“Town Ambassador” a Luca Calselli, l’architetto della Cultura

Conferito il premio Town Ambassador all’architetto Luca Calselli promotore dei territori e vincitore di due concorsi Città della Cultura del Lazio nel 2018 e 2019. Due sfide vinte contro ogni pronostico: nel 2018 con il progetto Colleferro e il Novecento e nel 2019 con San Felice Circeo e il Mare di Circe.

A questo punto potremo definirlo ‘l’architetto della cultura’, ma prima dobbiamo investigare sul significato di cultura legato ai territori e alla loro crescita. Se infatti intendessimo la cultura come qualcosa di statico entreremo nel campo dell’archeologia mentre lo spirito di un architetto è comunque e sempre quello di innovare.

Una innovazione che nei territori oggi passa più attraverso la ricerca di una identità e una messa a sistema delle forze vitali esistenti attraverso il design e la creazione di manifestazioni.

‘Il passato sono le radici, ma un architetto progetta il futuro. Il ruolo del design e della comunicazione identitaria è fondamentale anche nella promozione dei territori perché bisogna comunicare a sé stessi e agli altri l’essenza di quello che si è’.

Luca infatti si definisce come un designer del territorio e delle manifestazioni e attribuisce un grandissimo significato al ruolo che il design ha avuto nella storia dell’architettura italiana e nel successo del Made in Italy.

Per questo da anni si impegna nell’ADD – Associazione del Distretto del Design di Sora e nel 2012 ha contribuito a scrivere il ‘Manifesto del Design Italiano’. In questo manifesto si ripercorre la potenza innovativa del Design Italiano nel Novecento che ha saputo dare un senso estetico alla funzione. Il Manifesto auspica che gli architetti si riapproprino di questa potenza applicandola anche ad altri settori.

Prima di allora il design era soprattutto la ricerca di una funzionalità estrema di un prodotto in uno spirito minimalista, ma negli anni ’70 gli italiani con Ettore Sotsass introducono qualcosa di innovativo. Una eleganza riconoscibile che dà uno stile alle funzioni e rende gli oggetti della produzione di massa qualcosa di unico.

Un ossimoro fra produzione di massa e identità che diventa la caratteristica del Made in Italy.

Oggi questo spirito è ancora presente ma gli italiani non sono più i soli a fare design. In un certo senso il successo della Apple è stato aver applicato questi concetti anche all’informatica. E non a caso Steve Jobs raccontava di aver preso ispirazione durante una lezione di calligrafia.

‘La cultura è quello che ha permesso agli italiani di innovare sempre. Siamo stati innovatori nel Rinascimento, nel Barocco, nel Futurismo e nel Design, ma poi ci siamo dimenticati della modernità. Se solo riuscissimo ad avere radici nel passato ma sguardo verso il futuro avremo sconfitto il declino e avviato una rigenerazione’.

Questo ci dice Luca Calselli che ha fatto della cultura classica e dell’innovazione la chiave del suo successo come progettista di rigenerazione di territori. I suoi progetti sono una sintesi fra questi concetti.

Ma il vero punto di forza è la capacità evocativa del design applicato anche ai territori e capace di ritrovare l’identità di un territorio mentre contemporaneamente spinge all’aggregazione degli operatori e ad allungare lo sguardo verso il futuro.

Città della Cultura 2019: San Felice Circeo e il mare di Circe

Prendiamo il caso di San Felice Circeo Città della Cultura del Lazio 2019 e andiamo alla ricerca di questo spirito. Il problema di San Felice era quello di uno splendido paese all’interno del Parco Nazionale del Circeo che era diventata famosa con le seconde case di splendide ville e che poi aveva esteso il modello delle seconde case ad una edilizia improbabile che aveva portato ad un inevitabile declino.

Una economia basata su una stagione turistica che si restringe sempre di più al solo mese di agosto e un modello da reinventare.

Quando interviene Luca Calselli la situazione è esattamente questa con un territorio che non sa più chi è e che cosa offre ad un turista che nel frattempo è sempre più in cerca di emozioni e di esperienze.

Luca parte dal passato e dalla sua evocazione moderna e il progetto si chiama ‘il mare di Circe’. Come si fortificano i legami con il passato? La risposta sembra semplice come l’uovo di Colombo e forse per questo nessuno la aveva perseguita.

La storia della maga Circe riporta a Ulisse e al suo viaggio di ritorno a Itaca ed allora ecco un gemellaggio con l’isola greca. Ma anche una riscoperta della lingua greca e delle sue propaggini fino ai nostri giorni. Ecco passato e presente.

E il presente? La prima cosa è ragionare su una grande scala e pensare da subito ad una candidatura di San Felice Circeo insieme alle isole dell’arcipelago pontino: Ponza e Ventotene.

Sono tre ‘isole’ (considerando che San Felice Circeo appare come un’isola a chi la guarda) che offrono esperienze molto diverse ai turisti ma che oggi non dialogano fra loro. Non sono collegate via mare e questo le ha rese distanti anche per l'identità di una esperienza di arcipelago.

