La Cantina Sociale e la Sharing Economy

C’è una modernità assoluta nel concetto di ‘cantina sociale’ che si può percepire a pieno quando si visita una di queste cantine gestite con l’amore e la competenza con cui si gestisce un bene comune.

Questo è quello che è successo alla Cantina Sociale di Piglio quando ha finalmente deciso di aprirsi anche al pubblico esterno in cerca di creare nuovi network e di trovare nuove opportunità per tutto il territorio.

Ma andiamo con ordine.

Se la parola ‘cantina sociale’ appartiene al passato, la parola sharing economy ci fa pensare ai giovani e ad uno stile di vita che forse tutti dovremo applicare sia per risparmiare risorse ed energie che per rispettare l’ambiente.

Una guarda al passato e una al futuro eppure la loro essenza è la stessa.

Così la parola ‘cantina sociale’ richiama una stagione in cui si puntava l’attenzione sul sociale dimenticando magari di curare gli aspetti manageriali e di competenze. La parola ‘sharing economy’ richiama uno stile di vita giovane ed etico ma anche una attenzione manageriale alla sostenibilità.

Eppure alla prova dei fatti i due modi di operare sono gli stessi.

Le cantine sociali sono nate negli anni ’60, quella di Piglio è nata ad esempio proprio nel 1960 dal desiderio di piccoli vignaioli di iniziare a produrre un vino sempre più di qualità. Il concetto era quello di mettersi insieme per poter crescere industrialmente e culturalmente tutti.

Se vuoi andare veloce cammina da solo, se vuoi andare lontano cammina in gruppo’ recita un proverbio africano.

Nel tempo molto dello spirito iniziale si è perso, sono nate cantine private di ottima qualità che hanno unito il turismo e l’esperienza turistica alla vinificazione e le cantine sociali sono rimaste sempre di più un centro di poter mal gestito. Ci si quasi vergognava a dire che si andava in cantina sociale.

La ‘sharing economy’ nasce invece di recente, dopo l’ubriacatura della industrializzazione di massa e quando si è capito che la logica del profitto sopra ogni cosa porta al successo di pochi ma alla rovina del mondo. Quando ci siamo accorti di aver creato un nuovo continente di plastica negli oceani e non sappiamo tornare indietro.

Anzi non possiamo tornare indietro se non cambiamo, non possiamo risolvere il problema usando gli stessi mezzi che lo hanno causato.

Allora si deve cambiare modello socio-economico e provare a distribuire vantaggi secondo una logica che non segue i postulati di Von Neuman, sulla massimizzazione dei profitti e sul comportamento economico delle persone, ma segue il buon senso del ‘bene comune’.

Poi, a pensarci bene, anche Elinor Olstrom nel 2009 ha preso un premio Nobel per i suoi studi sul ‘bene comune’ (ed è stata la prima e unica donna a riceverlo in economia).

Quindi abbiamo uno scontro fra premi Nobel ma i veri giudici siamo noi che scegliamo come comportarci ogni giorno e guardiamo gli effetti sul pianeta e sulla nostra comunità delle nostre azioni.

Cercando di porre rimedio a questi effetti quindi, si torna alla sharing-condivisione ma si aggiunge la parola economy-economia per sottolineare che le cose condivise vanno gestite con professionalità e non con approssimazione. Che non c’è solo il desiderio di un mondo migliore ma il pragmatismo nel perseguire passo dopo passo questo cammino.

La sharing economy è pensata e applicata da giovani preparati, da nuovi professionisti che vivono un mondo totalmente diverso dal passato. Sono persone che la scelgono in modo consapevole e per questo il loro approccio è proattivo e non di attesa.

Ovviamente questo approccio è favorito dalla digitalizzazione dell’economia, da internet, dai social networks, dalle app e da altra tecnologia. Un comportamento che poi si è esteso a tutte le generazioni.

Ma torniamo alla cantina sociale e alle nuove esperienze positive che nascono dal ricongiungimento di passato e futuro. Uno dei casi più interessanti è quello della Cantina Sociale di Piglio che inaugura una stagione nuova all’insegna del ‘Cesanese Lifestyle’.

