegoria del cammino della vita di tutti i giorni, ma pure dell’ardua e complessa ricerca della Verità con la lettera iniziale maiuscola.

In questo labirinto non c’è il timore di sbagliare strada, di confondersi, chi lo affronta ha solo due possibilità: seguire i suoi meandri sino alla fine, fiducioso che giungerà al centro (dove, in questo caso, lo attende Cristo in persona) oppure fare dietrofront. 

Tornare indietro rinunciando deliberatamente a raggiungere il centro: “Vuol dire scegliere il Male. Senza nemmeno l’alibi del dubbio su quale via prendere, che esiste nel labirinto “multicursale”, si sceglie quindi la Perdizione, si rifiuta la Salvezza indicataci dallo stesso Salvatore.  

L’abbandonarsi fiduciosi al percorso del labirinto “unicursale” testimonia una professione di Fede, basata sul totale e sereno abbandono ad una Volontà Superiore. Certi, non soltanto della Sua infallibilità, ma pure della Sua infinita bontà e misericordia nel prendersi cura delle proprie creature. Convinzioni granitiche, tipiche proprio dei membri degli Ordini Monastici Regolari e di quelli Ospitalieri e Cavallereschi. 

 

L’opera d’arte del chiostro di San Francesco ci parla di un Cristianesimo peculiarmente medievale, basato su determinate simbologie che vennero ritenute non più opportune con la controriforma. 

L’affresco e il labirinto non furono distrutti probabilmente perché al centro c’era Cristo stesso, ma, comunque, vennero prudentemente coperti dall’intonaco e, per stare tranquilli, vi eressero un muro davanti.

Il messaggio dell’affresco alatrense del “Cristo nel Labirinto” è un messaggio di speranza che trascende il valore puramente artistico e i contenuti dottrinali cattolici dell'opera.

L'affresco ci fa comprendere che per quanto lunga, tortuosa, difficile, sia la strada della Vita, alla fine troveremo sempre chi ci allungherà la mano per aiutarci, per indicarci il cammino, mostrarci la meta. 

* I 29 esemplari antichi di “Chartres-type” sono tutti in Europa, ma di alcuni si ha solo la documentazione grafica e letteraria, essendo andati distrutti. 10 si trovano o si trovavano in Italia (Pavia, Piacenza, Aulla, Pontremoli, Lucca, Volterra, Roma, Alatri e Tossicia), 13 in Francia (Chartres, Sens, Bayeux, Poitiers, Auxerre, Amiens, St, Quentin, Arras, Genainville, Sélestat, Mirapoix, Tolosa, 1 nell’Eire (Rathmore nella contea di Meath), 2 in Gran Bretagna (Bristol, Alkborough), 2 in Russia (Fiume Ponoi nella Penisola di Kola e isola Grande Zaiatsky nel Mar Bianco) e 1 in Svezia (Grinstad).
 

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.