Il progetto allora inizia da un collegamento marino e dalla ricerca di un segno identitario che le unifichi agli occhi dei residenti e dei turisti. E se il Circeo ricorda la maga, a Ventotene si trovavano le sirene di Ulisse con il loro canto e Ponza era nella rotta dell’Odissea.

E il futuro?

Il futuro si costruisce tutti insieme con una sapiente regia. Nel progetto Luca Calselli ha messo in rete tutte le diverse realtà che fino ad ora hanno lavorato in maniera caotica come in preda a dei moti Browniani.

Il segreto del successo dell’architetto della cultura è proprio in un grande lavoro di creazione di collegamenti fra entità e persone che hanno interesse sociale, economico e culturale su una porzione del territorio. Il successo è proprio quello di avere dato uno stile e una identità a questi collegamenti con un certosino lavoro di relazione e grazie ad un design che ha fatto uscire l’anima dei territori.

Per questo motivo pensiamo che il premio Town Ambassador a Luca Calselli sia un riconoscimento ad una capacità unica di aver saputo interpretare il ruolo del progettista nella rigenerazione urbana e del designer nella creazione di una ‘identità dinamica’ che si proietta verso il futuro.

A breve racconteremo in dettaglio gli eventi e le esperienze della trasformazione per aiutare anche altri a seguire l’esempio di un caso di successo ed imparare dai migliori.

powered by social2s
15-17 feb: “Cavalli a Roma” emoziona sempre di più

Potevamo mancare? Ma certo che non ci perdiamo un evento di cavalli, soprattutto se sta vicino casa nostra e soprattutto se è una occasione per rincontrare gli amici.

Sabato abbiamo girato emozionati per gli stand dove tutti gli spettacoli hanno registrato il tutto esaurito di spettatori.

Giovani e meno-giovani passeggiavano emozionati lungo il viale che separa i vari padiglioni e sostavano ai numerosi stand che offrivano ogni varietà di cibo. Su tutti spiccava un grande stand-furgoncino rosa con la scritta ‘Pizza e Mortazza’, e come dargli torto! È l’emblema di Roma assieme a Pizza, fichi e prosciutto.

Un intero padiglione era dedicato al benessere del cavallo e al rapporto fra uomo e cavallo. Molto interessante e per il prossimo anno proporremo uno spazio per la nostra Collezione Horse Museum.

Ma forse la cosa più emozionante era l’odore ai box allestiti dentro il padiglione 1. Un misto di sudore, adrenalina di cavalli e cavalieri e di amore da parte dei groom e dei cavalieri. Un odore che penetra dritto nei ricordi di tutti quelli che hanno trascorso parte del loro tempo in scuderia.

Poi i giri d’onore dei campioni fra gli applausi del pubblico. Per la cronaca, il “Gran Premio Cavalli a Roma Ad Maiora IR” del CSI** di salto ostacoli è stato vinto dal cavaliere modenese Gianni Govoni con Lucaine.

La serata si è conclusa con i nostri amici Maria Baleri di Fieracavalli e tutti i Cavalieri dell’associazione di Cottanello, veri artisti del cavallo Tolfetano.

Ma con la primavera che si avvicina avremo molte occasioni per tornare ad incontrarci con la scusa dei cavalli.

powered by social2s
49763014_733876563653188_1926396156284239872_n.jpg

Se cercate qualcuno che applica la filosofia cinese dove ‘ogni crisi è una opportunità’, allora dovete conoscere la vita di Ivo Pulcini e se siete fortunati potete condividere qualche sorriso con lui.

Chi è Ivo Pulcini? Basta digitare google e si trovano pagine su di lui: cardiologo, medico sportivo di molte federazioni nazionali e della Lazio. Ha curato il Dalai Lama, cardinali e molti grandi personaggi dello spettacolo.

Le sue mani sono d’oro e riesce a sentire tutte le connessioni biomeccaniche del nostro corpo per cui con un tocco sistema dolori e traumi che sembravano impossibili da curare.

Ma Ivo è molto di più di tutto questo che si trova in un curriculum. E’ una vera gioia e un esempio per tutti. La prima volta che ci hanno presentati e ha sentito che facevo guide turistiche per i paesi del Lazio mi ha detto:

“ho bisogno di te. Oltre ai miei figli, io amo due cose: mia moglie e il mio paese Leonessa che in questo momento ha bisogno di essere promosso”.

Così abbiamo iniziato a frequentarci per mettere a punto storie e un testo per la guida bilingue. Leonessa è un paese incredibile alle falde del Terminillo dove si respira un’aria particolare: infatti faceva parte del Regno Borbonico e l’impianto del paese è diverso dal resto della regione. Nel Rinascimento ha avuto un grandissimo periodo di prosperità grazie al commercio della lana e ad una esenzione di tasse dovuta alla ‘Madama’, la figlia del granduca d’Austria che era stata la sua feudataria. Se non conoscete Leonessa vi consiglio di andare a trascorrere qualche giornata a passeggio nei suoi boschi e su per la montagna.