Piglio è uno dei centri dove si produce il famoso Cesanese del Piglio DOCG, uno dei vini rossi migliori in Italia la cui qualità migliora di anno in anno. Se da una parte il vino ha raggiunto delle eccellenze riconosciute dai molti premi vinti dai produttori, il territorio non ha una sua identità ben definita e per questo non è ancora diventato una vera meta del turismo enogastronomico.

Bisognava dare una identità moderna ma collegata alla tradizione, che richiamasse il vino ma che allargasse l’esperienza ad uno stile di vita. Ed allora la Cantina Sociale in modo moderno ha lanciato una serie di iniziative che coniugano arte, cibo e territori.

Una mostra di pittura con un gruppo di artisti del territorio e una serie di manifestazioni sulle eccellenze gastronomiche del territorio coinvolgendo Slow Food Territori del Cesanese e i protagonisti di queste eccellenze.

Conferenze e degustazioni in cantina con maestri pasticceri, produttori di vino del territorio, artisti, story teller dei borghi, musicisti, …. Visite guidate per spiegare come funzionano gli impianti di produzione del vino, in ambienti ben curati e professionali, e alla bottaia dove ci si emoziona alla vista delle grandi botti che custodiscono tanto buon vino.

La cantina sociale allora diventa il cuore della sharing economy locale: uno dei simboli del successo è forse proprio l’opportunità data a molti giovani non solo di iniziare a produrre vino (l’anno scorso è stato il caso di un nuovo produttore di 24 anni che ha conferito le sue uve per produrre il suo vino) ma anche l’opportunità di essere subito inserito nel centro della promozione del territorio.

Nel centro del Cesanese Lifestyle!

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Chinese Hot Pot: la cucina cinese dai contadini agli imperatori

Si dice che la tradizione dell'Hot Pot (pentola calda) sia cinese e provenga dai primi anni della dinastia Qing (forse intorno al 1650). Anche se non posso credere che i gusti imprenditoriali dei cinesi non avessero provato questo sano e gustoso modo di cucinare molti secoli prima.

Ma se crediamo agli storici, l'originale Hot Pot era cibo per i barcaioli contadini e consisteva nel cucinare le interiora e il sangue degli animali in acqua bollente.

Sembra che i contadini cinesi abbiano subìto lo stesso destino alimentare dei romani medioevali ossia si cibavano di quelle parti di una pecora (montone) che non interessavano ai ricchi: da qui teste di pecora, reni, fegato, cuore, trippa.

Ma per i Romani questi erano alla griglia mentre i barcaioli della provincia di Chongqing facevano bollire i loro piatti. In entrambi i casi le spezie erano un additivo essenziale per questo cibo economico e ogni "società" favoriva questo pasto nei mesi più freddi.

In Cina, è stato riferito che un imperatore Qing ha poi gradito questo piatto e, sostituendo le frattaglie con fette di carne e verdure di qualità, lo ha reso popolare ad un pubblico più ampio, compresi i ricchi. Proprio come le teste di pecora sono diventate una prelibatezza a Roma, il Chinese Hot Pot è diventato un piatto alla moda in Cina, mangiato non solo in inverno.

E ora, il Chinese Hot Pot non è solo un piatto di carne o di frattaglie, anche se la carne di montone è ancora la carne di base per i tradizionalisti, dal momento che il cibo spazia dalla selvaggina al pollo, dai crostacei ai pesci dell'oceano, dai vegetariani ai vegani.

Lasciatemi raccontare un'esperienza con un buffet Hot Pot a base di pesce e crostacei, accompagnato, anche in Cina, da un bicchiere di vino bianco.

Il ristorante era adatto a tutte le persone, offrendo un buffet "mangia tutto quello che puoi" di carne cruda e pesce che poteva essere preparato in vari modi, sia a tavola che dallo chef nella cucina a vista.

C'era anche una serie di ingredienti per l'insalata, piatti di verdure preparati e la tavola obbligatoria degli ingredienti per il Cinese Hot Pot, la pentola calda. Ho scelto di avere un piatto caldo privato al tavolo e ho informato il mio cameriere cinese con una serie di segnali a mano che avrei voluto un piatto caldo di pesce.

Sembrava confuso ma ho insistito. Mi mostrò due mense di brodo, una "calda" e l'altra "mite". Ricordando che il piatto tradizionale cinese è un piatto molto speziato, ho guardato due volte il brodo rosso e arancione e selezionato la versione delicata.

Mentre attendevo la preparazione del tavolo e l’arrivo del piatto, mi sono aggirato per il ristorante e ho selezionato alcuni "antipasti", cozze cotte, involtini primavera e involtini di salmone affumicato (2 di ciascuno). Poi ho riempito un piatto con verdure crude, patate, radice di loto, cavolo cinese, bok choy e l'immancabile tofu a fette e blocchi, essendo incerto quale versione fosse.

Il mio bicchiere di bianco è arrivato subito e ho preso un sorso, non male.

Finalmente il brodo arriva e si accende la fiamma.

Quando sembrava vicino all'ebollizione ho aggiunto la patata e la radice di loto. Poi sono andato a selezionare il mio pesce. Mi è stata presentata una varietà e ho scelto filetto di pesce bianco, sezioni di un pesce di lago e seppie.

Alla fine il cameriere insisteva che fossero seppie, ma ero certo che fossero calamari.

<<Cucinalo per 2 minuti>>, mi è stato detto, così ho cucinato i pezzi di pesce per circa il doppio e il calamaro un po' più a lungo. Ho poi ricevuto un mestolo per rimuovere il pesce e le verdure dal brodo.

Come ho rimosso progressivamente gli oggetti, sono stati sostituiti dalle verdure, che in realtà richiedevano solo un paio di minuti per essere cucinate.

I compiti simultanei di aggiungere, cucinare, rimuovere e mangiare il pesce mentre era caldo era un po' agitato.

Tuttavia, il coregone era delicato e delizioso. C'era solo un modo per mangiare il calamaro, intero, cominciando con i tentacoli relativamente corti.

La sfida era il pesce del lago, ossa, ossa e altre ossa, quindi non ho fatto giustizia. Devo essermi perso qualcosa con la patata e la radice di loto perché entrambi erano blandi, ma forse è perché le mie papille gustative erano state allertate dagli altri creatori di sensori.

Dopo aver finito di cucinare e mangiare ho avuto il tempo di finire il vino e sono rimasto piacevolmente sorpreso di ricevere un altro bicchiere in omaggio con cui ingentilire il resto delle verdure.

In parallelo ho potuto assaggiare il brodo ora che aveva assorbito i sapori di tutte le mie selezioni. Sazio, è tempo di ritirarsi.

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L’arancione in cucina con la zucca e la carota

Il freddo e la tramontana fanno venire voglia di minestra, è tempo di zucche. Finita la festa aliena ce ne sono per tutti i gusti: dalla mantovana al cappello del prete.

Ogni ricetta ha la sua zucca e ogni paese ha le sue particolarità.

Regina della tavola in Emilia Romagna, sono famosi i tortelli di zucca del ferrarese conosciuti ed apprezzati ormai in tutto il mondo.

Poco presente nella cucina tradizionale laziale, una volta era un prodotto secondario spesso relegato all’alimentazione degli animali da corte. Erano gli ultimi prodotti della pianta delle zucchine che venivano usati per le sementi. Ora è coltivata in maniera decisa anche qui ed ormai è presente in ogni banco del mercato.

Ci faccio una crema con le carote. Arancione for ever!

Oggi mi sento decisamente arancione, il colore simbolo di armonia interiore, di creatività artistica e sessuale. Rende ottimisti e combatte la depressione. Penso che dopo questa zuppa potrò emanare forza e saggezza!

Di certo non sarò mai Olandese, che hanno la bandiera arancione in onore della famiglia reale degli Orange, e non sono un induista. Però è interessante che nel Cristianesimo l’arancione indica i ‘peccati di gola’, e forse un po’ peccatore in questo senso lo sono.

Ricetta della vellutata di zucca e carota

Si inizia come sempre con una visita al Mercato di Via Trionfale dove vado a scegliere la giusta zucca e le carote fresche, quelle che hanno ancora il ciuffo d’erba e non sono nella busta di plastica.

Arrivato in cucina prendo una pentola da zuppa e sciolgo una noce di burro e ci faccio rosolare uno spicchio di aglio e qualche grano di pepe. Il pepe serve solo ad insaporire con profumi d’oriente e lo tolgo subito dopo.