Ma torniamo ad Ivo che cresce a Villa Pulcini, una delle frazioni di Leonessa, e che va in collegio in seminario per qualche anno perché non avevano i soldi per farlo studiare. Quando gli chiedo perché ha scelto di diventare un medico, Ivo mi ha citato San Tommaso:
“Mi ha guidato una frase di San Tommaso che dice: << ho cercato Dio e non l’ho trovato, ho cercato me stesso e non l’ho trovato, ho cercato gli altri e ho trovato tutti e tre>>.

Allora avevo tre scelte: servire la patria, servire Dio o servire gli altri. Ho scelto di diventare medico e servire gli altri.

I fiumi non bevono la propria acqua, gli alberi non mangiano i propri frutti, il sole non brilla per sé stesso, ed i fiori non disperdono la propria fragranza per se stessi. Vivere per gli altri è la regola della natura. La vita è bella quando tu sei felice, però la vita è molto meglio quando gli altri sono felici per merito tuo. La nostra natura è di essere al servizio: chi non vive per servire non serve per vivere”.

Ancora più rocambolesca è la sua avventura da studente. Il padre non era d’accordo con la scelta di medicina ed Ivo deve studiare e lavorare. Dopo un paio di anni di brillanti studi, deve interrompere per andare a guadagnare denaro da mettere da parte e va a Londra dove lavora come barman, tassista abusivo e organizzatore di eventi. Impara le lingue (oggi ne parla 8) e torna in Italia per riprendere a studiare.

Al primo esame festeggia con il padre che non aveva capito che festeggiavano un solo esame e crede che il figlio sia laureato. Allora il padre felice mette annunci e comunica a tutti la lieta notizia. Per non deludere il papà, Ivo si mette sotto e in un anno sostiene 23 esami (tre anni in uno) e si laurea con il massimo dei voti.

Ecco come una crisi diventa una opportunità.

Poi dopo la laurea doveva scegliere la specializzazione e ancora una volta il caso lo guida. Seguiva una squadra di basket, la Stella Azzurra di serie A come segretario, per guadagnare qualcosa già da studente e si rende conto che questo era un settore ancora non molto evoluto ma che secondo lui avrebbe avuto sviluppi. Appena laureato ne diventa il medico sociale, il più giovane in Italia.

Lavorare con i giovani era poi stimolante e creativo e lavorare nelle competizioni significa anche lanciare sfide quotidiane da vincere. Va bene il detto francese sulla partecipazione, ma una squadra scende in campo per battere l’avversaria.

Così prende due specializzazioni: una in cardiologia e una in medicina sportiva e diventa anche un esperto di nutrizione. Le sue squadre vincono e lo cercano tutti. In poco tempo raggiunge una fama incredibile e con questa l’invidia.

Come ognuno di noi anche Ivo ha dovuto affrontare le insidie della vita e ad un certo punto si trova coinvolto in un reato in tribunale ordito da qualcuno perché ‘si tirò addosso l'ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l'osso’.

Ivo rideva sempre davanti al giudice che quasi non capiva il suo stato di leggerezza di fronte alle bugie e portò una intera squadra a testimoniare che quel giorno si trovava fuori dall’Italia e non poteva aver commesso alcun crimine. Pagò il viaggio a 20 atleti dall’estero ed infine anche il giudice si mise a ridere, seppure irritato dalla perdita di tempo.

Ancora una volta una scelta e ancora una volta una opportunità. Inizia una carriera al Gemelli ma dopo poco abbandona e si butta a capofitto nello sport dove si occupa anche di doping.

Come nel suo stile non si accontenta e ha talmente tanto rispetto che viene invitato dal Governo Tedesco a Berlino e per 6 ore discute in parlamento con i massimi esperti mondiali di WADA (World Anti Doping Agency). Dopo questo incontro anche la Germania ha seguito l’Italia (legge 376/2000) e ha emanato una legge antidoping. I suoi consigli sono stati tutti recepiti.

Ma diventa anche uno dei massimi esperti di Medicina Manuale e Posturologia Clinica, per intenderci: quella in grado di far rialzare gli atleti anche dopo un duro scontro in campo. Vi siete mai chiesti se gli atleti fingono o se c’è qualcuno in grado di risolvergli in tempi brevi gli effetti di un duro contrasto? Ecco, potete chiedere a Ivo Pulcini.

Per i risultati degli atleti che segue e per le commissioni di doping internazionali viene conosciuto in tutto il mondo e con la sua capacità di apprendere lingue lavora un po’ ovunque.