Aggiungo la zucca e la carota tagliate a cubetti e faccio cuocere per una decina di minuti mescolando di tanto in tanto. Quando il profumo è arrivato al punto giusto, aggiungo dell’acqua fino quasi a copertura.

Lascio cuocere a fiamma bassa fino a che con la frusta diventa una crema. A questo punto regolo il sale e con il minipimer dò l’ultimo tocco alla crema (o vellutata per chi vuole darsi un tono).

E’ ora dei crostini: tagliate a dadi il pane vecchio e tostatelo in padella senza nulla. Appena pronto, ancora bollente, mettete il pane in un sacchetto di carta e aggiungete della noce moscata appena grattata. Poi chiudete e lasciate freddare.

Una variante è la cannella, dà un tocco di Natale che di questo periodo non guasta.

Il vino ideale? un Grechetto dei Colli Martani, un Traminer.

Ho bevuto un Barbarossa, un vino antico forlivese, deciso come i Colli Romagnoli, poco azzeccato al piatto ma a me piaceva così.

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FOTO STOCK PER LARTICOLO DI GAVIN SUL CIBO COSTOSO IN CINA
Costosa Cina: una stravagante storia di delusione a Pechino

Sì, questo è un quiz: come fa un turista a trovare cibo fresco a prezzi accessibili in Cina?

Sono a nord di Pechino a circa metà strada da Piazza Tienanmen, il centro della politica e della cultura cinese, a Badaling, il centro turistico - che ora è una città turistica - della Grande Muraglia.

La terra è piatta come è tutta Pechino e il traffico è una caratteristica permanente. Mi piace camminare dove posso e le passerelle sono pulite, per lo più sollevate dal tappeto di foglie dell'autunno e dai venti autunnali, dagli immancabili pulitori di strade con le scope di vimini.

Devo schivare le biciclette, abbandonate ovunque e in qualsiasi luogo da coloro che hanno raggiunto le loro destinazioni o semplicemente rinunciato. Sta diventando freddo, quindi uno spezzatino piccante è gradito. Ma questo è per la fine della giornata. È tarda mattinata, prima che i soliti 11:30 arrivino all'ora di pranzo e io sto cercando cibo fresco.

Sono un amante di gran parte della cucina cinese, tranne forse il famoso granchio del lago d'autunno e le immancabili zuppe di testa di pesce. Forse la mia educazione occidentale mi ha paragonato più a verdure fritte e grigliate e frutta fresca e in più, oserei dire, Anatra alla pechinese.

La signora Google mi ha informato che ci sono molti mercati di alimenti freschi a Pechino, ma nessuno a circa 20 minuti di taxi da dove mi trovo, quindi ho invitato un amico dell'Istituto a condividere una passeggiata di 2 km al supermercato più vicino, lungo la strada principale vicino alla metropolitana, che è stranamente di proprietà dei giapponesi e assomiglia a un centro commerciale in "No Place" - in qualsiasi parte del mondo.

Entrando, cerco immediatamente un affare nella sezione alimenti freschi. Dopo una rapida scansione dei mandarini delle dimensioni di una pallina da golf, la mia eredità australiana mi ha attratto da un'esibizione di rockmelons tagliati a metà, fuori stagione qui al nord, ma sicuramente cresciuti nel sud più tropicale.

Cercando i prezzi, noto che vanno da oltre 30 RMB a circa 38 RMB che, con il tasso di cambio a circa 8, è 4/5 euro. Il mio connazionale vede il mio stupore e mi ricorda che in Cina non c'è niente di più economico.

Eppure penso ai negozi di abbigliamento e di merci in genere di proprietà cinese in tutta Italia, e decido di controllare alcuni altri articoli che normalmente avrei nella lista del fine settimana. Con mia delusione,non c'è niente al supermercato che sia meno caro di Aldi o di Coop in Italia, nemmeno il sapone Lux. E la mia enoteca locale vicino a Roma ha ottime gocce locali per meno della metà della varietà Great Wall più economica.

 

Ho un po' di nostalgia per un caffè italiano e un caffè espresso, ma trovo solo Starbucks in No Place, per ordinare un piccolo piatto nero e un piccolo latte - e non ho ricevuto alcun resto da una nota da 50 RMB.

Come si può permettere questo lavoratore medio cinese? Tornando al mio albergo decido, con le gambe stanche, di mangiare a buon mercato, almeno il più economico che posso fare, in albergo. Sì, un club sandwich è di 87 RMB e un buffet cinese di 180 RMB.

Per completare il tutto una birra al bar, l'unico bar, è di 46 RMB. Forse posso mettermi a dieta!

Ovviamente devo effettuare un'altra ricerca, dato che devo aver perso la vera Cina.

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Quando fuori piove: costine di maiale nero con le prugne

Finalmente arriva il primo freddo, bloccato a casa dalla sinusite la noia si fa sentire e devo ingegnarmi a fare qualcosa.

Sicuramente mi metto in cucina ma mi serve una ispirazione in linea con la mia salute.

Esco e vado al Mercato di Via Trionfale, sono sicuro che troverò qualcosa in grado di scuotere il mio umore e la mia salute.
Intanto ho voglia di carne e vado dal macellaio e qui finalmente le rotelline del mio cervello tornano a girare alla vista di un bel pezzo di maiale nero. Ho preso delle costine nere che voglio cuocere con le ultime prugne della stagione che ho ancora a casa.

Finalmente sta tornando sui banchi questa carne stupenda di animali che pascolano nelle nostre montagne. Sui Monti Lepini ne è presente una sottospecie che un tempo era stata abbandonata per la sua scarsa produttività.

Secondo le ricerche sul sito dell’Arsial, questo maiale nero che prende nome dal colore della sua pelle è arrivato dalla Cina intorno al 1500. Si dice che sia stato un membro della importante famiglia Caetani che aveva uno dei suoi castelli più belli proprio a Sermoneta ad introdurlo nei Lepini.

In ogni caso al maiale nero è dedicata una sezione negli antichi Statuti di Carpineto Romano del 1556. Oggi sono allevati al pascolo proprio come allora.

Il castello e il maiale nero, con cui fanno un eccellente prosciutto a Bassiano, sono due ottime scuse per un giro da queste parti.

Ricetta delle costine di maiale nero con le prugne

Le costine di maiale sono anche chiamate ‘spuntature’ e le faccio al tegame con le ultime prugne. Le lascio andare sul fuoco basso con solo olio e qualche grano di pepe e sale.

Non metto altri profumi perché saranno le prugne le protagoniste del piatto, questa carne va gustata fino in fondo. Soprattutto quando è fresca come quella del mio macellaio del Mercato di Via Trionfale.

Aggiungo le prugne a metà cottura e poi un ultimo tocco di forno per farlo dorare con un velo di miele. Il forno lo metto bello caldo a 220 gradi per pochi minuti, diciamo che lo controllo a vista finché non appare del colore che desidero.

Ricordo di vacanze montane. Mi ricorda proprio la neve e il camino acceso. Ma forse per questo devo aspettare ancora un po’ di tempo. Nel frattempo faccio passare la sinusite con questa ricetta. 

Il vino? Non ho dubbi: un buon Pinot nero Hofstatter riserva Mazzon.

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Che compleanno!

Il Museo del Rugby Fango e Sudore di Artena festeggia il suo decennale con una mostra unica al mondo: una esposizione della prima maglia degli All Blacks a giocare in Europa nel 1905.

Una maglia che è arrivata direttamente dal museo di Palmerston North (Nuova Zelanda) portata dal direttore del museo Stephen Berg che inaugura la mostra e che ha dovuto avere un permesso speciale dal governo neozelandese per poterla portare ad Artena in Europa.

La maglia ha un significato speciale ed è stata indossata nella prima Tournée degli All Blacks in Europa.

Era il 1905 e la nazionale neozelandese, che a quel tempo si chiamava ancora con il nome ‘The Originals’, aveva percorso 40 giorni su una nave per poter raggiungere l’Europa e giocare nell’emisfero settentrionale.

La partita di esordio era stata in Inghilterra con una selezione del Devon e dal momento della loro entrata in campo tutti restarono stupiti. Nelle loro divise nere decorate con una falce d’argento i giocatori iniziarono la tradizionale Haka con la quale lanciavano la sfida e si presentavano come un gruppo compatto, con un solo spirito.