Leonessa - Fontana Margaritiana by Bettiol
Rieti- Leonessa and its hamlets Villa Pulcini

Ivo Pulcini e Leonessa

In tutto questo riesce sempre a ritagliare spazio per la sua Leonessa e fonda la Pro Loco che nel 1990 organizza la famosa ‘Sagra della Petata: Arosta, Lessa e Rescaldata’. E questa è una questione su cui non dovete scherzare. Da buon visionario, Ivo aveva capito che per questioni di marketing bisognava puntare sulle radici usando il dialetto ma unendo basi scientifiche come una sana alimentazione basata sulle proprietà della patata di montagna.

Ma chi lo ha seguito ha cancellato la parte scientifica e cambiato il nome in ‘Sagra della patata’ perdendo tutto l’effetto del contrasto e mettendola in concorrenza con altre centinaia di sagre in Italia.

Ivo ha creato una pagina FB e si batte come un leone per poter dare notorietà alla sua Leonessa e per stimolare a volare sempre più in alto.

Ma Fb è il suo regno assoluto. Ha diversi profili e potete trovare la sua passione per le Ferrari, per il collezionismo di moto (ha la moto n. 1 del Duce e la Vespa di Vacanze Romane con Audrey Hepburn).

E poi è attivo per promuovere le sue associazioni “Un cuore per tutti…tutti per un cuore onlus”, medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica, fondata nel 1997 con Fabrizio Frizzi e Little Tony, e ‘Bambini cardiopatici nel mondo’ con il dr. Alessandro Frigiola, che ha salvato 1650 bambini cardiopatici, dopo aver creato un centro di cardiochirurgia pediatrica a Damasco e un villaggio a Barranqueras (Chaco) in Argentina per oltre 100 i bambini poveri con le loro famiglie: il “Barrio Ugo Pulcini”. Infine un riconoscimento ufficiale dal Dalai Lama per aver contribuito alla costruzione del Tibetan Children's Village in India.

Ma chiudiamo con un messaggio che ha scritto sul suo profilo e dedicato ai giovani che mi ha toccato il cuore:

“Messaggio di speranza per i giovani disoccupati e senza futuro. Cari amici, se è vero che gli esempi fanno da traino (exempla trahunt: lo dicevano i Latini padroni del mondo), vi assicuro che l'impossibile non esiste e tutti i sogni possono diventare realtà. Basta crederci e volerlo.

Ero selvaggio come Tarzan, senza cultura, analfabeta, senza mezzi e al limite della sopravvivenza. Ho scoperto solo qualche anno fa che i miei paesani di Villa Pulcini e Leonessa, scommettevano che sarei morto prima dei 20 anni di età, tali erano le condizioni di vita impossibile. 

Orbene, ho cominciato a sognare, sognare, sognare ad occhi aperti e a programmare la mia vita. Ho raggiunto traguardi apparentemente impossibili. Potete farlo anche voi, se ci sono riuscito io, signor nessuno!

Regola importante rispettate sempre tutto e tutti. 

Ma sopra noi c'è solo Dio, sotto a noi nessuno: anche i cosiddetti ultimi possono essere migliori di noi.

Non abbiate mai paura di niente e di nessuno, come io non ho avuto paura dei lupi da piccolo. Un esempio delle mie difficoltà esistenziali che hanno mutato il male in bene e che, forse vi farà sorridere: in casa non avevo il bagno, la luce e l'acqua. Mi lavavo nudo sulla neve. 

Da allora non mi sono mai lavato con l'acqua calda, ma non ho mai preso un'influenza. Non ho avuto l'Asiatica, la Hong Kong, né altre. E non mi sono mai vaccinato.

Mai un giorno d'assenza al lavoro. 

Potete farcela e dovete farcela di sicuro anche voi. In bocca al lupo (evviva il lupo!). Fatemi partecipe dei vostri sogni e vi aiuterò a realizzarli.

L'impossibile non esiste. 

Un abbraccio forte a tutti.”

Ivo Pulcini

Come non potevamo consegnare il Premio Town Ambassador ad Ivo Pulcini? E come non chiedergli di aiutare con il suo esempio tanti giovani ad amare il loro paese e a costruire il proprio futuro impegnandosi con professionalità nella creazione di imprese incentrate nella valorizzazione del territorio e dell’agricoltura biologica?

Lo inviteremo a presenziare alla prima riunione di tutti i Town Ambassador.

Grazie Ivo per il tuo sorriso, l’amore e per la professionalità con cui affronti la vita. Mi ricordi un grande poeta. Ivo Pulcini è Socio fondatore della NAIM (Nuova Associazione Italiani nel Mondo).

powered by social2s
img-Y04223400-0001-2-1024x686.jpg

Mio nonno, il Titin era il suo nomignolo, non l’ho mai conosciuto ma vive nei ricordi grazie ai racconti di famiglia. Personaggio particolare, un avventuriero, era soltanto un ragazzo del ‘900 quando lasciò l’Italia.

Imbarcato a Genova in cerca di fortuna oltre oceano, ha fatto di tutto il muratore, il cacciatore di pelli in Canada, e chissà cos’altro. Ma aveva sempre la testa sul suo Lago Maggiore, dove era nato, e amava la sua terra e le sue tradizioni. Tornato intorno a casa insieme alla Giuditta ha aperto ad Angera il Bettolino, bar trattoria del paese.