Il risultato di quella partita fu di 55 a 4 per i neozelandesi e quel giorno il loro nome cambiò in All Blacks grazie ad un articolo di John Buttery, un giornalista del Daily Mail. Si dice che il titolo originale fosse All Backs, dedicato alle loro posizioni in campo, ma il tipografo che realizzava la stampa del giornale pensò che fosse un errore e che il giornalista intendesse fare un riferimento al colore della maglia.

Da quel momento in poi per tutto il mondo la squadra neozelandese è universalmente conosciuta come gli ‘All Blacks’.

La maglia che è arrivata al museo di Artena apparteneva a Jimmy Hunter, il giocatore più basso della squadra ma capace di realizzare 44 mete e con i suoi compagni di vincere 35 incontri su 36. Solo il Galles riuscì a vincere contro gli All Blacks.

Questa maglia era stata poi acquistata dal NZRM - New Zealand Rugby Museum degli All Blacks 15 anni fa per 5.000 dollari neozelandesi e da allora è diventata uno dei miti della nazione. Il museo stesso è il custode di quella che forse è la più antica tradizione neozelandese, quella per cui tutto il mondo conosce e apprezza questo paese lontano da tutti e da tutto.

Ma la storia dell’arrivo di questa speciale maglia degli All Blacks ad Artena parte da molto lontano quando qualche anno fa Corrado Mattoccia, il direttore del museo di Artena che oggi è riconosciuto ufficialmente dalla Federazione Italiana Rugby, si reca in Nuova Zelanda per seguire le partite e decide di andare a conoscere di persona il museo degli All Blacks.

Con un suo amico guidano per 14 ore per arrivare al museo e stabiliscono un contatto umano e inizia una collaborazione. 

Da vero collezionista, con oltre 1.800 maglie e 15.000 oggetti da tutto il mondo nel museo di Artena, in questi 10 anni Corrado è diventato uno dei massimi esperti mondiali di contraffazione. La collezione di Artena è diventata un punto di riferimento per sapere il tipo di tessuto, di filo, di impuntatura che si usavano per le maglie di ogni periodo e di ogni paese e Corrado viene chiamato per verificare i falsi.

La sua bravura è tale da essersi meritato una lettera di ringraziamento dagli All Blacks e questa mostra per i 10 anni del museo è il ringraziamento a quello che il museo sta facendo per questo sport.

La mostra della Maglia del 1905

In occasione della mostra sono state fatte alcune richieste al museo di Artena sul tipo di luci e di microclima che doveva avere la sala ma questo non è tutto.

La maglia viene esposta nella sala dedicata agli All Blacks e per ospitarla è stato chiamato l’architetto Roberto Felici che ha creato una vera installazione artistica.

La maglia è poggiata su un mondo stilizzato come una gabbia in acciaio inox sospesa nel cielo, mentre sul pavimento è stato poggiato un grande disco in acciaio Cor-ten, ossia coperto da una patina (ossidazione) che lo fa sembrare arrugginito.  

L’architetto ha voluto dare diverse chiavi di lettura alla sua opera: da una parte gli All Blacks come centro del mondo del rugby e la maglia posta al centro di questo mondo.

Questo mondo elegante che custodisce la storia è poi riflesso nel mondo comune sulla terra, dove ci siamo tutti noi. Dove ci sono le partite che si giocano ogni giorno in varie parti del mondo, il sudore dei bambini e dei grandi, le grida dei tifosi e le birre del terzo tempo.

Un’altra chiave di lettura è quella per cui il mondo sospeso nello spazio richiama anche la vicina industria aerospaziale italiana, l’Avio, che è uno dei fiori all’occhiello di questo territorio. Qui vengono costruite alcune parti dell’Arianne, il vettore Europeo che porta i satelliti nello spazio.

‘Mi sono divertito a creare qualcosa che creasse ponti fra i nostri paesi. Sono orgoglioso di essere stato chiamato e per me questo museo dentro palazzo Traietti nel centro storico di Artena rappresenta uno dei migliori esempi di rigenerazione urbana. Il centro storico di Artena è tornato a fiorire e a vivere’- ci dice Roberto Felici.

Ora non è più insolito sentire parlare lingue straniere e avere nuovi visitatori fra le vie del centro pedonale più grande d’Europa, magari a dorso di un asino con cui dal museo si possono prenotare visite al borgo antico.

Il museo del rugby di Artena

Ma come nasce questo museo e come arriva a riempire 600 metri quadri di un palazzo storico di Artena?

Tutto inizia 10 anni fa nel garage di Corrado Mattoccia: c’è sempre un ‘numero uno’ in ogni collezione. Corrado riporta una maglia di Mirco Bergamasco al figlio e decide di esporla per farla vedere ai suoi amici.

Amici particolarmente appassionati che a poco a poco si fanno coinvolgere dalla passione di Corrado e iniziano a seguirlo nelle sue ‘follie’. Sono loro a costruire le prime cornici e sono loro che iniziano a organizzare cene per sostenere il museo.

Si vedono ogni settimana e per anni si sono tassati per poter far crescere il loro sogno. Le cene del venerdi sono diventate un appuntamento per molti e lo stand del ‘terzo tempo’ del museo del rugby è praticamente presente in ogni manifestazione locale per raccogliere fondi del museo.

Una menzione particolare va al cuoco Ubaldo Mattozzi che è anche il falegname che ha realizzato quasi tutti gli arredi. Ormai è talmente bravo che è praticamente diventato uno chef mentre coinvolge la moglie nelle serate perché tra il suo lavoro e quello volontario per il museo non riuscirebbe a vederla. Ma a tavola servono tutti: da Corrado ai suoi figli e alla compagna Simona.

Senza questo impegno non sarebbero riusciti a passare da un garage al museo più grande al mondo dedicato al rugby.

Ed oggi circa mille persone al mese visitano il museo e qui sono venuti in visita giocatori delle nazionali della Nuova Zelanda, Argentina, Sud Africa, Inghilterra e Galles.

I maggiori quotidiani come Repubblica o riviste patinate come Glamour gli dedicano inserti mentre alla radio raccontano la storia di Corrado Mattoccia e del suo sogno.

Ma non finisce qui, e mentre sono al museo gli scrive il segretario del sindaco di Tokyo che gli ha già riservato uno stand a Toyota e uno a Tokyo in occasione dei prossimi mondiali di rugby del 2019.

Festeggiamo insieme a tutto il gruppo degli amici del museo, mandiamogli qualcosa per continuare a crescere e far arrivare sempre più turisti ad Artena e se avete una vecchia maglia di un giocatore di rugby potete spedirla.

Noi continueremo a partecipare alle cene del venerdì.

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Il filetto di maiale e il cavolo rapa

Girando per il mercato di Via Trionfale mi sono imbattuto in un cavolo rapa, un ortaggio intrigante dell’autunno che ha stimolato la mia curiosità.

Il cavolo rapa è coltivato in tutto il mondo e si presta alle più svariate ricette, è buono sia crudo che cotto. Ma piove e inizia il freddo e lo preferirei cotto.

Cucinarlo è semplicissimo. Prima viene sbollentato per pochi minuti e poi, dopo averlo pelato, si aspetta che si raffreddi. A questo punto si taglia in cubetti e si ripassa in padella con un po’ di aglio e pepe. È pronto così.

Però un cavolo rapa da solo fa tristezza. Sembra più da dieta dimagrante che da buon pasto da gustare fra amici con un buon vino. È vero che alcuni sostengono che il cavolo rapa oltre ad avere la Vitamina C è anche un anti-tumorale, ma da solo mi fa tristezza.

Ho iniziato a pensare e l’ho immaginato come accompagnamento ad un filetto di maiale con una salsa di vino rosso. Una ricetta speciale per il filetto di maiale e il cavolo rapa.
In cantina avevo un Gattinara, un Nebbiolo di Vercelli, terra di grandi risi e buoni vini. Era già qualche tempo che cercavo di accoppiarlo ad un piatto diverso.

Preparazione del filetto di maiale e il cavolo rapa:

In una padella preparo la salsa di vino. Faccio andare il vino in cottura con un cucchiaino di miele e zucchero, olio e un rametto di rosmarino. Poi un pizzico di farina.