Grande cuoca la Giuditta! Memorabili i filetti di persico o di lavarello, la sua lepre in salmì poi… ma con i risotti dava tutta sé stessa.

La domenica, a mezzogiorno in punto cascasse il mondo, il risotto alla milanese era in tavola. Non erano ammessi ritardi, non si mangiava, il profumo dello zafferano è ancora fisso nella mia mente.

Una ricetta semplice a prima vista facilissima, ma che nasconde mille insidie. Una delle poche ricette ad avere una data di creazione: il 1574. Tutto ha inizio con il matrimonio di una figlia di un vetraio che lavorava alla costruzione del duomo, Valerio di Fiandra.

I suoi colleghi aggiunsero della polvere di zafferano, che era usata per colorare i vetri, al riso. Il riso allo zafferano era già noto nel medioevo ma da quel matrimonio divenne uno dei piatti tradizionali di Milano.

 


 

 Ricetta del risotto alla milanese

Tutto inizia dal burro che usiamo per sciogliere la cipolla bianca in padella insieme ad un po’ di midollo (lo stesso dell’ossobuco per intenderci) che conferirà al risotto un aroma da Dio.

Aggiungiamo il riso Carnaroli o Vialone Nano, entrambi della zona fra Milano e Vercelli. Lasciate stare gli altri. Portiamolo a tostatura leggera, 1 o due minuti bastano, sfumiamo con il vino bianco e poi aggiungiamo il brodo di carne! Meglio se con i nervetti, i vegetariani non sono ammessi.

Aggiungiamo il brodo un mestolo alla volta e deve essere sempre bagnato. A ¾ di cottura mettiamo lo zafferano, quello dell’Aquila è il migliore ma ne ho assaggiato uno fantastico di Affile sui Monti Simbruini. Sciogliamo i pistilli in pochissima acqua tiepida, darà il colore dell’oro al risotto.

A fine cottura, a fuoco spento aggiungiamo una noce di burro freddo e il parmigiano. Mantechiamo velocemente e chiudiamo con il coperchio per un paio di minuti, poi serviamo.

È un piatto che non aspetta nessuno, va mangiato subito e se avanza fateci dei supplì.

Il Titin aveva la vigna vicino al suo Lago, produceva una grande Bonarda ed un Nebbiolo da urlo; ora qualcuno ha raccolto il testimone, provateli!

powered by social2s
2017-agosto-11-presentazione-Paliano-12-1024x683.jpg

Avete notato come si sono evoluti gli spot pubblicitari? Da corti e di pochi secondi a lunghi con la storia del brand. Praticamente siamo tornati al Carosello di quando ero bambina dove i marchi si raccontavano con storielle che coinvolgevano grandi attori.

Il loro impatto sul pubblico era formidabile, la gente veniva catturata da storie che continuavano in reclame successive. I loro jingle ancora sono noti e vengono tuttora citati.

Ma è possibile che non ci siamo evoluti? Cosa è cambiato dagli anni ’70 ad oggi per tornare a riproporre un modello che sembrava passato?

Si può dire che nella battaglia in corso tra analogico e digitale, oggi i due sistemi si sono ritagliati una loro dimensione che li rende strategici non più in funzione del target ma in funzione della credibilità del brand stesso.

Tutto nasce ancora una volta da questa segmentazione della società tra persone estremamente ricche e persone spinte verso la soglia di povertà. La mancanza di una classe intermedia ha per forza portato ad un riposizionamento dei marchi che hanno dovuto scegliere se competere sul prezzo o sul valore.

Per i marchi prodotti in paesi con alto costo del lavoro, con difficoltà di accesso al credito e con grande burocrazia la scelta era inevitabile: competere sul valore.

Ma come si trasmette il valore di un prodotto?

Comunicazione digitale o analogica? Dove in realtà con queste parole intendiamo più riferirci alla velocità di fruizione del messaggio promozionale ancora prima di entrare nei contenuti. Una comunicazione digitale diventa allora veloce, scattante e segmentata. Una comunicazione analogica è invece slow, continua e narrante.

Tutti sappiamo dell’attenzione digitale di pochi secondi: i ragazzi guardano Instagram alla velocità della luce e i fotografi devono darsi da fare per fotografie sempre più attraenti che possano penetrare nell’immaginario del lettore.

In contrapposizione, altri canali di comunicazione come la televisione tornano a promuovere un prodotto usando una narrazione con tempi lenti. Una storia in grado di emozionare: che sia la storia dell’inventore, dell’imprenditore o di un utilizzatore non importa. La parola d’ordine è narrare qualcosa che penetri la corazza di indifferenza e possa rimanere impresso nella mente e soprattutto nel cuore delle persone.

Ma la cosa più sorprendente è il ritorno alla pubblicazione di libri da parte delle imprese.