Mi hanno portato un olio Strepitoso da Vetralla! È stato appena spremuto e questo gli conferisce un profumo particolare. Sa ancora di prato e di olive fresche. È una vera gioia e l’olio della Tuscia automaticamente mi ricorda gli Etruschi e mi fa sentire ancora più attento a sapori che si tramandano da millenni.

Non lo porto a riduzione completa, lo uso come salsa un po’ liquida. Servirà dopo con il maiale.

La carne me la sono fatta dare dal mio amico macellaio: medaglioni di filetto di puro suino italiano allevato a terra nutrendosi con i frutti del bosco. Una vera delizia con la quale ogni piatto assume un sapore particolare.

Prendo i medaglioni di filetto e li cucino a parte sulla griglia. Appena cotti li passo nella padella con la salsa e alzo il gas per poco.

Servo i medaglioni su un piatto accompagnati dal cavolo rapa.

È nel bicchiere che il Gattinara mostra tutto il suo carisma. I miei amici saranno molto contenti di questa serata!

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Vitovska, il vino di pietra, il maiale e le mele

A spasso per il centro di Roma frugando nelle enoteche mi ritrovo per le mani una bottiglia che conoscevo, ma che era finita nel dimenticatoio.

Lo avevo gustato molto tempo fa, un vino antico che nasce nel Carso, terra difficile sferzata dalla bora in inverno e bollente in estate. Qualcuno dice di origine slovena ma qui ogni pietra parla italiano.

Vitovska è un vino autoctono che non ha simili nell’intero mediterraneo e si beve volentieri con pesce crudo o piatti delicati. È un vino DOC che si produce nelle province di Gorizia e Trieste, un bianco molto particolare.

Come al solito ho stravolto la cosa: prendo un vino del nord e lo accompagno con materie di casa mia.

Questa volta parto al contrario: ho scelto il vino e mi sono immaginato un piatto in abbinamento. Come l’ho avuto per le mani ho immaginato un filetto di maiale fasciato con del lardo sottilissimo, lasciate stare Colonnata perché è troppo aromatico, e delle mele.

Per questa ricetta mi serve un lardo nostrano magari con una lieve vena rosa è perfetto. Io mi faccio consigliare dal mio amico norcino che lavora solo prodotti veramente di Norcia, ormai siamo complici e mi capisce al volo.

Preparazione della ricetta del Maiale e le Mele

Prendete un pezzo di filetto di maiale, ma sceglietelo magrissimo. Fatelo in dischi di circa 3 cm di altezza e avvolgete ogni disco con una fetta di lardo che legate con uno spago da cucina.

Poi mettete il tutto in padella con una foglia di salvia. Alcuni ci si sbiancano i denti ma a me piace con la carne. Fatelo rosolare ambo i lati, poi aggiungiamo le mele tagliate a spicchi.

Scelgo le annurche che un tempo erano una mela povera, ma che ora è tornata in gran voga. Le mangiavano anche i Romani, Plinio il Vecchio le descrive nel suo “Naturalis Historia” e sono dipinte in una casa di Pompei.

Forse per questo la Campania le ha dichiarate un ‘Prodotto Nazionale’, ma io le trovo in tutto il sud del Lazio. In fondo parte di questi territori facevano parte del Regno Borbonico.

Oggi poi sono ancora più famose per le loro proprietà e si trovano in pillole in farmacia come rimedio contro la calvizie e la carenza di vitamine e l’aumento del colesterolo. Qualcuno dice che sono afrodisiache. Non lo so. Ma per la ricetta scegliete le mele vere e non le pillole!

In questo periodo trovo le mele annurche nel mio mercato di fiducia, il Mercato di Via Trionfale: se sei attento, il mercato ti premia con una grande qualità salvando il tuo portafoglio.

Ma torniamo alla ricetta: cuocete pochissimi minuti, non necessita di alcuna spezia, sfumate con abbondante vino, la Vitovska.

È un piatto poco costoso e delicato, viste le materie prime, tranne che per il vino. Qui qualche “eurino” in più bisogna spenderlo, ma non molti. Vi darà grande soddisfazione.

Buona bevuta!

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