Mi viene voglia di citare la celebre frase di Karl Marx ma non siamo in questo caso: “la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”.

Il caso della carta stampata

In questa riproposizione di una comunicazione ‘lenta’, il caso più emblematico è quello della carta stampata e dei volumi di informazione e intrattenimento. Una sorta di riproposizione delle riviste secondo un nuovo formato che però ha uno scopo ben preciso: dare valore ad un certo brand.

Giampaolo Colletti la definisce in questo link la ‘Rivincita della carta stampata’ ed in effetti questa definizione illustra perfettamente il trend di grandi imprese che, per aumentare la percezione del loro valore, hanno iniziato a stampare libri che non solo trattano il singolo prodotto ma danno informazioni utili al cliente.

Così per parlare di un attrezzo di cucina si può arrivare a pubblicare un libro di ricette in cui vengono però messi in evidenza anche altri aspetti come la genuinità, la tradizione o l’innovazione, la corretta alimentazione.

Allo stesso modo per promuovere una struttura recettiva si pubblica un libro sulle bellezze del territorio. E’ questo il caso della casa editrice Discoverplaces.travel che da anni ha iniziato una serie di guide dei territori minori che personalizza per i piccoli operatori che non potrebbero mai avere la forza finanziaria di un grande brand. Tanti piccoli operatori insieme danno valore ad un territorio ed aumentano la percezione della sua bellezza.

Ma il caso non è nuovo se pensiamo a Michelin che produceva pneumatici e nel ‘900 decide di regalare una guida ai suoi clienti. Negli anni questa guida è diventata il più importante punto di riferimento per ristoranti in tutto il mondo!

Perché la carta stampata?

Le imprese sono sicure che queste pubblicazioni non verranno cestinate ma saranno messe bene in vista nelle case dei clienti o in altri luoghi di interesse. Perché un libro di informazione è qualcosa che nell’immaginario è già un valore, e questo valore viene poi trasferito al brand stesso.

L’obiettivo comune è sempre uno story telling emozionale del brand e informazioni che possano essere utili a chi le legge utilizzando il giusto tempo. Ma anche un giusto formato, una collezionabilità e una presenza in contemporanea sul web.

Ovviamente la comunicazione fra digitale ed analogico deve essere intrecciata e i contenuti, seppure in grafiche diverse, devono essere disponibili pure su smartphone o su computer.

Il libro quindi è l’emozione: il tatto con la carta stampata e il suo fruscio si imprimono nel nostro cuore. Il testo curato e scritto in modo accattivante crea ancora più valore. Ma l’informazione resta digitale.

Il nuovo marketing? Un intreccio unico di “emozioni analogiche e informazioni digitali”.
 

powered by social2s
Polpette, il piatto invernale per i “giorni della merla”

I giorni della merla sono alle spalle, un’antica legenda racconta che i merli al principio erano bianchi candidi e gennaio si divertiva a far piovere e nevicare ogni volta che la merla usciva dal nido. Allora la merla si rifugiò in un camino pieno di cenere e da li divenne nera.

La tradizione è stata rispettata, il freddo e la neve sono regolarmente arrivati in tutta Italia con temperature imbarazzanti anche per il mio cappotto. Ma per fortuna ci sono altri modi in cui ci si scalda e si ristabiliscono equilibri corporei accettabili.

Nonna Rosa, la mia Ciociara DOC faceva il brodo, una grande arma contro il freddo. Ma anche uno dei piatti di cui non si butta niente e con il bollito faceva le polpette. Polpette strepitose semplicissime. Perché gli ingredienti erano giusti e Nonna Rosa era Nonna Rosa.

La storia delle polpette è antica come l’uomo: alcuni dicono siano di origine persiana, araba, armena. Quasi tutti propendono per l’origine persiana dove le Kofta (odierne polpette) derivano dall’antico koofteh (carne tritata).

Apicio, gastronomo e cuoco del I-II secolo grazie ai cui libri conosciamo la cucina di Roma, ci racconta che si preparavano usando mirto e garum, il famoso condimento a base di interiora di pesce e pesce salato: una combinazione che ancora oggi ci lascia dubbiosi.

Comunque quando gli arabi conquistano i persiani, si innamorano delle polpette e le diffondono in Spagna e in tutta Europa e in Italia (nella versione senza garum che nel frattempo non c’era più l’impero romano).

Una cosa mi lascia perplesso: come hanno fatto a diffondersi in tutto il mondo. Dal Giappone alla Cina, al Vietnam fino ad ogni stato: ogni cultura ha le sue polpette e le trovi ovunque vai. Non sarà che le polpette sono nella genetica dell’uomo? Fanno parte del suo DNA?

Per me sono patrimonio dell’umanità.

Ricetta delle polpette di nonna Rosa

La prima cosa è il bollito il giorno prima, ma questa è un’altra ricetta, perché è proprio dalla carne bollita di prima scelta che inizia questa ricetta.

Il secondo passaggio è quello di tritare la carne aggiungendo la mollica del pane raffermo, un po’ di parmigiano, 1 uovo, pochissimo aglio, sale e prezzemolo. Anche il pane è quindi qualcosa da riutilizzare per non buttarlo e sprecare del cibo santo. Il pane viene benedetto ad ogni messa e regalato in chiesa in giornate particolari come Sant’Antonio.

Da questo impasto facciamo delle palle di media dimensione e schiacciamole leggermente. Anche l’Artusi suggerisce di renderle meno tonde per favorire la cottura.

Passiamo le polpette prima nell’uovo e poi nel pangrattato. Friggiamo!

Accompagnatele con una verdura ripassata di stagione. Ma il vero abbinamento è un’insalata di campo all’aceto, quello vero. Il balsamico lasciatelo alle fragole, questo è un piatto tosto.

Nel bicchiere avevo un Trebbiano, ma una birra Pilsner tradizionale non stona.

powered by social2s
Proposte di viaggio per donne di 50 anni. Impariamo a volerci bene?

Credo che essere donna sia una delle esperienze più travolgenti, faticose e appaganti di questa vita. Saremmo potute nascere uomini e avremo perso l’emozione della maternità che invece ci è stata regalata.

Quante volte abbiamo sognato di prenderci cura di noi? E quante volte lo abbiamo veramente fatto?

E dopo la nascita dei nostri figli ci aspettano anni di corsa, di organizzazione metodica della giornata per rispettare tutti gli impegni, per assicurarci che crescano bene con una guida rassicurante, che si divertano e che apprendano.

Poi imparano a vestirsi e improvvisamente abbiamo più tempo libero, imparano a fare i compiti da soli e sentiamo che possiamo tornare ad occuparti un po’ più di noi. Dopo arrivano all’università, all’indipendenza e torniamo ad essere il centro della nostra vita.

E allora da dove cominciare per iniziare una nuova avvincente stagione?

Ci sono da rispolverare le passioni che tornano avevamo messo con il silenziatore ma prima dobbiamo imparare a volerci bene. E quale migliore esperienza che quella di un viaggio alla nostra scoperta del nuovo inizio.

Un viaggio che possa appagare tutti i sensi per una donna inizia dalla scelta di un bel posto che ci accolga con amore, lo stesso che noi diamo alla famiglia e agli amici, e che abbia quelle piccole attenzioni che fanno la differenza.

Un posto dove ci sia una Spa o un centro benessere è ancora meglio, un bel massaggio prima rilassante e poi rigenerante è quello che serve per liberare la mente e il corpo ed essere pronti alla serata.

Una cena con un buon vino è ancora meglio. Se magari scegliamo di soggiornare lungo una delle strade del vino che si trovano in Italia possiamo veramente soddisfare tutti i sensi. Al mattino dopo possiamo andare a visitare uno dei borghi gioiello che si trovano in Italia.

Le colline delle Langhe non necessitano di presentazioni e sono un patrimonio Unesco, il Chianti è ormai conosciuto internazionalmente come Chianti-shire, ma anche le colline dei Prosecco o la Strada del Cesanese con la visita alla Cripta della Cattedrale di Anagni (la Cappella Sistina del medioevo) vicino il palazzo dello schiaffo di Bonifacio VIII che ha cambiato la storia del mondo occidentale nel Trecento.

Si può andare ovunque, i vini Umbri come quelli Pugliesi o Siciliani, i vini della Campania o quelli del Trentino o del Friuli. Forse la scelta è quanti giorni ci prendiamo e quanto vogliamo allontanarci dalla nostra confort-zone.

Tanto vale sempre la frase di Proust ‘Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi’.

Le zone di campagna o le strutture in centri d’arte senza troppa folla sono forse le situazioni perfette dove si può coniugare storia e cultura italiani ma anche cultura culinaria delle tradizioni locali e benessere. Molto intelligentemente i migliori operatori hanno creato una rete per promuoversi con gli Smartbox e oggi questo è uno dei migliori regali che possiamo ricevere.

Un messaggio velato (ma non troppo) ai nostri figli, amici e partner per una esperienza di viaggio dalla quale possiamo tornare pronte ad affrontare la seconda stagione della vita che, senza dubbio, sarà ancora più bella della prima perché oggi abbiamo la maturità per apprezzarla.

Basta andare sul sito e la sorpresa è fatta. Io ho scelto!

powered by social2s
Premio Town Ambassador al Gruppo La Ciociaria e la Provincia di Frosinone in Foto con l’Associazione Franco Olivetti

Il perché del premio si capisce già dal nome con cui hanno scelto di essere riconosciuti. La loro storia si intreccia fra virtuale e reale, fra il Gruppo La Ciociaria e la Provincia di Frosinone in Foto nei social e l’Associazione Franco Olivetti nel mondo reale con una sede a Frosinone.

Sono un fantastico gruppo di appassionati ciociari di fotografia che da molti anni promuove il suo territorio e organizza corsi di fotografia per avvicinare le giovani generazioni a questa forma d’arte.

Il gruppo su Fb nasce nel 2014 dalla passione di Emilia Trovini, Gerardo Forti e Ferdinando Potenti e oggi è arrivato a 8.500 iscritti con un incredibile numero di splendide fotografie che copre tutti i paesi della Ciociaria.

Grazie a loro molti degli emigrati italiani all’estero hanno potuto rivedere le proprie radici e molti curiosi hanno conosciuto questa terra dalla storia antichissima e che rivela vere e propri sorprese artistiche e naturalistiche.

Sette di loro hanno poi fondato l’Associazione di fotografi Franco Olivetti in omaggio al loro maestro e amico fotografo.

Un fotografo di successo che ha lavorato per Vogue e altre prestigiose riviste. Fondatore e presidente del Foto Club Roma e vincitore di importanti premi internazionali, tanto che una sua foto di una mongolfiera fu scelta alla Kodak nel 1988 per pubblicizzare le nuove diapositive. Le sue foto sono ancora in mostre e una è stata battura da Sotheby’s ed è l’unico fotografo ad aver esposto le proprie foto al Pantheon con la mostra “Uno sguardo dall'alto”.

Erano tutti amici e Franco Olivetti non era avaro e amava insegnare e diffondere la cultura della fotografia dando per primo l’esempio. Per questo il gruppo ha conservato lo spirito di generosità e di amore per il territorio che li ha portati a fondare anche una associazione reale e ad organizzare una sede attrezzata per tutti.

Gerardo Forti, Emilia Trovini, Ferdinando Potenti, Rosetta Terramagra, Enzo Sorci, Tiziana Cosso Olivetti e Daniele Olivetti hanno dato ‘il calcio d’inizio’, ma oggi l’associazione ha circa 50 membri e promuove corsi aperti a chiunque voglia avvicinarsi a questa arte. Corsi frequentati anche da giovani.

E noi sappiamo che nel nostro mondo dei social, di Instagram e di Facebook, la fotografia è l’elemento essenziale per colpire ed emozionare le persone. E sappiamo anche che la fotografia è l’elemento debole nella promozione delle piccole imprese e delle eccellenze locali.

Promuovere la cultura della fotografia, oltre alla bellezza dei territori, è un grande merito e significa gettare ‘semi dello sviluppo’ del territorio in un terreno sempre più vasto. Significa aiutare tanti piccoli imprenditori, tante associazioni locali e piccoli operatori turistici ad essere più attrattivi così da portare ricchezza nei ‘territori minori’.

Questo è il significato del premio ‘Town Ambassador’ dato da Discoverplaces alla loro attività, loro sono un vero seme che favorisce con amore lo sviluppo locale.

Nella loro storia, considerando anche le attività precedenti a questa associazione, questo strepitoso gruppo di amici ha organizzato in varie forme oltre 16 corsi di fotografia dal quale sono usciti anche 4 fotografi professionisti!

Nel corso si insegnano materie come: la tripletta (diaframmi, tempi, ISO), modi di misurare l’esposizione, tecniche di messa a fuoco e MAF (messa a fuoco) avanzata, composizione fotografica ed educazione all’immagine, HDR (High Dynamici Range) e multiesposizione, fotografia notturna e diritto all’immagine, flash e shooting in studio. Tutto termina con una uscita serale in cui si sperimenta dal vivo tutto quanto si è imparato e con uno shooting in studio con un modello. La sede della associazione è attrezzata di tutto! (per informazioni

Nella loro ‘attività reale’ il gruppo organizza anche mostre fotografiche dall’emblematico nome di ‘Stupenda Ciociaria’, tanto per non essere di parte.

La prossima mostra? Una dedicata ai 50 anni dell’Allunaggio al Mattatoio, la casa della cultura del comune di Frosinone che da sempre li appoggia dando loro la sede e sottoscrivendo un accordo per la promozione della città.

Alla consegna del premio è presente Rossella Testa, assessore al Centro Storico, che con orgoglio racconta di come questa collaborazione ha portato ad un nuovo interesse per la città con la riapertura di attività a Frosinone Alta: “Una mostra del 2017 alla Villa Comunale ha visto oltre mille visitatori e una lunga fila quotidiana per andare a scoprire le bellezze locali. Quelle che si hanno sotto gli occhi ogni giorno ma che solo l’obiettivo di un fotografo può far apprezzare ed amare”.

Se allora ogni tanto vedete qualcuno che gira con una macchina fotografica per i borghi della Ciociaria provate ad invitarlo a pranzo e a raccontargli le storie del vostro paese.

E se cade …. (come ogni tanto capita), aiutatelo a tornare in piedi ed offritegli un buon bicchiere di vino ciociaro: un Cesanese, un Atina, un Maturano o una Passerina. Forse le foto potranno venire un po’ sfocate, ma il dolore gli passerà!

Iscrivetevi al gruppo per conoscere la Ciociaria e essere aggiornati sulle loro attività.

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.